C’era una volta la Festa dell’Unità: erano i tempi della vera politica e della militanza

di Sergio Caserta

La festa dell’Unità, per ogni organizzazione del Pci, rappresentava dopo il congresso, il momento più elevato di iniziativa politica. La festa era il momento in cui il partito si “metteva in mostra” con la sua immagine, la capacità organizzativa, con i suoi programmi e progetti. A qualsiasi livello la festa si svolgesse: nel quartiere, di zona o paese, cittadina o provinciale fino all’appuntamento nazionale, la festa era la vetrina per antonomasia ove il Partito offriva il meglio di sé.

Pertanto si costruiva attraverso impegnative discussioni sui contenuti in primo luogo politici, cioè dei temi da trattare nei dibattiti, di attualità o approfondimento, di rilevo locale, nazionale o internazionale che erano il cuore della festa; in secundis si discuteva del programma culturale, ovvero di quali eventi, mostre, presentazioni di libri o di film, quali concerti e intrattenimenti.

Infine c’erano le scelte gastronomiche i menù, gli stand per l’autofinanziamento e poi quelli più commerciali che nella mia esperienza al SUD, non erano stati mai tanto importanti come nelle feste emiliane, caratterizzate da una forte componente “fieristica”, perché il Partito al nord è stato da sempre collegato con il mondo dell’impresa soprattutto artigiana e commerciale.
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Il dirigente del Pci che tallonava Togliatti

di Manfredi Alberti

Come ha affermato Plechanov in un noto scritto di fine Ottocento, le grandi personalità della storia sono tali nella misura in cui riescono a interpretare al meglio e con determinazione le forze e le tendenze in atto nella società, indirizzandole in modo coerente. L’inestricabilità del rapporto fra le biografie individuali e le forze collettive è particolarmente evidente nel caso del comunismo novecentesco, i cui grandi dirigenti hanno sempre avuto alle spalle un grande partito, una forza organizzata in grado di creare, nel contesto dato, virtuose sinergie fra i singoli e il gruppo di riferimento.

Sotto questo profilo non fa eccezione la vicenda del comunismo italiano, come si può evincere dal rigoroso e documentato lavoro di ricerca di Massimo Asta, dedicato all’avventurosa vita di Girolamo Li Causi, uno dei dirigenti più popolari del Pci nella prima metà del Novecento, negli anni ’50 il candidato comunista più votato dopo Togliatti; un uomo capace di infiammare le masse non solo grazie alle parole, ma anche con il linguaggio del corpo (Girolamo Li Causi, un rivoluzionario del Novecento. 1896-1977, Carocci, pp. 328, euro 33).

Nato a Termini Imerese nel 1896, Li Causi si forma durante l’età giolittiana, osservando dal Sud l’incapacità dello Stato liberale di realizzare una reale inclusione dei lavoratori nella vita politica nazionale. Dopo aver ottenuto il diploma di ragioneria, si sposta a Venezia dove si iscrive alla Scuola superiore di commercio di Ca’ Foscari.
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La morte di Aldo Moro e la possibilità di un nuovo compromesso storico

di David Broder

Il rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo 1978, di cui ricorrono i quarant’anni questo venerdì, ha dato avvio a uno dei periodi più drammatici della storia repubblicana: i 55 giorni nei quali le Brigate rosse (Br) hanno tenuto prigioniero l’ex primo ministro misero a dura prova il patto tra la Democrazia cristiana (Dc) e il Partito comunista italiano (Pci). Le Br avevano preso di mira Moro perché era stato uno dei principali interlocutori del segretario del Pci, Enrico Berlinguer, all’interno della Dc.

L’assassinio di Moro, il 9 maggio 1978, non fece immediatamente naufragare il patto tra Dc e Pci. Nei due anni precedenti il Pci aveva usato lo strumento della “non sfiducia” per sostenere il governo monocolore di Giulio Andreotti, mantenendo viva la speranza di entrare direttamente al governo. Eppure, nel gennaio del 1979, il Pci decise di ritirarsi dalla maggioranza, perché l’ala conservatrice della Dc era riuscita a bloccare ogni tentativo di far entrare dei ministri comunisti nel governo.

Sebbene Berlinguer avesse parlato di un’alleanza democratica anche negli anni precedenti, era stato l’esito inconcludente delle elezioni del 1976 a rendere possibile il patto di “solidarietà nazionale”. L’ascesa del Pci al 34 per cento (contro il 38 per cento della Dc) aveva riacceso il dibattito, reso più drammatico dal colpo di stato contro Salvador Allende in Cile nel 1973, sull’opportunità per il Pci di entrare in una coalizione più ampia invece di ricercare una maggioranza del 51 per cento.
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Reinventare la sinistra: Sisifo rivalutato e la consapevole speranza

Questo articolo introduce il nuovo numero di Critica Marxista, in uscita in questi giorni. Nella foto Tortorella con la giornalista Chiara Valentini

di Aldo Tortorella

La prima parte di questo numero della nostra rivista, Critica Marxista, si apre enunciando il bisogno di “reinventare la sinistra”. Non pretendiamo certo di essere noi a compiere una così ambiziosa e, ormai, quasi titanica impresa, come si vedrà leggendo l’acuto scritto di Vincenzo Vita che spiega bene il proposito. Ma possiamo sicuramente vantare titoli sufficienti per enunciarlo data la fatica di un quarto di secolo (niente, in fondo, rispetto a quella del povero Sisifo, quello condannato per l’eternità, a causa di un dispetto fatto a Zeus, a portare un masso fino alla vetta del monte per vederlo precipitare e riportarlo in cima).

Infatti, quando questa rivista, destinata alla soppressione assieme al Pci, rinacque a nuova e autonoma vita (era il lontanissimo 1991) non dichiarammo solo una “nuova serie”, ma nel sottotitolo della testata proponevamo, appunto, di “ripensare la sinistra”. Eravamo convinti che la metamorfosi voluta dalla maggioranza del Pci corrispondesse più ad una pulsione autodistruttiva che ad una seria riflessione critica e ad un necessario progetto di rinnovamento ideale, morale e politico.

Un rinnovamento egualmente negato dalla scissione attuata da una parte della minoranza, più sollecitata da un continuità acritica che dal bisogno di rigenerarsi. Ci collocavamo, sapendolo, in una terra di nessuno, antipatici agli uni e agli altri. I quali si trovavano uniti, senza volerlo, dal rifiuto di guardare dentro se stessi dato che abiura e nostalgia convergono nella cancellazione degli errori. Col risultato della dannazione o della esaltazione della memoria, in luogo della comprensione del bene e del male.
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Valentino Parlato, il comunista gentile

di Vincenzo Vita

Valentino Parlato è stato per antonomasia il suo giornale, che tantissimo gli deve: nel lavoro insostituibile di anni e nella fatica pazzesca dei salti mortali per mantenerlo in vita. Impossibile pensare a “il manifesto” senza di lui, che – essendone tra i fondatori e ripetutamente il direttore – l’ha sorretto e amato sempre. È uno di quei casi di immedesimazione e associazioni immediate, persino simboliche. Tanto per dire, come è difficile pensare al cinema senza Fellini o al rock senza Mick Jagger. E così al “quotidiano comunista” senza quell’uomo minuto ed affabile, con la sigaretta in bocca a mo’ di un bel film degli anni Settanta.

Un grazie sentito e appassionato non a caso è arrivato in modo corale nei riguardi di chi ha contribuito in modo sostanziale a rendere possibile il miracolo laico di un foglio che non ha mai voluto togliere dalla testata la dizione “comunista”. In una conversazione del luglio del 2009 con Marco Pannella, ritrasmessa da radio radicale, la scelta era rivendicata con un cenno abbozzato ma orgoglioso. Un’impresa eroica, che colloca Valentino di diritto nel Pantheon dell’editoria. Una bottega, disse in un dibattito alla radio Valentino; no, è una boutique rispose un noto direttore. Infatti, il prestigio del quotidiano ha retto e regge nel tempo, malgrado le crisi ripetute e ormai strutturali della carta e della vecchia comunicazione analogica.
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Ciao Vale: si schierava dalla parte del torto e aveva ragione

di Loris Campetti

Valentino se n’è andato, l’ha fatto molto in fretta stroncato da un giorno all’altro da una pancreatite. Ne scrivo con difficoltà, tutta la mia vita al manifesto è stata segnata dal rapporto con lui, ironico e autoironico, tanto appassionato quanto concreto e realista persino dentro quel grancaravanserraglio anarcoide e scapestrato che era il quotidiano comunista da lui stesso fondato insieme a Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Luciana Castellina e Lucio Magri.

Se Luigi mi ha insegnato a scrivere e Rossana a pensare, da Valentino ho imparato a mantenere sempre un rapporto con la realtà. “Queste sono le mie idee – diceva con provocatoria convinzione – ma sono disposto a cambiarle”. Dalle vicende avverse della vita, quelle che determinano traumi, ha sempre saputo cogliere l’aspetto positivo. Ricordando quando, giovane comunista tripolino, venne espulso dalla Libia sotto il protettorato britannico, disse che quella fu una fortuna, altrimenti magari avrebbe fatto l’avvocaticchio di provincia ad Agrigento. Così come della radiazione del manifesto dal Pci ha sempre conservato un buon ricordo, per lui fu una liberazione più di quanto lo fu per il Pci. Un errore, certo, ma gestito con intelligenza, democrazia e assemblee nelle sezioni, a differenza dei furori rottamatori e delle purghe renziane.

Nato da genitori italiani a Tripoli nel ’31, Valentino ha sempre mantenuto un legame forte con la sua “patria”, dove è tornato ospite di Gheddafi per intervistarlo sotto la sua mitica tenda. Ha voluto pubblicare i racconti letterari del colonnello (“Fuga all’inferno e altre storie”, Edizioni Manifesto) con una sua prefazione, l’ha difeso quando tutti (e tutto) congiuravano contro, con una semplice considerazione: dopo di lui il diluvio. E diluvio fu.
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Napoli e la disoccupazione: virtù e vizi di un famoso movimento. Intervista a Sergio Caserta

di Valerio Romitelli

Da circa un anno a Bologna si è costituito il Pad (Progetto Assistenza Disoccupati), un progetto volontario e sperimentale che punta a strutturarsi più stabilmente sul territorio. Promotori ne sono, oltre la relativa associazione APAD, i servizi Nidil e Auser della CGIL, l’Associazione Includendo, un gruppo di psicologi e psicoterapeuti volontari in collaborazione con studenti e professori di Antropologia (Luca Jourdan e il sottoscritto) dell’università di Bologna (per ulteriori chiarimenti si può vedere qui).

Perché questa iniziativa? La nostra città non offre forse già sufficienti servizi e forme di assistenza per chi è in cerca di lavoro? E comunque, “qui da noi” non sono oramai certi i sintomi che fanno sperare in una prossima uscita dalla crisi in corso e dunque nella ripresa dell’occupazione? Così in effetti ragiona chi non ha diretta esperienza o non conosce da vicino l’effettiva realtà attuale della disoccupazione nel bolognese e si ostina invece a credere sempre vigente, e solo transitoriamente declinata, la proverbiale tradizione di questo territorio: quella che ne ha fatto uno spazio privilegiato di prosperità e di politiche sociali più che altrove efficienti.
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“Coglione, sei un coglione”, quando Alfredo Reichlin ci dirigeva all’Unità

di Rocco di Blasi

“Coglione, sei solo un coglione”: Alfredo Reichlin era in piedi davanti alla porta della sua stanza. Io ero a 60 metri più in là, appena uscito dall’ascensore. Il lunedì mattina, a Roma, era sacro perché c’era la “riunione grande”, quella che impostava idee per tutta la settimana. E così il c’erano sempre tutti i “santoni” del giornale, notisti politici e parlamentari come Giorgio Frasca Polara, Candiano Falaschi, Fausto Ibba, Enzo Roggi, una bella signora molto colta come Letizia Paolozzi; l’amabile Ugo Baduel, che tante ne aveva viste e tutto riusciva a sdrammatizzare.

Un gruppo di giovani molto valenti

E poi tutti i condirettori e redattori capo e un manipolo di giovani che lo stesso Reichlin aveva chiamato a raccolta. Valorizzato e messo in concorrenza tra loro: Caldarola, Cingolani, Adornato, Sansonetti, Capranica, Sergi, Cavallini, io stesso e tanti altri. Ma il coglione, quella mattina, ero io e me lo gridava nel corridoio davanti a tutti. Un’offesa bruciante.

Una voce dai toni inimitabili

Che avevo fatto? Qui dovreste sentirlo, perché la voce di Reichlin è unica (anche se non inimitabile, visto che abbiamo passato una vita a imitarlo. Sansonetti è quello che ci riesce meglio). La voce di Reichlin incazzato è ancora più esclusiva. “Sei stato a un convegno, hanno applaudito Ingrao per cinque minuti e tu non te ne sei nemmeno accorto. Neanche una riga. Ne-an-che u-na ri-ga co-glio-ne!”.

Il convegno era dei giovani comunisti. Che dei ragazzi applaudissero Ingrao per me era “naturale”. Probabilmente, in quel caso, avevo ragione io, ma passai una settimana da coglione. Anzi da co-glio-ne.
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Berlinguer, partiti e nuovi leader: come ricostruire la sinistra

di Sergio Caserta

Oggi non ci sono più partiti in senso proprio, esistono ormai solo partiti dei leader: la politica si è personificata, dominata dal bisogno dell’immagine vincente del capo senza il quale il partito appare un guscio vuoto, una nave senza timoniere. La legge inesorabile dell’onnipotenza mediatica impone che la leadership sia incarnata dall’uomo (ancora da noi la donna non c’è arrivata) vincente a tutto campo.

I partiti non erano così appena trent’anni fa: vale la pena ricordare che, fino ad allora, con tutto il negativo che la cosiddetta Prima Repubblica ha proiettato di sé all’indomani di Tangentopoli, i partiti intesi come organismi collettivi avevano goduto di un certo rispetto. Oggi non ci sono più collettivi, al massimo moltitudini, sempre plaudenti, a volte perfino osannanti. Non è necessario formarsi un’opinione comune: ci si schiera per questo o per quel personaggio, per poi magari constatare amaramente che la propria “stella” si è spenta velocemente passando dal firmamento della notorietà al silenzio dell’oscuramento. Così le masse si ritrovano in men che non si dica senza riferimento, cieche nella disperata attesa del prossimo leader.

I partiti sono stati di fatto soppressi, ridotti ad agglomerati di gruppi, sottogruppi, apparati, reti di interessi, notabilati di ogni genere, senz’anima e senza identità precisa che non sia la gestione di una piccola o grande porzione di potere.
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Il partito: perché si è persa la sua dimensione collettiva – Terza e ultima parte

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di Sergio Caserta

Quando l’attacco al «centralismo democratico» del Pci diventa, come è diventato, attacco ai partiti in quanto tali (alla così detta «forma-partito»); quando si condanna tutto ciò che non sia puro movimento d’opinione; quando l’attacco è diretto a denigrare ogni sforzo teso a organizzare la società attorno a un fine, è diretto contro ogni scala di valori che non sia quella gratuita e imprevedibile che viene confusamente e contraddittoriamente espressa dal moltiplicarsi degli appetiti egoistici dei singoli, dallo sfarinarsi della società in una miriade di nuclei corporativi e delle lotte al loro interno, dall’accentuarsi dell’induzione al consumismo; ebbene quando awiene tutto questo, e questo sta avvenendo, non dovrebbe essere difficile capire che l’attacco non riguarda solo il Pci ma tutti i partiti che tendono ad organizzare le masse e a ordinare in modo nuovo la società in vista di certi ideali.
Enrico Berlinguer (Articolo su Rinascita 1979)

Nel periodo della sua massima ascesa, il decennio degli anni ’70, il Pci rappresentò un fenomeno di straordinario interesse, una novità clamorosa nel panorama politico dell’Italia, fino ad allora dominata dalla “tranquilla” centralità democristiana. Non che negli anni precedenti il Pci non avesse contato nelle vicende politiche, tutt’altro.

Se c’era un partito influente e comunque incisivo nell’ottenere risultati era quella “giraffa” togliattana che sapeva essere dura opposizione allo strapotere democristiano ma anche sapiente mediatrice degli equilibri costituzionali che avevano rappresentato l’ancoraggio democratico inattaccabile delle Repubblica nata dal crollo del fascismo e dalla Resistenza. Giova ricordare per tutti le vicende del tentativo sventato di golpe del piano Solo del Sifar, le dimissioni de governo Tambroni dopo i fatti di Genova e Reggio Emilia e quelle del presidente della Repubblica Leone, fatti che dipesero anche, se non soprattutto, dalla forte influenza del Pci sul quadro politico istituzionale.
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