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Facciamo una lista a sinistra del Pd. E non più di una

di Vincenzo Vita

Una lista, non più di una. A sinistra del partito democratico – nelle ormai imminenti elezioni politiche – spazio per avventurose duplicazioni (o peggio) non c’è. Il rischio che numerose aree del disagio e del bisogno siano escluse dalla rappresentanza è altissimo. Al di là dei ceti politici. Il corpo a corpo sembra essersi ristretto, infatti, alla polarità dialettica costituita dal Pd centrista e moderato, nonché dall’eclettico e contraddittorio Mov5Stelle. Interi pezzi di società non si riconoscono in quei poli e ingrossano la vera maggioranza relativa: l’astensionismo.

A parte la destra tuttora divisa tra aziendalisti berlusconiani e sovranisti xenofobi di Salvini, cui però è difficile affidare future magnifiche sorti, la contesa sembra essersi ristretta e rinsecchita. E questo è il problema principale, visto che ampi settori di tradizionale simpatia per la gauche sono già andati a finire nell’imbuto del non-voto o – limitatamente – nel consenso pentastellato. Per mancanza di attendibili alternative. All’origine delle difficoltà sta proprio il forte ridimensionamento di un credibile progetto di e per una sinistra moderna: capace di rilanciare i valori fondamentali della libertà, dell’etica, dell’uguaglianza, del lavoro e della conoscenza: riscritti nella sintassi digitale.

Innanzitutto, dunque, è essenziale ricostruire il filo di culture politiche adeguate, immaginando con creatività contenuti e forme nuovi di organizzazione tra piazze e social, leggendo l’attualità dei conflitti cui non va dato il nome di comodo di “populismi”.

Valsamoggia: ora basta, la misura è davvero colma

Valsamoggia

Assessori che ridono durante gli interventi, opposizioni a cui viene impedito di fare interventi, assessori che scattano foto, il sindaco che mima di sbattere la testa contro il tavolo, o che raggiunge un assessore per mostrargli qualcosa sul telefono e poi riderne insieme. Fin dall’insediamento della Giunta avvenuto nel giugno 2014, come abbiamo sempre raccontato e denunciato mese dopo mese, appuntamento dopo appuntamento, si è raschiato ulteriormente il già martoriato fondo umano, più che politico, del consiglio comunale di Valsamoggia. Ora basta.

A cosa serve?

Del resto dialogare con chi non ha interesse ad ascoltare non ha senso. E non ha senso nemmeno farlo con chi ritiene che siamo superficiali, populisti, che facciamo solo della polemica e che diciamo balle in giro quando andiamo a parlare del disastro della fusione. Non ha senso farlo con chi dice che le nostre proposte sono sterili, che non capiamo il bilancio, che abbiamo perso e non dobbiamo fare proposte, ma solo controllare e fare della polemica (cit. capogruppo Pd), o che abbiamo preso un terzo dei voti della maggioranza, che invece ha vinto e quindi comanda, fine della storia (cit. sindaco).

Da noi la discussione, processo dove normalmente ci si confronta per trovare soluzioni con più ampia condivisione, diviene il momento utile semplicemente a distruggere le posizioni diverse e chi le incarna. Gli incontri istituzionali così servono solo ad annichilire, disintegrare e distruggere l’altro.

Valsamoggia: qui vige il pensiero unico e ai consiglieri è vietato conoscere e partecipare

Valsamoggia

di Civicamente Samoggia

Nel nuovo e unico Comune di Valsamoggia vige una regola che, almeno formalmente, sembra non esistere in altri Comuni e nella nostra Regione. Attraverso l’arbitrio, l’offesa personale, e l’uso del potere si impedisce ai consiglieri comunali d’opposizione di svolgere fino in fondo il loro compito: cioè conoscere e partecipare a tutte le attività comunali, esprimere pareri e proposte.

Stiamo assistendo al capovolgimento di ogni ordine e regola democratica, fondata sul riconoscimento reciproco fra le diverse forze che sono state elette dai cittadini. La maggioranza Pd ha instaurato un metodo attraverso il quale si nega qualsiasi confronto e qualsiasi partecipazione e dove si pratica un modo di governare arrogante, che non ammette discussioni e che rasenta l’ostracismo. Ora basta.

Di fronte a questa grave mancanza di democrazia, Civicamente Samoggia, Movimento 5 Stelle e Forza Italia hanno deciso di dare un segnale fermo e visibile alla maggioranza e alla popolazione. La nostra presenza nei Consigli comunali è negata e vilipesa, la nostra partecipazione risulta inutile, riteniamo quindi sia meglio affrontare gli argomenti e i problemi di Valsamoggia rivolgendoci direttamente ai cittadini di cui siamo rappresentanti.

Anna Falcone: “Serve un’alleanza costituzionale. Così riparte il Paese (e la sinistra)”

di Giacomo Russo Spena

“In una società profondamente diseguale, che disconosce i meriti e mortifica i bisogni, la vera rivoluzione sarebbe attuare finalmente quella Costituzione che si proponeva come obiettivo principale quello di superare tali disuguaglianze e liberare le risorse e le energie del Paese”. Dopo la vittoria referendaria del 4 dicembre scorso, Anna Falcone lancia adesso un’alleanza per la Costituzione, una mobilitazione larga, aperta a tutti, e con un forte connotato civico. A breve uscirà un appello pubblico e ci sarà la conferenza stampa, intanto l’avvocata calabrese – tra un allattamento e l’altro della piccola Maria Vittoria – ci spiega il senso dell’iniziativa: “La sinistra dovrebbe sentirsi chiamata, più di altri, a un tale compito e unirsi per dare senso e futuro al suo orizzonte politico”.

Matteo Renzi ha festeggiato la netta vittoria alle primarie Pd parlando di “nuovo inizio”. L’ex premier è veramente tornato in pista più forte di prima?

Non definirei “primarie” un processo di investitura di un segretario che, avendo costruito il partito attorno a sé, eliminando ogni forma di opposizione interna che possa realmente minacciare la sua leadership, raccoglie oggi i frutti di una gestione del potere assolutamente personale e di una selezione della sua classe dirigente fondata sulla cooptazione dei fedeli e l’allontanamento dei dissidenti. Il Pd, purtroppo, si è ristretto, nelle sue ambizioni e dimensioni. E non è solo un problema di crollo degli iscritti, ma degli ideali su cui diceva di fondarsi e del suo carattere realmente ‘democratico’.

Pd: primarie sì, primarie no

Pd - Foto di Orsonisindaco

di Domenico Gallo

Parafrasando Elio e le storie tese, si potrebbe aggiungere un nuovo versetto alla terra dei cachi: primarie si, primarie no: il tormentone italiano Lo psicodramma della divisione del Pd ha occupato le cronache politiche dell’ultima settimana ed ha suscitato accese discussioni e pronostici su chi sarebbe rimasto con il cerino in mano della scissione.

Una scissione decisa e consumata da tempo che, alla fine, è emersa da un gioco di infingimenti e di scaricabarile reciproci. In questa fase la palma del gioco degli inganni l’ha conquistata Emiliano che, fino all’ultimo, ha spinto i bersaniani verso la scissione e poi, alla scadenza dei tempi supplementari, è saltato dalla barca degli scissionisti ed è rientrato nel partito dove riesce a giocare il ruolo di unico contendente a sinistra nelle primarie del partito, avendo bruciato tutti gli altri competitori.

Contro la scissione del Pd si è scatenato un battage mediatico imponente, simile a quello che aveva sostenuto la riforma costituzionale del governo Renzi. Così la nascita di una nuova formazione politica staccatasi dal corpo di un partito, che negli ultimi anni è diventato l’alfiere delle oligarchie economiche e finanziarie, è stata oggetto di un cannoneggiamento spietato che mira a sopprimerla nella culla. È stata presentata come un evento incomprensibile, pretestuoso, assolutamente irragionevole, come una pura manovra di ceto politico, idonea a gettare l’Italia nel caos, favorendo l’ascesa di Grillo o di Salvini.

Scissione Pd: la tragica parabola di un partito destinato (e arrivato) allo sfascio

di Paolo Farinella

Manca un mese appena a primavera e già le mammole piddine fioriscono a gruppi di gemelli e solitari smarriti. Alcuni amici non mi salutano più perché da almeno tre anni pronostico lo sfascio del Pd non a causa di una maledizione divina, ma per aver venduto l’anima a Matteo Renzi, corpo estraneo alla storia del riformismo italiano e a quella propria della sinistra.

Buttandosi nell’acqua rancida del fonte battesimale della Leopolda, affascinato dal tacco 12 della ex ministra Maria Elena, poi divenuta Maria Banca Etruria, il Pd ha abiurato non solo le sue origini uliviste di stampo prodiano, ma anche quelle ancestrali di stampo degasperiano, berlingueriano e pertiniano. Renzi è nato, cresciuto e resta un’altra cosa, più in sintonia con Berlusconi con cui cominciò ad amoreggiare fin da sindaco di Firenze, andando di nascosto a Arcore per sentirsi dire: “Tu mi somigli” (07-12.2010). Lì iniziò la tessitura per espellere gli ex Pci, lasciando in auge solo gli immarcescibili dorotei.

Dopo sei anni, missione compiuta con la faccia oscena del baro spergiuro. Aveva giocato e puntato tutto su tre pilastri: la legge sul licenziamento, “il grande inganno” da lui furbescamente chiamata con un anglicismo indebito “Jobs act”, dalla Corte Costituzionale sottoposta in parti qualificanti a referendum.

Come ti faccio un governo uguale a quello di prima, solo più rabberciato

di Loris Campetti

Si può nominare ministro dell’agricoltura il presidente della Monsanto? Si può far dirigere il dicastero della sanità a Vanna Marchi? Si può assegnare a Dracula la guida dell’Avis? Si può mettere il lupo a guardia del gregge? Perché no, dipende dal programma politico del governo: se avessimo lasciato lavorare il povero Renzi, invece di dargli una tranvata costituzionale, forse qualcuno di questi obiettivi sarebbe stato raggiunto, magari dopo un radioso successo elettorale del PdR nel 2018, o anche prima.

Invece il governo prodotto dalla tranvata non poteva che essere un rabberciato restyling, sicuramente meno radioso dell’originale. Di conseguenza anche gli obiettivi programmatici del successore del sindaco d’Italia, il mancato sindaco di Roma Paolo Gentiloni, non possono che essere un po’ meno spettacolari. Eppure un colpo di genio si è visto, alla lettura dell’elenco dei nuovi ministri: Valeria Fedeli ministro della pubblica istruzione.

La genialità che ha portato il presidente a estrarre un siffatto coniglio dal cappello consiste nel fatto che, per far dimenticare a studenti e insegnanti la ex ministra Giannini, a tracciare le linee culturali, educative e politiche dell’istruzione sia stata scelta una signora in rosso – ex segretaria generale della Cgil tessili, senatrice anzi vice presidente di Palazzo Madama – non laureata. Il modo migliore per istruire gli studenti e inquadrare gli insegnanti che in massa hanno votato No è spiegar loro che tanto la laurea, come direbbe Montalbano, non serve a una minchia (quasi come il Parlamento), salvo a emigrare e invece bisogna restare in Italia, mostrando di credere nell’impegno programmatico del nuovo governo a cui serviranno molte mani (anche perché i cervelli sono emigrati).

Democratiche e democratici di Modena: perché diciamo no alla riforma costituzionale

Siamo democratiche e democratici, iscritti ed elettori del Pd, collocati nel vasto campo delle diverse culture politiche della sinistra, del centrosinistra e della cittadinanza attiva da cui lo stesso Pd è nato, decisi a prendere le distanze dalla Riforma Costituzionale oggetto del Referendum del 4 dicembre prossimo.

Non ci convince una riforma che si poteva e doveva fare meglio. Si poteva semplificare senza ridurre la rappresentanza e rendere più efficiente il potere esecutivo senza depauperare le autonomie regionali e locali. Lo diciamo dall’Emilia-Romagna, culla dell'”autonomismo solidale”: una regione che si è sviluppata ed è progredita grazie alle capacità di generare in continuazione progetti e innovazione, resi possibili dalla capacità delle Istituzioni locali, dai Comuni alla Regione, di accrescere e valorizzare le peculiarità e le potenzialità economiche, civili, sociali e culturali dei nostri territori, facendo sistema e senza mai dimenticare i principi della democrazia, del rapporto con i cittadini e con i corpi intermedi di rappresentanza.

Non si tratta di ragionare sulla bontà del superamento del bicameralismo paritario, su cui in pochi hanno avanzato dubbi. Si tratta, piuttosto, di riaffermare, da un lato, equilibri e garanzie istituzionali proprie di un sistema parlamentare più democratico, e dall’altro, prerogative e capacità decisionali della Regione, nella chiarezza e nel rispetto dei compiti propri tra lo Stato e le autonomie locali. Il nostro è quindi un No al disegno centralistico che figura nella riforma; un disegno che, depotenziando il potere dei territori e dei cittadini, si traduce in una regressione della qualità della democrazia rispetto a quello attuale.

I padri rinnegati del Pd

Pd - Foto di Orsonisindaco

di Ottavio Olita

Ma il Pd di oggi di chi è erede? Non certo di Togliatti, Terracini, Berlinguer – da un lato – né di Moro, Zaccagnini, Tina Anselmi, dall’altro. Si potrebbe mai immaginare uno scontro tra quei leader al grido: “Ci odia perché non gli abbiamo dato una poltroncina”?

Oppure una lotta politica fatta non su progetti di trasformazione economica e sociale del Paese ma solo all’insegna di slogan ripetuti ossessivamente, senza alcuna prova provata, come la continua riproposizione del motto “se vince il sì l’Italia riparte”? Almeno dicessero dove, in qual modo, con quali programmi di iniziative per combattere disoccupazione, emigrazione giovanile, povertà crescente. Un ‘Sì’ salvifico, per far dire agli italiani che l’immobilismo non è colpa di politiche inefficaci e di rappresentanti inetti, ma della Carta Costituzionale e dei suoi vincoli.

E non siamo in presenza solo di affermazioni apodittiche sparate quotidianamente in prima persona dai principali leader del partito, ma anche delegate ad altri, come l’incomprensibile – e umiliante per chi l’ha pronunciata – frase “la vittoria del No sarebbe peggio della Brexit”!

Improbabile immaginare uno come Giuliano Ferrara impegnato a ripetere, oggi, la sceneggiata che fece anni fa quando lanciò uova contro lo schermo televisivo su cui compariva Benigni impegnato nella appassionata difesa della “Costituzione più bella del mondo”.

Cagliari: il sindaco Zedda, le olimpiadi e non solo

Massimo Zedda, sindaco di Cagliari

di Marco Ligas

È stato offensivo, e non privo di saccenteria, il giudizio espresso da Massimo Zedda su Virginia Raggi per il no alle Olimpiadi. “Quando si amministrano i Comuni”, ha detto Zedda, “non si possono evitare i lavori pubblici pensando che alimentino necessariamente corruzione e clientelismo. Con questa scelta ha mostrato di essere un’incapace”.

È vero, i lavori pubblici, se rispondono ai bisogni dei cittadini e rispettano la storia, la cultura e il paesaggio delle città, sono certamente utili e perciò bene accetti. Naturalmente devono essere eseguiti con diligenza e con responsabilità, avendo la consapevolezza che spesso, chi li effettua, viene attratto da altre motivazioni, non ultima l’obiettivo del massimo guadagno anche a discapito della buona riuscita degli stessi lavori.

E non è un caso che talvolta anche le opere pubbliche più recenti, che siano strade o abitazioni poco importa, vengano danneggiate dal primo acquazzone stagionale. Massimo Zedda conosce queste vicende perché ha avuto modo di verificarle nelle ultime settimane.

Ma le motivazioni principali per cui il Comune di Roma ha rinunciato alle Olimpiadi erano altre e riguardavano soprattutto i costi che il Comune avrebbe dovuto affrontare per la realizzazione dell’evento sportivo. Eppure questo aspetto non è rimasto ai margini della decisione assunta e comunicata più volte dalla sindaca Virginia Raggi. Alcuni tuttavia hanno preferito non sentire questo messaggio al fine di indirizzare e legittimare le loro critiche (e anche gli insulti) su altre questioni.