Attacco bipartisan alle pensioni: quando la solidarietà tra generazioni diventa un dispositivo neoliberale

Pensioni e pensionati

di Alessandro Somma

La Commissione Affari costituzionali della Camera ha da poco iniziato l’esame di due proposte di modifica dell’articolo 38 della Costituzione, nella parte in cui menziona il diritto alla pensione e precisa che alla sua attuazione “provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato”. Con la prima proposta, sottoscritta da parlamentari di maggioranza e opposizione, dal Pd ai Fratelli d’Italia, si vuole puntualizzare che il diritto alla pensione si attua “secondo principi di equità, ragionevolezza e non discriminazione tra le generazioni” [1].

La seconda proposta è stata presentata da deputati del Pd e ha un contenuto simile: vuole precisare che “il sistema previdenziale è improntato ad assicurare l’adeguatezza dei trattamenti, la solidarietà e l’equità tra le generazioni nonché la sostenibilità finanziaria” [2].

Molti hanno accolto con entusiasmo il richiamo alla solidarietà tra generazioni, considerato una novità positiva per i pensionati di domani. Proprio su questo aspetto deve avere insistito una velina a cui evidentemente si deve un titolo molto gettonato dalle testate, che hanno sbrigativamente parlato di “norma salva-giovani”. Sono però mancate analisi più approfondite su una vicenda di notevole portata e impatto, tutto sommato passata sotto silenzio.
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Pensionati italiani all’estero: è davvero una vita da nababbi?

di Franco Di Giangirolamo

Negli ultimi anni ci si imbatte sempre più spesso in interviste televisive e radiofoniche, articoli sui giornali, video sui social attraverso i quali si propaganda, di fatto, una moderna corsa all’oro con immagini esotiche di pensionati goderecci, stravaccati su spiagge da sogno, finalmente felici in località dove la vita non costa niente e la si può sostenere con i soldi che il fisco in Italia ti avrebbe sottratto. Sono fiorite decine di agenzie specializzate nella organizzazione di queste fughe senili, centinaia di siti web dove ci si aiuta, organizzazioni più o meno solidali di “italiani in…..”. L’Eldorado pare sia stato trovato, altro che lotte sindacali

Premesso che ritengo assolutamente rispettabile la scelta dei pensionati, di andare dove vogliono e quando vogliono, vorrei ridimensionare il primo effetto di questo fenomeno tutt’altro che nuovo: l’eccesso di illusioni. Naturalmente mi rivolgo a coloro che non hanno compreso bene l’insegnamento di Collodi sul Paese dei Balocchi.

Partiamo dalle cifre. Il numero delle pensioni pagate all’estero non corrisponde al numero dei pensionati italiani che hanno migrato all’estero. La confusione è grave perché le prime ammontano negli ultimi dieci anni a circa 500.000, mentre i secondi ammontano a 36.578 nel periodo dal 2003 al 2014. Nello stesso periodo sono rientrati dall’estero 24.857 emigrati, per cui la catastrofe fiscale che questi scellerati migranti starebbero determinando, secondo alcuni patriottici commentatori è una stupidaggine allo stato puro, se si pensa che il totale dei pensionati italiani erano nel 2014 la bellezza di oltre 16 milioni.
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La crisi in Grecia

2017, l’anno cruciale di Atene

di Dimitri Deliolanes

Il 2017 sarà un anno cruciale nel lungo confronto tra il governo di Alexis Tsipras e le autorità europee che, proprio sul caso greco, dovranno prendere decisioni importanti anche per gli equilibri di tutta l’eurozona.

Un primo assaggio delle intenzioni della Commissione si avrà a metà gennaio, quando il “quartetto” (ex troika) tornerà ad Atene per concludere la seconda valutazione. Si tratta di una scadenza importante perché dalle loro conclusioni dipenderà l’ingresso della Grecia nel programma di quantitative easing della BCE e anche l’inizio di un primo tentativo di tornare ai mercati finanziari internazionali.

Se i creditori metteranno al primo posto delle loro richieste questioni che riguardano il nuovo diritto del lavoro, allora sarà evidente che si cerca una mediazione ragionevole. Il governo di Alexis Tsipras ha già manifestato la sua disponibilità ad andare incontro alle richieste europee, mantenendo in vigore il diritto del lavoro europeo. In pratica, si tratta di abbandonare le richieste radicali, espresse dal FMI l’anno scorso, di legalizzare le serrate e i licenziamenti in massa ma di mettere ordine nel diffuso lavoro nero, ridurre i casi di falso lavoro autonomo, disciplinare i permessi sindacali e altre questioni del genere.

Se invece i creditori adotteranno le richieste del FMI di imporre già da ora nuovi tagli di bilancio per 4,2 miliardi di euro per gli anni 2019- 2020, allora è evidente che sarà difficile trovare una mediazione.
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Chiara Saraceno: “La povertà in Italia è una emergenza sociale. Ecco cosa fare”

Chiara Saraceno
Chiara Saraceno
di Ignazio Dessì

Il tema è pressante, anche se inspiegabilmente se ne parla poco. È stato Tito Boeri a lanciare l’ultimo allarme parlando del pericolo povertà che incombe in Italia su talune fasce di popolazione. Il presidente dell’Inps ha denunciato la mancanza di strumenti efficaci di sostegno e ha parlato di sperequazioni sociali, a livello pensionistico e occupazionale. Ha rilevato come di questo passo saranno soprattutto i giovani e coloro che perdono il lavoro dopo i 55 anni a incontrare difficoltà. Ma com’è davvero la situazione nel nostro Paese? Ne abbiamo parlato con Chiara Saraceno, una delle sociologhe italiane più note e apprezzate.

Professoressa, negli ultimi 8 anni la povertà in Italia è aumentata. Crede siamo vicini ad una vera emergenza sociale?

“Non siamo ‘vicini’, siamo già in una emergenza sociale, anche se i nostri politici sembrano non accorgersene, o comunque non la considerano una priorità. L’Italia è uno dei paesi in cui la povertà è aumentata di più durante la crisi. In particolare, dal 2008 al 2013 è raddoppiata la povertà assoluta, passando dal 4 a quasi l’8% della popolazione che non riesce a consumare un paniere di beni essenziali. Si è anche riallargato il divario tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno”.

Chi riguarda più precisamente tale emergenza? Il presidente dell’Inps fa riferimento a certe categorie e in particolare a chi perde il lavoro dopo i 55 anni.
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