Reddito e pensioni: fra marketing politico e realtà

di Pelto Pekka

Il detto nomina sunt consequentia rerum va attribuito all’imperatore Giustiniano che, evidentemente ignaro degli sviluppi che il marketing politico avrebbe avuto nei successivi millenni, pensava che i nomi dovessero corrispondere all’essenza delle cose. Oggi siamo invece costretti per legge ad usare nomi buoni per la comunicazione ma che, come suol dirsi, poco c’azzeccano (al lettore immaginare fin dove potrebbe spingersi in futuro la nuova tecnica legislativa).

Nello specifico, dobbiamo parlare di “reddito di cittadinanza”, perché così ci impone l’art. 1 del decreto legge n. 4/2019, anche se il nuovo strumento, che ha pregi e difetti, poco ha a che fare con il reddito di cittadinanza discusso in letteratura, traducendosi, piuttosto, in un sussidio di disoccupazione condizionato, ancorché relativamente adeguato nell’importo; di “pensione di cittadinanza” (sempre l’art. 1), anche se la pensione di cittadinanza in Italia c’è già (l’assegno sociale) e il nuovo strumento si limita di fatto ad integrare, a favore di un numero limitatissimo di pensionati, con un contributo per l’abitazione, le prestazioni già in essere (il valore delle pensioni minime – assistenziali e previdenziali – per gli ultrasettantenni è già oggi superiore al livello assicurato dalla componente di integrazione al reddito della “pensione di cittadinanza”).

Analogamente, l’art. 14 dello stesso decreto legge 4/2019 ci impone di parlare di “pensione quota 100” laddove i contenuti della norma sono diversi.
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Il governo gialloverde non abolisce la Fornero

di Giorgio Cremaschi

Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di Bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.

Tuttavia – annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione – il quadro fondamentale delle misure si delinea e chiarisce che il governo, al di là delle opposte propagande di chi esalta l’abolizione della legge Fornero e di chi si straccia le vesti per questo, non supera affatto la controriforma delle pensioni del governo Monti, ma solo la ammorbidisce e la rallenta per alcuni ben precisi gruppi di lavoratrici e lavoratori.

La legge Fornero ha due capisaldi: la pensione di vecchiaia a 67 anni di età per donne e uomini; quella di anzianità per chi, pur essendo più giovane, abbia accumulato 43 anni di contributi. Per capirci, un operaio che abbia cominciato a lavorare a 16 anni e abbia avuto sempre un rapporto di lavoro, oggi con le legge Fornero può andare in pensione cosiddetta di anzianità a 59 anni di età e per lui non cambierà nulla. Una lavoratrice che tra pause familiari e disoccupazione abbia maturato complessivamente 30 anni di contributi sarà costretta ad andare in pensione a 67 anni di età. Anche per lei non cambierà niente. Così come non cambia niente per chi, soprattutto donne e ora anche migranti, non abbia raccolto almeno 20 anni di contributi.
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Lavorare invecchia, soprattutto in Italia

alavorareinvecchia

di Roberta Carlini

“Siamo in otto, ai forni. Io, che faccio 60 anni quest’anno. Un collega più grande, ne ha 61 e deve stare altri due anni qui. Poi uno di 58 e un altro di 55”. La squadra dei forni alle fonderie Zen, in Sant’Agostino di Albignasego (provincia di Padova) è fatta per metà da operai sopra i 55 anni. Ce la presenta Diego Panizzolo, che è il secondo per età e precisa: ci sono anche “due ragazzi di 50-51 anni”, e infine due giovani veri, uno di 38 e l’altro di 35.

In letteratura, e nelle direttive sui buoni propositi europei, lo chiamano “age management”, quel fenomeno che richiederebbe di adeguare tutto il nostro universo del lavoro all’invecchiamento dei suoi protagonisti, i lavoratori. In pratica, spesso funziona come nella fonderia di Panizzolo, alle prese da quasi dieci anni con un abbattimento dell’ordine dei due terzi della materia fusa e colata che esce dalla fabbrica e dunque con una crisi che ha quasi chiuso le entrate: i più anziani restano sulle mansioni più dure. “Bisogna caricare i forni, metterci dentro il materiale ferroso, pulirli dalle scorie tutti i giorni: è un lavoro pesante, in tanti lo rifiutano”.

Diego e la sua squadra di tute blu-grigio sono un piccolo avamposto, nella terra di lavoro del nordest, dell’avanzata più grande e crescente che sta cambiando la faccia del mercato dell’impiego. L’allungamento della vita, e della vita lavorativa, non è un fatto solo italiano. Anzi, a guardare i numeri sembra che siamo sotto la media: 48,2 per cento il tasso di occupazione della fascia d’età tra i 55 e i 64 anni in Italia, 53,3 per cento quello della media Ue.
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“Tutta la vita con il debito grazie al piano Renzi sulle pensioni”

Christian Marazzi
Christian Marazzi
di Roberto Ciccarelli

Chi vorrà andare in pensione tre anni prima dovrà stipulare un prestito con una banca, garantito dallo stato e veicolato dall’Inps. Christian Marazzi, economista e analista dei capitalismo finanziario, autore di libri come “E il denaro Va” e “Diario della crisi”, cosa pensa della proposta del governo Renzi?

“Sembra di sognare. Devo dire che una cosa del genere fin’ora non l’ho mai vista proposta e tantomeno applicata altrove. Per il momento prendiamola solo come idea. Siamo nel pieno della bioeconomia nel senso della messa a valore finanziario della vita. Quella del governo italiano è una pura e semplice titolarizzazione dei diritti sociali. La sua logica assomiglia a quella delle strategie finanziarie che hanno portato alla catastrofe dei mutui subprime. Si vuole coinvolgere le banche e dare di nuovo una bella spinta alla privatizzazione di parti dello stato sociale”.
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Lavoratori Electrolux - Foto di Milano Today

“Nessuno in Italia pensa al futuro, tra 40 anni sarà un disastro”

di Lidia Baratta

Pensare al futuro non è lo sport più amato dagli italiani. Siamo puntualmente travolti dalle “emergenze”, dall’immigrazione al dissesto idrogeologico alla precarietà. Che vuol dire che non siamo in grado (o non vogliamo) prevederle, anche quando i sintomi sono sotto gli occhi di tutti. Ogni annuncio o decisione sono fatti per avere effetti elettorali immediati. Qui e ora. Che ce ne frega dell’Italia tra dieci anni. Altrimenti non si spiegherebbe perché diamo 500 euro ora a una mandria di 18enni, dei quali quattro su dieci non troveranno un lavoro.

Guardare le dinamiche demografiche in corso, però, aiuta a capire dove stiamo andando. E l’immagine dell’Italia che ci arriva dal futuro è quella di un Paese dominato dai capelli grigi. Entro il 2030 ci sarà una regione in più, grande quanto la Toscana, composta solo da over 65. Che saranno ancora al lavoro, mentre i 40enni manderanno ancora curriculum. «La popolazione italiana diventa anziana. E anche l’immigrazione, che finora ha in parte bilanciato l’invecchiamento, va via via diminuendo per via della crisi economica», dice Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano. «Qui nessuno pensa al futuro. Non ci pensano i politici, e i giovani per forza di cose hanno sospeso il giudizio. Ma tra quarant’anni sarà un disastro».

Professore, quali sono le principali tendenze demografiche in corso in Italia?

La popolazione italiana invecchia. Questo è il frutto di due fattori. Da un lato, viviamo sempre più a lungo: insieme al Giappone siamo tra i più longevi al mondo. Dall’altro, assistiamo a un declino costante delle nascite (1,39 bambini per donna nel 2014, ndr).
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Pensioni, le riforme che Boeri non propone

Pensioni e pensionati
Pensioni e pensionati
di Carlo Clericetti

È dal 1992 che le riforme della previdenza si succedono senza soluzione di continuità: praticamente nessun governo ha rinunciato a metterci le mani, vuoi con modifiche profonde, vuoi con “aggiustamenti” sempre tendenti allo stesso scopo, ossia ridurre il peso della spesa previdenziale. Oggi abbiamo uno dei sistemi più sostenibili che esistano, ma il prezzo è che le pensioni future saranno molto basse, per la maggior parte certamente insufficienti – anche per motivi legati ai mutamenti del mercato del lavoro – a garantire quell'”esistenza dignitosa” che pure la nostra Costituzione promette.

Tutti lo sanno, ma al momento non si vedono iniziative concrete per mettere riparo a questa preoccupante prospettiva. Ancora adesso di altre riforme si continua a parlare, ma semmai la tentazione è quella di togliere a “chi ha avuto troppo” e usare quei soldi per altre iniziative sociali. Ora, anche dando per scontato che quei soldi sarebbero usati bene (e proprio scontato non è), si è ormai appurato che mancano i dati per eventuali ricalcoli: e questi ricalcoli non si possono fare con dati stimati o presunti, né con il meccanismo ultimamente ipotizzato basato sulla differenza dei coefficienti di trasformazione al momento del pensionamento, perché un diritto maturato in base alle leggi non può essere leso sulla base di ipotesi. Qualunque giudice annullerebbe una iniziativa del genere, e d’altronde la Corte Costituzionale si è pronunciata più volte al riguardo.
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In Italia diventare poveri è più facile che nel resto dell’Europa

Pensioni e pensionati
Pensioni e pensionati
di Roberta Carlini

La povertà scoperta. In senso letterale: nel nostro paese, la povertà non è quasi per niente coperta dal sistema di protezione sociale pubblico, e siamo in questo diversi dal resto d’Europa. Lo sapevamo, lo “stress test” della crisi lo ha brutalmente confermato: la crisi del 2008-2014 ha fatto aumentare di un terzo il tasso di povertà e ci ha consegnato in eredità quattro milioni di “poveri assoluti” in più.

Negli altri paesi europei, i sistemi di protezione sociale hanno riparato di più dai colpi della crisi. Esordisce con la povertà, la prima relazione annuale dell’Inps gestione Boeri. E chiude con la povertà, ossia con le misure proposte per riformare il sistema previdenziale e sociale: tra cui un “assaggio” del reddito minimo riservato alle persone sopra i 55 anni e una penalizzazione delle pensioni più alte maturate con i sistemi previdenziali precedenti all’attuale (e le loro varie declinazioni per categorie specifiche).

Pensionati poveri e poveri senza pensione

Perché il presidente dell’Inps si occupa dei poveri? In parte, perché tra i suoi utenti ha molti pensionati poveri (l’istituto copre, con la sua attività, oltre i due terzi delle persone residenti in Italia). Lo dicono le tabelle sulla distribuzione delle pensioni: il 12 per cento dei pensionati prende meno di 500 euro al mese – l’importo medio in questa fascia è di 286,9 euro mensili – e dunque riceve, in percentuale della spesa complessiva, solo il 2,6 per cento.
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Pensioni e scuola: un’unica lezione

di Massimo Villone

Sulle pensioni, una cosa è chiara. Che di osservare la sentenza della Corte costituzionale (70/2015) e trarne le conseguenze Renzi proprio non ha intenzione. E come fa abitualmente si nasconde dietro un ingannevole gioco di specchi. Recupero, certo: ma non tutti, non tutto, non subito. Intanto, un obolo di 500 euro per 4 milioni di italiani. Non vogliamo elargizioni graziose e caritatevoli. Vogliamo il dovuto.

La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma che bloccava l’adeguamento (d.l. 201/2011). Dobbiamo allora ragionare distintamente per il passato e per il futuro. Fulminata quella norma, i pensionati – tutti – hanno titolo all’adeguamento secondo le regole preesistenti illegittimamente modificate. Da domani, tutti avranno diritto secondo le regole nuove che verranno stabilite. Che a loro volta dovranno essere conformi a Costituzione. Solo su questo può esercitarsi la ricerca di spiragli nella sentenza della Corte.
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Pensioni: un presidente che si adegua (a modo suo e di malavoglia)

Pensioni e pensionati
Pensioni e pensionati
di Felice Roberto Pizzuti

Il governo ha deciso di applicare la sentenza della Corte Costituzionale all12%. Questa infatti è, circa, la percentuale del rimborso (2,180 miliardi di euro) che verrà effettuato ai pensionati rispetto a quello che sarebbe loro dovuto in base alla piena applicazione delle indicazioni della Corte (16,6 miliardi più gli interessi). Tra le righe della sentenza si possono anche individuare elementi per contenere la restituzione del mancato adeguamento all’inflazione, ma è fortemente dubbio che le sue indicazioni possano essere eluse per quasi il 90%.

La sentenza della Corte Costituzionale sull’adeguamento delle pensioni, continua a suscitare reazioni di metodo e di merito. Su questi argomenti, alcune considerazioni sono già state svolte da chi scrive su il manifesto di sabato scorso; il protrarsi del dibattito suscita qualche ulteriore approfondimento.

Due aspetti particolarmente discussi sono le difficoltà che la sentenza causerebbe al rispetto degli obiettivi di bilancio pubblico e dei vincoli europei, e che essa dirotterebbe risorse agli anziani sottraendole ai giovani. Sul primo argomento c’è chi insiste sull’inopportunità che la Corte possa alterare le scelte economiche e distributive del Governo. È una posizione che, indipendentemente dal merito, critica non solo la sentenza della Corte, ma il tratto distintivo del costituzionalismo moderno che delimita i poteri del Governo.
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Pensioni, il rimborso di Renzi

Pensioni e pensionati
Pensioni e pensionati
di Felice Roberto Pizzuti

Il governo ha deciso di applicare la sentenza della Corte Costituzionale al 12%. Questa infatti è, all’incirca, la percentuale del rimborso (2,180 miliardi di euro) che verrà effettuato ai pensionati rispetto a quello che sarebbe loro dovuto in base alla piena applicazione delle indicazioni della Corte (16,6 miliardi più gli interessi). Tra le righe della sentenza si possono anche individuare elementi per contenere la restituzione del mancato adeguamento all’inflazione, ma è fortemente dubbio che le sue indicazioni possano essere eluse per quasi il 90%.

La restituzione parziale avverrà in misura progressiva: 750 euro per le pensioni superiori a tre volte il minimo (circa 1406 euro lordi mensili al dicembre 2011) fino a 1700 euro lordi; 450 euro per le pensioni fino a 2200 euro lordi; 278 euro per quelli fino a 3200 euro lordi. Anche per chi prenderà di più, si tratterà di un assegno una tantum (perché la questione dovrebbe essere rivista nella prossima legge di stabilità dove le pensioni saranno oggetto di altri interventi) e nettamente inferiore a quanto previsto dalla sentenza. Infatti, anche per la prima fascia d’importo, il rimborso avrebbe dovuto essere di circa 1700 euro, mentre per la fascia più alta dovrebbe essere di circa 3800.

Il Presidente Renzi ha specificato che i 2,180 miliardi necessari saranno presi da quanto era previsto per gli interventi contro la povertà il che conferma che sarà una redistribuzione ai margini della povertà. A differenza di altri paesi, dove i redditi da pensione hanno trattamenti fiscali ridotti, in Italia sono tassati con le normali aliquote, e una pensione lorda di 1406 euro diventa di circa 1200 netti.
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