Salviamo Pisa dal ritorno delle bancarelle sotto la torre

di Salvatore Settis

C’era una volta la legalità. Una caterva di norme, dalla Costituzione al Codice dei Beni culturali, dai regolamenti applicativi alle circolari ministeriali, prescrivono in modo non equivoco che le aree monumentali più preziose non possono essere deturpate da mercatini, bancarelle e altre presenze improprie, che disturbano la visione e la dignità dei monumenti. Come se non bastasse, a Pisa il bollino Unesco, ovviamente tributato alla celeberrima Piazza dei Miracoli, impone un sovrappiù di attenzione a queste cose, anche perché la Torre pendente è diventata uno dei simboli-chiave dell’Italia, sorpassando in popolarità in molti Paesi (a cominciare dagli Stati Uniti) perfino il Colosseo.

Eppure il sindaco leghista di Pisa, avendolo a quel che pare promesso in campagna elettorale, vuole riportare sulla Piazza la sterminata schiera di bancarelle che fortunatamente ne era stata allontanata pochi anni fa, restituendo la Piazza alla sua dignità e alla sua storia.

Della vicenda ha ben scritto in queste pagine Tomaso Montanari (26 novembre 2018). Un appello contro il ritorno delle bancarelle sotto ogni forma, lanciato dalla giornalista Valeria Caldelli, ha raccolto in pochi giorni 2.200 firme, di pisani e non, e di ogni possibile orientamento politico: un sintomo di civiltà che di questi tempi non può passare inosservato. “Nessuno sentiva la mancanza delle migliaia di piccole torri pendenti di plastica”, scriveva Montanari, ed è ridicolo sostenere che tale paccottiglia, di solito made in China, rappresenti l’artigianato tradizionale, come ha dichiarato un assessore in vena di scherzare.
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Le idee della Lega per Pisa: “Acquedotto fatto a pezzi e paccottiglia sotto la Torre”

di Tomaso Montanari

Il patrimonio culturale al tempo del governo della Lega: a Pisa, per esempio. Se questo fosse il titolo di un tema, lo svolgimento potrebbe essere fulmineo e fulminante: “Uno scempio”. Salvatore Settis, che della Scuola Normale Superiore di Pisa è stato a lungo direttore, è stato lapidario: “A quel che pare, brutalità e arroganza sono ingredienti alla moda nel nuovo clima politico. E perché mai, se così è, l’amministrazione comunale di Pisa dovrebbe fare eccezione?”.

E infatti nessuna eccezione, come dimostra l’episodio che ha meritato l’indignazione di Settis. Il nuovo sindaco di Pisa, Michele Conti, aveva scritto nel programma che, in caso di elezione, avrebbe demolito tre arcate dell’Acquedotto Mediceo per risparmiare un sottopasso alla nuova tangenziale: “È assurdo realizzare un taglio nel territorio lungo circa 250 metri per sottopassarlo; demolendo tre arcate, con quanto si risparmierebbe se ne potrebbero ricostruire almeno 10 di quelle ora mancanti e consolidare il resto oggi dissestato”.

Chissà, in effetti, perché nessuno ha mai pensato a questo geniale bricolage dei monumenti: demolendo, che so, qualche decina di case di Pompei si potrebbero risparmiare i soldi della manutenzione, e con quelli scavarne altre. E perché non abbattere un’ala del Palazzo Ducale a Venezia, per tirar su una moderna stazione marittima per le Grandi Navi? Sai quanti soldi per manutenere i canali! Siamo in effetti a questo livello: perché l’acquedotto voluto dal granduca Ferdinando I di Toscana è, a tutti gli effetti, un monumento, e dunque è come un corpo vivo, che non può essere fatto a fette a piacere, abbattuto e riassemblato come se fosse un plastico di Porta a Porta.
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Crollo in Toscana: “La sinistra ha perso la sua tradizione storica e culturale”

di Radio Popolare

I risultati dei ballottaggi che si sono svolti ieri a due settimane dal primo turno hanno confermato una tendenza già emersa negli ultimi anni: la Toscana, regione storicamente rossa, ha subito un importante crollo del centrosinistra a favore del centrodestra che, risultati alla mano, ha vinto in roccaforti come Pisa, Massa e Siena.

Abbiamo intervistato Antonio Floridia, direttore dell’Osservatorio elettorale e del settore “Politiche per la partecipazione” della Regione Toscana, nonché docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze e in passato anche presidente della Società Italiana di Studi Elettorali.

Da dove arrivano tutti questi voti al centrodestra?

Intanto bisognerebbe cominciare a dire che la fine della Toscana rossa non è un fulmine a ciel sereno, non è accaduto né il 4 marzo né tantomeno ieri. È un processo che va avanti da alcuni anni. Tanto per darvi qualche dato elaborato in queste ore, in Toscana ci sono 54 comuni con popolazione superiore ai 15mila abitanti. Nel ciclo elettorale 2010-2014, in 50 su questi 54 comuni c’erano giunte di centrosinistra.

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Le conseguenze dell’amianto nella valle del diavolo in Toscana

di Marco Amerighi

Nell’inverno del 2011 ricevetti la telefonata di L., un amico che non vedevo da un po’. “Devo darti due notizie: una buona e una cattiva”, mi disse. La buona era che aspettava un figlio. La cattiva che al padre di sua moglie – operaio di 62 anni nella centrale geotermica di Larderello, in provincia di Pisa – era stato riscontrato un mesotelioma pleurico da amianto. Tradotto in termini più comprensibili: nei successivi nove mesi, il mio amico avrebbe visto nascere il primo figlio e morire di tumore il suocero.

All’epoca avevo rinunciato alla carriera accademica e mi ero trasferito a Torino, dove sbarcavo il lunario facendo il dog-sitter e la maschera in un teatro, in attesa di capire cosa combinare nella mia vita. Quando in quella mattina del 2011 il mio amico smise di parlare, capii che dovevo girare un documentario su sua moglie e suo padre. Avevo già il titolo: Nella valle del diavolo.

“Pensi che me lo lascerebbero fare?”, gli chiesi. Lui prese tempo: il progetto gli piaceva, ma la famiglia era scossa e la situazione delicata. “Dammi qualche giorno e ti faccio sapere, ok?”. Non girai nessun documentario. Poche settimane dopo quella telefonata, la moglie del mio amico perse il figlio e si chiuse al mondo in attesa del secondo lutto. E io abbandonai l’ennesimo progetto della mia vita.
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Come stanno i “nostri” beni culturali di proprietà privata? Andate a vedere Palazzo Boyl a Pisa

Stato dei beni culturali a Pisa
Stato dei beni culturali a Pisa
di Lorenzo Carletti

La scorsa estate “La Nazione” ha lanciato una campagna stampa provocatoria per la chiusura (e quindi la privatizzazione) dei due musei nazionali lucchesi, Palazzo Mansi e Villa Guinigi, perché i visitatori sarebbero troppo pochi, numeri inferiori addirittura ai clienti di qualsiasi pizzeria. Il paragone tra musei e pizzerie è estremamente significativo ed è stato analizzato da un puntuale intervento del Soprintendente di Lucca assieme alla direttrice di quei musei (G. Stolfi – A. d’Aniello, Musei come pizzerie, ossia del patrimonio culturale come merce, in L. Carletti – C. Giometti, De-tutela, Pisa 2014, pp. 130-134).

Da oltre trent’anni tutti invocano il privato per la salvaguardia del nostro patrimonio culturale, che nel frattempo viene abbandonato e svenduto. Case, palazzi, castelli, caserme, il patrimonio immobiliare dello Stato viene dismesso da ogni legge finanziaria o di stabilità, offerto a prezzi stracciati a singoli o imprese italiane o estere; di recente è stata messa all’asta l’isola di Poveglia nella Laguna di Venezia, ma anche uno dei più importanti palazzi medicei fiorentini e un castello medievale nel viterbese e alcune ville storiche a Monza e a Ercolano (T. Montanari, Istruzioni per l’uso del futuro, Roma 2014; S. Settis, Se Venezia muore, Torino 2014).
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Pisa, municipio dei beni comuni

Speculazioni a Pisa, da oggi il municipio dei beni comuni è sotto sequestro

di Lorenzo Carletti

Nella città del presidente del consiglio da ieri non si parla né di governo né di minacciate dimissioni dei parlamentari Pdl: il tema del giorno è lo sfratto dell’ex Colorificio. Perché infinela sentenza è arrivata e, dopo l’intervento accorato di Paolo Maddalena (ex vicepresidente della Corte
Costituzionale) e di Stefano Rodotà, nessuno si aspettava che fosse così dura: il tribunale di Pisa ha disposto il sequestro immediato dell’ex Colorificio, occupato 11 mesi fa dalla cittadinanza con l’obiettivo di toglierlo dal degrado e restituire a un’ampia zona della città – abbandonata da 8 anni – la sua funzione di “area produttiva e di servizi” contro l’ennesimo progetto speculativo.

L’area, infatti, si trova a pochissima distanza dalla torre pendente e proprio qui aveva deciso d’insediarsi la variegata comunità del progetto Rebeldìa, ribattezzatasi Municipio dei Beni Comuni perché divenuta sempre più ampia. Il progetto Rebeldìa affonda le sue radici nel 2003, nell’occupazione di alcuni locali abbandonati e poi di altri ancora, dati in concessione temporanea dall’Università di Pisa. Qualcuno ha detto che, come un novello Re Mida, qualsiasi cosa Rebeldía tocchi questa si trasforma in oro, difatti l’Università ha recuperato quegli spazi e ne ha
fatto dei poli didattici.

Nel 2006 si era comunque giunti a un accordo con Università, Comune, Provincia e Diritto allo Studio, ottenendo in concessione gli ex depositi CPT vicino alla Stazione centrale. Quartiere difficile, ma qui Rebeldía è letteralmente esploso: la rete si è allargata fino a oltre 30 associazioni, sono nati un cinema e una biblioteca permanenti, la più grande palestra di arrampicata indoor della regione, una scuola d’italiano per migranti ove circolavano centinaia di studenti, un punto distribuzione dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) e tanto altro ancora. Un mondo in espansione, variegato e riconosciuto da migliaia di cittadini.
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