Lo stato del nostro dolore

di Raffaella Calandra La stanza del figlio non l’ha mai chiusa. E, in questi anni, lei ha continuato a portarvi la vita da fuori. E i suoi pensieri. Il cane, il gatto. Gli amici. Nel tempo, all’odore di Federico si è mescolata prima l’incredulità e la rabbia, poi la determinazione. Mista a un dolore che […]

In memoria dei sei operai uccisi dalla polizia alle Fonderie Riunite di Modena

di Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil Il 9 gennaio 1950 a Modena si protesta contro i licenziamenti ingiustificati alle Fonderie Riunite. Le forze dell’ordine sparano sulla folla provocando la morte di sei lavoratori: Angelo Appiani, ucciso proprio davanti alle Fonderie; Renzo Bersani, colpito a morte lontano dagli scontri mentre cerca di fuggire; Arturo Chiappelli, raggiunto […]

Migranti, sicurezza e Silp

di Salvatori Turi Palidda a recente relazione del segretario nazionale del SILP, Daniele Tissone, per l’audizione alle Commissioni miste di Senato e Camera a proposito del cosiddetto decreto sicurezza del ministro Salvini merita attenzione. Ma prima di entrare nel merito di questa relazione, del significato e della portata che assume, è necessario fare il punto […]

I cambiamenti climatici e lo spazio vitale

di Guido Viale

Nel giorno di apertura della Cop 24 di Katowice il clima è il grande assente dalle politiche dei governi di tutto il mondo. Non se ne parla, se non per registrare l’abbandono dell’accordo di Parigi da parte di qualche Stato. Neppure la verde Germania riesce a staccarsi dal suo carbone. Non è mancata la mobilitazione popolare che, anche di recente, ha visto a Londra e in varie città della Germania una forte partecipazione per imporre un cambio di rotta; una partecipazione scarsa, però, nei paesi dell’Europa mediterranea.

E questo nonostante in Italia siano in corso tante vertenze ambientali e sociali tutte indirettamente legate al tema del clima: NoTav, NoTap, NoTriv, NoTerzovalico, Noautostrade, NoGrandinavi, NoMuos, ecc. Ciò che è invece presente in tutte le politiche governative e, ovviamente, nelle prossime elezioni europee, sull’onda di uno sciovinismo e di una xenofobia che stanno travolgendo il mondo, sono le migrazioni.

Ci sono molti legami tra quella assenza e questa presenza: nessi che politica, economia e cultura non sanno o non vogliono cogliere. Innanzitutto, nell’inconscio di ciascuna o ciascuno di noi, politici o gente comune, c’è la sensazione che con la globalizzazione il mondo non si sia allargato ma ristretto: non c’è più spazio per tutti; soprattutto se si pensa a quello che consideriamo il nostro spazio vitale, che in realtà è spazio ambientale: non solo casa, auto, fabbrica o ufficio, scuola, strade, aria, acqua, cibo e cure mediche; ma anche spiagge, campi da sci, seconde case, posti auto, vacanze, ecc.
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Lampedusa. Aisha, 8 anni, contro l’Italia

di Antonello Mangano

In pochi giorni Aisha è svenuta per la fame e la sete in una barca alla deriva partita da Sfax; ha visto un balordo provare a stuprare la madre davanti ai suoi occhi; ha subito un colpo all’addome durante una violenta carica della polizia italiana. Vive in uno stato di paura costante che la porta a perdere i sensi. Adesso è il tempo del risarcimento. In questi giorni il suo caso arriva a Strasburgo presso la Corte europea dei diritti umani. Da un lato una bambina tunisina di otto anni e la madre. Dall’altro​,​ il governo italiano.

“Eravamo in 40 su una barca e ci siamo persi”, racconta la madre. “Abbiamo incontrato un peschereccio. Gli abbiamo chiesto di riportarci in Tunisia. I pescatori hanno rifiutato”. Tre giorni senza mangiare e bere. Poi una luce in lontananza e altre nove ore per arrivare alla salvezza, cioè l’isola di Lampedusa. Sono le due di notte del 15 febbraio. Aisha sviene e viene portata via in ambulanza.

Squallido e trasandato

La famiglia vuole chiedere asilo. Ma non può. “Per tutto il tempo della permanenza non hanno ricevuto alcun documento attestante la ricezione della domanda di protezione”, dice Giulia Crescini, legale della famiglia.
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Polizia e tortura: un appello a sostegno del pm Enrico Zucca

di Altreconomia.it

Alla Diaz, così come a Bolzaneto, fu tortura. L’ha sentenziato la Corte europea dei diritti dell’uomo, più volte. La “colpa” del sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Genova è di ricordare che le prescrizioni della Corte di Strasburgo sono state disattese.

Da tempo ci occupiamo a vario titolo della tortura praticata in Italia e delle risposte offerte dallo Stato e perciò crediamo che Enrico Zucca, nel suo intervento di ieri a un convegno a Genova, abbia espresso una verità che ci trova pienamente concordi.

La risposta delle istituzioni alle torture compiute su decine e decine di persone nelle giornate del G8 di Genova del 2001 è stata gravemente inadeguata e ha tradito largamente lo spirito e la lettera delle sentenze di condanna contro l’Italia inflitte dalla Corte europea per i diritti umani per i casi Diaz e Bolzaneto.

Sono state disattese sia le indicazioni sulle misure necessarie a prevenire nuovi abusi (vedi la contorta e inapplicabile legge dell’estate scorsa e la mancata introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise), sia le prescrizioni circa la necessaria rimozione dei funzionari condannati in via definitiva (abbiamo invece avuto protezioni, promozioni, inopinati ritorni al vertice).
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I migranti di Piazza Indipendenza, il diritto alla casa e le occupazioni

di Alessandro Somma

Il violento sgombero dei migranti accampatisi nei giardini di Piazza Indipendenza a Roma, dopo essere stati allontanati dal palazzo che occupavano, ha ispirato innumerevoli commenti e prese di posizione. In massima parte l’operato delle forze dell’ordine è stato contestato, o al limite condiviso, dal punto di vista della sua equità o della sua opportunità politica. Non si è invece analizzata la vicenda dal punto di vista delle regole destinate a dirimere un conflitto che tradizionalmente agita la vita delle nostre città: quello tra i diritti dei proprietari di case e quelli di chi è senza casa.

Il diritto di proprietà è sicuramente un diritto fondamentale, forse il più risalente tra i diritti fondamentali, se è vero che i padri del liberalismo classico lo hanno considerato il fondamento primo della libertà individuale [1]. Peraltro, nel corso degli anni, il diritto di proprietà è stato ridimensionato nel suo carattere assoluto: come si dice nella Costituzione italiana, essa viene “riconosciuta e garantita dalla legge”, che tuttavia la disciplina in modo tale da “assicurarne la funzione sociale” e “renderla accessibile a tutti” (art. 42). Nel contempo si sono affermati i diritti sociali come strumenti per promuovere l’uguaglianza sostanziale, ovvero per rimuovere quanto sempre la Costituzione italiana definisce gli “ostacoli di ordine economico e sociale” che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3).

Tra i diritti sociali occupa un posto di primo piano il diritto alla casa, che non viene definito in termini espliciti dalla Costituzione italiana, e che tuttavia è considerato implicito nella protezione della famiglia e dell’infanzia (art. 31) e nel diritto dei lavoratori a una retribuzione sufficiente a condurre una vita dignitosa (art. 36). Comunque sia, il diritto alla casa trova riscontri numerosi e puntuali nel diritto internazionale. Già la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 ha infatti precisato che “ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo… all’abitazione” (art. 25).
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Modello Genova: macelleria che non appartiene al passato né è stata un’eccezione

G8 di Genova - Foto di Altreconomia

di Sergio Sinigaglia

L’intervista al quotidiano Repubblica del capo della polizia Franco Gabrielli sta provocando a mio avviso un colossale “equivoco”, anzi una grande mistificazione. Gli elogi piovuti da più parti, anche da parte di esponenti della sinistra, sul presunto coraggio nell’ammettere (dopo 16 anni) le responsabilità delle forze di polizia nel massacrare, torturare, cercare di annientare un intero movimento, e, soprattutto, un’intera generazione che per la prima volta si misurava con l’impegno politico, rischiano di far passare in secondo piano un aspetto fondamentale.

Non è vero che “Genova” appartiene al passato. Non è vero che sia stata un’eccezione. “Genova” è diventata un modello di gestione dell’ordine pubblico, sia nella sua dimensione quotidiana, nelle relazioni che intercorrono tra chi è etichettato come “deviante sociale”, o presenza anomale nel tessuto urbano e le forze dell’ordine, sia nella gestione delle manifestazioni di movimento. La “Zona rossa” è ormai una prerogativa che disciplina lo spazio dei territori dove viviamo, dai terremoti, ai decreti per “il decoro”, alle politiche contro i migranti.

Un vero e proprio paradigma fondativo di una modalità di relazione tra istituzioni e le persone, autoritario e gerarchico. Il cosiddetto “daspo urbano” è lì a confermarlo. Un provvedimento abnorme e liberticida, paragonabile, per la sua gravità, al fermo di polizia degli anni Settanta, frutto tossico e micidiale che affonda le sue radici nella macelleria italiana delle giornate di luglio di 16 anni fa. Le cronache di questi ultimi anni ci hanno proposto casi eclatanti di cittadini, per lo più giovani, che finiti casualmente sotto i controlli delle forze di polizia, ne sono usciti morti.
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Caro Federico, auguri a te che oggi non hai potuto compiere trent’anni

di Marco Zavagli

Oggi avrebbe compiuto trent’anni. Oggi non ha compiuto trent’anni perché al ritorno da una serata in discoteca con i suoi amici si è fermato in un parchetto da solo prima di rincasare. E in quel parchetto sono arrivati quattro poliziotti.

Non so cosa farebbe oggi Federico Aldrovandi all’alba della sua quarta decade. Non so cosa facesse il 17 luglio del 2005, quando raggiunse la maggiore età e non poteva immaginare che quello sarebbe stato l’ultimo compleanno. Posso immaginare che farebbe qualcosa di simile a quello che fanno oggi i suoi amici. Quelli che passarono con lui l’ultima notte. Quelli che durante l’interrogatorio in questura venivano chiamati “drogati” o “tossici” e dipinti come “sciacalli” da un dirigente nazionale di un sindacato di polizia.

Andrea si è sposato. Vive e lavora a Ferrara. Ha due figli. Il primogenito si chiama Federico. Parme lavora anche lui in città. Si vedono ancora. La Spal è quasi sempre l’occasione per incontrarsi. Burro se ne è andato da tempo. Già al giudice Caruso spiegava che dopo quanto successo al suo amico non se la sentiva di proseguire gli studi.
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Théo e gli altri. Ovvero il razzismo istituzionale in Francia

di Annamaria Rivera

Quella dei controlli d’identità au faciès, come si dice nell’Esagono, cioè secondo il “colore”, le sembianze, l’aspetto esteriore, il modo di abbigliarsi, l’origine nazionale o la fede religiosa presunte, è una prassi poliziesca francese (e non solo) così consolidata, abituale, sistematica da reggere a condanne di tribunali, mobilitazioni della società civile, richiami di organismi internazionali, rapporti e inchieste, anche della stessa Unione europea. Sicché non è stata neppure scalfita dal fatto che il 9 novembre 2016 la Corte di Cassazione francese abbia condannato definitivamente lo Stato per questa pratica discriminatoria.

Ed è di un controllo au faciès, particolarmente brutale, che il 2 febbraio scorso è stato vittima Théo, un ventiduenne di Aulnay-sous-Bois, comune del dipartimento di Seine-Saint-Denis (regione Île-de-France), a pochi chilometri da Parigi. I quattro agenti che lo fermano sottopongono il giovane a un pestaggio scandito da insulti razzisti, durante il quale uno di loro arriva a sodomizzarlo con un manganello: provocandogli lesioni così gravi da esigere un intervento chirurgico d’urgenza. A riprova dei fatti c’è un video presto reso pubblico: è quello delle telecamere di sorveglianza, di fronte alle quali Théo si era volutamente spostato non appena fermato dagli agenti. Pur incriminati (le prove sono schiaccianti), uno per stupro, tutti per violenze di gruppo, i poliziotti restano per ora a piede libero, sospesi temporaneamente dal servizio, ma non dallo stipendio.

Théo non è la prima vittima di una tale forma estrema di sadismo da parte delle forze dell’ordine. Il 20 febbraio prossimo è attesa la sentenza per un caso analogo, accaduto il 26 ottobre 2015 a Drancy, anch’esso comune di Seine-Saint-Denis. Un ventottenne viene fermato, ammanettato, brutalizzato da tre agenti municipali, uno dei quali, secondo l’accusa, lo sodomizza con un manganello telescopico.
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