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Diario dopo il 4 marzo

di Francesco Indovina

Ci sono degli avvenimenti che lacerano la rete dei nostri riferimenti e che ci spiattellano l’inconsistenza della nostra conoscenza della realtà. Avevamo una idea del mondo che non corrisponde completamente alle trasformazioni avvenute. Una ignoranza dettata da pigrizia, dall’essere affezionati ai nostri idoli, di cui si era in parte consapevoli ma che, in un certo senso, l’allontanavamo per paura.

La trasformazione dell’essenza dei rapporti sociali di produzione, gli effetti della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, l’aumento delle diseguaglianze sociali, l’emarginazione di molto lavoro, la modifica dei riferimenti culturali, la trasformazione delle relazioni sociali, l’individualismo esasperato, l’egoismo, la violenza come essenza dell’individuo, l’incapacità di riconoscersi in altri, la diversità, di qualsiasi tipo, assunta come “vezzosa” conquista ma anche come insopportabile… di tutto questo si aveva cognizione ma contemporaneamente i nostri occhi erano opachi e non riuscivano a distinguere forme e colori del quadro complessivo.

Sentivamo che molti dei valori ai quali eravamo legati, come libertà, uguaglianza, solidarietà, accoglienza, giustizia sociale non vivevano più come sistema nervoso della nostra società, ma ci sembrava di dover attribuire, questo nostro sentire, al pessimismo.

Big Bang 4 marzo: niente sarà come prima

di Giacomo Russo Spena

Il Rosatellum ha vinto. L’Italia è un Paese ingovernabile. In fondo, la legge elettorale – ideata da Renzi, Berlusconi e Verdini – era stata partorita per questo. Pensata ad hoc per impedire la vittoria del M5S e giustificare l’ennesimo inciucio.

Ma si era sottovalutata la rabbia popolare. Queste elezioni aprono una fase nuova, niente sarà come prima. Qualcosa è sfuggito o andato storto, secondo i calcoli del Pd e di Forza Italia. Un accordicchio di Sistema non ha (più) i numeri sufficienti per governare il Paese. Il Gentiloni bis torna in soffitta. Il M5S è, infatti, andato oltre le aspettative attestandosi al 32 per cento facendo quasi il pieno nei collegi uninominali del Sud. È un successo inequivocabile. Un voto storico: finisce la Seconda Repubblica. Per Di Maio inizia “la Terza Repubblica dei cittadini”. I partiti tradizionali vengono spazzati via.

Il M5S intercetta il voto del ceto medio impoverito, dei working poor e dei giovani senza futuro. Un segnale di discontinuità contro un establishment ormai screditato agli occhi dei cittadini. Ha trionfato il “mandiamoli a casa”. Anche se il MoVimento, nelle ultime settimane, sta avendo una metamorfosi. Una forza non soltanto del “vaffanculo” ma responsabile e con un progetto credibile. Una sorta di normalizzazione all’interno del Sistema dei vari Di Maio & Co.

Crollo Pd: Renzi è stato il becchino della sinistra

Governo

di Stefano Feltri

In Italia la sinistra non c’è più. L’ha distrutta Matteo Renzi, certo, ma anche i vari Massimo D’Alema e tutta la cricca di Liberi e Uguali che è uscita dal Pd perché non condivideva la visione monarchica del renzismo che metteva ai margini la loro oligarchia polverosa. E non c’è una sinistra radicale competitiva, non c’è un Jeremy Corbyn che scali il partito e non c’è un Jean-Luc Melénchon che incarni, da sinistra, la novità populista.

Il Pd non è più stato un partito di sinistra. Renzi e i renziani cercavano la compagnia della Confindustria, non dei precari ai quali veniva spiegato, anzi, che l’abolizione dell’articolo 18 era una buona notizia anche per loro che sognavano un contratto a tempo indeterminato. Il Pd non ha neppure provato a vincere queste elezioni perché non aveva un messaggio da dare se non “siamo dei buoni amministratori dello status quo”.

Eppure, ha detto Walter Veltroni in un bel discorso al teatro Eliseo di Roma il 25 febbraio, “sinistra è una bellissima espressione, rimanda alla condivisione del dolore sociale, alle lotte per la libertà, alla tensione verso l’uguaglianza. La sinistra moderna è riformista, è liberale, deve essere radicale nelle sue scelte e nei suoi programmi”. Ecco questa sinistra, quella del Pd ma anche quella di LeU non è stata liberale, non è stata radicale, non ha teso all’uguaglianza.

Pierferdi per gli amici: dalla Dc di Forlani ai post comunisti bolognesi

di Sergio Caserta

Bologna è il centro apicale dello scontro tra diverse aree politiche e gruppi dirigenti che sono stati per dieci anni nello stesso partito, il Pd. Scontri e scissioni che avevano già vissuto in precedenza – per intenderci dalla svolta della Bolognina, non a caso compiuta qui – e che arrivano a quest’ultima tenzone in cui si incrociano le spade e le lance di quel che fu l’invincibile armada comunista e post comunista e i discendenti di Moro, di Zaccagnini ma anche di Forlani.

Paradossalmente la città che fece della sua “diversità” comunista l’emblema orgoglioso del buon governo in tutto il cinquantennio democristiano, oggi si ritrova a vivere in prima persona la metamorfosi che è avvenuta nel corpo, e nell’anima, del suo partito di riferimento. L’avvento di Renzi ha segnato il compimento di una definitiva trasmutazione: la giraffa di togliattana memoria, cioè quel Pci animale dal corpo grande e dal collo lungo che guardava lontano, ha assunto definitivamente le sembianze di un balenottero rosè, ovvero di un partito sempre più simile a quella balena bianca, che fu di dimensioni però ben maggiori, con qualche pallida sfumatura del colore antico della sinistra, ormai sbiadito da troppe svolte.

È questo il senso dell’ormai più che probabile candidatura, a meno di ripensamenti dell’ultimo secondo, di Pier Ferdinando Casini. Pierferdi per gli amici, già democristiano di lungo corso, era enfant prodige del gruppo che faceva riferimento proprio a quel Forlani che sulla pregiudiziale anticomunista aveva costruito la più solida alleanza con i socialisti di Craxi nella formula magica del pentapartito, non più tardi di trent’anni orsono.

Le liste di Renzi per preparare quello che sarà il dopo Pd

di Paolo Branca

Premessa: in ogni elezione ci sono scelte discutibili, esclusioni eccellenti, favoritismi, territori discriminati, e fioccano gli appelli per recuperare questo o quel candidato. Dunque – sotto questo aspetto – nulla di nuovo accade a sinistra. Eppure – soprattutto in casa PD – si ha la sensazione che queste elezioni, queste liste, questa campagna elettorale, non siano esattamente come le altre del passato. Mai forse un leader aveva esercitato un dominio così schiacciante sul resto del partito: un leader per giunta al minimo della popolarità, reduce da quasi quattro anni di brucianti sconfitte elettorali.

Certo, i partiti contano sempre meno. Incidono pochissimo nella società. E i vecchi rituali della politica – soprattutto quando si devono scegliere i candidati da eleggere in Parlamento e nelle istituzioni – appaiono fuori dal tempo, esercizi frustranti e logoranti. Ma qual è l’alternativa? Un capo che decide tutto nella sua ristretta cerchia. A cui basta un viaggio elettorale in treno per selezionare una classe dirigente. Che affronta le altre componenti del suo partito con malcelato fastidio, anzi “col lanciafiamme”.

Bologna, carne da macello in giunta

di Sergio Caserta

In merito alla vicenda dei due assessori bolognesi Gambarelli e Malagoli, messi gentilmente alla porta dal sindaco Merola in un batter d’ali, al di la dell’aspetto umano, è certamente doloroso veder interrotta un’esperienza importante, coinvolgente e gratificante all’improvviso e, sembra, senza una ragione soggettiva, vittime di un gioco di potere. Sono gli effetti dello spoils system, in questo caso autospoils, dal momento che chi ha defenestrato i due è lo stesso sindaco che li aveva nominati e che ha agito per pure ragioni di “governo” come dice lui, leggasi ragion di partito.

Infatti Merola ha dovuto cedere ai rapporti di forza determinatisi nel suo partito. Il che la dice lunga anche su un’altra leggenda istituzionale, cioè che questa legge dell’elezione diretta dei sindaci con maggioritario personalizzatissimo, metta in secondo piano le lotte di potere correntizio dei partiti, tutt’altro. Come s’evidenza in questo caso è esattamente l’opposto di quando i sindaci venivano scelti con elezioni proporzionali, dopo che i partiti, quelli veri di un tempo, avevano a lungo discusso e valutato chi potesse ricoprire l’incarico più importante, e l’elezione avveniva in consiglio comunale con voto ei consiglieri che avevano una funzione e una responsabilità autentica, pur nel rispetto del mandato di partito.

Parliamo di tempi ormai andati quando la nostra democrazia istituzionale, pur non priva di difetti anche gravi aveva ben altro valore, oggi in rapporto a quel periodo siamo alle comiche. Le figure un po desolate dei due assessori licenziati, richiamano un altro aspetto di questa lunga crisi politica della sinistra.

Berlusconi non è mai cambiato, il Pd invece sì

di Furio Colombo

La domanda non implica un giudizio. Non ha senso tentare, adesso, dopo tutti questi decenni di potere e rovina, di dare giudizi su Berlusconi. Però Berlusconi li vuole, si fa avanti, chiede di essere notato. La sua pubblicità (la sua propaganda) è come quella dei prodotti che contano non sul nuovo ma sul conosciuto. “Fin dal 1992” si potrebbe leggere sui manifesti della campagna elettorale di Forza Italia se avessero un po’ di umorismo. Dunque Berlusconi e i suoi contano sulla reputazione.

A prima vista sembra impossibile, perché in uno dei suoi curricula, il più noto e diffuso nel mondo, Berlusconi risulta espulso dal governo (il presidente della Repubblica glielo ha esplicitamente e pubblicamente chiesto), espulso dal Senato e intestatario di una condanna che vieta ogni accostamento ai pubblici uffici. Ma c’è l’altro curriculum, che Berlusconi ha compilato con mano ferma e con bravura, senza abbandonarsi a maledire il destino, e creandosi, per chi ci vuole credere, un’altra vita. In questo documento alternativo Berlusconi ha salvato l’Italia in generale (senza di lui stava letteralmente andando verso la rovina).

E in particolare ha immaginato e guidato, in patria e nel mondo, una serie di atti di governo che, dopo lungo abbandono, hanno restituito al Paese dignità, efficienza e il rispetto del mondo. E infatti faceva la spola tra Gheddafi e Putin che non si stancavano di onorare in lui la guida moderna di uno Stato moderno.

Matteo Renzi, viale del Cazzaro

di Alessandra Daniele

Matteo Renzi è un modello obsoleto. Infatti non riceve più aggiornamenti. Questa settimana s’è notato particolarmente nel suo logorroico e soporifero comizio a Piazza Pulita, l’ennesima anacronistica ripetizione del solito copione ormai completamente logoro, dalla litania sugli 80 euro panacea di tutti i mali, alla cazzata del milione di posti di lavoro che conta anche chi ha lavorato un’ora in un mese, alla rituale difesa della sua imbarazzante ministra-immagine, e della ripugnante controriforma anticostituzionale che portava il suo nome, alla mitizzazione di Obama, corresponsabile della carneficina siriana e libica.

Come Norma Desmond in “Viale del Tramonto”, Renzi continua a recitare un film che non ci sarà mai, per un pubblico che non c’è più. Anche quando è in diretta sembra una replica vecchia di anni, persino più vecchia della sua stessa età. Un fantasma smagnetizzato degli anni ’80, un Claudio Martelli in cromakey. La cosa più patetica del suo vaniloquio di Piazza Pulita è stata la scusa accampata per il mancato ritiro della politica che aveva solennemente promesso: “M’hanno detto no, tu non hai diritto di decidere per i fatti tuoi di andare a fare i soldi in America, e lasciarci qui”.

Testuale. Se Matteo Renzi provasse a fare i soldi in America, finirebbe in galera. Non che gli americani siano più scafati o più legalitari, ma s’incazzano di più quando s’accorgono che qualcuno li vuole fregare. E Renzi si farebbe scoprire subito anche lì. Innanzitutto perché non parla inglese. Lo simula. Come tutte le sue presunte competenze. È un modello obsoleto. Quello che gli americani chiamano One-Trick Pony.

Rifiuti: un business che crea ricchezze e il condizionamento della politica

di Massimo Corsini

Fa una certa impressione sapere che l’estate scorsa, a luglio, hanno arrestato il geometra Giuseppe Santi di Monghidoro, personaggio noto alle cronache locali per essere stato socio e costruttore di diversi impianti a biogas nella bassa bolognese al centro di accese polemiche fino a qualche anno fa: quello di Galliera, di Budrio, di Molinella e Maccaretolo ad esempio. Lo si vedeva spesso alle riunioni tra comitati e amministrazioni comunali a perorare la causa del biogas.

Il geometra, in realtà, è stato arrestato in un’operazione congiunta della guardia di finanza italiana e la guardia civil spagnola insieme a un’altra trentina di persone tra la Spagna, Barcellona precisamente, e l’Italia per il riciclaggio di soldi provenienti dal traffico di droga internazionale attraverso attività commerciali lecite e prestanome.

Della notizia se ne sono occupate soltanto le cronache locali della Campania (quotidiani on line e la Repubblica di Napoli), essendo, la maggior parte delle persone coinvolte, appartenenti a famiglie legate alla malavita regionale. A quanto risulta, invece, a Bologna e provincia non se ne è occupato nessuno. Naturalmente, non c’è alcun nesso apparente tra l’attività professionale del geometra bolognese, ovvero l’impresa di costruzioni omonima, il trasporto di rifiuti, il biogas e il motivo dell’arresto.

Il più fascio del reame

di Alessandra Daniele

“Abbiamo fatto anche cose buone” – Alessia Morani, renziana del Pd

Il Movimento 5 Stelle ha vinto il ballottaggio col Polipo delle Libertà a Ostia, il Trono di Spada. Il Pd non s’era neanche qualificato. È logico che proprio quest’anno il ministro dello Sport, Luca Lotti, sia un renziano. Che il Pd si proponga come “argine” al fascismo è grottesco, almeno quanto l’autodifesa di Minniti dalle accuse (tardive) dell’ONU sui campi di concentramento libici.

Il Pd ha sistematicamente sbancato tutti gli argini al fascismo, e adesso è logico paghi almeno le conseguenze elettorali della marea nera alla quale ha consegnato il paese. Il 40% preso alle elezioni europee meno di 4 anni fa sembra ormai lontano un quarantennio. Viene da chiedersi se sia davvero accaduto, o sia soltanto un falso ricordo stile Blade Runner.

Il tentativo del Pd di rappattumare attorno a sé brandelli del defunto Ulivo è patetico quanto inutile. Chiunque degli Scappati di casa si rivenderà al Cazzaro perderà tutto il proprio già esiguo consenso elettorale, che gli deriva solo dall’essersene allontanato. L’unità che Veltroni invoca sarebbe in realtà un omicidio-suicidio collettivo, come d’altronde tutte le sue iniziative politiche. Chi sarà a raccogliere i frutti della pressoché certa disfatta Pd alle elezioni nazionali?