Popolo chi? Viaggio nelle periferie di Milano, Firenze, Roma e Cosenza

di Nadia Urbinati Il libro Popolo chi? Classi popolari, periferie e politica in Italia di Niccolò Bertuzzi, Carlotta Caciagli e Loris Caruso (Ediesse), utilissimo, intelligente, ben scritto, nasce da un proposito molto semplice: mettere in discussione l’idea che alle classi popolari vada addossata la responsabilità principale del successo delle destre populiste. «Perché ha vinto Trump? […]

Le periferie vanno a destra: la vendetta dei luoghi che non contano

di Silvia Vaccaro L’abbandono dei luoghi pesa sulle urne ma occorre una lettura attenta e non stereotipata per leggere bene i risultati elettorali. Non solo quelli italiani, si intenda, ma i tanti appuntamenti elettorali che si sono succeduti in Europa e oltreoceano da dopo il 2008. Una lettura interessante è quella del Prof. Andrés Rodriguez-Pose, […]

La bolla sovranista è bucata ma il progetto europeo è latitante

di Ida Dominijanni C’è ancora un giudice ad Agrigento, e c’è ancora uno stato di diritto che limita il potere di chi si considera unto dal popolo. In un clima assai cambiato – nel governo e nel paese – dai tempi della Diciotti, la vicenda della Sea Watch impedisce al capo della Lega di lucrare […]

Duemila Diciotti: anatomia di un Paese razzista

di Alessandra Daniele

Dopo aver ossequiato le peggiori dittature, e spacciato le peggiori razzie neocoloniali per missioni umanitarie, l’ONU è un pessimo pulpito dal quale predicare. E l’Unione Europea non è certo migliore. L’Italia però è davvero un paese razzista. Abbastanza da tributare il 33% delle intenzioni di voto a un ministro dell’Interno che finora non ha fatto nient’altro che declamare proclami razzisti al suo smartphone.

Dopo la copertina di Time e l’intervista della BBC, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti quanto Matteo Salvini stia a cuore ai media che lo hanno creato, anche perché oggi è esattamente quello che serve all’establishment come spauracchio contro cui cercare di mobilitare un Fronte Europeista in realtà non migliore di lui.

In Italia da anni praticamente tutti i media e tutti i partiti, compresi quelli che adesso si fingono scandalizzati, ripetono ossessivamente agli italiani che il loro paese sarebbe più sicuro, più ricco, più civile senza immigrati, dando a loro – il 7% della popolazione – la colpa di tutto, persino del crollo dei ponti, delle sconfitte della Nazionale di calcio, delle malattie trasmesse dall’aria condizionata.

Sfruttando il degrado delle periferie-ghetto causato da un modello di “accoglienza” classista e criminogeno, e facendo leva sui peggiori istinti atavici del paese che ha inventato il Fascismo, la propaganda ha avuto ancora una volta pieno successo nel dirottare sul capro espiatorio di turno tutta la rabbia popolare causata dalla finanza globalista che continua a depredare sistematicamente le classi più deboli.
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Leggeri e pungenti: storie, luoghi e volti di periferia

di Alexik

Siamo abituati a leggere la firma di Enrico Campofreda in calce alle cronache di guerra dal Medio Oriente o dall’Afghanistan, nei suoi brani di denuncia a fianco dei popoli aggrediti. Più inusuale ritrovarla sulla copertina di un libro di racconti, brevi frammenti di vita nelle periferie romane fra dopoguerra e boom economico.

Leggeri e pungenti raccoglie schegge di memoria di una generazione venuta al mondo sulla linea di confine fra la campagna e la città. È un mondo osservato con gli occhi dei bambini, separato e distinto da quello degli adulti, troppo impegnati a guadagnarsi il pane per trovare il tempo di esercitare un controllo ferreo sulla prole.

Tanto da lì a poco, ci avrebbe pensato il lavoro minorile a disciplinarla, dietro il bancone di un bar, nella penombra dell’officina di un fabbro o sotto il sole di un cantiere. C’è poco tempo, nelle periferie degli anni ’60, per l’età dell’innocenza, e bisogna viverlo intensamente prima che finisca. Bisogna imparare in fretta, ma non nella scuola dello Stato, quella dei tripli turni e delle bacchettate sulle mani.

“Molti non ci andavano neppure. Quando accadeva erano i primi a esserne cacciati o sbattuti all’interno delle classi differenziali. Vere e proprie discariche sociali, tenute in piedi a marcare, anche nel sistema dell’istruzione, la divisione in classi della società”. (p. 123)
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Bologna, l’ultima idea del Comune per la periferia: un nuovo centro commerciale

Bologna
Bologna
di Mauro Boarelli

Bologna ha davvero bisogno di un nuovo grande centro commerciale? Si direbbe di no, visto il numero di quelli già esistenti. Ma l’amministrazione comunale è di diverso parere. Quella che con sfrontato eufemismo viene definita “riqualificazione” di aree periferiche passa ancora una volta, con scarsa fantasia, attraverso la costruzione di un centro commerciale.

Stavolta i “riqualificatori” hanno superato se stessi individuando una localizzazione che qualsiasi urbanista dotato di un minimo di buon senso definirebbe quantomeno bizzarra: via Larga, per la precisione all’incrocio con via dell’Industria. Via Larga inizia – provenendo da via Massarenti – con un grande centro commerciale, il Pianeta, e termina – dopo aver costeggiato il Pilastro – con un centro commerciale ancora più grande, il Meraville.

Nel mezzo – a poche decine di metri dal nuovo insediamento annunciato – c’è un altro supermercato della grande distribuzione. Ora si aggiungerà un altro insediamento di oltre 8.000 metri quadri, e tutto questo lungo un percorso che non supera i tre chilometri. Una follia. Ma nella follia c’è del metodo. E il metodo prevede – tra l’altro – che il progetto venga portato all’attenzione del Consiglio di quartiere all’ultimo momento (il 1 ottobre, a quanto pare), quando l’iter sarà a uno stadio molto avanzato e i giochi saranno già fatti: l’inizio dei lavori è infatti annunciato per l’inizio del prossimo anno.
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Tor Sapienza

La guerra è persa, la rabbia è rimasta. Come spiegare i recenti episodi di violenza in Italia

di Marcello Esposito e Francesco Cancellato

Diffondiamo da Tysm Literary Review l’intervista fatta il 16 novembre 2014 a Nadia Urbinati da Marcello Esposito e Francesco Cancellato. Nadia Urbinati, riminese, è titolare della prestigiosa cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York. Nel 2008 è stata insignita del titolo di Commendatore al merito della Repubblica Italiana, per aver «dato un significativo contributo all’approfondimento del pensiero democratico e alla promozione di scritti di tradizione liberale e democratica italiana all’estero». Pochi, meglio di lei, insomma, possono offrirci gli strumenti per leggere in filigrana quel che sta accadendo in questi difficile fase della storia dell’Italia che, sperando sia passeggera, continuiamo a definire crisi. E che più passa il tempo, più genera frustrazione, disillusione, rabbia.

D. Professoressa Urbinati, le botte agli operai della Thyssen, gli scontri di Tor Sapienza, l’aggressione a Salvini, l’assalto alla sede del Partito Democratico a Milano, così come le molte altre contestazioni di piazza di queste settimane. Che lettura dà dei tanti episodi di rabbia e violenza di queste ultime settimane?

R. Apparentemente non c’è un nulla che li lega: sono tutti fatti autonomi l’uno dall’altro, portati avanti da soggetti che rappresentano specifici problemi. Tuttavia, ognuno di loro, oltre a denunciare un problema, punta il dito verso una politica che non è in grado di risolverlo.
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100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi

Narrazione aperta e agire sui bordi per nuove politiche di sviluppo locale

di Vittorio Capecchi e Franco Fortunati

I Comuni, con la scomparsa delle Province, si stanno riorganizzando in due fasce: le aree metropolitane e i Comuni periferici rispetto a queste aree. Se si vuole portare avanti delle politiche keynesiane di sviluppo territoriale oltre alla importanza di rendere sempre più competitive le regioni in un quadro europeo (quindi politiche regionali sempre più attive) si presenta il problema di come attivare politiche di sviluppo locale e creazione di nuove imprenditorialità nei Comuni periferici rispetto alle aree metropolitane. Questi Comuni rischiano infatti di essere considerati marginali rispetto alle politiche di sviluppo delle aree metropolitane che sono più attrezzate per dialogare con le politiche regionali.

La nostra idea, derivante dalle diverse esperienze realizzate nei territori, è invece radicalmente diversa. Riteniamo infatti che in questi Comuni periferici si sia formata una nuova generazione di attori sia privati (imprese, persone che svolgono lavori autonomi..) che pubblici-privati (sindaci, presidi di scuole, responsabili associazioni, etc) che possono scrivere una nuova narrazione.
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