Contro l’ideologia del politicamente corretto

di Carlo Formenti

Il saggio di Jonathan Friedman contro il politicamente corretto (Politicamente corretto. Il conformismo culturale come regime, Meltemi editore) può essere nato da un’occasione contingente (il risentimento per le accuse di razzismo rivolte alla moglie – antropologa come lui – “colpevole” di avere sostenuto che in alcune comunità di migranti africani persistono credenze tribali), e qualcuno potrebbe rimproverargli di essersi eccessivamente concentrato sulla realtà svedese, ma nessuno può negargli il merito di avere magistralmente messo a nudo la dinamica e le radici di un fenomeno che ha contribuito in misura significativa alla mutazione genetica delle sinistre occidentali (e non solo di quella svedese).

Il suo lavoro è di importanza pari a quella di autori come Boltanski e Chiapello (cfr. Il nuovo spirito del capitalismo, ancora Meltemi), che hanno analizzato l’integrazione delle culture sessantottine nelle politiche aziendali del capitalismo postfordista, e di Nancy Fraser (vedi, fra gli altri, un suo recente articolo), la quale ha evidenziato la convergenza fra correnti mainstream del femminismo e ideologia neoliberista.

Per esporre le tesi del libro non ne rispetterò la struttura espositiva ma seguirò un percorso in sei tappe: l'”ibridismo” come collante ideologico della politically correctness; le giustificazioni filosofiche del politicamente corretto; gli interessi di classe che la sfruttano come strumento di un progetto egemonico; l’ideologia politicamente corretta come dispositivo per la ridefinizione del nemico; élite transnazionali versus popolazioni locali e totalitarismo globalista; considerazioni conclusive: il politicamente corretto è un attacco alla civiltà moderna o un sintomo della sua natura autodistruttiva?
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Una comunicazione per non piangere

di Sergio Caserta

La vicenda della frase di Travaglio sull’acido e l’attacco di Lucia Annibali, diventato un “caso” come tanti altri della giornaliera polemica politica, mi ha fatto venire in mente,ci rimuginavo da tempo, che in quest’ambito delicato della comunicazione pubblica su temi sociali forti, quali sono le violenze subite, le ferite nel corpo e nell’anima, i portatori di handicap handicap menomanti che, in modo più o meno grave, affliggono una parte della società, a differenza di un tempo oggi la televisione non fa più velo, si è dissolto quel riserbo che prima escludeva dall’immaginario della “visione pubblica”, persone sfortunate considerate ingiustamente “diverse”.

Era arretratezza, era conformismo, era ossessione per una finta normalità, era tante cose di un modo di fare comunicazione che oggi è stato superato da modelli più realistici e dai cambiamenti nel costume che sicuramente nel complesso rappresentano un avanzamento. Non foss’altro perché fortunatamente, come possiamo felicemente constatare, oggi è possibile anche per chi soffre di menomazioni a causa di traumi o patologie, con la forza di volontà e supporti adeguati della società, vivere una vita del tutto normale non solo pienamente inclusiva e dinamica, perfino all’insegna dello sport competitivo, raggiungendo risultati di grande o straordinario valore.
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