Regionali, e ora l’Emilia Romagna. Ecco perché qui si giocherà la battaglia finale

di Sergio Caserta Non era difficile prevedere che le elezioni regionali sarebbero state una “via crucis” per le forze che si stanno contrapponendo all’invincibile armada del satrapo leghista. Ora c’è stato il bagno di sangue in Umbria, per cui la neonata alleanza Pd-M5S (il governo Conte bis è in carica da meno di due mesi) […]

Dall’Umbria lezione al governo: o c’è una vera svolta o la destra si prende tutto

di Paolo Branca Sarà anche vero – come ha detto il premier Giuseppe Conte – che l’Umbria ha meno abitanti della provincia di Lecce: il punto è che è difficile immaginare un esito elettorale diverso anche in aree più popolate del Paese… Tutto è andato come previsto, purtroppo, forse peggio. Ma non per questo le […]

Pasquino: “Renzi se ne va. Ora si recuperi la sinistra sfilacciata”

di Marco Palombi Politologo no, per carità. Politologi sono un po’ tutti e Gianfranco Pasquino – professore emerito di Scienze Politiche a Bologna – ha un profondo rispetto della sua specializzazione nella più fascinosa e sfuggente delle arti sociali. Per questo – e perché è un antico uomo di sinistra, senatore per tre legislature – […]

Sinistra, anno zero (una lunga storia di tradimenti e divisioni)

di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena Vent’anni che hanno cambiato tutto, portando alla dissoluzione una lunga, e a suo modo gloriosa, storia di lotte, conquiste e presenza nei luoghi di lavoro, di socialità, culturali. Vent’anni nei quali la sinistra italiana si è autoesclusa dai giochi della politica, per miopia, scarso coraggio, mancata lettura del […]

Elezioni Basilicata, Pd e cinquestelle bravissimi a premiare Salvini

di Sergio Caserta E così malinconicamente registriamo la terza vittoria consecutiva del destra-centro a trazione leghista nelle elezioni regionali in Basilicata, dopo Abruzzo e Sardegna anche nella fu regione rossa ora regione dei basilischi, s’insediano le Sturmtruppen del “Capitano” che raccoglie copiosi consensi come pomodori maturi nel Meridione che solo un anno fa gli era […]

Pd - Foto di Orsonisindaco

Europee, il Pd forse apre a sinistra. Ma c’è una sinistra all’altezza della sfida?

di Sergio Caserta

Le prossime elezioni europee segnano uno spartiacque per l’attuale governo in carica, retto dal patto-contratto di governo tra M5s e Lega. Se confermeranno l’irresistibile ascesa del partito di Matteo Salvini, allora per Luigi Di Maio & C. la situazione potrebbe diventare insostenibile: piegarsi definitivamente ai diktat del “capitano” o rinunciare alla prosecuzione del governo e anche alla leadership nel Paese, già allo stato presente alquanto usurata? In ogni caso il risultato delle Europee sarà determinante.

Tra i due maggiori competitor però si è reinserito il Partito democratico, dato in buona ripresa dopo l’elezione di Nicola Zingaretti, come in parte hanno indicato le Elezioni regionali in Abruzzo e in Sardegna in cui il centrosinistra, guidato da due candidati non diretta espressione del Pd – Giovanni Legnini e Massimo Zedda -, ha recuperato una parte dei voti persi alle politiche di un anno fa, seppur non si possa certo parlare di successo.

Ora sembra che Zingaretti intenda almeno per le Europee rilanciare la centralità del Pd, ma riesumando l’apertura ad alleanze anche a sinistra. Non è per niente chiaro però in quale direzione, soprattutto per quanto riguarda le politiche del lavoro e ambientali sulle quali si è rotto la testa Matteo Renzi.
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I falchi del Pd sperano in una crisi di governo e rimandano ancora il congresso

di Sergio Caserta

Appare sempre più evidente la contraddizione politica in cui si trovano il governo e la sua contorta maggioranza. L’asse M5S e Lega al di là delle ostentazioni è sempre più vicino ad una possibile rottura, che finora non è avvenuta forse più per responsabilità dei media che hanno spinto, con i loro attacchi furibondi, verso un consolidamento dell’alleanza. Ora però che giungono al pettine importanti nodi, ovvero il decreto sicurezza punto di forza di Salvini e le decisioni intorno ai progetti infrastrutturali Tap e Tav, contro i quali è cresciuta la “cultura alternativa” dei M5S, le cose si fanno sempre più difficili.

I due soci al governo cercano di eludere le difficoltà scommettendo sugli altri provvedimenti che creano consenso e cementano il blocco ovvero reddito di cittadinanza, pensioni quota 100 e condono (o simil condono). Ma potrebbe non bastare se l’andamento della produzione industriale, della borsa e del rendimento dei titoli di Stato si mantiene sui livelli attuali, tant’è che li rinviano stralciandoli dal DEF.

È la scommessa a breve termine su cui puntano i falchi del Pd, ovvero Renzi & C.: con una crisi di governo immediata avrebbero un ottimo motivo per rinviare il congresso alle calende greche, per cercare di riaprire i giochi dentro il partito attualmente proteso, nonostante tentennamenti e contraddizioni, verso un diverso assetto politico.
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Bologna: il Pd perde anche nelle fusioni di Comuni e la legge Delrio è una delle cause

di Sergio Caserta

I progetti di fusione dei Comuni in Emilia Romagna sono stati bocciati in larga parte da elettrici ed elettori. È uno smacco clamoroso per l’orgoglio amministrativo del Partito democratico, ma la sconfitta, o meglio smentita, è solo l’ultima in ordine di tempo negli appuntamenti elettorali e referendari dell’ultimo triennio. Le fusioni riguardavano i Comuni di Castenaso con Granarolo e di Malalbergo con Baricella, in provincia di Bologna. Alla base di questi risultati, ci sono ragioni sia di merito che più generalmente politiche.

Nell’ambito del sistema istituzionale attuale tutte le recenti proposte di riforma sono state o del tutto inconcludenti o peggiorative della situazione precedente. A cominciare dall’introduzione della città metropolitana di Bologna che è stata partorita nell’ambito della legge di superamento delle Provincie, cosiddetta legge Delrio numero 56/2014 che prevede “Disposizioni sulle provincie, sulle città metropolitane, sulle unioni e fusioni tra Comuni”.

Il principio cardine su cui si basa questa riforma è l’elezione indiretta degli organi delle città metropolitane e delle cosiddette “aree vaste”, che avrebbero dovuto sostituire le Province se il referendum confermativo della riforma costituzionale, voluta da Renzi, fosse passato. Cosa che come sappiamo, fortunatamente, non è avvenuta.
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Il Pd, la sinistra e la responsabilità dinanzi al rischio dell’irrilevanza politica

Pd - Foto di Orsonisindaco

di Alfiero Grandi

Continua un tormentone – purtroppo inconcludente – sulla sinistra, di cui fa parte a pieno titolo la recente posizione di Veltroni che in sostanza propone di tornare alle (sue) origini, cioè – guarda caso – alla radice della crisi del Pd. Ritenere di affrontare la crisi pienamente politica, perfino di significato, del Pd senza andare alla radice dei problemi è un’illusione che non può che peggiorare la crisi già in atto, già sufficientemente grave. Nella versione migliore il Pd delle origini avrebbe dovuto garantire al governo di centrosinistra (in particolare a Prodi) un’autonomia politica dalle tensioni tra i partiti che avevano dato vita all’Ulivo.

Nella versione peggiore avrebbe dovuto garantire una vera e propria autosufficienza (la vocazione maggioritaria) che infatti appena teorizzata, proprio da Veltroni all’epoca segretario del Pd, fece precipitare all’inizio del 2008 la crisi del secondo governo Prodi, non appena gli alleati minori capirono che per loro non poteva esserci futuro, al di là delle alleanze di volta in volta strumentali. Per questo è poco credibile che proprio chi ha dato origine a questa deriva del Pd possa risolvere la crisi attuale, visto che non c’è nel ragionamento la condizione indispensabile di un ripensamento politico, ma solo una critica a chi è venuto dopo, Renzi in particolare, quasi si trattasse solo di mettere sotto accusa le sue esagerazioni, degenerazioni, i suoi errori. Questi ci sono certamente per carità, ma non spiegano tutto.

L’interesse per quanto accade nel Pd è inevitabile

L’interesse per quanto accade nel PD è inevitabile anche da parte di chi non ne ha condiviso la scelta originale, né tanto meno ne ha mai fatto parte. Per la semplice ragione che, essendo tuttora il Pd la forza maggiore che potrebbe fare parte (tutto? in parte?) di uno schieramento di sinistra, è del tutto evidente che anche chi ne sta fuori non può non interessarsi all’esito della sua crisi.
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Renzi o gli altri, qualcuno nel Pd è di troppo

di Nadia Urbinati

A seguire i social, si ha l’impressione che delle cene (elitarie o popolari) proposte, promesse e disdette da alcuni leader Pd interessi ben poco. Le uniche note di commento sono: per recriminare questi “signori sistemati” che poco o nulla sanno di quel che succede fuori; per esprimere un sospiro di sollievo per lo scioglimento di un partito nato gracile; per dire basta, e chiedere che si smetta di parlare di quel che non c’è per dedicarsi a capire che cose può esserci.

Il Pd appartiene al passato. È fuori del presente. Quel che nel presente c’è e occupa le pagine dei giornali (più per curiosità da tabloid che altro) è l’opinione dei soliti noti del Pd, che sembra siano la sinistra, che siano il partito, che siano l’opposizione. Fanno tutto questo malissimo eppure hanno solo loro voce rappresentativa. È possibile sperare che si facciano da parte? Deve essere possibile. Ma c’è il Congresso. Il quale sembra diventare ogni giorno che passa la zattera di salvezza per tutti. E questa è la condizione peggiore, perché questo congresso post 4 marzo dovrebbe servire a rifondare.

È la condizione peggiore perché, appunto, è visto e sarà usato come una zattera: ciascuno dei naufraghi cercherà di occupare il posticino che lo salverà, a costo di buttare a mare il vicino. E resteranno i più scaltri, i più cinici, i più amorali – coloro che riusciranno a far fuori gli altri. Nel mors tua vitamea non si radica alcuna impresa collettiva. È come lo stato di natura di Hobbes, dal quale al massimo emergono bande di predoni, che non sono proprio la soluzione alla condizione di massima incertezza e insicurezza.
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