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Pierferdi per gli amici: dalla Dc di Forlani ai post comunisti bolognesi

di Sergio Caserta

Bologna è il centro apicale dello scontro tra diverse aree politiche e gruppi dirigenti che sono stati per dieci anni nello stesso partito, il Pd. Scontri e scissioni che avevano già vissuto in precedenza – per intenderci dalla svolta della Bolognina, non a caso compiuta qui – e che arrivano a quest’ultima tenzone in cui si incrociano le spade e le lance di quel che fu l’invincibile armada comunista e post comunista e i discendenti di Moro, di Zaccagnini ma anche di Forlani.

Paradossalmente la città che fece della sua “diversità” comunista l’emblema orgoglioso del buon governo in tutto il cinquantennio democristiano, oggi si ritrova a vivere in prima persona la metamorfosi che è avvenuta nel corpo, e nell’anima, del suo partito di riferimento. L’avvento di Renzi ha segnato il compimento di una definitiva trasmutazione: la giraffa di togliattana memoria, cioè quel Pci animale dal corpo grande e dal collo lungo che guardava lontano, ha assunto definitivamente le sembianze di un balenottero rosè, ovvero di un partito sempre più simile a quella balena bianca, che fu di dimensioni però ben maggiori, con qualche pallida sfumatura del colore antico della sinistra, ormai sbiadito da troppe svolte.

È questo il senso dell’ormai più che probabile candidatura, a meno di ripensamenti dell’ultimo secondo, di Pier Ferdinando Casini. Pierferdi per gli amici, già democristiano di lungo corso, era enfant prodige del gruppo che faceva riferimento proprio a quel Forlani che sulla pregiudiziale anticomunista aveva costruito la più solida alleanza con i socialisti di Craxi nella formula magica del pentapartito, non più tardi di trent’anni orsono.

Le liste di Renzi per preparare quello che sarà il dopo Pd

di Paolo Branca

Premessa: in ogni elezione ci sono scelte discutibili, esclusioni eccellenti, favoritismi, territori discriminati, e fioccano gli appelli per recuperare questo o quel candidato. Dunque – sotto questo aspetto – nulla di nuovo accade a sinistra. Eppure – soprattutto in casa PD – si ha la sensazione che queste elezioni, queste liste, questa campagna elettorale, non siano esattamente come le altre del passato. Mai forse un leader aveva esercitato un dominio così schiacciante sul resto del partito: un leader per giunta al minimo della popolarità, reduce da quasi quattro anni di brucianti sconfitte elettorali.

Certo, i partiti contano sempre meno. Incidono pochissimo nella società. E i vecchi rituali della politica – soprattutto quando si devono scegliere i candidati da eleggere in Parlamento e nelle istituzioni – appaiono fuori dal tempo, esercizi frustranti e logoranti. Ma qual è l’alternativa? Un capo che decide tutto nella sua ristretta cerchia. A cui basta un viaggio elettorale in treno per selezionare una classe dirigente. Che affronta le altre componenti del suo partito con malcelato fastidio, anzi “col lanciafiamme”.

Bologna, carne da macello in giunta

di Sergio Caserta

In merito alla vicenda dei due assessori bolognesi Gambarelli e Malagoli, messi gentilmente alla porta dal sindaco Merola in un batter d’ali, al di la dell’aspetto umano, è certamente doloroso veder interrotta un’esperienza importante, coinvolgente e gratificante all’improvviso e, sembra, senza una ragione soggettiva, vittime di un gioco di potere. Sono gli effetti dello spoils system, in questo caso autospoils, dal momento che chi ha defenestrato i due è lo stesso sindaco che li aveva nominati e che ha agito per pure ragioni di “governo” come dice lui, leggasi ragion di partito.

Infatti Merola ha dovuto cedere ai rapporti di forza determinatisi nel suo partito. Il che la dice lunga anche su un’altra leggenda istituzionale, cioè che questa legge dell’elezione diretta dei sindaci con maggioritario personalizzatissimo, metta in secondo piano le lotte di potere correntizio dei partiti, tutt’altro. Come s’evidenza in questo caso è esattamente l’opposto di quando i sindaci venivano scelti con elezioni proporzionali, dopo che i partiti, quelli veri di un tempo, avevano a lungo discusso e valutato chi potesse ricoprire l’incarico più importante, e l’elezione avveniva in consiglio comunale con voto ei consiglieri che avevano una funzione e una responsabilità autentica, pur nel rispetto del mandato di partito.

Parliamo di tempi ormai andati quando la nostra democrazia istituzionale, pur non priva di difetti anche gravi aveva ben altro valore, oggi in rapporto a quel periodo siamo alle comiche. Le figure un po desolate dei due assessori licenziati, richiamano un altro aspetto di questa lunga crisi politica della sinistra.

Berlusconi non è mai cambiato, il Pd invece sì

di Furio Colombo

La domanda non implica un giudizio. Non ha senso tentare, adesso, dopo tutti questi decenni di potere e rovina, di dare giudizi su Berlusconi. Però Berlusconi li vuole, si fa avanti, chiede di essere notato. La sua pubblicità (la sua propaganda) è come quella dei prodotti che contano non sul nuovo ma sul conosciuto. “Fin dal 1992” si potrebbe leggere sui manifesti della campagna elettorale di Forza Italia se avessero un po’ di umorismo. Dunque Berlusconi e i suoi contano sulla reputazione.

A prima vista sembra impossibile, perché in uno dei suoi curricula, il più noto e diffuso nel mondo, Berlusconi risulta espulso dal governo (il presidente della Repubblica glielo ha esplicitamente e pubblicamente chiesto), espulso dal Senato e intestatario di una condanna che vieta ogni accostamento ai pubblici uffici. Ma c’è l’altro curriculum, che Berlusconi ha compilato con mano ferma e con bravura, senza abbandonarsi a maledire il destino, e creandosi, per chi ci vuole credere, un’altra vita. In questo documento alternativo Berlusconi ha salvato l’Italia in generale (senza di lui stava letteralmente andando verso la rovina).

E in particolare ha immaginato e guidato, in patria e nel mondo, una serie di atti di governo che, dopo lungo abbandono, hanno restituito al Paese dignità, efficienza e il rispetto del mondo. E infatti faceva la spola tra Gheddafi e Putin che non si stancavano di onorare in lui la guida moderna di uno Stato moderno.

Matteo Renzi, viale del Cazzaro

di Alessandra Daniele

Matteo Renzi è un modello obsoleto. Infatti non riceve più aggiornamenti. Questa settimana s’è notato particolarmente nel suo logorroico e soporifero comizio a Piazza Pulita, l’ennesima anacronistica ripetizione del solito copione ormai completamente logoro, dalla litania sugli 80 euro panacea di tutti i mali, alla cazzata del milione di posti di lavoro che conta anche chi ha lavorato un’ora in un mese, alla rituale difesa della sua imbarazzante ministra-immagine, e della ripugnante controriforma anticostituzionale che portava il suo nome, alla mitizzazione di Obama, corresponsabile della carneficina siriana e libica.

Come Norma Desmond in “Viale del Tramonto”, Renzi continua a recitare un film che non ci sarà mai, per un pubblico che non c’è più. Anche quando è in diretta sembra una replica vecchia di anni, persino più vecchia della sua stessa età. Un fantasma smagnetizzato degli anni ’80, un Claudio Martelli in cromakey. La cosa più patetica del suo vaniloquio di Piazza Pulita è stata la scusa accampata per il mancato ritiro della politica che aveva solennemente promesso: “M’hanno detto no, tu non hai diritto di decidere per i fatti tuoi di andare a fare i soldi in America, e lasciarci qui”.

Testuale. Se Matteo Renzi provasse a fare i soldi in America, finirebbe in galera. Non che gli americani siano più scafati o più legalitari, ma s’incazzano di più quando s’accorgono che qualcuno li vuole fregare. E Renzi si farebbe scoprire subito anche lì. Innanzitutto perché non parla inglese. Lo simula. Come tutte le sue presunte competenze. È un modello obsoleto. Quello che gli americani chiamano One-Trick Pony.

Rifiuti: un business che crea ricchezze e il condizionamento della politica

di Massimo Corsini

Fa una certa impressione sapere che l’estate scorsa, a luglio, hanno arrestato il geometra Giuseppe Santi di Monghidoro, personaggio noto alle cronache locali per essere stato socio e costruttore di diversi impianti a biogas nella bassa bolognese al centro di accese polemiche fino a qualche anno fa: quello di Galliera, di Budrio, di Molinella e Maccaretolo ad esempio. Lo si vedeva spesso alle riunioni tra comitati e amministrazioni comunali a perorare la causa del biogas.

Il geometra, in realtà, è stato arrestato in un’operazione congiunta della guardia di finanza italiana e la guardia civil spagnola insieme a un’altra trentina di persone tra la Spagna, Barcellona precisamente, e l’Italia per il riciclaggio di soldi provenienti dal traffico di droga internazionale attraverso attività commerciali lecite e prestanome.

Della notizia se ne sono occupate soltanto le cronache locali della Campania (quotidiani on line e la Repubblica di Napoli), essendo, la maggior parte delle persone coinvolte, appartenenti a famiglie legate alla malavita regionale. A quanto risulta, invece, a Bologna e provincia non se ne è occupato nessuno. Naturalmente, non c’è alcun nesso apparente tra l’attività professionale del geometra bolognese, ovvero l’impresa di costruzioni omonima, il trasporto di rifiuti, il biogas e il motivo dell’arresto.

Il più fascio del reame

di Alessandra Daniele

“Abbiamo fatto anche cose buone” – Alessia Morani, renziana del Pd

Il Movimento 5 Stelle ha vinto il ballottaggio col Polipo delle Libertà a Ostia, il Trono di Spada. Il Pd non s’era neanche qualificato. È logico che proprio quest’anno il ministro dello Sport, Luca Lotti, sia un renziano. Che il Pd si proponga come “argine” al fascismo è grottesco, almeno quanto l’autodifesa di Minniti dalle accuse (tardive) dell’ONU sui campi di concentramento libici.

Il Pd ha sistematicamente sbancato tutti gli argini al fascismo, e adesso è logico paghi almeno le conseguenze elettorali della marea nera alla quale ha consegnato il paese. Il 40% preso alle elezioni europee meno di 4 anni fa sembra ormai lontano un quarantennio. Viene da chiedersi se sia davvero accaduto, o sia soltanto un falso ricordo stile Blade Runner.

Il tentativo del Pd di rappattumare attorno a sé brandelli del defunto Ulivo è patetico quanto inutile. Chiunque degli Scappati di casa si rivenderà al Cazzaro perderà tutto il proprio già esiguo consenso elettorale, che gli deriva solo dall’essersene allontanato. L’unità che Veltroni invoca sarebbe in realtà un omicidio-suicidio collettivo, come d’altronde tutte le sue iniziative politiche. Chi sarà a raccogliere i frutti della pressoché certa disfatta Pd alle elezioni nazionali?

Un nuovo Ulivo? Ma mi faccia il piacere…

di Mauro Barberis

Chi vincerà le prossime elezioni politiche? Dopo la movimentata approvazione del Rosatellum, tutti si sono messi a fare calcoli, e a qualcuno è mancata la terra sotto i piedi. Perché circolano proiezioni terrificanti, che riporto solo per dare un’idea del clima. Qualcuno ha calcolato che con il Rosatellum la coalizione vincente – dunque, non il M5S, che non si coalizza con nessuno – per avere la maggioranza nel prossimo Parlamento, e poter governare da sola, dovrebbe prendere il 40 per cento nel proporzionale e il 70/80 per cento nell’uninominale.

Obiettivi fantascientifici, ad oggi. Sicché uno si chiede: non potevano farli prima, i calcoli, invece di consegnare il Paese ad altri cinque anni d’ingovernabilità? Oppure centrodestra e centrosinistra i calcoli li avevano fatti eccome, ma hanno votato comunque il Rosatellum al solo scopo di escludere Cinquestelle e bersaniani, e poi vedersela fra loro?

Francamente, non so quale sia l’ipotesi peggio. Ma la cosa certa, allo stato, è che l’unico leader sicuro di far parte della prossima maggioranza di governo è proprio l’Incandidabile per antonomasia: Silvio Berlusconi. Se mai vincesse il Pd renziano, infatti, il Cavaliere sarebbe l’unica sponda possibile per una Piccola Coalizione con renziani, alfaniani, verdiniani e simili. Mentre se vince il centrodestra, come tutto lascia pensare, il risultato sarà lo stesso, nell’impossibilità di far convivere Renzi e Salvini nella stessa maggioranza di governo. È questo il bello del Rosatellum: non il fatto di costringerci a votare dei nominati, ma di avere come unico sbocco possibile maggioranze eterogenee e rissose.

Pd, un non-partito proiettato alla deriva

di Michele Prospero

A dieci anni dalla nascita, il Pd si conferma non tanto un amalgama mal riuscito quanto un esperimento fallito. È rimasto in giro un ibrido pericoloso per gli effetti sprigionati dai suoi detriti impazziti. A confrontare la foto dei fondatori con quella degli attuali capi, viene la stessa impressione suscitata dalle immagini dei grandi protagonisti dell’Ottobre sovietico il cui volto all’improvviso scomparve dalla iconografia ufficiale del regime.

Il cattolicesimo sociale più radicale e con venature di rosso (Rosy Bindi) è fuggita da tempo dall’abbraccio con il cerchio gigliato di Rignano. I cattolici adulti (Prodi, Parisi, Monaco) hanno già allontanato la tenda dall’accampamento di un partito sfigurato. I cattolici dell’ala tecnico-moderata (Letta) sono inorriditi dalle arti magiche vendute all’ingrosso dal populismo di governo.

Tra i cattolici conservatori restano in scuderia gli andreottiani Guerini e Fioroni, l’ultra moderato Lotti, la fanfaniana Boschi che, rimuovendo organiche inclinazioni bancarie con un impeto di egualitarismo, propone di pagare allo stesso modo i calciatori maschi e femmine, il manipolatore delle regole democratiche del voto (Rosato). E si barcamena tra le macerie l’eterno viandante Franceschini che idee non coltiva ma si pone agli ordini di qualsiasi leader, pur di conservare margini di potere.

Sinistra unita: egemonia della società civile o di Bersani, D’Alema, Fratoianni, eccetera?

di Giacomo Russo Spena

“Va costruita una via italiana per una nuova sinistra che abbia come pilastro il protagonismo dei cittadini”. I modelli da seguire? “Corbyn e Podemos sono le due esperienze che guardo con maggiore interesse”. Anna Falcone, avvocato cassazionista e combattiva leader dell’Alleanza per la democrazia e l’uguaglianza, sta provando insieme a Tomaso Montanari a creare per le prossime politiche del 2018 una lista unitaria di sinistra, ma con facce e schemi rinnovati: “Gli italiani non sopporterebbero nessuna riedizione di film già visti, la chiave del cambiamento sta nella partecipazione”.

Anna Falcone, il momento è veramente ora? Esiste lo spazio politico per un soggetto a sinistra del Pd?

Il momento era buono già dopo la vittoria del 4 dicembre. Ma non è troppo tardi, siamo ancora in tempo: con il voto referendario – che ha rispedito al mittente la riforma costituzionale ispirata al modello dell'”uomo solo al comando” – è maturata nel Paese la consapevolezza che esiste un’alternativa possibile a quelle politiche neoliberiste di precarizzazione del lavoro, mercificazione dei diritti e cancellazione dello Stato sociale che hanno attraversato gli ultimi governi. E c’è un popolo vastissimo pronto a sostenere una forza politica che se ne faccia interprete. A condizione di segnare una netta rottura con il passato, di ridare protagonismo alla partecipazione dei cittadini, di rivendicare senza compromessi i diritti che ci sono stati tolti per costruire una società più giusta, inclusiva e realmente fondata sul riconoscimento dei talenti e sulla solidarietà sociale.

Lo scorso 18 giugno, al Teatro Brancaccio di Roma, è nata l'”Alleanza per la democrazia e l’uguaglianza”, un nuovo soggetto che mira a rilanciare la Sinistra nel Paese attraverso il protagonismo dei cittadini. A quasi 4 mesi da quell’esordio, qual è la situazione?