Pasquino: “Renzi se ne va. Ora si recuperi la sinistra sfilacciata”

di Marco Palombi Politologo no, per carità. Politologi sono un po’ tutti e Gianfranco Pasquino – professore emerito di Scienze Politiche a Bologna – ha un profondo rispetto della sua specializzazione nella più fascinosa e sfuggente delle arti sociali. Per questo – e perché è un antico uomo di sinistra, senatore per tre legislature – […]

Renzi o gli altri, qualcuno nel Pd è di troppo

di Nadia Urbinati

A seguire i social, si ha l’impressione che delle cene (elitarie o popolari) proposte, promesse e disdette da alcuni leader Pd interessi ben poco. Le uniche note di commento sono: per recriminare questi “signori sistemati” che poco o nulla sanno di quel che succede fuori; per esprimere un sospiro di sollievo per lo scioglimento di un partito nato gracile; per dire basta, e chiedere che si smetta di parlare di quel che non c’è per dedicarsi a capire che cose può esserci.

Il Pd appartiene al passato. È fuori del presente. Quel che nel presente c’è e occupa le pagine dei giornali (più per curiosità da tabloid che altro) è l’opinione dei soliti noti del Pd, che sembra siano la sinistra, che siano il partito, che siano l’opposizione. Fanno tutto questo malissimo eppure hanno solo loro voce rappresentativa. È possibile sperare che si facciano da parte? Deve essere possibile. Ma c’è il Congresso. Il quale sembra diventare ogni giorno che passa la zattera di salvezza per tutti. E questa è la condizione peggiore, perché questo congresso post 4 marzo dovrebbe servire a rifondare.

È la condizione peggiore perché, appunto, è visto e sarà usato come una zattera: ciascuno dei naufraghi cercherà di occupare il posticino che lo salverà, a costo di buttare a mare il vicino. E resteranno i più scaltri, i più cinici, i più amorali – coloro che riusciranno a far fuori gli altri. Nel mors tua vitamea non si radica alcuna impresa collettiva. È come lo stato di natura di Hobbes, dal quale al massimo emergono bande di predoni, che non sono proprio la soluzione alla condizione di massima incertezza e insicurezza.
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Primarie del Pd: quattro ragioni per cui questo voto non è servito a niente

Matteo Renzi

di Vincenzo Russo

Queste primarie del Pd mi hanno ricordato le elezioni che organizzano le semi-dittature presidenziali. Ancora prima del risultato qualcuno ha già scritto il discorso della vittoria. Primarie così non servono né a Renzi né al Pd. Gli italiani non sono stupidi e sanno riconoscere una vera vittoria (come fu quella del 2013 contro Cuperlo e Civati) distinguendola dalla sceneggiata che ha raggiunto il suo apice poco prima della mezzanotte di ieri con il discorso della vittoria declamato sul tetto della sede del partito a Largo del Nazareno.

Una sceneggiata che continua e continuerà non si sa fino a quando, visto che sono dovute passare più di 12 ore dalla chiusura dei seggi per avere i risultati ufficiali regione per regione e il dato definitivo della vera affluenza ai gazebo. Ma vediamo nel dettaglio perché queste primarie sono state inutili per rilanciare il Pd e soprattutto per il rilancio dello stesso Renzi a livello mediatico.
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Scissione Pd: la tragica parabola di un partito destinato (e arrivato) allo sfascio

di Paolo Farinella

Manca un mese appena a primavera e già le mammole piddine fioriscono a gruppi di gemelli e solitari smarriti. Alcuni amici non mi salutano più perché da almeno tre anni pronostico lo sfascio del Pd non a causa di una maledizione divina, ma per aver venduto l’anima a Matteo Renzi, corpo estraneo alla storia del riformismo italiano e a quella propria della sinistra.

Buttandosi nell’acqua rancida del fonte battesimale della Leopolda, affascinato dal tacco 12 della ex ministra Maria Elena, poi divenuta Maria Banca Etruria, il Pd ha abiurato non solo le sue origini uliviste di stampo prodiano, ma anche quelle ancestrali di stampo degasperiano, berlingueriano e pertiniano. Renzi è nato, cresciuto e resta un’altra cosa, più in sintonia con Berlusconi con cui cominciò ad amoreggiare fin da sindaco di Firenze, andando di nascosto a Arcore per sentirsi dire: “Tu mi somigli” (07-12.2010). Lì iniziò la tessitura per espellere gli ex Pci, lasciando in auge solo gli immarcescibili dorotei.

Dopo sei anni, missione compiuta con la faccia oscena del baro spergiuro. Aveva giocato e puntato tutto su tre pilastri: la legge sul licenziamento, “il grande inganno” da lui furbescamente chiamata con un anglicismo indebito “Jobs act”, dalla Corte Costituzionale sottoposta in parti qualificanti a referendum.
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Le primarie nella provincia bolognese: sindaci ribelli contro il partito

Primariedi Massimo Corsini

Qual è il senso delle primarie in provincia di Bologna? O meglio: qual è il senso dell’antagonismo elettorale Bersani-Renzi in provincia? Anzitutto bisognerebbe dare un’occhiata ai risultati elettorali. A prima vista sembrano emergere due dati principali. Il primo è un esito del voto più o meno in linea con il dato nazionale: ovvero Bersani vince di gran lunga seguito da Renzi, mentre gli altri candidati rimangono relegati a delle percentuali decisamente basse rispetto ai primi due. Poi sembra emergere un dato più territoriale, dove Renzi, in alcuni comuni più problematici, sembra aver interpretato la voglia di cambiamento da parte di un elettorato scontento.

Spiega Giuseppe Paruolo, unico consigliere regionale ad appoggiare Matteo Renzi e membro del direttivo che alle primarie appoggia il sindaco di Firenze: “Personalmente sono molto contento della penetrazione del messaggio di cambiamento di Renzi. Il voto al primo cittadino di Firenze è dato da persone che vogliono un cambiamento netto, senza gradualità. Qua in Emilia Romagna eravamo in un contesto per nulla scontato perchè il partito più radicato sul territorio vede pochi esponenti per Renzi”. Certo viene spontaneo chiedere quale sia questo cambiamento netto. Ma Paruolo spiega ancora: “Non possiamo negare che il male principale dell’Italia è un immobilismo che si traduce anche nello stallo della classe politica. Ora questa stagnazione, secondo me, nel centro sinistra si sta sgretolando proprio grazie alle primarie”.
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Bologna, il comitato contro passanti e passantini: “Speriamo che non se ne faccia nulla”

Gianni Galli e Severino Ghini
Gianni Galli e Severino Ghini
di Sandro Nanetti

Gianni Galli e Severino Ghini sono gli instancabili animatori del Comitato di cittadini per l’alternativa al passante nord e sono impegnati a indire pubbliche assemblee in ciascuno dei quindici comuni a nord di Bologna per spiegare ad amministratori e cittadini i termini di quella “oscura vicenda che impatta sul nostro futuro”. Approdando a Villanova di Castenaso ne hanno raccontato vari aspetti: il tracciato autostradale ipotizzato, infatti, dividerebbe questa frazione dal capoluogo. Per di più qui i cittadini hanno il dente avvelenato giacché la frazione soffre gli effetti di un traffico eccessivo che da quarant’anni si sarebbe dovuto alleggerire con il famoso “lotto 2 bis della Lungosavena”, la cui mancata realizzazione, sempre da quarant’anni, è oggetto di rimpalli tra Regione, Provincia e Comune.

Il passante nord fu ideato per decongestionare dal traffico la tangenziale di Bologna e l’autostrada. Un percorso alternativo all’attuale autostrada (ma più lungo di oltre quaranta chilometri a nord di Bologna) avrebbe dovuto risolvere il problema. L’entusiasmo con cui dieci anni fa fu accolto il progetto – spiegano Galli e Ghini – derivava essenzialmente dalla mole di miliardi di euro che avrebbero accompagnato la gittata dell’asfalto. Ogni amministrazione dei comuni della pianura toccati dall’opera vagheggiava nuovi poli industriali e tecnologici e nuovi insediamenti urbani. Nel contempo, nelle aree lasciate libere a Bologna dal trasferimento nella “bassa” delle attività produttive, si sarebbero potute costruire nuove case. Il nuovo progetto, nel suo complesso, poteva essere considerato la realizzazione di una Città metropolitana ad uso e consumo della lobby trasversale degli affari e del cemento che non vede insensibili anche alcuni amministratori della sinistra storica eletti in Provincia e in Regione.
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Castenaso: l’invasione dei rottamatori tra toni da convention e stoccate a Marchionne

Matteo Renzi a Castenasodi Sandro Nanetti

Stefano Sermenghi, il sindaco di Castenaso ha vinto la sua scommessa, nonostante qualche contestazione e i toni da convention che, a qualcuno, riportano alla memoria meeting di una ventina d’anni fa scarsa. Tutto esaurito il palazzetto dello sport per lo show di Matteo Renzi che qui propone la sua settantunesima replica. Meno soddisfatti devono essere gli esponenti della sezione locale del PD di fede bersaniana che speravano in un flop e che ora si aggirano increduli in mezzo alle oltre millecinquecento facce di persone che normalmente non escono di casa per assistere al comizio di un politico ma che stavolta non hanno resistito al richiamo del “maghetto” di Firenze.

A un’isolata disturbatrice che urla un “viva Bersani!” risponde pronto: “Anche a noi ci piace Bersani! Pier Luigi come Samuele”. E poi Renzi comincia la sua esibizione parlando di rottamazione. È finita con successo la fase di rottamazione dei “vecchi” del partito, ora tocca alla rottamazione delle idee e dei modi di fare politica che sin qui sono stati messi in campo e che hanno causato la drammatica situazione attuale. Il racconto di Renzi si snoda con ritmi e tecniche da convention aziendale. Filmati che alternano Obama e Littizzetto, Crozza e Bisio, tanta ironia e autoironia ma anche il richiamo ai buoni sentimenti che culmina con il deamicisiano elogio della figura della maestra elementare.
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Castenaso: Stefano Sermenghi, il sindaco “eretico” del Pd tra il sostegno a Renzi e il no al Passante Nord

Stefano Sermenghidi Sandro Nanetti

Stefano Sermenghi è un avvocato di quarant’anni che fa il sindaco in un comune della provincia, Castenaso, 14 mila abitanti alle porte di Bologna. Citato da quotidiano La Repubblica e dal settimanale L’Espresso come l’unico dei sindaci della provincia di Bologna che si è schierato con Matteo Renzi, non ci mette molto a spiegarne le ragioni e a raccontare come ci si sente ad essere minoranza nel PD a Bologna.

«Matteo Renzi è l’unica possibilità di risollevare il paese perché vuole cambiare la classe dirigente e parla un italiano comprensibile. Ha un programma preciso in dodici punti che mette alla base il merito, la lotta contro le oligarchie ed è un programma di centrosinistra. Capisco la resistenza all’interno del PD che classifico come “spirito di sopravvivenza”. Chi si schiera contro Renzi sa che se dovesse cambiare l’Italia dovrebbe cercarsi un lavoro».

Sul cosiddetto “passantino”, il Passante Nord nella nuova versione proposta da Società Autostrade, hai assunto posizioni difformi da quelle di una parte del tuo partito. Nell’ultimo consiglio comunale tu hai votato a favore della mozione della opposizione consiliare che chiedeva alla tua amministrazione di contrastare fattivamente questa ipotesi. La maggioranza di centrosinistra che ti sostiene è apparsa in grande difficoltà e si è pronunciata sull’argomento in ordine sparso. Cosa puoi dirci in proposito?
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Acqua Pubblica

Fusione Hera-Acegas: progetto oscuro taciuto ai comuni. Solo il Pd di Bologna sostiene le speculazioni sull’acqua

di Angelica Erta

Oltre 27 milioni di italiani hanno votato al referendum per contro la privatizzazione dell’acqua. Volontà dei cittadini completamente disattesa dal governo. Ultimo colpo di coda di una strategia iniziata da anni, la fusione fra la multi-utility emiliana Hera e Acegas-Aps, azienda che gestisce i servizi pubblici locali a Padova e Trieste, con rami in Bulgaria e Serbia.

Senza che nessun cittadino ne abbia mai discusso e senza che nemmeno i consigli comunali coinvolti siano al corrente fino in fondo del piano industriale, al di là di qualche informazione a dir poco vaga, il management di Hera ha deciso la politica delle fusioni. E si deve far presto, c’è tempo solo, ed improrogabilmente, fino al 15 ottobre pena il fallimento dell’intera operazione. Oggi si vota a Bologna, ma in consiglio comunale, bloccato alla sua apertura, nulla è più scontato. Dopo il tam tam informativo dei Comitati per l’acqua pubblica che si oppongono alla fusione la maggioranza scricchiola, con il Pd in completo isolamento, stretto fra la minoranza (Pdl, Lega e M5) che forse bloccherà la seduta con una pioggia di emendamenti e gli alleati Sel e Federazione della Sinistra nettamente contrari. Intenzioni di voto contrarie anche nell’Idv in cui da tempo serpeggiano dubbi. Al Pd non rimane allora che appigliarsi al voto favorevole dell’ex manager di Hera, Stefano Aldrovandi, per completare questo risiko oltremodo incerto.

Dopo molti comuni nel forlivese, Porretta dove la delibera non è passata, Formigine dove il consiglio si è spaccato 13 a 13, la tempesta si abbattuta sul capoluogo emiliano. Le dichiarazioni di Caty la Torre, capogruppo di Sel, sferrano un secco colpo al Pd. Dice La Torre:
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Biomasse e proliferazione degli impianti: si dimette consigliere Pd di San Pietro in Casale, Salvatore Virzì

Salvatore Virzi'di Massimo Corsini

Alla fine se ne è andato. Salvatore Virzì, consigliere del gruppo di maggioranza (Pd) del comune di San Pietro in Casale, nonché primario di chirurgia dell’ospedale di Bentivoglio, ha consegnato le dimissioni in seguito ai dissensi creatisi all’interno della maggioranza di cui faceva parte, a causa della questione biogas. Per il primario di Bentivoglio troppe sono state le autorizzazioni di centrali sul territorio di San Pietro. Il primo strappo con l’amministrazione del sindaco Roberto Brunelli si è verificato proprio quest’anno in un famoso consiglio comunale passato alle cronache perché Virzì abbandonò lo stesso consiglio dopo che gli era stato impedito di completare un intervento contro la proliferazione degli impianti a biomasse.

Dal quel momento in poi lo strappo con l’amministrazione Brunelli non si è più potuto ricucire e le cose sono precipitate. La tematica ambientale per Salvatore Virzì era uno dei punti centrali del suo mandato di consigliere. Spiega:

Se si lavora con idee uguali agli altri diventa più semplice conciliare l’attività politica con un lavoro come il mio (il chirurgo appunto), purtroppo, invece, da un anno a questa parte mi sono quasi sempre trovato su posizioni opposte a quelle del mio gruppo. Avrei potuto cercare di creare un gruppo autonomo, ma per non tradire il mio mandato ho preferito lasciare.

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