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Pd: primarie sì, primarie no

Pd - Foto di Orsonisindaco

di Domenico Gallo

Parafrasando Elio e le storie tese, si potrebbe aggiungere un nuovo versetto alla terra dei cachi: primarie si, primarie no: il tormentone italiano Lo psicodramma della divisione del Pd ha occupato le cronache politiche dell’ultima settimana ed ha suscitato accese discussioni e pronostici su chi sarebbe rimasto con il cerino in mano della scissione.

Una scissione decisa e consumata da tempo che, alla fine, è emersa da un gioco di infingimenti e di scaricabarile reciproci. In questa fase la palma del gioco degli inganni l’ha conquistata Emiliano che, fino all’ultimo, ha spinto i bersaniani verso la scissione e poi, alla scadenza dei tempi supplementari, è saltato dalla barca degli scissionisti ed è rientrato nel partito dove riesce a giocare il ruolo di unico contendente a sinistra nelle primarie del partito, avendo bruciato tutti gli altri competitori.

Contro la scissione del Pd si è scatenato un battage mediatico imponente, simile a quello che aveva sostenuto la riforma costituzionale del governo Renzi. Così la nascita di una nuova formazione politica staccatasi dal corpo di un partito, che negli ultimi anni è diventato l’alfiere delle oligarchie economiche e finanziarie, è stata oggetto di un cannoneggiamento spietato che mira a sopprimerla nella culla. È stata presentata come un evento incomprensibile, pretestuoso, assolutamente irragionevole, come una pura manovra di ceto politico, idonea a gettare l’Italia nel caos, favorendo l’ascesa di Grillo o di Salvini.

Scissione Pd: la tragica parabola di un partito destinato (e arrivato) allo sfascio

di Paolo Farinella

Manca un mese appena a primavera e già le mammole piddine fioriscono a gruppi di gemelli e solitari smarriti. Alcuni amici non mi salutano più perché da almeno tre anni pronostico lo sfascio del Pd non a causa di una maledizione divina, ma per aver venduto l’anima a Matteo Renzi, corpo estraneo alla storia del riformismo italiano e a quella propria della sinistra.

Buttandosi nell’acqua rancida del fonte battesimale della Leopolda, affascinato dal tacco 12 della ex ministra Maria Elena, poi divenuta Maria Banca Etruria, il Pd ha abiurato non solo le sue origini uliviste di stampo prodiano, ma anche quelle ancestrali di stampo degasperiano, berlingueriano e pertiniano. Renzi è nato, cresciuto e resta un’altra cosa, più in sintonia con Berlusconi con cui cominciò ad amoreggiare fin da sindaco di Firenze, andando di nascosto a Arcore per sentirsi dire: “Tu mi somigli” (07-12.2010). Lì iniziò la tessitura per espellere gli ex Pci, lasciando in auge solo gli immarcescibili dorotei.

Dopo sei anni, missione compiuta con la faccia oscena del baro spergiuro. Aveva giocato e puntato tutto su tre pilastri: la legge sul licenziamento, “il grande inganno” da lui furbescamente chiamata con un anglicismo indebito “Jobs act”, dalla Corte Costituzionale sottoposta in parti qualificanti a referendum.

Come ti faccio un governo uguale a quello di prima, solo più rabberciato

di Loris Campetti

Si può nominare ministro dell’agricoltura il presidente della Monsanto? Si può far dirigere il dicastero della sanità a Vanna Marchi? Si può assegnare a Dracula la guida dell’Avis? Si può mettere il lupo a guardia del gregge? Perché no, dipende dal programma politico del governo: se avessimo lasciato lavorare il povero Renzi, invece di dargli una tranvata costituzionale, forse qualcuno di questi obiettivi sarebbe stato raggiunto, magari dopo un radioso successo elettorale del PdR nel 2018, o anche prima.

Invece il governo prodotto dalla tranvata non poteva che essere un rabberciato restyling, sicuramente meno radioso dell’originale. Di conseguenza anche gli obiettivi programmatici del successore del sindaco d’Italia, il mancato sindaco di Roma Paolo Gentiloni, non possono che essere un po’ meno spettacolari. Eppure un colpo di genio si è visto, alla lettura dell’elenco dei nuovi ministri: Valeria Fedeli ministro della pubblica istruzione.

La genialità che ha portato il presidente a estrarre un siffatto coniglio dal cappello consiste nel fatto che, per far dimenticare a studenti e insegnanti la ex ministra Giannini, a tracciare le linee culturali, educative e politiche dell’istruzione sia stata scelta una signora in rosso – ex segretaria generale della Cgil tessili, senatrice anzi vice presidente di Palazzo Madama – non laureata. Il modo migliore per istruire gli studenti e inquadrare gli insegnanti che in massa hanno votato No è spiegar loro che tanto la laurea, come direbbe Montalbano, non serve a una minchia (quasi come il Parlamento), salvo a emigrare e invece bisogna restare in Italia, mostrando di credere nell’impegno programmatico del nuovo governo a cui serviranno molte mani (anche perché i cervelli sono emigrati).

Democratiche e democratici di Modena: perché diciamo no alla riforma costituzionale

Siamo democratiche e democratici, iscritti ed elettori del Pd, collocati nel vasto campo delle diverse culture politiche della sinistra, del centrosinistra e della cittadinanza attiva da cui lo stesso Pd è nato, decisi a prendere le distanze dalla Riforma Costituzionale oggetto del Referendum del 4 dicembre prossimo.

Non ci convince una riforma che si poteva e doveva fare meglio. Si poteva semplificare senza ridurre la rappresentanza e rendere più efficiente il potere esecutivo senza depauperare le autonomie regionali e locali. Lo diciamo dall’Emilia-Romagna, culla dell'”autonomismo solidale”: una regione che si è sviluppata ed è progredita grazie alle capacità di generare in continuazione progetti e innovazione, resi possibili dalla capacità delle Istituzioni locali, dai Comuni alla Regione, di accrescere e valorizzare le peculiarità e le potenzialità economiche, civili, sociali e culturali dei nostri territori, facendo sistema e senza mai dimenticare i principi della democrazia, del rapporto con i cittadini e con i corpi intermedi di rappresentanza.

Non si tratta di ragionare sulla bontà del superamento del bicameralismo paritario, su cui in pochi hanno avanzato dubbi. Si tratta, piuttosto, di riaffermare, da un lato, equilibri e garanzie istituzionali proprie di un sistema parlamentare più democratico, e dall’altro, prerogative e capacità decisionali della Regione, nella chiarezza e nel rispetto dei compiti propri tra lo Stato e le autonomie locali. Il nostro è quindi un No al disegno centralistico che figura nella riforma; un disegno che, depotenziando il potere dei territori e dei cittadini, si traduce in una regressione della qualità della democrazia rispetto a quello attuale.

I padri rinnegati del Pd

Pd - Foto di Orsonisindaco

di Ottavio Olita

Ma il Pd di oggi di chi è erede? Non certo di Togliatti, Terracini, Berlinguer – da un lato – né di Moro, Zaccagnini, Tina Anselmi, dall’altro. Si potrebbe mai immaginare uno scontro tra quei leader al grido: “Ci odia perché non gli abbiamo dato una poltroncina”?

Oppure una lotta politica fatta non su progetti di trasformazione economica e sociale del Paese ma solo all’insegna di slogan ripetuti ossessivamente, senza alcuna prova provata, come la continua riproposizione del motto “se vince il sì l’Italia riparte”? Almeno dicessero dove, in qual modo, con quali programmi di iniziative per combattere disoccupazione, emigrazione giovanile, povertà crescente. Un ‘Sì’ salvifico, per far dire agli italiani che l’immobilismo non è colpa di politiche inefficaci e di rappresentanti inetti, ma della Carta Costituzionale e dei suoi vincoli.

E non siamo in presenza solo di affermazioni apodittiche sparate quotidianamente in prima persona dai principali leader del partito, ma anche delegate ad altri, come l’incomprensibile – e umiliante per chi l’ha pronunciata – frase “la vittoria del No sarebbe peggio della Brexit”!

Improbabile immaginare uno come Giuliano Ferrara impegnato a ripetere, oggi, la sceneggiata che fece anni fa quando lanciò uova contro lo schermo televisivo su cui compariva Benigni impegnato nella appassionata difesa della “Costituzione più bella del mondo”.

Cagliari: il sindaco Zedda, le olimpiadi e non solo

Massimo Zedda, sindaco di Cagliari

di Marco Ligas

È stato offensivo, e non privo di saccenteria, il giudizio espresso da Massimo Zedda su Virginia Raggi per il no alle Olimpiadi. “Quando si amministrano i Comuni”, ha detto Zedda, “non si possono evitare i lavori pubblici pensando che alimentino necessariamente corruzione e clientelismo. Con questa scelta ha mostrato di essere un’incapace”.

È vero, i lavori pubblici, se rispondono ai bisogni dei cittadini e rispettano la storia, la cultura e il paesaggio delle città, sono certamente utili e perciò bene accetti. Naturalmente devono essere eseguiti con diligenza e con responsabilità, avendo la consapevolezza che spesso, chi li effettua, viene attratto da altre motivazioni, non ultima l’obiettivo del massimo guadagno anche a discapito della buona riuscita degli stessi lavori.

E non è un caso che talvolta anche le opere pubbliche più recenti, che siano strade o abitazioni poco importa, vengano danneggiate dal primo acquazzone stagionale. Massimo Zedda conosce queste vicende perché ha avuto modo di verificarle nelle ultime settimane.

Ma le motivazioni principali per cui il Comune di Roma ha rinunciato alle Olimpiadi erano altre e riguardavano soprattutto i costi che il Comune avrebbe dovuto affrontare per la realizzazione dell’evento sportivo. Eppure questo aspetto non è rimasto ai margini della decisione assunta e comunicata più volte dalla sindaca Virginia Raggi. Alcuni tuttavia hanno preferito non sentire questo messaggio al fine di indirizzare e legittimare le loro critiche (e anche gli insulti) su altre questioni.

Castellina: “Il Partito Democratico è l’aborto del Pci”

Luciana Castellina

di Giulia Merlo

«Sinistra significa cercare ciò che nessuna rivoluzione è ancora riuscita a ottenere: coniugare l’uguaglianza con la libertà. Un obiettivo non ancora raggiunto, ma non vedo perché dovremmo rinunciare». E Luciana Castellina rinunciare non intende di certo. Figlia della generazione “giovane e bella” che ha visto sbocciare l’Italia repubblicana, è stata una protagonista della sinistra in tutte le sue forme: da politica come dirigente del Partito comunista, da intellettuale quando fondò Il manifesto, uscendo traumaticamente da quello che ancora oggi considera il suo partito, e ora da memoria storica, che guarda con disincanto dalla sua casa di Roma le macerie di una politica da rifondare.

Cominciamo dall’oggi. Guardando alla sinistra italiana, nel Partito Democratico di oggi vede una qualche eredità del suo Partito comunista?

Il Partito Democratico non è l’eredità del Pci, è l’aborto. Pur con tutta la buona volontà, non vedo nulla di quella storia. Certo, quando giro per l’Italia incontro tanti bravi compagni, che sono rimasti uniti per quello che loro considerano ancora “il partito”, ma io mi chiedo quale partito. Il Pd non esiste come struttura partitica viva nel Paese.

Quella del Pci è una tradizione che è andata dispersa, quindi?

Il Partito comunista italiano è un cadavere che giace abbandonato. Con la costituzione del Pd è stata spezzata una storia, un orgoglio e una soggettività, e lo si è fatto in modo mortificante. Anche questo ha contribuito a far germinare la cultura dell’antipolitica e dell’individualismo, che stanno distruggendo l’idea stessa di democrazia.

Amministrative e riforme: l’Italia strappa la camicia di forza confezionata da Renzi

Matteo Renzi

Matteo Renzi

di Primo Di Nicola

Al di là della sconfitta pesante che Matteo Renzi porta a casa in questa tornata amministrativa e che colleziona la pesante bocciatura della sua linea politica fondata sul Partito della nazione; del suo modo di governare il Pd al quale neanche è riuscito a dare una nuova classe dirigente; del suo governo ormai impopolare per le misure messe in campo (riforma del lavoro, della scuola, ecc.) e per l’incapacità di risolvere problemi (evasione fiscale e corruzione tra i tanti) e rilanciare l’economia; c’è un dato che colpisce e che smentisce la bontà dell’altro suo cavallo di battaglia, quello al quale sta legando il suo futuro politico: l’indice di gradimento delle sue riforme politico-istituzionali.

Della riforma del Senato vedremo a ottobre che fine farà, anche se i primi indizi già rivelano come i No stiano crescendo nel Paese; per quanto riguarda invece l’altro pezzo delle grandi novità messe in campo dal premier, cioè la riforma elettorale, lo scarso gradimento di cui essa gode presso gli elettori è già evidente e clamoroso.

L’Italicum, con il premio di maggioranza assegnato alle lista con più voti, presuppone e auspica sostanzialmente un sistema politico bipartitico. Da noi invece vediamo come questa semplificazione sia lontana a vedersi. I risultati delle amministrative dimostrano anzi come il pluripartitismo sia connaturato con le esigenze dei cittadini, quasi un loro bisogno naturale.

La natura ambigua del PD è il suo destino

Pd - Foto di Orsonisindaco

di Sergio Caserta

Quando nacque, nel 2006, il PD doveva unire i riformisti di origine comunista e quelli cattolici, oltre alle componenti laico moderate, cioè repubblicani, liberali e socialisti. Così avvenne, in effetti, però in linea di continuità con le precedenti modificazioni che, dalla svolta della Bolognina in avanti, avevano condotto a cambiamenti di forma e di logo ma non della sostanza del partito d’origine: una formazione di matrice leninista, con una direzione centrale molto forte e una struttura organizzativa periferica guidata da quadri a tempo pieno che garantivano il collegamento tra  centro  e periferia, direzione, federazioni e sezioni. 

Il centralismo democratico di epoca togliattana, pur messo a dura prova dal correntismo insorgente già nell’ultima fase di vita del PCI, continuò ad essere sostanzialmente il metodo di direzione politica, dal momento che, se pur veniva ammessa e consentita la critica pubblica ed anche la differenziazione, non era assolutamente permesso l’esercizio dell’opposizione organizzata, se non entro limiti molto angusti concessi alle minoranze, che non permettevano e nemmeno oggi consentono, alcuna modalità corretta di conquista della maggioranza, diversamente dalle forti clausole di salvaguardia democratica che nel laburismo anglosassone e nei partiti regolamentati da norme realmente democratiche, vengono denominati “minority rights”.

Cosmopolitica: dall’Eur venti di sinistra, ma cos’è la sinistra?

Cosmopolitica

di Loris Campetti

Un partito o una coalizione? Dipende da quello che si vuole fare. C’è chi, pur interessato a una rappresentanza politica di chi non ha più sponde politiche, si interroga da una cinquantina d’anni sulla forma partito, e si chiede se il centralismo democratico sia il sistema regolatore più democratico della convivenza tra chi dovrebbe avere come obiettivo comune il cambiamento dello stato di cose presente. Domanda rimasta irrisolta.

C’è anche chi si domanda se non si debba parlare di autonomia del sociale più che di autonomia del politico. C’è chi si appassiona per le elezioni amministrative prossime venture e chi invece, partendo dalla convinzione che la sinistra ha subito una sconfitta culturale, mette la priorità sulla necessità di ricostruire una cultura critica all’altezza dei tempi e della sfida, che sia autonoma dal modello egemonico neoliberista, contro l’individualismo proprietario e contro la trasformazione della lotta di classe verticale in guerra tra poveri, orizzontale. Più che un partito, uno spartito.

Domande, domande, sempre e solo domande. Ma si può non farsele? Mettiamola in un altro modo: si può cambiare lo stato di cose presente insieme a chi sta facendo del tutto per non cambiarlo, magari per poter dire che la destra è stata sconfitta nelle urne da quel 37% di eroici cittadini che sono andati a votare “a sinistra”? Già, ma cos’è la destra, cos’è la sinistra direbbe Gaber.