Governo

Crollo Pd: Renzi è stato il becchino della sinistra

di Stefano Feltri

In Italia la sinistra non c’è più. L’ha distrutta Matteo Renzi, certo, ma anche i vari Massimo D’Alema e tutta la cricca di Liberi e Uguali che è uscita dal Pd perché non condivideva la visione monarchica del renzismo che metteva ai margini la loro oligarchia polverosa. E non c’è una sinistra radicale competitiva, non c’è un Jeremy Corbyn che scali il partito e non c’è un Jean-Luc Melénchon che incarni, da sinistra, la novità populista.

Il Pd non è più stato un partito di sinistra. Renzi e i renziani cercavano la compagnia della Confindustria, non dei precari ai quali veniva spiegato, anzi, che l’abolizione dell’articolo 18 era una buona notizia anche per loro che sognavano un contratto a tempo indeterminato. Il Pd non ha neppure provato a vincere queste elezioni perché non aveva un messaggio da dare se non “siamo dei buoni amministratori dello status quo”.

Eppure, ha detto Walter Veltroni in un bel discorso al teatro Eliseo di Roma il 25 febbraio, “sinistra è una bellissima espressione, rimanda alla condivisione del dolore sociale, alle lotte per la libertà, alla tensione verso l’uguaglianza. La sinistra moderna è riformista, è liberale, deve essere radicale nelle sue scelte e nei suoi programmi”. Ecco questa sinistra, quella del Pd ma anche quella di LeU non è stata liberale, non è stata radicale, non ha teso all’uguaglianza.
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Elezioni - Foto di Davide e Paola

Appello in vista del 4 marzo: non votate per chi ha attentato alla Costituzione

di Alfiero Grandi

Con il voto del 4 marzo finisce una legislatura da archiviare come una delle peggiori della storia della Repubblica. Ci si sorprende della transumanza di parlamentari da una parte all’altra, ma se i parlamentari venissero scelti dai cittadini e non nominati dai capi partito questo fenomeno non ci sarebbe.

Dall’entrata in vigore del Porcellum si sono susseguite tre legislature, una peggio dell’altra. Purtroppo anche quella che sta per iniziare avrà parlamentari eletti con una pessima legge elettorale, approvata a scatola chiusa con ben 8 voti di fiducia, che ha imposto di nuovo l’elezione dei parlamentari sulla base della fedeltà ai capi impedendo ai cittadini di sceglierli. Eppure il tentativo di manomettere la Costituzione, con metodi e contenuti stravolgenti della Costituzione del 1947, si è infranto sul voto dei cittadini che il 4 dicembre 2016 al 60 % hanno detto No. Il governo pensava di ottenere un plebiscito e invece ha perso clamorosamente.

Ritorna, tuttavia, in molti programmi elettorali la volontà di non tenere in considerazione la volontà popolare espressa con il voto del 4 dicembre. Per questo, pur comprendendo la sfiducia ed il disagio di fronte alla crisi di una politica e di una classe dirigente, non è tempo di stare alla finestra: il colpo di mano realizzato nel 2012 con la riforma dell’art. 81 potrebbe ripetersi se non ci sarà in Parlamento il massimo numero possibile di parlamentari fedeli alla Costituzione. L’astensione può solo agevolare i responsabili del tentativo di manomettere la Costituzione e dell’approvazione di questa legge elettorale.
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Riflessioni su Potere al Popolo: la via politica lunga e i compiti dell’organizzazione

di Luca Mozzachiodi

Non ho il feticcio delle elezioni. Non le ho ritenute e spero di non ritenerle mai il momento privilegiato della vita politica, troppo spesso sono state il grimaldello per svuotare di senso ogni reale processo democratico e trasformarlo in una vuota liturgia formale; per troppi anni abbiamo visto in Italia ogni forza politica di sinistra raccogliere e sfiancare le sue già residuali forze nel tentativo di inseguire le scadenze elettorali. Negli ultimi anni sempre più gli esiti o sono stati disattesi o non così incisivi come avrebbero dovuto.

Non si tratta quindi di una pagina di propaganda elettorale, ma di una analisi politica: dobbiamo partire dal presupposto che il problema non sia vincere le elezioni, e nemmeno acquistare un gran numero di seggi, ma piuttosto aprire vie nuove alla possibilità di un’esperienza politica che non si risolva nella costituzione di cartelli elettorali a breve termine.

La sinistra (nelle sue varie apparizioni spesso riposanti però sugli stessi militanti e sulle stesse forze) ha commesso diversi peccati capitali: abbandonare la sua matrice teorica convinta di dover competere con la destra in un mondo che non può essere altro che liberale, non difendere (come dovrebbe fare sempre, con le unghie e con i denti, su ogni terreno anche a elezioni perse) il mondo del lavoro, non essere stata capace di attaccare il mondo della finanza e della speculazione preferendo scendere a patti, strutturare le proprie forze partendo non già dalla militanza e dalla conoscenza concreta di un quadro di problemi ma dall’affiliazione a fini propagandistici a questo o a quel partito quando non addirittura a questo o a quel singolo personaggio politico e finalmente cercare consenso inseguendo la destra sul suo stesso terreno invece di approfittare di un momento di crisi come si sarebbe potuto fare.
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Ma perché la lotta alla mafia è sparita dalla campagna elettorale?

di Enzo Ciconte

La mafia non esiste. Quante volte abbiamo ascoltato queste parole? Tante volte, troppe e per tanto tempo. Oggi nessuno si sognerebbe di ripeterle. All’apparenza è così, eppure sono in tanti che fanno di tutto, surrettiziamente, per accreditare l’idea che la mafia non esiste. Chi sono costoro? Sono quelli che in campagna elettorale non parlano di questo argomento, come se non esistesse, come se non fosse un problema di primaria grandezza o come se fosse solo e soltanto una questione criminale che devono affrontare e risolvere magistrati e forze dell’ordine.

Evitiamo fraintendimenti: non sto dicendo che si debba parlare ogni giorno di questo argomento, sto dicendo che è un errore non parlarne per niente, o quasi, espellendo di fatto il tema dalla competizione elettorale. Se si dà una scorsa ai programmi elettorali si vede come questi temi, accanto a quelli della corruzione e della legalità, sono molto marginali e trattati sbrigativamente.

È un errore serio. Perché? Perché si rischia di perdere quei voti (e sono tanti) di quegli elettori che si rifugiano nel non voto perché non c’è nessuno che fa una limpida, chiara, coerente e trasparente battaglia antimafia; perché qualcuno s’illude che così facendo possano arrivare voti da ambienti contigui alla mafia e s’illude ancora di più se pensa di non pagare pegno per quel pugno di voti che si pensa possano fare la differenza nei collegi in bilico.
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Votare? L’ho sempre fatto. Per chi? Parliamone

di Flavio Fusipecci

Il quadro mondiale è in profonda, rapidissima evoluzione (involuzione) sotto la spinta di fenomeni e agenti per la prima volta “veramente globali”.
Come nei fenomeni sismici, si va progressivamente accumulando una energia “sotterranea”, indice e futura causa di una prossima esplosione/implosione del sistema economico e sociale mondiale, di cui si evidenziano già le “faglie di rottura” in varie parti del mondo, sotto la spinta di un complesso di disuguaglianze via via crescenti e via via più evidenti e diffuse tramite i nuovi media etc., “godute e perversamente difese” o “introiettate e sofferte fino alla morte” da popoli e singole persone un po’ ovunque.

Per una serie di motivi storici e socio-economici, ingigantiti negli ultimi 20-40 anni di politica ed economia dissennata a tutti i livelli, l’Italia è oggi una delle “faglie” più esposte a rischi, un po’ come il Vesuvio, in un contesto europeo e mondiale che non la favorisce e che, anzi, tende a ridimensionarla, rendendola di fatto “terreno di conquista” e, allo stesso tempo, “mercato da mantenere, sul ciglio del burrone”. Fa comodo a tutti.

Le grandi ideologie storiche ed i partiti da loro innervati sono finiti, travolti innanzitutto dalla incapacità di adeguarsi ai mutamenti epocali in rapida successione (tecnologici, ambientali, antropologici, sociali, economici etc..) e, non meno importante, da un degrado etico e morale, oltre che culturale, che ne ha decretato la fine ingloriosa non solo in termini elettorali, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la fiducia, la partecipazione, la speranza, il coraggio e la visione di un futuro (anche solo a livello di sogno e di forza a non rinunciare “a provarci”), tutte cose indispensabili per non fare piombare tutti e ciascuno in una pericolosa spirale di grezzo e meschino individualismo.
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Cronaca dal futuro: accadde il cinque marzo duemiladiciotto

di Sergio Caserta

È il cinque marzo duemiladiciotto, terminati gli scrutini delle elezioni politiche sono noti i risultati: il centrodestra (meglio dire la multiforme destra) ha vinto come previsto le elezioni sfiorando il quaranta per cento, il movimento cinque stelle si conferma primo partito con il venticinque per cento ma accusa il colpo dei disastri in cui si è imbattuto, tra notizie vere e gonfiate di irregolarità che hanno fortemente nuociuto all’immagine di forza antisistema, il Pd come previsto si ferma al ventun per cento un risultato clamorosamente negativo ma atteso, con la coalizione tocca il ventisei per cento.

Renzi infatti si affretta a gettare la colpa sugli “scissionisti” che hanno determinato l’arretramento che senza loro non ci sarebbe stato ( motivo per cui non si dimette anche se ormai è un’anatra più che zoppa). Liberi e Uguali infatti raggiunge un appena dignitoso sei per cento che è il “minimo sindacale” ma certo non costituisce un risultato utile per poter incidere sugli equilibri nazionali, si tratta di ricominciare veramente dal basso. Potere al popolo supera le previsioni dei sondaggi che li volevano all’un per cento e sfiora il quorum fermandosi ad un ottimo e inutile duevirgolaotto per cento, grande soddisfazione morale, in realtà un’altra debacle per la sinistra-sinistra.

Cosi si va verso il quarto governo Berlusconi ottuagenario che nel frattempo ha ottenuto il via libera dalla Corte di giustizia europea che gli restituisce i diritti politici passivi di eleggibilità. Tutti questi dati sono viziati da un risultato di partecipazione al voto a dir poco allarmante, ha votato infatti il quarantotto per cento degli eventi diritto, mai una percentuale cosi bassa, ma comunque non inficia l’esito delle elezioni per la cui validità, a differenza che per i referendum, non è previsto un quorum di votanti, a riprova della scarsa qualità e coerenza della nostra democrazia.
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Elezioni - Foto di Davide e Paola

Voto del 4 marzo: astensione o annullamento?

di Silvia R. Lolli

Antonio Stella sul Corriere della Sera martedì 30 gennaio ha scritto di astensioni pensando al futuro voto. Alle prossime elezioni ormai facilemente si può presumere un calo di votanti; visto il trend ci troveremo di fronte al nuovo partito, l’astensionismo? Le beghe dei miseri politicanti italiani, che continuano a imperversare mediaticamente nelle nostre case, sono dovute soprattutto agli errori di calcolo, alla poca capacità politica ed alla insufficiente credibilità. Abbiamo una pessima, ed ancora una volta fuori dai principi costituzionali, legge elettorale e c’è un elevato disinteresse per la cosa pubblica; il prossimo voto dovrebbe solo confermare tutto ciò.

Il teatrino della politica sembra sempre più autoreferenziale con megafoni inversamente proporzionali alle competenze e alla serietà di chi vuol farsi eleggere. C’è un clima di barricate: i fortini di partitacci o partitucoli oggi sulla breccia della politica italiana inviano i primi candidati, quelli che devono essere ancora seduti nel prossimo Parlamento, nei seggi più sicuri, infischiandosene dell’idea di recuperare un po’ di contatto con i territori. Troppa la paura di non poter eleggere i propri cerchi magici.
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Le liste di Renzi per preparare quello che sarà il dopo Pd

di Paolo Branca

Premessa: in ogni elezione ci sono scelte discutibili, esclusioni eccellenti, favoritismi, territori discriminati, e fioccano gli appelli per recuperare questo o quel candidato. Dunque – sotto questo aspetto – nulla di nuovo accade a sinistra. Eppure – soprattutto in casa PD – si ha la sensazione che queste elezioni, queste liste, questa campagna elettorale, non siano esattamente come le altre del passato. Mai forse un leader aveva esercitato un dominio così schiacciante sul resto del partito: un leader per giunta al minimo della popolarità, reduce da quasi quattro anni di brucianti sconfitte elettorali.

Certo, i partiti contano sempre meno. Incidono pochissimo nella società. E i vecchi rituali della politica – soprattutto quando si devono scegliere i candidati da eleggere in Parlamento e nelle istituzioni – appaiono fuori dal tempo, esercizi frustranti e logoranti. Ma qual è l’alternativa? Un capo che decide tutto nella sua ristretta cerchia. A cui basta un viaggio elettorale in treno per selezionare una classe dirigente. Che affronta le altre componenti del suo partito con malcelato fastidio, anzi “col lanciafiamme”.
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Liste, coltelli&cortesie: la stretta finale per Pd e Leu

di Daniela Preziosi

Il limite per la consegna delle candidature alle Corti d’appello dei 63 collegi plurinominali scade il 29 gennaio a mezzanotte, ma secondo i più ottimisti già stasera, alla sede nazionale di Mdp, Pietro Grasso dovrebbe avere in mano le liste dei candidati di Liberi e uguali. Per apporre il suo nulla osta. L’operazione potrebbe slittare al massimo di 24 ore. Tavolo blindato, quello di via Zanardelli, ma non al punto da non lasciare filtrare malumori e perplessità. Nelle prossime ore si vedrà se fisiologici o destinati ad avere qualche strascico. Il calcolo sul 7 per cento prevede una trentina di deputati eletti e meno di 15 senatori, su oltre ottanta uscenti. Inevitabili le delusioni.

L’accordo Mdp-Si comunque viene descritto come di ferro, tanto al tavolo politico che a quello degli sherpa delle liste. Con Possibile nella parte di Cenerentola. I tre criteri generali decisi nell’assemblea del 7 gennaio – poche pluricandidature, poche deroghe, tanta territorialità, cioè il rapporto fra candidati e territorio di provenienza – non sarebbero sempre stati rispettati. Dalla Sardegna, per esempio, ieri il disagio contro i ‘paracadutati’ da Roma ha navigato oltre il Tirreno.
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