Aldo Tortorella: “Berlinguer al governo? I sovietici tramarono per fermarlo”

di Walter Veltroni Aldo Tortorella, tu sei stato nella segreteria del Pci con Berlinguer. Vorrei, in questo colloquio, che partissimo da lontano. Il fascismo che hai conosciuto da ragazzo è stato veramente l’autobiografia di una nazione? «Il fascismo aveva un grande consenso, persino quando è scoppiata la guerra. Ero al liceo, vennero gli studenti universitari […]

Enrico Berlinguer nella morsa dei sovranisti a 35 anni dalla sua scomparsa

di Claudio Bazzocchi Enrico Berlinguer è stato bistrattato per lungo tempo dai suoi accaniti estimatori che ne hanno fatto un santino piccolo-borghese di uomo perbene e onesto. Altri l’hanno addirittura definito un liberale, uno che ha avuto la sola colpa di non cambiare nome al PCI, per farlo diventare un partito socialdemocratico. A questi “estimatori” […]

Berlinguer, un comunista particolare

di Rossana Rossanda In questi giorni è uscito su Repubblica, a firma di Eugenio Scalfari, un ricordo molto amichevole di Enrico Berlinguer. Mi permetto però di osservare che egli non avrebbe accettato la definizione di “liberale” che ne dà Scalfari. La parola ha infatti un significato molto preciso nel secolo scorso e non è così […]

C’era una volta la Festa dell’Unità: erano i tempi della vera politica e della militanza

di Sergio Caserta

La festa dell’Unità, per ogni organizzazione del Pci, rappresentava dopo il congresso, il momento più elevato di iniziativa politica. La festa era il momento in cui il partito si “metteva in mostra” con la sua immagine, la capacità organizzativa, con i suoi programmi e progetti. A qualsiasi livello la festa si svolgesse: nel quartiere, di zona o paese, cittadina o provinciale fino all’appuntamento nazionale, la festa era la vetrina per antonomasia ove il Partito offriva il meglio di sé.

Pertanto si costruiva attraverso impegnative discussioni sui contenuti in primo luogo politici, cioè dei temi da trattare nei dibattiti, di attualità o approfondimento, di rilevo locale, nazionale o internazionale che erano il cuore della festa; in secundis si discuteva del programma culturale, ovvero di quali eventi, mostre, presentazioni di libri o di film, quali concerti e intrattenimenti.

Infine c’erano le scelte gastronomiche i menù, gli stand per l’autofinanziamento e poi quelli più commerciali che nella mia esperienza al SUD, non erano stati mai tanto importanti come nelle feste emiliane, caratterizzate da una forte componente “fieristica”, perché il Partito al nord è stato da sempre collegato con il mondo dell’impresa soprattutto artigiana e commerciale.
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Nell’acquario di Angiporto Galleria (e Mistero napoletano): due libri per una storia grande

di Sergio Caserta

Leggere Nell’acquario di Angiporto Galleria, il libro autobiografico di Francesca Spada, curato dalla figlia Viola Lapiccirella, per l’editore Zamorani, è stato ripercorrere un pezzo importante del mio vissuto politico, dopo il primo romanzo che lo precede, “Mistero napoletano” di Ermanno Rea che tratta lo stesso argomento, la vicenda della giornalista de l’Unità, morta suicida, nel contesto della Napoli del secondo dopoguerra e dei primi anni sessanta.

È una storia personale e politica che ha appassionato schiere di lettori, per l’intreccio intrigante tra le vicende umane dei personaggi e il loro agire pubblico, come esponenti di un grande partito, nella tormentata storia di Napoli comunista, le cui propaggini giungono fino ai nostri giorni. Napoli protagonista di questa e di mille altre storie umane, Napoli grandiosa e miserabile, colta e plebea, Napoli piena zeppa di intellettualità aristocratica, Napoli lazzara e violenta, prevaricatrice, mendicante, Napoli guappa e illuminista, Napoli tutto e il suo contrario.

L’essenza di questa storia è nel rapporto di una generazione di intellettuali comunisti, giornalisti e dirigenti del PCI, alle prese con i tormenti delle proprie convinzioni e l’adesione al partito, la sottomissione alla sua ferrea disciplina, alle logiche degli apparati burocratici che macinavano vite e coscienze, in nome del bene supremo dell’unità del Partito.
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Il dirigente del Pci che tallonava Togliatti

di Manfredi Alberti

Come ha affermato Plechanov in un noto scritto di fine Ottocento, le grandi personalità della storia sono tali nella misura in cui riescono a interpretare al meglio e con determinazione le forze e le tendenze in atto nella società, indirizzandole in modo coerente. L’inestricabilità del rapporto fra le biografie individuali e le forze collettive è particolarmente evidente nel caso del comunismo novecentesco, i cui grandi dirigenti hanno sempre avuto alle spalle un grande partito, una forza organizzata in grado di creare, nel contesto dato, virtuose sinergie fra i singoli e il gruppo di riferimento.

Sotto questo profilo non fa eccezione la vicenda del comunismo italiano, come si può evincere dal rigoroso e documentato lavoro di ricerca di Massimo Asta, dedicato all’avventurosa vita di Girolamo Li Causi, uno dei dirigenti più popolari del Pci nella prima metà del Novecento, negli anni ’50 il candidato comunista più votato dopo Togliatti; un uomo capace di infiammare le masse non solo grazie alle parole, ma anche con il linguaggio del corpo (Girolamo Li Causi, un rivoluzionario del Novecento. 1896-1977, Carocci, pp. 328, euro 33).

Nato a Termini Imerese nel 1896, Li Causi si forma durante l’età giolittiana, osservando dal Sud l’incapacità dello Stato liberale di realizzare una reale inclusione dei lavoratori nella vita politica nazionale. Dopo aver ottenuto il diploma di ragioneria, si sposta a Venezia dove si iscrive alla Scuola superiore di commercio di Ca’ Foscari.
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La scienza del Sessantotto: i 70 giorni dell’occupazione di Fisica

di Bruno Giorgini

Introduzione

Il 14 febbraio del 1968 l’assemblea degli studenti di fisica decise a grande maggioranza l’occupazione dell’ala didattica dell’Istituto Righi, in via Irnerio (a quel tempo i dipartimenti non esistevano). Pochi giorni dopo, il 27 febbraio, l’occupazione si estese a tutto l’Istituto, bloccando anche le attività di ricerca. Non era mai successo in Italia e, se si esclude la Francia durante il maggio, neppure all’estero che venisse occupata un’area destinata alla ricerca scientifica, con laboratori e officine, per un tempo così lungo, 70 giorni.

Un tempo di scontri politici e ideologici, discussioni, azioni, terminato con lo sgombero da parte della Polizia. Un tempo che merita di essere raccontato e ripensato non per nostalgiche rievocazioni, ma perchè alcune delle questioni in gioco oggi all’università non si discostano molto da quelle che allora si posero, rimanendo sostanzialmente irrisolte. Un racconto parziale, monco, pieno di buchi, senza alcuna pretesa di esattezza storica. E neppure di polemica con chicchessia. Semplicemente il ricordo di uno che allora giovanissimo studente, prese parte.

L’Istituto di Fisica A. Righi

L’artefice massimo dell’Istituto e delle sue fortune fu Giampietro Puppi, fisico insigne e di chiara fama. Aveva un’idea avanzata del ruolo della ricerca scientifica, e vedeva nella fisica non solo un luogo di conoscenza accademica, ma un motore dello sviluppo economico. Proprio in nome di questa concezione egli definì le due gambe su cui far crescere e camminare l’Istituto.
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D’Orsi: “Vi racconto il vero Gramsci”

di Francesca Chiarotto

Gramsci. Una nuova biografia di Angelo d’Orsi (Feltrinelli, Milano 2017, pp. 393) è un libro importante e destinato a durare e ad essere molto usato; dagli studiosi, in primis, ma non solo. È un libro che si legge in maniera scorrevole e avvincente, che può essere “fruito” e assaporato “a vari livelli”, per così dire. Comprensibilissimo anche ai neofiti del pensiero gramsciano, offre allo stesso tempo agli studiosi un livello di approfondimento notevole perché sistematizza e dà conto di decenni di sviluppi, analisi, acquisizioni documentali, opera sia dell’autore, sia delle decine di studiosi e studiose italiani e internazionali che hanno lavorato su Gramsci negli ultimi anni di Gramsci Renaissance, per usare una felice espressione dello stesso D’Orsi.

È un libro traboccante di passione, come e più di ogni altro libro di Angelo d’Orsi, per il quale. Gramsci è l’autore di riferimento di tutta “la vita degli studi” e non solo. Pur essendosi occupato prevalentemente degli “anni torinesi”, qui D’Orsi copre l’intera biografia gramsciana, ricostruendone il “ritmo del pensiero in isviluppo” senza trascurare i contesti storici e i dibattiti politici e storiografici.

L’ultima biografia gramsciana risale al 1966 ed è firmata dal sardo Giuseppe Fiori. Non c’è dubbio quindi che le successive acquisizioni documentarie suggerissero la necessità di un “aggiornamento”. In che senso la sua si può considerare una “nuova” biografia, come dichiara il sottotitolo del libro?
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Dov’è quel paese che ha fatto cose bellissime?

di Leonardo Tancredi, responsabile Gruppo Welfare Coalizione Civica

All’inizio degli anni Cinquanta la polizia del ministro degli Interni Scelba uccise, picchiò e mandò in galera migliaia di contadini pugliesi che si erano rivoltati contro condizioni di lavoro disumane nelle campagne di San Severo, Torremaggiore, di tutta la Capitanata. A causa di questo e dei bombardamenti della guerra appena conclusa migliaia di bambini si ritrovarono orfani.

Grazie all’impegno del Pci e dell’Udi 70 mila bambini vennero ospitati da famiglie dell’Emilia Romagna. Una storia incredibile raccontata in un bel libro di Giovanni Rinaldi, I treni della felicità che ha rappresentato la genesi del film documentario Pasta Nera, di Alessandro Piva.

Dopo circa 70 anni, in quella stessa terra che aveva saputo essere tanto solidale, i nipoti di quelle donne e quegli uomini valorosi stanno facendo barricate per impedire l’arrivo di 10, ripeto 10, minorenni richiedenti asilo che alle spalle hanno le stesse miserie, le stesse sofferenze, la stessa guerra che avevano i bambini pugliesi del dopoguerra.
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Armando Cossutta, carissimo avversario

Armando Cossutta
Armando Cossutta
di Luciana Castellina

Nella storia, noi ingraiani del Pci, e ancor più noi del Manifesto e poi del Pdup, siamo annoverati fra gli avversari di Armando Cossutta. E non si può certo negare che il contrasto politico sia stato fra noi duro e di sostanza. E però io, ma credo anche gli altri miei compagni, provo grande tristezza nel momento in cui apprendo della sua scomparsa. Non solo per nostalgia della nostra vecchia comunità comunista che ogni giorno riceve dalla realtà attuale una nuova botta, sicché gli antichi contrasti ci sembrano minuzie rispetto ai solchi che oggi si sono aperti con una sua parte così consistente, quella che ancora sta nel Pd. Non solo. È perché io a Cossutta volevo bene, e credo lui ne volesse a noi: nonostante la durezza della nostra radiazione, cui il gruppo di compagni che a Cossutta si ispirava dette un sostanziale contributo, è rimasta reciproca stima. Che ci consentì di ritrovarci assieme, impegnati sullo stesso fronte, a partire dall’avvio del processo di scioglimento del Pci, nel 1989.

Quando io militante molto romana ho sentito per la prima volta il suo nome è stato peraltro in una fase in cui siamo stati dalla stessa parte: lui dirigente di primo piano della Federazione di Milano, io ancora impegnata nella ribellione della Federazione giovanile contro la settaria chiusura di una parte dei vecchi. Che a Milano avevano una vera roccaforte contro cui si batterono, membri della stessa segreteria federale, sia Rossana Rossanda che Cossutta. È stato solo anni dopo che diventò esplicito tema di scontro politico il giudizio sull’Urss, e dunque il tema del rapporto fra il Pci e il Pcus.

Ancor oggi mi chiedo il perché di quel suo filosovietismo, che peraltro lui stesso ripensò quando all’inizio degli anni Novanta venne un giorno nella redazione del manifesto per ragionarne con pacatezza, riconoscendo la validità delle nostre obiezioni che erano invece state solo frettolosamente condannate.
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