Stefano Cucchi: nove anni per avere giustizia sono troppi

di Marcello Adriano Mazzola

Il caso Cucchi ci deve fare riflettere anche sui tempi irragionevoli della giustizia. A prescindere dalle responsabilità o meno anche di qualche magistrato. Perché sono trascorsi almeno 9 anni e passerà ancora del tempo prima di accertare con una sentenza (e forse anche definitiva) la responsabilità dei rei. Dei quali già oggi si sanno i nomi.

Ora è certamente il tempo del tributo a una grande e ostinata donna come Ilaria Cucchi, che contro ogni resistenza, ogni indicibile ostacolo, ogni spregevole omertà in divisa, ha insistito, ha sofferto. Ha destinato una parte importante della sua vita verso il traguardo della giustizia, della verità, della dignità di suo fratello.

Ora è certamente il tempo di riflettere sulla responsabilità di uno Stato incapace di individuare subito e in modo chiaro gravi responsabilità al proprio interno (di casi Cucchi ne abbiamo centinaia, alcuni noti come quello Uva e altri rimasti ignoti e di cui non si saprà nulla e in svariati campi; basti solo accennare al caso della contaminazione da pallottole all’uranio impoverito che ha coinvolto moltissimi soldati).

Ora è certamente il tempo della coscienza collettiva, di metabolizzare il fatto nella sua enorme gravità, di guardarsi dentro (quanti hanno taciuto o continuano a tacere, anche se non in divisa, dinanzi a fatti gravi, così rendendosi complici di episodi orribili o spregevoli?, quanti si voltano dall’altra parte perché è un problema che non li riguarda?) e di cogliere l’occasione per mutare con i fatti questa società.
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A proposito del ripetersi delle violenze delle polizie

Nelle mani dello Stato - Foto di dallapartedeltorto.tk
Nelle mani dello Stato - Foto di dallapartedeltorto.tk
di Salvatore Palidda

Ogni volta che si verificano, tanti tornano a interrogarsi sul perché dei comportamenti violenti da parte delle polizie nel corso della cosiddetta gestione dell’ordine pubblico o durante azioni repressive (oltre a quanto successo a Roma il 12 aprile scorso, ricordiamo i pestaggi dei pastori sardi, dei terremotati dell’Aquila e altri ancora, oltre al G8 di Genova, ma non meno gravi sono i casi di Aldrovandi, di Uva, Bianzino e altri ancora riguardanti anche agenti delle polizie municipali – si pensi al caso Bonsu ecc.).

Nelle reazioni a questi fatti appare spesso stupore, ingenuità o vi si ripropone l’auspicio di un mondo pacificato così come lo pensavano possibile i discepoli di Norbert Elias, fra i quali Egon Bittner, considerato il padre della sociologia della polizia. Negli anni Settanta questi arrivò a teorizzare che probabilmente saremmo approdati a una organizzazione politica della società che non avrebbe più bisogno di disporre di un’istituzione dotata del monopolio legittimo del ricorso all’uso della violenza.

A ben guardare, non si tratta solo di ingenuità o di pie illusioni derivanti da una visione teleologica e lineare che non ha mai avuto riscontro nella storia dell’umanità. Mi sembra invece che si tratti di ignoranza dovuta non solo alla scarsa conoscenza della realtà effettiva dello Stato e delle polizie, ma forse soprattutto al perpetuo credo in una visione astratta se non dogmatica dello Stato e delle istituzioni.
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