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Salute, chi non parte (dal Sud) è perduto

di Monica Mariotti

C’è una migrazione silenziosa – che non è considerata strumento di consenso politico e raramente desta l’interesse dei mezzi di informazione di massa – che ogni anno attraversa la nostra penisola. È il flusso di cittadini costretti a spostarsi dal proprio luogo di residenza per ricevere cure adeguate. La gravità del fenomeno, però, ormai è tale da non poter più essere ignorata. Gli ultimi dati disponibili relativi al 2016 parlano infatti di poco meno di un milione di “migranti della salute”, per una spesa di circa 4,6 miliardi di euro.

Per comprendere ragioni, direzione e percorsi di questo esodo, si può distinguere su base regionale tra mobilità passiva e mobilità attiva. La prima definizione fa riferimento alla percentuale di pazienti che escono dalla propria area di residenza per curarsi in un’altra regione, mentre la seconda alla capacità di un sistema sanitario di attrarre cittadini da altri territori regionali. Se si analizzano le differenze regionali tra ricoveri “in entrata” e “in uscita”, si nota che il saldo è positivo solo per otto regioni e negativo per tutte le altre.

Le prime tre posizioni sono occupate da Emilia-Romagna, con un saldo pari + 9%, Toscana (+ 7,5%) e Lombardia (+7,2%), mentre le ultime tre da Calabria con una differenza del -20%, Basilicata (-6,8%) e Abruzzo (-6,4%). Lo spostamento tra territori regionali limitrofi (o mobilità di confine), però, deve essere valutato diversamente rispetto alla mobilità di lungo raggio, cioè il vero e proprio viaggio della speranza di coloro i quali percorrono tutta la penisola per curarsi.

Così stanno uccidendo la sanità pubblica

di Gloria Riva

Quella mattina del 24 agosto Giuseppe Teori, ortopedico all’ospedale San Camillo de Lellis di Rieti, se la ricorda benissimo, anche se ha perso il conto dei volti scioccati che gli sono passati davanti. Su 240 barelle allineate c’erano i corpi martoriati degli abitanti di Amatrice. Lesioni, ferite di ogni tipo, fratture da schiacciamento. Nella notte, mentre dormivano, la terra aveva tremato e le case erano crollate su di loro. «È stato un miracolo», racconta l’ortopedico.

Già, ma il miracolo l’hanno fatto soprattutto i 400 giovani medici accorsi da tutte le province del Lazio per salvare vite umane: «Molti di loro li conosco, è gente che da 16 anni tira avanti con un contratto a termine, sono giovani che prendono 100 euro per una guardia medica notturna o si accontentano di 20 euro e una pizza per fare il medico alla partita di pallone». E un altro miracolo, quel giorno, l’hanno fatto i macchinari dell’ospedale che una volta tanto non si sono inceppati, nonostante vent’anni di carriera e rattoppi continui, che spesso obbligano il dottore a ripetere più volte gli esami.

Quella dell’estate 2016 è stata una situazione straordinaria, estrema, in cui il Sistema sanitario nazionale ha dimostrato di essere all’altezza di una catastrofe. Ma poi ci sono poi i miracoli ordinari, nelle corsie d’Italia. Quelli che si fanno tutti i giorni da dieci anni, da quando è cominciato il mantra dei tagli: meno 70 mila posti letto, meno diecimila professionisti, meno 175 ospedali. Giovani medici precari, macchinari nell’83 per cento dei casi obsoleti. E vecchi primari: il 52 per cento dei camici bianchi ha più di 55 anni, record europeo.

La mia indignazione per quello che sta accadendo nel campo della sanità

Sanità

di Vincenzo Tradardi * (testo adattato da Gianluigi Trianni)

Oggi sono venuto perché volevo urlare la mia indignazione per quello che sta succedendo nel campo della sanità. Mi avete presentato come ex-presidente dell’Unità Sanitaria Locale n. 4 di Parma, e stiamo parlando del 1980, cioè degli anni di applicazione della grande riforma sanitaria. La legge 833 fu approvata nel dicembre 1978, un anno durissimo, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro. Eppure alla fine di quell’anno tragico le forze politiche a grandissima maggioranza approvarono questa grande riforma sanitaria.

Pensare che la riforma sanitaria sia stata il frutto del lavoro parlamentare è non dire la verità. La riforma sanitaria fu prima di tutto frutto concreto delle lotte, e non solo dei lavoratori della sanità, ad esempio nei nostri ospedali, ma anche dei lavoratori che con i sindacati compresero il valore della tutela della salute in fabbrica e quindi della prevenzione.

Quante manifestazioni e lotte di straordinario valore abbiamo fatto, a Parma, come altrove, e con protagonisti i lavoratori, non solo gli addetti alla sanità. La riforma sanitaria non fu un atto delle commissioni parlamentari se non nella parte finale. Fu il frutto di un grande, grandissimo movimento di massa in tutto il paese che segnava un cambiamento radicale.

Perché dico radicale, forse unico? Perché, e l’ha sottolineato oggi Cristina Quintavalla**, era basato su due valori fondamentali della nostra Costituzione, la solidarietà e l’uguaglianza. I più giovani non se lo ricordano, ma prima dell’approvazione della Legge di riforma sanitaria 833/’78 c’erano le così dette mutue.

Tagli alla sanità: basta, verso la mobilitazione del 7 aprile

di Gianluigi Trianni, medico della sanità pubblica, L’Altra Emilia Romagna – Forum Salute Italia

La Conferenza Stato-Regioni del 23 febbraio 2017 ha visto una intesa tra Governo, Regioni e Province autonome in attuazione della legge di stabilità 2016 relativamente al “contributo alla finanza pubblica” delle regioni a statuto ordinario per l’anno 2017 la riduzione da 113 miliardi di euro a 112,578 miliardi del Fondo Sanitario Nazionale.

Il taglio è di ben miliardi 3,592 di euro a fronte dei 116.170 previsti dal Def 2016 e addirittura di mln 356 mln di euro rispetto ai miliardi 112.934 certificati da AgeNas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) come costi nel Ssn nel 2015 (sic!).

A ciò si aggiunga che a carico dei miliardi 112, 578 saranno sia i costi aggiuntivi dei rinnovi contrattuali sia l’incremento dei costi atteso per l’erogazione dei nuovi Lea, le attività assistenziali finalmente riconosciute a carico del servizio sanitario nazionale, e non della spesa privata dei cittadini, sia l’aumento dell’1% dell’inflazione nel 2017 attualmente registrato dall’Istat.

Manifesto per la creazione di un fronte comune per la difesa del Sistema Sanitario Nazionale

Ospedali e sanità

della Rete Sostenibilità e Salute

Non è vero che la sanità pubblica è insostenibile. Un sistema sanitario è tanto sostenibile quanto si vuole che lo sia. Secondo le valutazioni dell’OMS degli ultimi dieci anni, gli indicatori di salute dimostrano che il sistema sanitario in Italia è stato efficace e meno costoso che nella maggior parte dei Paesi occidentali ad alta industrializzazione. Un sistema sanitario sostenibile non prevede l’utilizzo illimitato delle risorse ma persegue il fine di determinare la migliore e più adatta risposta ai differenti bisogni.

Le varie forme assicurative integrative o sostitutive di ogni natura ed il cosiddetto secondo welfare rischiano di produrre livelli differenti di copertura sanitaria che potrebbero colpire profondamente il solidarismo del sistema sanitario basato sulla fiscalità generale, tendendo ad aumentare il consumismo sanitario e a non migliorare l’appropriatezza degli interventi.

Gli attuali 35 miliardi di euro della spesa sanitaria privata italiana potrebbero costituire solo la spesa iniziale in un mercato privato che ha come sua principale finalità la massimizzazione degli utili e la minimizzazione del rischio d’impresa: la tendenza che ne risulterebbe potrà aumentare di conseguenza anche la spesa sanitaria complessiva scaricando sempre sul pubblico gli interventi più complessi e costosi (emergenza-urgenza, rianimazione, oncologia, patologie cronico-degenerative).

Diritto alle cure: l’epatite C e quei troppo pochi pazienti in terapia

di Gianluigi Trianni, medico sanità pubblica, Forum Salute Italia – Altra Emilia Romagna

È assolutamente preoccupante in termini di tutela della salute pubblica, di attuazione dei principi costituzionali e motivo di indignazione sul piano politico generale e sanitario il fatto, segnalato lo scorso 11 febbraio 2017 su Quotidiano Sanità, da Ivan Gardini, presidente di EpaC Associazione onlus di pazienti con epatite e malattie di fegato: nell’ultima settimana, secondo dati Aifa siano stati messi in terapia solo 160 pazienti su ben 335 centri a ciò autorizzati, a fronte di una incidenza (nuovi casi-anno) di epatite C acuta, a partire dal 2015, di a 0,2 per 100.000 persone, (cfr Gruppo di coordinamento Seieva – Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta Cnesps-Iss – 28 07.2016) pari a 120 nuovi casi/anno, ed una prevalenza (tutti i casi/anno) di soggetti affetti da epatite C stimabili in 900.000 persone (Ansaldi et al, Journal of Medical Virology, 2005).

Squalificante per il servizio sanitario pubblico, per il governo e le regioni è il fatto che molti cittadini italiani siano già andati o si stiano organizzando per andare a procurarsi i farmaci generici in India, o li comprino online, o attraverso altre modalità, tanto quanto il fatto che non è finanziato alcun servizio di educazione sanitaria e nutrizionistica in favore di epatopatici per la riduzione dell’esposizione a fattori di rischio individuali per la progressione del danno epatico (fumo di sigaretta, diabete, obesità, consumo eccessivo di zucchero, latte e derivati e carne rossa) e l’accesso a fattori protettivi (consumo di caffè, alimenti con fibre e pesce, ed attività fisica) (A. Donzelli “HCV e prevenzione: no a screening di popolazione si a misure di prevenzione” in Evidence nov. 2016).

Renzi e la sanità 2016: incremento di tasse, “privatizzazione” e “assicurizzazione”

Sanità

Sanità

di Gianluigi Trianni

Matteo Renzi con la legge di stabilità 2016 ha stanziato 111 miliardi per il Fondo Sanitario Nazionale sostenendo che rispetto agli anni precedenti costituirebbero un incremento poiché lo stanziamento 2014 è stato di 109 miliardi e quello 2015 di 110. Matteo Renzi ha però taciuto che:

  • i 111 miliardi assegnati per il 2016, costituiscono oltre 4 miliardi in meno rispetto ai 115,444 promessi dal suo governo nel 2014 e stabiliti in una intesa Stato-Regioni nello stesso anno, ed oltre 6,5 in meno rispetto ai 117,563 previsti del governo Letta-Saccomanni nel febbraio 2014; per di più nel testo reso nota dal governo alla stampa prima che al Parlamento, “vagano” 1,8 miliardi, non specificati ma a forte rischio di essere a carico degli stanziamenti per il socio-sanitario, con i quali le regioni dovrebbero farsi carico della manovra di rientro nazionale;
  • nel 2014 la spesa accertata a consuntivo è stata di 112,6 miliardi (cfr report dell’agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas) dei dati sulla spesa sanitaria nazionale e regionale relativi al periodo 2008-2014, ricavati dai Conti Economici (CE) consuntivi compilati dalle Regioni stesse e inseriti sul Nuovo Sistema Informativo Sanitario (NSIS) del Ministero della Salute), superiore non solo di 3,6 miliardi ai 109 miliardi assegnati al fondo sanitario nazionale nel 2014, ma anche di 1,9 miliardi ai 111 miliardi da lui e dal suo governo stanziati per il 2016;

I medici, lo sciopero e i valori

di Maurizio Nazari, l’Altro Veneto, con la premessa di Luigi Trianni

A titolo informativo e d’esempio, mi pregio di inoltrare un appassionato, informato, giustamente anticorporativo e coraggiosamente “diretto” scritto di M. Nazari de “L’Altro Veneto, Ora possiamo”.

Preciso che non ritengo una priorità il passaggio dal rapporto convenzionale alla dipendenza pubblica dei Medici di Medicina Generale e dei Pediatri di Libera Scelta, che nell’ottica neo liberista/burocratica del governo Renzi, e delle sue appendici politiche e manageriali centrali e regionali, sarebbe realizzata unicamente come misura per “definanziare” i costi del personale sanitario nei Distretti e ridurne il numero.

Ritengo che la priorità sia quella di investire in dotazioni organiche e dotazioni strutturali anche nei servizi distrettuali, “case della salute” o “centri distrettuali comunali e/o di quartiere” che dir si voglia, nei quali i predetti medici vanno inseriti, e sviluppare una politica di “facilitazione dell’accesso alle tecnologie per la salute”, comprese quelle sofisticate e specialistiche della relazione psicologica profonda professionisti della salute / persone, dai distretti e dai “domicilii”, basata su integrazione/interazione multi professionale e polispecialistica tra Ospedali e Distretti (e servizi sociali comunali) e supportate da adeguate infrastrutture e procedure informatiche (fascicolo sanitario elettronico individuale e reti di supporto).