Giorno della memoria e falsa verità del razzismo

di Andrea Pascale

Nel mondo in cui viviamo, parlare di razzismo significa affrontare una ricerca. Nulla di quello che il passato ci ha proposto vale a spiegare una sola riga del nostro presente. Questo è il sentimento che ha provato la generazione che è nata dopo la seconda guerra mondiale: un mondo nuovo non più da leggere, ma da scrivere, si dipanava di fronte ai loro occhi. Avvertiamo la stessa difficoltà, oggi, nel parlare di vecchi concetti, come il razzismo, nel nostro contesto.

Ma la nostra generazione non ha subito lo shock della guerra che ha spazzato via in un istante tutto quello che fino ad allora era stato costruito, no. Noi non abbiamo avuto l’atomica, noi non abbiamo avuto Auschwitz. Viviamo nel solco della storia, nella voragine del cambiamento che si impone silenzioso, si insinua negli interstizi della vita di tutti i giorni. Oggi abbiamo bisogno di un nuovo abbecedario per leggere il mondo, la nostra Hiroshima sarà linguistica. Siamo immersi in un lago di nuove parole entro cui inserire il senso di ciò che ci interessa, del razzismo.

L’obiettivo è mostrare che il razzismo non è semplicemente una parola a cui dover dare un senso nuovo, ma una pratica, disumana e necessaria al capitale, che mostra le profonde contraddizioni che segnano il nostro presente, che stridono da ogni angolo del reale come il sibilo di una sirena sotto i bombardamenti. Su queste contraddizioni si apre lo spazio del cambiamento, ma bisogna smascherarle, renderle chiare e visibili.
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Il Manifesto degli scienziati razzisti, l’alibi della scienza per le leggi razziali

di Maria Mantello

Il 15 luglio 1938, il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, faceva il suo pubblico esordio su Il Giornale d’Italia, che lo pubblicava anonimo in prima pagina sotto il titolo: Il fascismo e i problemi della razza, con questa introduzione: «Un gruppo di studiosi fascisti, docenti delle Università italiane e sotto l’egida del Ministero della cultura popolare ha fissato nei seguenti termini quella che è la posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza».

A seguire il testo, che dopo avere inanellato una sequela di corbellerie anche storiche sull’incontaminata stirpe italica, arrivava a proclamare l’esistenza di «una pura razza italiana». Pertanto continuava: «è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti», ed è necessario «additare agli italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca da tutte le razze extra europee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità».

E subito dopo si enunciava che «gli ebrei non appartengono alla razza italiana», inneggiando al divieto di matrimoni misti, perché altrimenti «il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Gli ebrei rappresentavano meno dell’1/1000 dell’intera popolazione, ma la “questione ebraica” fu elevata a dovere supremo dell’Italia fascista.
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Smuraglia (Anpi): “Per conservare la memoria della Resistenza bisogna fare di più. Soprattutto a scuola”

Carlo Smuraglia

di Alessio Sgherza

Presidente Smuraglia, che rilievo ha oggi il ricordo della Resistenza nella società?

Bisogna fare una premessa: in Italia c’è una tendenza all’oblio piuttosto forte. Le istituzioni non hanno fatto molto per conservare la memoria. Non solo della Resistenza, ma nemmeno di quello che è successo prima, di quello che è stato il fascismo. Perché è da lì che bisogna partire per capire. E’ stata più l’opera delle associazioni, come l’Anpi, a tramandare il ricordo. Al massimo le istituzioni organizzano un evento, si celebrano le date, il 25 aprile, gli eccidi, gli scontri. Ma l’analisi e lo studio sono molto più rari, e per questo l’Anpi ha lavorato molto. Per conservare la memoria e proteggerla.

Da chi?

La memoria ha tre nemici fondamentali, strettamente collegati: il primo è la debolezza stessa del ricordo in una società che si evolve molto velocemente; il secondo è la tendenza all’oblio; e poi c’è il tempo, che è un nemico implacabile se non ci sono nella società antidoti efficaci.

E come si costruiscono antidoti efficaci alla perdita di memoria?

Io sono convinto che la memoria sia prima di tutto ricordo, delle persone e dei fatti, ma non ci si può limitare a questo. Lo sforzo che abbiamo fatto è unire il doloroso ricordo dei caduti, il caloroso ricordo dei fatti gloriosi alla conoscenza di un fenomeno che è estremamente complesso. Spesso si punta al racconto del dolore e ci si dimentica il tentativo di storicizzare e contestualizzare quelle vicende e darne una spiegazione.
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Voci dall’Argentina, una visita all’Esma

di Luca Mozzachiodi

Il 24 marzo 1976 un colpo di stato militare rovesciò il governo di Isabel Martínez de Perón dando inizio ad una repressiva dittatura civico-militare destinata a durare fino al 1983. I militari si distinsero per la brutalità quasi scientifica con cui annientarono ogni opposizione o semplice desiderio di giustizia, mettendo in piedi una serie di campi di detenzione e tortura per prigionieri politici, militanti e cittadini che venivano sequestrati dalla polizia e là rinchiusi prima di essere uccisi e dopo essere stati privati dei figli che venivano affidati a famiglie compiacenti.

Nel clima di restaurazione di destra e di pericoloso revisionismo storico che dall’elezione del nuovo governo si respira in Argentina, Simone Cuva e Patrizia Dughero, militanti di 24marzo Onlus, portano la testimonianza della loro visita ad uno di essi, all’Esma, nel cuore di Buenos Aires, che è oggi un centro per la memoria storica e civile.


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Guatemala - Foto di Terra terra online

Guatemala, ucciso l’attivista che aveva denunciato l’inquinamento

di Marina Forti

La notizia viene dal Guatemala: un attivista ambientale è stato ucciso, e altre tre sono scomparsi. Rigoberto Lima Choc, 28 anni, era maestro di scuola e da poco consigliere del municipio di Sayaxché, nel Peten. Era anche tra i primi abitanti di quella regione rurale e indigena a denunciare alle autorità l’inquinamento del fiume La Pasión. In giugno d’improvviso il fiume si era riempito di migliaia di pesci morti: un disastro per una popolazione di 30mila persone che vivono per lo più di pesca artigianale.

La causa erano i reflui chimici scaricati da Repsa, azienda che produce olio di palma. Rigoberto Lima e altri leader di comunità hanno raccolto prove e denunciato per vie legali l’azienda che li sta avvelenando: proprio venerdì scorso una giudice di prima istanza aveva ordinato la chiusura dell’impresa inquinatrice. La gente del luogo dice che la moria di pesci è l’ultimo disastro, la contaminazione chimica del fiume è un attentato continuo alla salute della popolazione stessa.

Un avvocato del Centro de Atención Legal, Ambiental y Social (Calas) ha detto quello che a tutti pare evidente: che gli assassini dell’attivista devono essere sicari mandati dall’azienda: «È davvero sospetto che sia stato ucciso il giorno dopo quella sentenza, e che tre leader comunitari che denunciavano l’ecocidio siano scomparsi».

L’assassinio dell’attivista è stato condannato dall’ufficio dell’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, e dall’organizzazione guatemalteca Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos de Guatemala (Udefegua): dicono che l’attacco è conseguenza dell’inazione del governo, che non è intervenuto per cercare il dialogo né per far rispettare la legalità.
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Migranti: uomini del terzo millennio e figli del male peggiore

di Claudio Cossu

Sono morti soffocati come ratti, non esseri umani, in una stiva oscura e maleodorante, novella camera a gas che tristemente ricorda altre camere di terrore e di morte, quelle dei campi di sterminio programmati per la “soluzione finale”, sorvegliati da cani lupo e torrette con i neri guardiani di un regime nefasto e barbaro, imperniato sulla carenza di dissenso e sulle catene di una schiavitù strisciante, durante la seconda grande guerra del Novecento.

Erano 51 i corpi ammassati e quand’erano in vita non avevano i soldi per pagare l’aria indispensabile per i propri polmoni. Ma non avevano i soldi richiesti per sopravvivere, uomini ultimi ed emarginati, come del resto le vittime del caporalato delle terre del meridione del Paese, gli ultimi degli ultimi, quelli ignorati dai controlli degli ispettori del lavoro. E oggi leggo che nella tranquilla Austria, in una cella frigorifera di un grosso tir, altre vittime dell’indifferenza e dell’apatia di un’Europa imperturbabile e sonnolenta, pare 52 siano stati i corpi ritrovati nell’abbraccio con la morte nella cella frigorifera che recava la scritta lugubre “carne fresca”, a lato di una autostrada.

Ma ormai ci siamo abituati a tale orrore e guardiamo con noia e colpevole indifferenza lo schermo della televisione o ascoltiamo queste notizie alla radio e le apprendiamo dalla stampa cartacea, noi del benessere in crisi ma sempre benessere, e domandiamo, distratti da altri pensieri (le borse di Shanghai a +5,3, perbacco), di chi erano quei corpi ammassati, quelle figure informi e rigide ormai in un grumo di morte senza respiro, deceduti per asfissia o per carenza di cibo e d’acqua.

Erano uomini del terzo millennio, figli del male peggiore e malvagio: l’indifferenza e la routine di una cinica e insensibile realtà, ormai tragicamente divenuta quotidiana. Mentre qualcuno chiede scioccamente “perché mai la Marina li va a prendere, laggiù, nel Mediterraneo?” (un presidente di una vicina Regione).
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Oscar Romero, martire civile oltre che “in odium fidei”

Oscar Romero
Oscar Romero
di Gianfranco Sabattini

Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador, ucciso nel 1989 mentre celebrava la messa dagli “squadroni della morte” che operavano al soldo della destra salvadoregna, è stato beatificato sabato 23 maggio; il martirio dell’arcivescovo viene assimilato, nell’immaginario collettivo, a quello patito nel 1170 da Thomas Becket (celebrato nel noto dramma teatrale di Thomas Stearns Eliot “Assassinio nella Cattedrale”).

Al di là delle similitudini, le ragioni dell’assassinio di Romero hanno una ben altra motivazione rispetto a quelle che hanno determinato la morte violenta dell’arcivescovo di Canterbury; infatti, mentre l’assassinio di Thomas Becket è avvenuto a causa della suo dissidio con Enrico II, re d’Inghilterra, sui diritti reciproci della Chiesa e della Corona, quello di Romero è avvenuto, non tanto in “odium fidei”, come vorrebbe la gerarchia cattolica e come recita la motivazione della sua beatificazione, quanto per essersi opposto alle angherie, sfociate in guerra civile dopo la morte dell’arcivescovo di San Salvador, cui era sottoposto il popolo salvadoregno.

Sulla vita e sull’impegno civile, oltre che su quello pastorale, di Romero, Roberto Morozzo della Rocca, storico dell’Università di Roma Tre, ha scritto una ricca monografia intitolata “Oscar Romero. La biografia”. “Oggi si riconosce – afferma Morozzo – che Romero, sebbene uomo pubblico determinante per le sorti del suo Paese, era un personaggio della Chiesa prima che della politica. […] La beatificazione di Romero nella Chiesa cattolica, a seguito del riconoscimento del martirio in odium fidei, avviene allorché molti animi sono rasserenati, essendo ormai lontane le tensioni della guerra civile salvadoregna e del cruento scontro in America latina, fra regimi militari e guerriglie”; tuttavia, per quanto le strumentalizzazioni dell’impegno civile dell’arcivescovo si siano ridotte, in tutto il mondo Romero riceve “onori imparzialmente decretati. A lui sono dedicati monumenti, piazze, università, aeroporti, ospedali. Lo rievocano libri, film e opere teatrali”.
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La leggenda del fascismo mite

Faccetta nera
Faccetta nera
di Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi

È stato ampiamente descritto tutto ciò che riguarda il Tribunale speciale per la difesa dello Stato (da alcuni, a buon diritto, definito come il Tribunale di Mussolini), con relazioni più che esaurienti. Ne esce l’immagine di un organismo programmato per andare perfino al di là della repressione del dissenso, tipica di qualsiasi regime totalitario, dunque di un organismo espressione della violenza di un potere che aspira ad essere assoluto.

Non insisterò sui singoli aspetti e mi limiterò invece, in questa fase conclusiva, ad elencare molto rapidamente i dati su cui fondamentalmente si basa questo giudizio di una assoluta violenza, destinata anche a funzionare come deterrente e come intimidazione, nel modo più brutale. La legge fu varata per espressa volontà di Mussolini, anche a seguito degli attentati compiuti in quel periodo; fu varata alla Camera in una sola seduta, in un’atmosfera di forte intimidazione, nello stesso momento in cui fu dichiarata anche la decadenza dei deputati “aventiniani”.

La legge prevedeva pene durissime, fino alla pena di morte, per l’occasione ripristinata; erano considerati punibili severamente anche comportamenti meramente preparatori; si prevedeva la perdita della cittadinanza e la confisca dei beni per i cittadini che compissero attività antinazionali all’estero. Si rendeva applicabile – per i reati attribuiti alla competenza del Tribunale speciale – la procedura penale militare per i reati compiuti in tempo di guerra. Il Presidente era nominato dal Ministro della giustizia ed era assicurata una forte presenza dei membri della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. L’organo dell’accusa era strettamente dipendente dall’esecutivo. Era previsto un solo difensore, senza diritto ad ottenere copia degli atti. Una linea telefonica collegava direttamente la Camera di Consiglio agli uffici del Duce, a Palazzo Venezia.

Negli anni (e particolarmente nel 1939 e nel 1944 ) la competenza del Tribunale speciale fu estesa anche a reati comuni, assolutamente estranei, rispetto a qualsiasi manifestazione di dissenso. Ripristinato dalla R.S.I., il Tribunale speciale mantenne ed irrobustì tutte le sue più violente caratteristiche, accompagnate da una serie di altre strumentazioni e apparati destinati a colpire ogni comportamento che non fosse compatibile con le linee di fondo perseguite dalla Repubblica sociale.
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Giornata della memoria: “Io, sopravvissuto perché abile al lavoro”

Enzo Zilio - Foto Messaggero del Veneto
Enzo Zilio - Foto Messaggero del Veneto
di Manuela Battistutta

Corno di Rosazzo. È la mattina del 7 ottobre 1945 ed è domenica quando Enzo Zilio torna a Corno di Rosazzo col fratello dopo nove mesi destinati a condizionare profondamente il corso di una vita. Ha solo 19 anni, ma ne passeranno altri tre a causa degli strascichi di una pleurite prima di potersi ristabilire completamente e “iniziare” a vivere. Il ritorno alla vita, dopo la deportazione, coincide con l’innamoramento per Giuseppina Francovig, che diventa impegno a costruire una famiglia solo dopo aver ottenuto dal medico di fiducia, il dottor D’Osualdo, la garanzia di essere in buona salute per potersi impegnare seriamente.

Enzo e Giuseppina. Oggi, dopo 67 anni, quel legame e quella complicità tra Enzo e Giuseppina sono ancora forti, un affiatamento che si percepisce incontrandoli nella loro casa poco distante dal Santuario di Madonna d’Aiuto a Corno di Rosazzo. Ma quei nove mesi, dal maggio 1944 all’ottobre 1945, sono vivi nella memoria di Enzo, ricchi di volti, incontri, luoghi e lingue diverse, sofferenza, pietà e gratitudine. E c’è in lui quasi un imperativo morale, una necessità di ricordare, non voler dimenticare, col pudore per la sensibilità altrui.
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La Shoah dei bambini: il fascismo e la discriminazione italiana dei più piccoli ricostruita in un libro

La Shoah dei bambiniLa storia della persecuzione antiebraica attuata dal fascismo tra il 1938 e il 1945 è nota, ma raramente ci si è soffermati a riflettere su cosa abbiano significato quei tragici anni per i bambini italiani. Soprattutto per quelli ebrei, allontanati da scuola, testimoni impotenti della progressiva emarginazione sociale e lavorativa dei genitori, quando non della distruzione e dell’eliminazione fisica della propria famiglia.

Da questa prospettiva – peculiare, e tuttavia indispensabile per comprendere l’essenza di una persecuzione razziale, fondata sulla nascita – la storia che abbiamo alle spalle assume nuovi significati e stratificazioni.

Il regime fascista iniziò ad attuare la discriminazione proprio dal mondo della scuola: e i bambini ebrei – prima separati, poi esclusi, espulsi e infine internati – furono vittime tra le vittime. Una parte di essi fu deportata; molti riuscirono a nascondersi e a fuggire.

Bruno Maida, con La Shoah dei bambini – La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia (1938-1945) ne ripercorre la storia attraverso i progressivi livelli della persecuzione, attento a cogliere non solo lo sguardo che l’infanzia ebbe di fronte al turbinio dei fatti, ma la portata politica di una ferita impossibile da comprendere e molto difficile da sanare.
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