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Bologna, assemblea cittadina per i Prati di Caprara?

di Silvia R. Lolli

Dopo il riposo delle vacanze pasquali, dei giorni festivi dedicati ai due eventi civili del 25 aprile e del 1° maggio, e dopo la festa del primo anno di vita (14 aprile), il comitato Rigenerazione No Speculazione, riprende i lavori da giovedì 10 maggio. Dalle ore 18,00 alle 20,30 a 20 pietre in Via Marzabotto, 2 si terrà l’assemblea dei cittadini. Sarà un’assemblea importante con l’ordine del giorno dedicato ad un breve resoconto sulle principali azioni svolte dal comitato negli ultimi mesi: Aria pesa, il monitoraggio eseguito sul biossido di azoto in città; il forum civico Parteciprati di cui si presenteranno i risultati; le interrogazioni comunali; l’ultimo sit in contro il disboscamento ai Prati Est. Il maggior tempo dell’assemblea sarà però da dedicare agli interventi dei cittadini per decidere le azioni da intraprendere nell’immediato futuro.

Già sabato 12 maggio dalle 12,00 alle 17,00 il gruppo che finora ha organizzato le attività del forum e del sit in ha deciso l’organizzazione di un “Picnic clandestino” che si terrà ai Prati di Caprara. Si invitano i cittadini ad aderire. Il tema principale rimane sempre quello di far conoscere ad un numero maggiore di persone che temporalmente o abitualmente abitano Bologna questo polmone verde per la città. Altri gruppi e associazioni invitano il comitato a partecipare alle loro iniziative, così si può diffondere la conoscenza.

In questo anno di attività si è constatato che ancora moltissime persone non conoscono il territorio ora in pericolo. La diffusione delle notizie è resa sempre più difficile, non solo per un’evidente difficoltà delle persone a seguire le tante vicende politiche della città, ma soprattutto per la scarsa e mirata comunicazione pubblica che si fa dei fatti politici ed amministrativi.

Angela Pascucci: una storia di passione profonda, lotta e progetti comuni

di Mauro Chiodarelli

Questa notte se n’è andata Angela Pascucci. L’ho conosciuta personalmente solo pochi anni fa; prima era per me solo una delle mitiche firma del mio giornale, Il manifesto. All’inizio forse era un po’ diffidente verso questi pazzi bolognesi che non solo volevano salvare il giornale, ma volevano farne una nuova e più avanzata forma cooperativa. Poi le riserve si sono sciolte ed è stato amore profondo, lotta e progetti comuni.

Angela era una tenace ed allegra combattente. Anche quando la malattia incominciò a tormentarla non si lasciò abbattere. Poi un po’ per necessità, un po’ forse per pudore, ha continuato il suo calvario circondata da chi le era più vicino. Di fronte alla sofferenza divento incerto; così chiedevo notizie della sua salute agli compagni comuni e le scrivevo solo di tanto in tanto, più che altro per ricordarle che c’ero, che c’eravamo, che le volevamo bene.

Ho anche vagheggiato una marcia su Roma, carichi di tortellini, tagliatelle, mortadella per un’azione ricostituente naturale, ma è rimasta solo una fantasia. Mi mancherai, ci mancherai, Angela. Grazie. Che la terra ti sia lieve.

L’agorà del “Manifesto in rete”

L'associazione il manifesto in rete

di Silvia Napoli

Diceva De Andrè che dai Diamanti non nasce niente: allora, si potrebbe chiosare, negli scarti, nei materiali di detrito di questa tornata elettorale, potrebbero però trovarsi anche perle di saggezza da coltivare nel dibattito pubblico. Da una lunga vicenda di ricorrenti crisi economico-organizzative riguardanti un’area di pensiero orientata ma non dogmatica, curiosa ed “esperta” che pratica in qualche modo l’ecologia mentale e fa riferimento al giornale più blasonato e longevo delle nuove sinistre nostrane e non solo, nasce l’Associazione il Manifesto in rete.

Una associazione ben determinata a produrre pensiero non inquinato da tatticismi di varia natura e fecondo di nuovi stimoli critici assertivi e potenzialmente aggreganti. Praticare il rigore intellettuale e insieme il massimo di apertura nella ricezione dei contributi di tanti è in qualche modo impresa eroica, uno sporco lavoro assolutamente necessario e da compiersi con classe e pazienza certosina.

Cosi, non ci meravigliamo se all’indomani delle tanto attese e temute elezioni politiche 2018, largamente prevedibili negli esiti delle urne, molto meno nelle alchimie governative tutte da definirsi, è proprio il nostro capitano coraggioso Manifesto in rete, ad assumersi l’onere di convocare a Bologna un incontro dal titolo vagamente catastrofista: sinistra anno zero.

Corruzione: “L’hanno sempre fatto”, così la mazzetta diventa impunita e organizzata

di Alberto Vannucci

Un silenzio tombale è sceso nella campagna elettorale di quasi tutti i partiti sui temi della lotta alla corruzione e alle organizzazioni mafiose: questioni datate, polverose, ormai vintage in un’epoca dominata da ossessioni sulla sicurezza e dalla caccia all’immigrato clandestino. Nell’indifferenza di troppi elettori si sono così moltiplicate le candidature di impresentabili, con pregiudicati in grande spolvero e protagonisti (o comprimari) di scandali gratificati dai rispettivi partiti col collocamento in lista per un seggio sicuro.

Del resto non sembrano preoccupare o turbare il sonno dell’opinione pubblica il proliferare di politici e funzionari corrotti, né di imprenditori e professionisti corruttori, e neppure dei loro interlocutori più o meno contigui ai gruppi mafiosi – in fondo vox populi vuole che “la mafia dia lavoro, lo Stato lo distrugga”. Forse perché i “colletti bianchi” che dominano l’universo del malaffare indossano giacche e cravatte griffate, si muovono con passo felpato nelle stanze e nelle anticamere del potere, padroneggiano procedure, codici e codicilli, realizzando quella che sempre più spesso si configura come una forma di corruzione legalizzata.

Il giudice Piercamillo Davigo propose un semplice calcolo per misurare l’asimmetria nell’aritmetica del furto: quante centinaia o migliaia di anni di attività ininterrotta occorrerebbero a uno scippatore per produrre lo stesso danno economico di un singolo crack bancario, di un dissesto finanziario, delle voragini nei bilanci pubblici delle tangenti per la realizzazione di una grande opera? E come si rapportano quelle somme con l’allarme suscitato dalle due diverse categorie di soggetti?

Potere al popolo: la sfida al populismo

di Silvia Napoli

Se la sigla che in principio ha mosso le acque tra autoconvocati refrattari del Brancaccio, Je so’ pazzo, poteva evocare disoccupati organizzati meridionali in odore di masaniellismo, arrivati come in tour di assemblea in assemblea, sulla linea gotica bolognese, siamo alla declinazione di un potere al popolo che programmaticamente, facendo tesoro di insegnamenti molto rock, sceglie di sfidare la narrazione pubblica sul populismo, come virus letale di tutti i moti di protesta globali.

Il coordinamento si fa ospitare da 20 Pietre, la Casa del popolo risorta dalle ceneri della Motorizzazione civile dopo un lavoro volontario veramente hard sulla struttura, che fa da centro di aggregazione e propulsione per nuove forme di civismo in quartiere e in città sorte sulla base del recupero di uno spirito antico di mutualismo che scalda i nostri cuori in inverno.

Arrivo tardi, quando l’assemblea è in corso già da due ore e, a proposito di clima, non fa tanto caldo nel grande stanzone recuperato e allestito di sedie, ancora molto pieno nonostante tutto: vino rosso e torte salate per ristorare gli intervenuti e pagare le spese, mentre a lato l’altro grande salone è affollato di aspiranti ballerini che seguono il loro corso settimanale. Non si può dire che il luogo non evochi un cantiere aperto e tale è lo spirito di questa neonata rete di insoddisfatti della proposta politica del momento, in vista delle prossime elezioni, che sembrano essere il grande momento di big bang coagulante di questa galassia.

Ma che razza di gente

di Marco D’Eramo

È una tragedia che fa ridere e insieme una farsa che fa piangere l’Italia quale emerge dal libro di Leonardo Bianchi, La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento (Minimum Fax, Roma 2017, pp. 362, 18 €). Lo sguardo di Bianchi sulle rivolte, le imprecazioni, i furori che hanno scosso il nostro paese negli anni recenti è quello di un fotografo in modalità macro, che descrive i fenomeni con l’attenzione al dettaglio con cui si scatta a un petalo di margherita o a una zampa d’insetto.

Per Leonardo Bianchi i protagonisti della recente storia d’Italia non sono (o non sono tanto) i Berlusconi, i Grillo, i Renzi, ma i “capipopolo”, reali, virtuali o autodichiaratisi tali, che sprizzano fuori dall’anonimato, conquistano un seguito – sulla stampa ma molto più spesso in rete e sui social -, finché le luci della ribalta li abbandonano ripiombandoli nella loro grama quotidianità per illuminare un altro capopopolo.

I movimenti che Bianchi descrive e racconta sono quelli dei Forconi, degli anti-immigrati, dei crociati anti-gender, degli oltranzisti cristiani, dei fanatici del complottismo, degli anti-vaccini, della tolleranza zero vero i rapinatori, delle ronde di vigilantes volontari, dell’antipolitica.

Cosa intendiamo oggi per “umanità”? Un dibattito sulla rivista “Parolechiave”

di Amina Crisma

Come ci ricorda Giacomo Marramao nel saggio introduttivo del nuovo numero (57/2017) di Parolechiave, rivista a lungo diretta da Claudio Pavone e poi da Mariuccia Salvati che dal 1993 è la nuova serie monografica del periodico Problemi del socialismo fondato nel 1958 da Lelio Basso, “la definizione di umanità e di umano è stata da sempre intrinsecamente conflittuale, in quanto ha sempre rappresentato un campo di lotta tra strategie, forze materiali, spinte ideali avverse, un terreno di scontro drammatico e spesso sanguinoso fra pratiche di potere e logiche discriminatorie verso l’esterno (autoctoni e stranieri, “noi” e “gli altri”) come verso l’interno (élite e massa)”.

“L’inumanità e la disumanità sono dunque state sin dalle origini innervate nell’umano come fattori costitutivi del suo significato”, e quindi “non è da oggi che si è prodotto lo sconfinamento tra umano e disumano: quello che a prima vista si presenta come confine è stato in realtà sempre una linea d’ombra lungo la quale venivano attivati tanto i rituali di inclusione quanto i meccanismi di esclusione o reiezione”. Così dunque tanto la soglia umano/disumano, che molte terribili vicende della storia passata e presente si incaricano di illustrare, quanto il transito umano/post-umano prefigurato nel presente e verosimilmente dispiegato in un inquietante futuro, sono entrambi espressioni di una costitutiva e tremenda ambivalenza dell’umano in sé, “capace di fare il male quanto il bene”, come ci rammenta l’Antigone di Sofocle.

Visto a teatro: prima della pensione (ovvero cospiratori, una commedia dell’anima tedesca)

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Prima della pensione è un testo scritto da Bernhard nel 1979, all’epoca dello scandalo che travolse Claus Peyman – il regista di molte delle sue opere teatrali e che portò in scena per la prima volta questo stesso testo – spingendolo alle dimissioni dalla direzione del teatro di Stoccarda. Per avere chiesto un trattamento carcerario meno rigido per uno dei membri del gruppo Baader-Meinhof, venne infatti accusato di essere un simpatizzante del terrorismo. Nelle vesti di accusatore si distinse in particolare un potente politico tedesco, di cui, in quello stesso periodo, si venne a sapere che era stato un fedele servitore di Hitler, svolgendo fino all’ultimo le sue funzioni di giudice militare.

Un giudice è il protagonista del testo. Rudolf Holler amministra la giustizia nel tribunale cittadino, di cui è uno degli esponenti di maggiore rilievo. È un vecchio, ormai prossimo alla pensione. In gioventù era stato un membro delle SS ed un convinto sostenitore del nazismo. Dopo la guerra furono sufficienti alcuni anni ai margini, in un paese desideroso di dimenticare il passato, per essere riabilitato e tornare al centro della vita sociale. Ma l’adesione di facciata ai valori della nuova democrazia e il servizio prestato nelle sue istituzioni, nasconde una assoluta continuità con gli ideali politici giovanili.

Con la sua prosa feroce e vorticosa Bernhard intende evidenziare alcune oscure costanti dell’anima tedesca. Nella sua prospettiva il nazismo non è che una particolare manifestazione di tratti che continuano ad essere ben presenti nel popolo tedesco e che hanno la loro origine nella ristrettezza e meschinità dei valori piccolo borghesi (il nazionalismo, il conformismo, lo spirito di sottomissione, l’ipocrisia propria del cattolicesimo più retrivo; quell’insieme di valori che il giovanissimo Bernhard imparò ad odiare ferocemente negli anni che fu costretto a passare in un collegio di Salisburgo, che era stato un convitto nazionalsocialista; anni raccontati negli straordinari volumi della autobiografia).

“Coglione, sei un coglione”, quando Alfredo Reichlin ci dirigeva all’Unità

di Rocco di Blasi

“Coglione, sei solo un coglione”: Alfredo Reichlin era in piedi davanti alla porta della sua stanza. Io ero a 60 metri più in là, appena uscito dall’ascensore. Il lunedì mattina, a Roma, era sacro perché c’era la “riunione grande”, quella che impostava idee per tutta la settimana. E così il c’erano sempre tutti i “santoni” del giornale, notisti politici e parlamentari come Giorgio Frasca Polara, Candiano Falaschi, Fausto Ibba, Enzo Roggi, una bella signora molto colta come Letizia Paolozzi; l’amabile Ugo Baduel, che tante ne aveva viste e tutto riusciva a sdrammatizzare.

Un gruppo di giovani molto valenti

E poi tutti i condirettori e redattori capo e un manipolo di giovani che lo stesso Reichlin aveva chiamato a raccolta. Valorizzato e messo in concorrenza tra loro: Caldarola, Cingolani, Adornato, Sansonetti, Capranica, Sergi, Cavallini, io stesso e tanti altri. Ma il coglione, quella mattina, ero io e me lo gridava nel corridoio davanti a tutti. Un’offesa bruciante.

Una voce dai toni inimitabili

Che avevo fatto? Qui dovreste sentirlo, perché la voce di Reichlin è unica (anche se non inimitabile, visto che abbiamo passato una vita a imitarlo. Sansonetti è quello che ci riesce meglio). La voce di Reichlin incazzato è ancora più esclusiva. “Sei stato a un convegno, hanno applaudito Ingrao per cinque minuti e tu non te ne sei nemmeno accorto. Neanche una riga. Ne-an-che u-na ri-ga co-glio-ne!”.

Il convegno era dei giovani comunisti. Che dei ragazzi applaudissero Ingrao per me era “naturale”. Probabilmente, in quel caso, avevo ragione io, ma passai una settimana da coglione. Anzi da co-glio-ne.

Educazione, teoria e maestri: una mappa di resistenza pratica

a-sinistra-pugno

di Luca Mozzachiodi

Come si fa quando l’evoluzione materiale della società, nel suo complesso, pare sopravanzare le nostre capacità di previsione? Abbiamo in fondo degli strumenti aggiornati per proporre pratiche politiche e sociali attente alla totalità e efficaci? Queste domande si impongono, o più realisticamente e tristemente, si dovrebbero imporre alla mente di chiunque tenti di svolgere la sua azione politica in quel campo variegato di posizioni che impropriamente diciamo sinistra, ma massimamente a chi, giovane, è cresciuto e si è formato in un tempo in cui i processi di acculturazione, anche quelli che ci riguardano personalmente, sono saldamente nelle mani degli avversari.

Da qui il problema fondamentale dell’educazione che per quel che ci riguarda non può che essere una, magari inconsapevole, battaglia contro l’attuale assetto di forze ideologiche e politiche. Come si formano politici di classe anziché una classe di politici? Ammesso e tutt’altro che concesso che tale classe esista, ma qui parliamo di categorie dell’immaginario culturale. Compiere una simile operazione significa rimettere la politica con i piedi per terra e la testa in alto.

Certo si dirà che abbiamo le nostre analisi, che la ragione è dalla nostra parte e che le elaborazioni non mancano ed è così, tuttavia troppo spesso ci dimentichiamo che dovremmo essere noi dalla parte della ragione perché sia un reale motivo di forza, dato che le possibilità sono nelle situazioni e non negli individui.