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Cosa sta succedendo a Podemos?

Podemos

di Elias Deliolanes

In Spagna Podemos, il principale partito emerso dal movimento degli Indignados, versa in uno stato di difficoltà dovuto alla rottura tra le due principali correnti interne, quella di Pablo Iglesias e quella di Íñigo Errejón. Ne parliamo con Victor Valdesco militante della prima ora di Podemos.

Íñigo Errejón ha destato stupore quando, con l’aprirsi del nuovo anno, ha annunciato la sua candidatura per le elezioni della Comunidad de Madrid non in Podemos, ma nella nuova piattaforma Más Madrid, fondata dalla popolarissima sindaca uscente Manuela Carmena. Errejón infatti era considerato tra le figure più importanti di Podemos, secondo solo a Pablo Iglesias.

Per capire cosa abbia portato a questa decisione, abbiamo sentito Victor Valdesco, militante del partito. “Potremmo parlare di un primo fenomeno che ha a che vedere con la stessa struttura del partito che ha toccato il fondo – spiega Valdesco ai nostri microfoni – Dagli inizi nel 2014 ad oggi il partito si è costruito secondo presupposti di una macchina da guerra elettorale in modo da avere per unico obiettivo vincere le elezioni per poi trasformare istituzionalmente la realtà spagnola”.

Podemos verso la scissione, la destra gioisce

di Steven Forti, ricercatore presso l’Instituto de História Contemporânea dell’Universidade Nova de Lisboa e professore presso l’Universitat Autònoma de Barcelona – @StevenForti

Podemos è sul punto di spaccarsi. O quasi. Proprio a cinque anni dalla fondazione del partito che ha rivoluzionato la sinistra in Spagna. Era la metà di gennaio del 2014 quando nel teatro del Barrio di Lavapiés si lanciava il manifesto Mover ficha. Alle Europee del maggio successivo Podemos otteneva oltre un milione di voti e mandava a Bruxelles cinque deputati. La politica spagnola cambiava di colpo, il bipartitismo scricchiolava e la speranza di un cambiamento con la vittoria delle sinistre era reale in quei mesi.

Poi venivano le comunali del maggio 2015 con la conquista delle grandi città, le elezioni generali del successivo mese di dicembre, la ripetizione dell’estate 2016… Podemos otteneva oltre cinque milioni di voti. Molti, anche se le speranze erano maggiori. Infine, l’arrivo del socialista Pedro Sánchez al governo, dopo la mozione di sfiducia a Rajoy dello scorso mese di giugno, e il ruolo cruciale di Podemos in tutta l’operazione, con un occhio rivolto a Lisbona.

Ecco Razem, la Podemos polacca

di Giacomo Russo Spena

Se ne parla poco, troppo poco. Eppure Razem rappresenta un’esperienza interessante, innovativa e moderna. Qualcuno l’ha ribattezzata la “Podemos polacca” per le sperimentizioni politiche e teoriche messe in atto. Una forza da studiare per l’organizzazione interna, le battaglie intraprese e la contaminazione coi movimenti sociali e femministi. Senza nessun richiamo al passato né alla sinistra classica. Messo in soffitta il rosso, il colore prescelto è il viola. Ad oggi è un partito ancora piccolo – i sondaggi lo danno al 5 per cento – ma i margini di crescita sono immensi. Si ipotizza che in prospettiva possa rappresentare l’alternativa mancante al governo autoritario di Jarosław Kaczyński.

In polacco Razem significa Insieme ed è stato fondato nel 2015, poco prima del voto, da un gruppo di attivisti sociali – a cui si aggregano subito i ‘Giovani socialisti’ e alcuni militanti dei Verdi – che si scagliano sia contro l’establishment che contro quella sinistra radicale incapace di rappresentare le istanze di cambiamento. Si critica un Sistema oligarchico e diseguale, invocando la nascita di un soggetto nuovo che ridia speranza alla gente ormai disillusa.

Alle elezioni del 2015, vinte dal partito conservatore Diritto e Giustizia, Razem ottiene in pochi mesi, senza soldi per la campagna elettorale né copertura mediatica, il 3,6 per cento pari a 600mila voti. Un primo passo, seppur non riesce ad entrare in parlamento.

Martins, Mélenchon e Iglesias: per una rivoluzione democratica in Europa

di Catarina Martins (Bloco de Esquerda), Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise) e Pablo Iglesias (Podemos), traduzione italiana da ilcorsaro.info

L’Europa non è mai stata ricca come ora. E non è mai stata così diseguale. A dieci anni dallo scoppio di una crisi finanziaria che i nostri popoli non avrebbero mai dovuto pagare, oggi constatiamo che i governanti europei hanno condannato i nostri popoli a perdere un decennio.

L’applicazione dogmatica, irrazionale e inefficace delle politiche di austerità non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi strutturali che causarono quella crisi. Al contrario, ha generato un’enorme inutile sofferenza per i nostri popoli. Con la scusa della crisi e dei loro piani di aggiustamento, hanno preteso di smantellare i sistemi di diritti e protezione sociale conquistati in decenni di lotte.

Hanno condannato generazioni di giovani all’emigrazione, alla disoccupazione, alla precarietà, alla povertà. Hanno colpito con particolare crudezza i più vulnerabili, quelli che più hanno bisogno della politica e dello stato. Hanno preteso di abituarci al fatto che ogni elezione diventi un plebiscito tra lo status quo neoliberista e la minaccia dell’estrema destra.

Sinistra unita: egemonia della società civile o di Bersani, D’Alema, Fratoianni, eccetera?

di Giacomo Russo Spena

“Va costruita una via italiana per una nuova sinistra che abbia come pilastro il protagonismo dei cittadini”. I modelli da seguire? “Corbyn e Podemos sono le due esperienze che guardo con maggiore interesse”. Anna Falcone, avvocato cassazionista e combattiva leader dell’Alleanza per la democrazia e l’uguaglianza, sta provando insieme a Tomaso Montanari a creare per le prossime politiche del 2018 una lista unitaria di sinistra, ma con facce e schemi rinnovati: “Gli italiani non sopporterebbero nessuna riedizione di film già visti, la chiave del cambiamento sta nella partecipazione”.

Anna Falcone, il momento è veramente ora? Esiste lo spazio politico per un soggetto a sinistra del Pd?

Il momento era buono già dopo la vittoria del 4 dicembre. Ma non è troppo tardi, siamo ancora in tempo: con il voto referendario – che ha rispedito al mittente la riforma costituzionale ispirata al modello dell'”uomo solo al comando” – è maturata nel Paese la consapevolezza che esiste un’alternativa possibile a quelle politiche neoliberiste di precarizzazione del lavoro, mercificazione dei diritti e cancellazione dello Stato sociale che hanno attraversato gli ultimi governi. E c’è un popolo vastissimo pronto a sostenere una forza politica che se ne faccia interprete. A condizione di segnare una netta rottura con il passato, di ridare protagonismo alla partecipazione dei cittadini, di rivendicare senza compromessi i diritti che ci sono stati tolti per costruire una società più giusta, inclusiva e realmente fondata sul riconoscimento dei talenti e sulla solidarietà sociale.

Lo scorso 18 giugno, al Teatro Brancaccio di Roma, è nata l'”Alleanza per la democrazia e l’uguaglianza”, un nuovo soggetto che mira a rilanciare la Sinistra nel Paese attraverso il protagonismo dei cittadini. A quasi 4 mesi da quell’esordio, qual è la situazione?

Assemblea costituente catalana: verso un nuovo partito di sinistra

di Nora Inwinkl [*]

Sì è tenuta ad aprile l’assemblea fondativa di un nuovo soggetto politico catalano che si vuole costituire come nuovo partito di sinistra di confluenza delle differenti realtà presenti sul territorio e da troppo tempo frammentate. Il nome si deciderà nei prossimi mesi, il lavoro fatto in questi mesi è stato quello di costruire l’ideario politico in forma partecipativa nel rispetto delle numerose sensibilità presenti. A partecipare alla giornata sono state circa 1500 persone, sebbene il partito nasca con 9.279 persone registrate di cui 5.540 hanno partecipato alla votazione elettronica per per eleggere il gruppo di coordinamento che dovrà guidare il partito in questa fase di transizione.

Il punto di partenza è chiaro a tutti i presenti: bisogna essere uniti, perché insieme si moltiplicano le cose che si possono fare, gli obiettivi che bisogna raggiungere. Un concetto questo che viene ribadito più volte, spesso anche gridato in coro: “U-NI-TAT”. Basta con la frammentazione della sinistra, che non fa altro che lasciare spazio alle destre e agli interessi forti, è giunto il momento di costruire un partito politico unitario che contrasti le egemonie dominanti neoliberiste, patriarcali ed escludenti. Sono passati quasi due anni da quando, nel giugno del 2015, la piattaforma Guanyem Barcelona si aggiudica il Comune di Barcellona, una vittoria per molti impensabile e che ha visto diventare sindaca Ada Colau, donna proveniente dall’esperienza del movimento per la casa (Pah – Plataforma d’Afectats per la Hipoteca). In breve tempo, Guanyem Barcelona ha cambiato il nome in Barcelona en Comú e Ada Colau ha guidato e continua a guidare un governo che, come dichiara il Vice-Sindaco Gerardo Pisarello, “è un governo femminista, popolare, repubblicano e dei cittadini”.

Oltre il municipalismo: la sfida all’Europa dell’alcaldessa Ada Colau

di Steven Forti

Il 24 maggio del 2015 in diverse città spagnole delle liste civiche nate dal basso vincono le elezioni comunali. A Madrid, Barcellona, Saragozza, Cadice, Pamplona, Santiago de Compostela, La Coruña, Badalona i cittadini entrano per davvero nelle istituzioni con progetti di rottura rispetto al passato. Esperienze diverse in contesti urbani diversi. Grandi metropoli e piccoli capoluoghi di provincia. Ma con un punto in comune: cambiare la Spagna e chiudere con i quarant’anni di bipartitismo PP-PSOE, partendo dalla partecipazione della cittadinanza e dallo strettissimo legame con i movimenti sociali presenti sul territorio. Sono passati quasi due anni da quel giorno e la scommessa neomunicipalista, che ha ottenuto importanti risultati nelle città in cui governa, guarda già oltre il municipalismo.

Il neomunicipalismo è figlio del movimento del 15M, gli Indignados, che hanno invaso le piazze spagnole nel maggio del 2011. La reazione alla grande crisi, che stava distruggendo, con le contro-riforme del governo Zapatero e poi del governo Rajoy, il fragile Welfare state spagnolo, è stata imponente e ha permesso la politicizzazione di una nuova generazione che negli anni della bolla immobiliare viveva per lo più nell’apatia politica. Il triennio 2011-2013 è stato quello delle grandi manifestazioni, delle Mareas in difesa della sanità e dell’educazione pubblica, del radicamento degli Indignados nei quartieri delle città, della lotta contro gli sfratti portata avanti dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca (Pah), di cui Ada Colau, attuale sindaca di Barcellona, era la portavoce. La disoccupazione aveva toccato i drammatici record greci (27%), le famiglie che avevano perso la casa erano oltre 500mila, i giovani che emigravano circa 100mila l’anno. Il sistema spagnolo, nato con la transizione dalla dittatura franchista alla democrazia, era entrato in cortocircuito: non si trattava solo di una crisi economica e delle sue tragiche conseguenze sulla popolazione, ma di una crisi sociale, politica, istituzionale, territoriale e culturale.

Riflettere sulla sinistra: un’Europa spaventata, un po’ con l’acqua alla gola

di Rossana Rossanda

La curiosità non invecchia mai. È vero. Ci penso quando, tornando dall’Assemblea Cittadina di Podemos che ha visto Iglesias trionfare, arrivo a Parigi per chiacchierarne con Rossana Rossanda. Mi accoglie nella sua casa, vuole sapere dei risultati, ha mille domande su tutto, sui militanti, sulle modalità con cui si è svolto quello che lei si ostina a chiamare congresso, sulle sensibilità che si sono confrontate. Per Rossanda «è importante che ci sia un Podemos agguerrito e pronto allo scontro politico». In poche battute riassume quello che vede intorno in Europa.

Inizia dalla Francia, dove è nel vivo la campagna per le presidenziali. «Su Marine Le Pen mantengo un dubbio, perché in Francia ci sono stati 30 anni di pregiudiziale antifascista e non penso possa dissolversi di colpo, annullarsi con un voto così a destra». Senza mezzi termini aggiunge: «Fillon è travolto dagli scandali e quindi politicamente morto. Hamon sono gli stessi socialisti a non volerlo. Peccato perché la sua proposta di reddito di cittadinanza mi sembra molto buona. Proprio Mélenchon, del Fronte de gauche, gli fa la guerra, rifiutando l’idea di una maggioranza composita».

Un rifiuto che a lei che vive qui, che segue il dibattito, sembra solo un gran pasticcio. «E poi c’è Macron, l’outsider che il partito socialista ha lanciato. Non certo come socialista, ma come uomo dell’Unione europea».

Che c’è da imparare dall’esperienza di Ada Colau?

Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona

Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona

di Valerio Romitelli

A proposito del libro appena pubblicato di Steven Forti e Giacomo Russo Spena, Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona (con un’intervista a Luigi De Magistris), Edizioni Alegre, Roma, 2016, 176 pagine.

Barcellona capitale spagnola, meglio europea e forse anche mondiale del “nuovo municipalismo”? Ossia di quei governi cittadini che non solo si adoperano nel contrastare le politiche neoliberali dell’austerità, ma si pongono anche in prima fila nell’accoglimento di rifugiati e stranieri? Sono queste tra le più importanti domande che si pone l’agile, ma rigoroso e documentatissimo libro Ada Colau, la città in comune.

Da occupante di case a sindaca di Barcellona – con un’intervista a Luigi De Magistris (Edizioni Alegre, Roma, 2016) di Steven Forti e Giacomo Russo Spena: il primo, oltre che storico e giornalista di professione, testimone diretto del tema trattato, vivendo da anni a Barcellona; il secondo, oltre che firma de Micromega, già autore di libri riguardanti le più recenti novità in campo politico, come i “casi” Tsipras e Podemos.

I

“Da occupante di case a sindaca di Barcellona”: sottotitola questo libretto ed è proprio questa la vicenda di cui si tratta. La quarantaduenne Ada Colau è in effetti la protagonista di questa bella storia, quasi da favola, che l’ha portata da giovane di origini popolari, a indomita militante contro gli sgomberi delle case, già a partire dal lontano 2006, fino a conquistare nove anni dopo, nel giugno 2015, la massima carica di prima cittadina, e ora addirittura salutata a volte dalla gente come la “regina” (p.27) ed con un audience da star nel video in cui canta una canzone di propaganda da lei stessa inventata (p.67).

Zygmunt Bauman: “È il carnevale della democrazia”

Zygmunt Bauman

di Alessandro Gilioli

Zygmunt Bauman, il grande sociologo teorico della “società liquida”, di recente ha riservato molte riflessioni a Internet, in particolare ai social media accusati di creare l’illusione di una rete affettiva in realtà inesistente. Parte quindi da questi temi la conversazione de “l’Espresso” con Bauman (al Future Forum organizzato dalla Camera di Commercio di Udine) per allargarsi però all’attualità politica, dai cosiddetti “partiti antisistema” europei alle primarie americane.

Professor Bauman, la sua è una critica esistenzialista alla Rete?

«Internet rende possibili cose che prima erano impossibili. Potenzialmente, dà a tutti un comodo accesso a una sterminata quantità di informazioni: oggi abbiamo il mondo a portata di un dito. In più la Rete permette a chiunque di pubblicare un suo pensiero senza chiedere il permesso a nessuno: ciascuno è editore di se stesso, una cosa impensabile fino a pochi anni fa. Ma tutto questo – la facilità, la rapidità, la disintermediazione – porta con sé anche dei problemi. Ad esempio, quando lei esce di casa e si trova per strada, in un bar o su un autobus, interagisce volente o nolente con le persone più diverse, quelle che le piacciono e quelle che non le piacciono, quelle che la pensano come lei e quelle che la pensano in modo diverso: non può evitare il contatto e la contaminazione, è esposto alla necessità di affrontare la complessità del mondo. La complessità spesso non e un’esperienza piacevole e costringe a uno sforzo. Internet è il contrario: ti permette di non vedere e non incontrare chiunque sia diverso da te. Ecco perché la Rete è allo stesso tempo una medicina contro la solitudine – ci si sente connessi con il mondo – e un luogo di “confortevole solitudine”, dove ciascuno è chiuso nel suo network da cui può escludere chi è diverso ed eliminare tutto ciò che è meno piacevole».