Matera 2019: se la città dimentica la lezione di Pier Paolo Pasolini

di Michele Fumagallo È opinione di alcuni (anche la mia) che Pier Paolo Pasolini, inteso naturalmente come tutto ciò che ruota attorno al suo film “Il Vangelo secondo Matteo” con la preponderante location materana, abbia avuto un ruolo fondamentale nel convincere i giurati europei della bontà della loro scelta di Matera come capitale europea della […]

Pasolini, Salvini e il neofascismo come merce

di Wu Ming 1

“Nel futuro la storia c’è ancora, e la storia è confusione; benché sia assurdo pensarci, nel futuro immediato ci può essere sempre qualcosa di imponderabile che può togliere ai fascisti quel successo che tutti prevedono ed essi tracotanti si aspettano”. Così scrive Pier Paolo Pasolini nell’appunto 64 del romanzo incompiuto Petrolio.

Stralciato dal testo e letto oggi, sembra un invito a non arrendersi, a non darsi per vinti di fronte all’avanzare dell’ondata reazionaria, xenofoba, razzista e quant’altro. In quell’abbozzo di capitolo, invece, si parla di tutt’altro: un rimpasto dentro l’Eni. Il protagonista del romanzo, funzionario dell’ente in quota “area cattolica di sinistra”, rischia di essere scalzato da “un uomo decisamente di destra, proposto (anzi, quasi imposto!) da Almirante”, ma riesce a conservare l’incarico spingendosi a destra egli stesso.

È solo uno dei molti possibili esempi di come estrapolare frasi di Pasolini e cercare di adattarle al presente possa generare ogni sorta di equivoci.

Il tormentone del “Caro Alberto”

Durante la lunga campagna per le scorse elezioni politiche, segnate da due fatti di sangue a chiaro movente razzista (a Macerata il 3 febbraio e a Firenze il 5 marzo), circolava un meme. Partito da circuiti di destra, ben presto è dilagato sui social network, in differenti versioni ma sempre con lo stesso schema e messaggio. Una foto di Pasolini era accompagnata da questa citazione:
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Teatro: ecco “Porcile”, il Pasolini “popolare” di Valerio Binasco

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

La messa in scena di Valerio Binasco si inserisce all’interno del rinnovato interesse per l’opera di Pasolini, in occasione del quarantesimo anniversario della sua tragica e violenta morte, avvenuta all’Idroscalo di Ostia, nella notte tra il 1° e 2 novembre del 1975. Lo spettacolo ha infatti visto il suo debutto in occasione del Festival di Spoleto, nell’estate del 2015.

Porcile è un dramma in versi, articolato in undici episodi, scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1967. Da questo testo è stato tratto, nel 1969, l’omonimo film. Porcile, al pari delle altre opere teatrali scritte da Pasolini, è un cupo e desolato ritratto della borghesia capitalistica, mostrata nelle sue corruzioni morali e politiche e nel suo incessante trasformismo.

La storia si svolge in Germania, nell’estate del 1967, e si sviluppa su due piani. Il primo è incentrato sui tormenti interiori del venticinquenne Julien, il rampollo di una ricca famiglia di industriali, nel passato compromessa con il nazismo. Vive in una inspiegabile apatia ed accidia, è un figlio né obbediente, né rivoluzionario. Non si identifica nel mondo e nei valori dei genitori, ma non riesce a sentirsi coinvolto dai movimenti di contestazione dei giovani borghesi come lui (una forma diversa di conformismo).

Respinge il corteggiamene della giovanissima Ida, che lo invita inutilmente a partecipare alla marcia per la pace che si terrà a Berlino. Gli parla di un segreto inconfessabile (“Perché se tu mi vedessi un solo istante come sono in realtà / scapperesti terrorizzata a chiamare un dottore / se non addirittura un’ambulanza”). Gli dice che è innamorato, ma non di lei. Che mai l’oggetto di una passione amorosa è stato così infimo, e che quindi è costretto a viverla nel segreto. Che attraverso gli atti di questo amore segreto riesce ad immergersi con gioia e naturalezza nella vita, andando oltre ogni costrizione sociale o politica. Questa scintilla di vita pura Julian la trova nell’amore e nel sesso con i maiali del porcile paterno.
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L’inferno del potere: ecco il racconto che se ne fa in Calderón di Pasolini

Calderón di Pier Paolo Pasolini
Calderón di Pier Paolo Pasolini

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Sono al limite dell’irrappresentabile i drammi di Pasolini. Portarli in teatro richiede coraggio; in questo caso ci pare quasi una sfida al pubblico degli abbonati alla stagione di prosa: 140 minuti senza intervallo, molti dei quali di monologhi pervasi di ideologia sulla natura del potere della borghesia e sui suoi trasformismi.

Il dramma in versi Calderón è l’unico dei testi teatrali di Pier Paolo Pasolini ad essere stato pubblicato prima della sua prematura scomparsa (dall’editore Garzanti, nel 1973, sulla base della revisione di una prima versione del 1967). Pasolini abbandonò infatti l’idea di un volume dedicato alla sua intera produzione per il teatro, ritenendo che gli altri testi avessero ancora la necessità di una revisione formale per essere leggibili. Del Calderón disse invece di ritenerlo “una delle [sue] più sicure riuscite formali”.

La sua prima e più celebre rappresentazione ebbe luogo nel 1978, al Teatro Metastasio di Prato, per la regia di Cesare Ronconi (che fece recitare gli attori nella platea, svuotata dalle poltrone, e sistemare il pubblico sui palchi). Tra gli spettatori, l’allora giovanissimo Federico Tiezzi, che ora, a distanza di quasi quarant’anni, firma questa nuova importante e riuscita messa in scena.
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Pasolini, Gennariello e la rivoluzione: interpretare Petrolio / 4

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini
di Francesco De Maio

(Prima, seconda e terza parte). Adesso possiamo dire qual è il terzo strumento che Pasolini usa per completare la sua forma. Il terzo strumento è il «SEGNO GRAFICO» che il lettore deve apporre al manoscritto dell’autore. Per comprendere, in questo caso particolare, (ce ne sono altri) come e dove si deve usare questo strumento, dobbiamo ricorrere nuovamente allo schema, ma, questa volta, tracciando tutti i collegamenti fra i duplicati numerici degli appunti. Come faccio di seguito nel terzo schema.

Questo «SEGNO GRAFICO», attuato manualmente dal lettore sul manoscritto di Pasolini, è approssimativamente il seguente:

«III VII».
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Pasolini, Gennariello e la rivoluzione: interpretare Petrolio / 3

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini
di Francesco De Maio

(Prima e seconda parte). Siccome io, pur ascoltando, non seguo quasi mai i consigli, soprattutto quando si basano su osservazioni prive di stile, vorrei rovinare completamente la mia reputazione aggiungendo alle osservazioni precedenti, che ho definito apparentemente razionali, un’altra osservazione apparentemente irrazionale. Un’osservazione, che se non avessi deciso di non essere nuovamente ironico, definirei quella di una mente malata, ossessivamente e inesorabilmente assuefatta al gioco del lotto. L’osservazione è la seguente.

Gli appunti in questione sono all’interno di uno spazio numerico (14) compreso fra l’Appunto 55 – «Il pratone della Casilina» – con significato di «MUSICA» e i due Appunti numero 70 – «Chiacchiere notturne al Colosseo» e «Chiacchiere al Colos-seo (seguito)» – che ha come significato cabalistico (prendendo sempre il significato dalla smorfia “classica”, quindi, austeramente, con un solo significato per numero) «’O PALAZZO», cioè «IL PALAZZO».

Ricapitolando, oltre ad avere, in tutta la struttura, i numeri del Pratone, di Gennariello e di Patmos, (cioè 5, 7, 14, 20, 55) avremmo anche 70 come PALAZZO, cioè una costruzione architettonica di epoca romana. Dunque avremmo la «MUSICA» (55), ossia la forma perfettamente pura, «pur-puris» (accezione latina di cui potrete trovare la spiegazione nel mio libro), unita al «PALAZZO» (70) come costruzione architettonica. In altre parole: LA COSTRUZIONE ARCHITETTONICA DELLA PURISSIMA FORMA DI PETROLIO.
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Pasolini, Gennariello e la rivoluzione: interpretare Petrolio / 2

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini
di Francesco De Maio

(Prima parte). Ritornando ai nomi dei 20 spiriti, ecco lo schema creato da Pasolini, partendo dall’ultimo personaggio fino al quinto:

  • 9 Pietro – PIER Paolo (nove lettere)
  • 8 (Gianni) – Pasolini (otto lettere)
  • 7 Erminio – (sette lettere) (settimo personaggio del Pratone)
  • 6 (Gustarello) – Hermes (sei lettere)
  • 5 (Fausto) – Ermes (Guido, cinque lettere)

Nello scioglimento, in Petrolio, Pasolini immagina il mondo dopo la scomparsa dell’autore, ecco perché i numeri 108 (8 PASOLINI) e 109 (9 PIER PAOLO), sono, a differenza della parte prima parte del romanzo, assenti dagli appunti. Anzi, in questa terza parte di Petrolio, sono gli unici numeri assenti dalla successione narrativa. Nello scioglimento, dunque, l’autore è definitivamente assente, cioè presente (.), come nel rito del cerimoniale ufficiale per i caduti in guerra, uno deiduecentomila di Redipuglia. Approfitto di questo per dire che sono proprio i numeri mancanti a creare la parte della struttura misterica e autobiografica dell’unità del romanzo. Il 109 e il 108, il 57 e il 75, il 35 e il 53, 25, 28, 38, 69, 14…

“Il Pratone della Casilina” è l’appunto 55, «’A MUSICA» nella cabala napoletana. Usato dall’autore proprio con questo preciso significato. Infatti l’appunto è un ossessivo «tema» pornografico ripetuto nove volte con appropriate «variazioni» strategiche. La musica, dunque, come forma «perfettamente pura», «pur-puris», (tanto da poter essere accepita come «altro linguaggio» a cui sottende il senso e il significato) è in rapporto di ossimoro con il tema pornografico che la eclissa.
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Pier Paolo Pasolini

Pasolini, Gennariello e la rivoluzione: interpretare Petrolio / 1

Sono trascorsi 40 anni dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto il 2 novembre 1975. Per questo proponiamo, in 4 puntate, questo saggio che rappresenta una chiave di interpretazione del romanzo Petrolio.

di Francesco De Maio

Caro Maestro (Maestri), ho compreso l’unità di Petrolio leggendo Gennariello. Pasolini sintetizza il tutto in un solo personaggio: «Pulcinella». È questo personaggio a costituire l’unità dell’opera, la chiave di tutto il romanzo. Petrolio non è, come molti sostengono, un meta-romanzo, quanto un’opera meta-semiotica.

La conseguenza di questa caratteristica formale è che, prima di poterne comprendere l’unità letteraria, quella comunemente intesa, bisogna comprenderne invece l’unità simbolica e numerica (cabalistica). Infatti è quest’ultima a costituire la struttura portante e primaria del romanzo. Ciò non deve risultare strano, in quanto il poeta-regista è stato il primo a scrivere una «grammatica» della lingua cinematografica, intesa come lingua della realtà, «Empirismo eretico».

Il suo romanzo Petrolio è diviso in tre parti, di cui le prime due sono rispettivamente contraddistinte dall’appunto 41 e dall’appunto 101. Questi due appunti rappresentano i momenti salienti di tutto il romanzo ed entrano in relazione formale tra loro attraverso «Gennariello» (in «Lettere luterane») e il «Pratone della Casilina», l’appunto 55 di «Petrolio». Questo avviene anche attraverso la poesia, e in modo specifico, con la poesia intitolata «Patmos».
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Su poesia e memoria: alcune riflessioni su una nuova età arcaica

La memoria
La memoria
di Luca Mozzachiodi

Capita a volte, e da sempre è capitato, che ai poeti si chieda di intervenire a qualche commemorazione o in qualche altra occasione pubblica o di qualche gruppo e si chieda loro di leggere qualcosa in memoria di un avvenimento o di una persona, rientra tra i compiti, possiamo chiamarli così, del poeta in senso più tradizionale, farsi veicolo di una memoria collettiva; non diversamente Omero, o gli aedi di corte, avrebbero preservato e suscitato la memoria delle guerra Troia e delle gesta degli eroi.

Certo la faccenda si complica con la scoperta della scrittura, poi con le cronache, che ci piaccia o no, per fare un bell’esempio, Dante sapeva benissimo che ricordare e raccontare la storia di Firenze spettava a Compagni e che il suo compito, in quanto poeta era piuttosto ricordare le vicende particolari, le singole vite dei dannati o dei salvati, e i destini universali nella misura in cui in sé incarnava la vicenda cristiana della salvazione. Più avanti narrare la storia diventerà sempre meno un’operazione retorico letteraria e sempre più una faccenda fatta di archivi, documenti, testimonianze, prove, insomma si avvicinerà ad una scienza e suppliranno a quel che manca la sociologia, la filosofia, l’antropologia e discipline affini.

Fino a ieri avevamo imparato a considerare queste importanti innovazioni di metodo come una conquista radicale della modernità, almeno i più accorti del resto si rendevano conto che tutto ciò irrobustiva il dibattito e rendeva più chiare le conoscenze senza dover sfociare nella ricerca dell’oggettività assoluta o nella sanzione di leggi deterministiche.
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A 50 anni del “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini tra rischio retorica e dibattiti datati

di Michele Fumagallo

Ogni qual volta si fa un tuffo nel passato, si sente la mancanza struggente di una sinistra comunista e libertaria, capace di scavare e aprire orizzonti sempre nuovi, lontani dal conformismo insopportabile in cui è precipitata la nostra vita. Pensavo questo anche nel cinquantenario della prima (festival di Venezia, 1964) del film di Pier Paolo Pasolini “Il Vangelo secondo Matteo”.

Mi è capitato, per una consuetudine che data da qualche anno, di avere un lungo colloquio con l’interprete del Nazareno pasoliniano Enrique Irazoqui (è poi andato, in piccolissima parte, come cappello a una pagina di Alias, l’inserto culturale de “Il manifesto”, di sabato 26 aprile 2014 che ha riprodotto, un po’ tagliata, una mia vecchia intervista di tre anni fa). In questo colloquio Enrique mette il dito sulla piaga di questo anniversario.
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