Nadia Urbinati: il populismo? Non è fascismo e poi le democrazie sono “elastiche”

di Stefano Vaccara e Giulia Pozzi La Columbia University di New York, si sa, vanta una illustre tradizione di politologia e studio della democrazia, che non ha mai disdegnato di analizzare, da oltreoceano, le vicende che caratterizzano la nostra bella Italia. Per anni, in proposito interveniva l’indimenticato professore Giovanni Sartori, autore di pamphlet che scuotevano […]

Non è populismo, si chiama altra politica (una terza via tra establishment e demagoghi)

di Giacomo Russo Spena La battaglia è, innanzitutto, semantica. La tesi di Pierfranco Pellizzetti, saggista ed autore del libro “Il conflitto populista” (138pp, Ombre corte), parte dallo stravolgimento di significato del lemma “populismo”, etichetta ormai utilizzata per espellere dal discorso pubblico le posizioni di chiunque osi criticare i diktat delle oligarchie economico-finanziarie. Peggio ancora, si […]

Donald Trump

Da Trump ai 5S, la critica a senso unico

di Nadia Urbinati

Circola sui giornali americani una gustosa immagine del presidente Trump: “Non è che a lui non piaccia la politica partigiana, a lui non piacciono gli altri partigiani”. Non ci potrebbe essere pennellata più efficace per tratteggiare i caratteri dell’iper-partigiano, la figura che meglio descrive i populisti al governo. Leader che quando stavano all’opposizione, si stracciavano le vesti per denunciare anche la più piccola smagliatura del comportamento della maggioranza. Amici della critica senza se e senza ma.

Ottima cosa la democrazia, perché non consente a chi governa di dormire sonni tranquilli. Ottima cosa, anche perché non fa distinzione: chiunque sta al potere è oggetto di sorveglianza e critica. E qui si vede la stoffa del democratico. A Trump come ai nostri pentastellati piace il gioco della critica solo a patto che sia unidirezionale: da loro contro gli altri. Il senso contrario di marcia li infastidisce. E allora sparano offese e minacce. Amici della critica fino a quando a criticare erano loro. Trump ha revocato al gionalista della Cnn il permesso di partecipare alla consueta conferenza stampa, reo di aver chiesto al presidente che cosa intedeva fare con la carovana di migranti che, partiti a piedi dall’America Centrale alcune settimane fa, arriveranno alle frontiere statunitensi a fine novembre.
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La propaganda di estrema destra alla conquista dell’Europa

di Nina Horaczek, traduzione di Claudia Tatasciore

Questo articolo nasce dal lavoro comune di un gruppo di giornali europei, Europe’s far right research network, in vista delle elezioni europee 2019. Ne fanno parte, oltre a Internazionale, Falter (Austria, a cui appartiene l’autrice del reportage), Gazeta Wyborcza (Polonia), Hvg (Ungheria), Libeŕation (Francia) e Die Tageszeitung (Germania).

Berlino, Jakob Kaiser-Haus, stanza 6630. In questo palazzo nel quartiere amministrativo della capitale tedesca si trova lo studio di registrazione del gruppo parlamentare di Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania, Afd): una piccola stanza con un tramezzo blu e tanto di logo dell’Afd, green screen per lo sfondo dei video, telecamera, un riflettore. Oltre che nella sala stampa, nel viale Unter den Linden, è qui che si confezionano le notizie con cui il partito di estrema destra vuole dirottare i cittadini tedeschi dal Tagesschau, il principale notiziario della televisione pubblica, alle notizie targate Afd.

Il modello per sferrare l’attacco al servizio pubblico tedesco arriva da Vienna. Joachim Paul, consigliere dell’Afd del land Rheinland-Pfalz (Renania-Palatinato), ha trascorso qualche tempo nella capitale austriaca come factotum della testata online di estrema destra Unzensuriert, la cui redazione è ospitata da una confraternita che si richiama al nazionalismo tedesco. Tornato in Germania, Paul ha lanciato il canale web Afd-Rheinland-Pfalz e adesso le news dell’Afd arrivano in tutta la Germania. Il modello è l’austriaca Fpö-Tv, l’emittente online creata nel 2012 dal Partito della libertà austriaco (Fpö), e che da poco tempo offre anche un notiziario pensato per gli schermi dei telefoni.
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Luigi De Magistris: “Abbiamo bisogno di un fronte popolare paneuropeo contro l’estrema destra”

di Argiris Panagopoulos

“Per sconfiggere Salvini, il razzismo e il neoliberismo abbiamo bisogno di un fronte ampio e aperto con una visione condivisa dai strati popolari, gente di diverse culture e religioni, la diversità per la quale combattiamo e che va oltre gli orizzonti ristretti degli sconfitti del Centro sinistra e della sinistra radicale. La nostra patria è l’Europa e dobbiamo vedere se ci sono le condizioni per affrontare l’estrema destra che ci governa nelle elezioni europee del maggio” ha detto ad “Avgi” il movimentista Luigi De Magistris, il sindaco di Napoli, che ha dichiarato che i porto della sua città rimane aperto agli immigrati.

L’Italia è tornata ad essere un terreno di sperimentazione politica dall’estrema destra, come abbiamo visto dal “Fronte della libertà”, annunciato da Salvini e Le Pen.

Salvini è sintonizzato sulla lunghezza d’onda di Orban e Le Len. Lo fa nel modo più chiaro. Sta lavorando per le elezioni europee in vista di un’Europa “nera”, del nazionalismo, del neofascismo, dei recinti, dell’odio, della persecuzione della diversità, l’ Europa dell’insicurezza. L’Europa di Salvini non è l’Europa della sicurezza e della prosperità. I suoi alleati rendono questo messaggio politico e sociale in modo ancora peggiore.

Da un lato c’è il “fronte nero”, e dall’altro il sindaco di Riace Lucano vien messo agli arresti domiciliari…
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Le democrazie sono imperfette

di Gianfranco Pasquino

Alle democrazie manca sempre qualcosa. È giusto così. Forse è persino meglio così perché nelle democrazie è possibile continuare a cercare quello che manca, spesso trovandolo. Democratico è quello che deve essere soggetto al controllo del popolo: governanti, rappresentanti, assemblee elettive, leggi, non, però, la burocrazia, le Forze Armate, la magistratura, le istituzioni scolastiche che debbono rispondere a criteri di efficienza ed efficacia, di conseguimento degli obiettivi decisi dai rappresentanti e dai governanti. Il popolo deciderà poi se, come, quando fare circolare quei rappresentanti e governanti, cambiarli, meglio non usando il criterio burocratico del limite ai mandati tranne per le cariche elettive di governo che hanno la possibilità di sfruttare il loro potere per influenzare la propria rielezione.

La democrazia riguarda esclusivamente la sfera politica, quella nella quale si affida a qualcuno il potere di decidere “secondo le forme e i limiti della Costituzione”. È ciascuna Costituzione a stabilire quelle forme e i relativi limiti. Qualcuno deve arbitrare relativamente alle forme e ai limiti. Dalla Costituzione Usa in poi quel qualcuno è una Corte costituzionale, il “giudice delle leggi”, la cui esistenza e la cui attività non vanno a scapito della democrazia tranne quella interpretata in chiave populista dove il popolo deciderebbe tutto con il suo voto, a prescindere dalle forme e dai limiti, finendo spesso nelle braccia di leader populisti e demagoghi e con loro fuoriuscendo dalla democrazia.
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L’importanza del leader: senza non si vince

di Samuele Mazzolini e Giacomo Russo Spena

Nel giugno 2014, nei seggi elettorali iberici, qualcuno domandava: “Scusi, come si chiama il partito del coleta?”. Il coleta, letteralmente il “codino”, è il soprannome di Pablo Iglesias, il leader indiscusso di Podemos. I cittadini si recavano all’urna senza ricordarsi il nome del movimento, ma bastava l’effige di Pablo, stilizzata e resa simbolo elettorale per l’occasione, a orientarne la matita, catturati com’erano dalla parlantina di quel politologo e giornalista col codino ai capelli che per mesi aveva invaso le televisioni pubbliche, come opinionista, a parlare di redistribuzione delle ricchezze, giustizia sociale e di rottura del sistema.

Podemos era nata 5 mesi prima delle elezioni Europee, in una libreria nel quartiere Lavapiés di Madrid, e in pochissimi nel momento della genesi avrebbero ipotizzato quel repentino sviluppo che porterà i viola ad ottenere un sorprendente 8 per cento equivalente a ben 5 europarlamentari e preludio della futura ascesa ai vertici della politica nazionale ed europea.

Il ruolo del coleta è stato decisivo, almeno fino al primo congresso di VistaAlegre, ottobre 2014, in cui si è iniziato a parlare di gestione più collettiva e di radicamento sociale. Come dicono i critici con una punta di disprezzo, Podemos è stato un disegno a tavolino di un gruppo di professori che ha messo insieme populismo e tecnopolitica, come fosse un prodotto di laboratorio. La realtà è più semplice. Podemos occupa lo spazio giusto, al momento giusto.
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Un’agora sullo spazio politico europeo

di Caterina di Fazio

Perché scegliere l’Europa come spazio politico decisivo per la sinistra? Mentre l’Aquarius naviga nelle acque del Mediterraneo verso il porto sicuro (certo non il primo) di Valencia, l’Europa è scossa da due venti contrastanti. Da un lato, quello liberista ed europeista, dall’altro, quello delle destre antieuropeiste e antimmigrazione. La decisione di Matteo Salvini, infatti, si inscrive nella vasta panoramica che si estende dai paesi del patto di Visegrad ai ministeri degli Interni tedesco ed austriaco, e che punta a rafforzare le frontiere esterne e a bloccare quelle interne.

Un vero e proprio blocco, a cui si contrappone quello della Francia di Macron, il quale accusa l’Italia di irresponsabilità dopo aver perseguito politiche di chiusura e di smantellamento dei campi di rifugiati, e di En Marche, la cui portavoce parla addirittura di «atteggiamento vomitevole», della Germania di Angela Merkel, insomma, dell’Europa di Bruxelles, che si trova ora ad accogliere al proprio interno la nuova Spagna socialista e solidale di Pedro Sánchez e della sua ministra della Giustizia, la quale minaccia di denunciare l’Italia per violazione dei trattati internazionali. Questi i due blocchi.

In mezzo, la vita di seicento persone lasciate a attendere nel Mediterraneo di fronte a una serie di porti sicuri che chiudono loro le porte (la Sicilia, Malta, la Corsica…). L’Aquarius, già ribattezzata la nave dell’Odissea, è costretta a cambiare rotta verso la traversata infinita. Ma la legge del mare parla chiaro, così come i numeri: l’Aquarius avrebbe dovuto approdare nel primo porto sicuro, quando si trovava a 35 miglia nautiche dalla costa italiana e 27 da quella maltese, contro le 750 che la separano da Valencia.
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Populismo sovrano, quando il potere è altrove: i video del dibattito

“Populismo sovrano” è il titolo del libro di Stefano Feltri presentato a Bologna con Nadia Urbinati, politologa, e Bruno Simili, vicedirettore della rivista il Mulino, introdotti da Paolo Dadini dell’Associazione il manifesto in rete. Si è parlato di una promessa che non si può mantenere perché il potere è altrove. Il dibattito, particolarmente seguito, viene riproposto ora con i video dell’incontro.


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Populismo versus establishment, la diga è crollata

di Carlo Formenti

Dopo Trump, dopo la Brexit, dopo il referendum sulla Costituzione italiana del dicembre 2016, erano arrivate la vittoria di Macron nelle elezioni presidenziali francesi e il recente, travagliato rilancio della Grande Coalizione CDU-SPD in Germania, alimentando nell’establishment liberal democratico l’illusione che la marea populista fosse sul punto di rifluire. Invece no. Il risultato delle elezioni politiche italiane di pochi giorni fa testimonia che l’onda prosegue il suo cammino e rischia di travolgere la diga eretta da partiti tradizionali, media e istituzioni nazionali ed europee.

M5S e Lega triplicano le rispettive rappresentanze parlamentari e i loro voti sommati superano il 50%, certificando che metà dei cittadini italiani sono euroscettici e non credono più alle narrazioni sulla fine della crisi e sui presunti benefici della globalizzazione. Partirò da alcuni commenti giornalistici sullo tsunami populista per affrontare quattro interrogativi:

  • 1) quali sono le radici sociali del populismo;
  • 2) quali sono le differenze fra le sue due anime principali;
  • 3) perché le sinistre (tanto le socialdemocratiche quanto le radicali) stanno affondando nell’insignificanza politica;
  • 4) perché, malgrado tutto, l’establishment è ancora in grado resistere e quali scenari si apriranno se e quando la diga crollerà davvero.

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