La crisi dei partiti della sinistra secondo Srnicek e Williams

di Gianfranco Sabattini

Nick Srnicek e Alex Williams al loro “Manifesto accelerazionista” (scritto nel 2013) hanno fatto seguire, nel 2015, il volume “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”. Il libro contiene uno sviluppo delle tesi già esposte nel “Manifesto”, articolato in una severa diagnosi della crisi dei partiti tradizionali della sinistra, con la formulazione di una proposta per una loro rivitalizzazione, attraverso l'”invenzione” di un possibile futuro, che il capitalismo, nella sua coniugazione neoliberista, ha rimosso dall’immaginario collettivo.
Mentre la diagnosi della crisi dei partiti della sinistra è nella sostanza condivisibile, la proposta, rispetto al modo in cui è formulata e alle modalità della sua realizzazione, risulta ridondante, sino a comprometterne la desiderabilità e la fattibilità.

Sulla crisi della sinistra, Srnicek e Williams esordiscono col dire che la debolezza che attualmente la affligge non è attribuibile esclusivamente a cause esterne; una diagnosi onesta – essi affermano – deve essere formulata assumendo la presenza anche di cause esterne, la principale delle quali è individuata nella diffusa e acritica accettazione di un pensiero basato su quella che gli autori chiamano “folk politics”.

Questa espressione viene adottata per indicare “un insieme di idee e intuizioni che, all’interno della sinistra contemporanea, guida il senso comune da cui discendono organizzazione, azione e pensiero politico”; si tratta in sostanza di un complesso di presupposti strategici che hanno indebolito la sinistra, “rendendola incapace di nutrire ambizioni di crescita, di generare cambiamenti duraturi e di espandere l’orizzonte dei propri interessi”. Adottando la folk politics, i partiti della sinistra si sono illusi di poter rispondere alle crisi ricorrenti provocate dal capitalismo contemporaneo, riportando l’attività politica ad una scala umana, quindi “enfatizzando un’immediatezza che è contemporaneamente temporale, spaziale e concettuale”.
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Il vecchio male della tv conservatrice

di Vincenzo Vita

È stato detto e scritto con solennità che la televisione generalista è stata nuovamente la protagonista assoluta del red carpet mediatico dell’ultima campagna elettorale. Sarà, ma simile certezza è messa in discussione da due elementi rilevanti.

Innanzitutto, proprio la televisione si è rivelata – negli atteggiamenti dominanti – piuttosto distante dal nuovo senso comune, essendo stati chiaramente sospinti nel flusso delle notizie Partito democratico insieme al governo e Forza Italia ben al di là della forza effettiva. A fare da polarità dialettica negativa è stato scelto il Mov5Stelle, tanto abbondante nel tempo di notizia quanto citato in modo critico o sarcastico.

Insomma, Rai e Mediaset hanno votato per un rinnovato «Patto del Nazareno» e hanno perso. Un incrocio tra i dati forniti dall’Osservatorio di Pavia (per la commissione parlamentare di vigilanza) e quelli di Geca Italia (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ci fornisce un complesso di indicazioni, a cominciare dalla sottovalutazione pesante della Lega e dalla cancellazione di una lista come Potere al popolo. Altro che par condicio. La legge 28 del 2000 è stata rivista di fatto, fuori da ogni procedura democratica. Infatti, le pari opportunità tra i diversi soggetti in campo – che nell’ultimo mese prima del voto dovrebbero essere rigorose ed egualitarie – hanno riguardato prioritariamente le forze ritenute importanti.
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Lingotto uno, Lingotto due e la crisi dei partiti – Seconda parte

di Luigi Agostini

Individuo ed eguaglianza si rinviano a vicenda. Dunque, Partito neosocialista perché, se le parole hanno un senso, per un partito socialista, l’eguaglianza sociale rappresenta non un optional ma un vincolo, un imperativo politico, il metro regolatore di ogni scelta concreta. Partito neosocialista, perché, per l’attuale configurazione delle forze politiche europee, può svilupparsi velocemente in partito a dimensione continentale. Partito socialista, quindi, utilizzando il grande apporto che va da Karl Polany a Jurgen Habermas, solo per ricordare le maggiori suggestioni teoriche. Di enorme interesse il recente confronto tra due dei principali intellettuali tedeschi, Habermas, appunto, e Wolfgang Streeck.

L’Organizzazione, la forma-partito, infine. L’evoluzione della crisi impone il riordino delle forze per fermarne l’attuale evaporazione e una forma-partito che, come il mitico pipistrello di La Fontaine, (se mi è permessa una autocitazione) sia capace di essere, di volta in volta, roditore ed uccello, capace cioè, fuor di metafora, di aderire a tutte le pieghe della condizione sociale e produrre, innervando la sua presenza nel sociale, il massimo di socialità collettiva.

Un Partito così non si costruisce con le primarie ma con un lavoro di lunga lena che seleziona i gruppi dirigenti per senso di appartenenza, capacità di realizzazione e profondità di pensiero. Diversamente come ci ricordava spesso Alfredo Reichlin, “i mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione”: cioè dirigenti politici generalmente al di sotto del compito.
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Lingotto uno, Lingotto due e la crisi dei partiti – Prima parte

di Luigi Agostini

Dopo la sconfitta di Veltroni, dopo la sconfitta di Bersani, dopo la sconfitta di Renzi – non solo è necessario ma anche possibile una valutazione di bilancio sull’intera sequenza che parte dal Lingotto Uno e giunge fino ad oggi. Non fermarsi quindi alla fenomenologia della crisi, che attanaglia in questi giorni il Partito Democratico, ma tirare un bilancio ragionato, se si vuole riflettere utilmente. Tali sconfitte riportano comunque la questione Partito al centro dell’interesse, confermando per la Sinistra, pur indirettamente, l’antico principio che senza Partito non c’è politica democratica.

La concezione del Partito proposta al Lingotto Uno, d’altra parte, era la risultante di un processo iniziato nell’Ottantanove e che di passaggio in passaggio (qualcuno dice di espediente in espediente), su proposta di Romano Prodi aveva trovato al Lingotto il suo esito, esito mutuato dalla esperienza americana: partito elettorale, primarie, personalizzazione, partito, scalabile (in franchising come veniva definito da qualcuno) in cui la comunicazione era grande parte e, infine, sostanziale bipartitismo.

Si potrebbe sostenere che la caduta di Prodi nelle recenti elezioni per la Presidenza della Repubblica, cioè del principale importatore/ ideatore di tale operazione, suonava già come epitaffio di tale concezione. Ma è giusto approfondire il discorso, cercare le risposte al fallimento nelle stesse cause che l’hanno determinato. Specie oggi.
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L’acqua pubblica nell’urna

di Alex Zanotelli

«Il parlamento si è fatto beffa del referendum del 2011. E la privatizzazione va avanti. È necessario perciò portare il tema dell’acqua nell’attuale campagna elettorale, chiedendo a ogni candidato e a ogni partito di esprimersi su questo tema vitale».

Il processo di privatizzazione dell’acqua, in atto in Italia, è una minaccia al diritto alla vita. Nonostante il Referendum del 2011 – quando il popolo italiano aveva deciso che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto su questo bene così sacro – i governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno fatto a gara per favorire il processo di privatizzazione dell’oro blu.

Non migliore fortuna abbiamo avuto in parlamento, che aveva il dovere di tradurre in legge quello che il popolo italiano aveva deciso con il referendum, ma non l’ha fatto. A questo scopo il parlamento aveva a disposizione anche la legge di iniziativa popolare che aveva ottenuto oltre 500.000 firme. Ci sono voluti anni di pressione perché quella legge fosse presa in considerazione dalla Commissione ambiente della camera presieduta da Ermete Realacci (Pd). E quando l’ha finalmente accolta, la Commissione l’ha radicalmente snaturata e poi non l’ha mai fatta discutere in parlamento. È grave che due presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella, non abbiano richiamato i parlamentari al loro dovere di legiferare secondo i dettami del referendum.
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Cooperativismo e liberismo: come si è persa la coralità delle voci politiche

di Sergio Caserta

Nella mia trascorsa attività di cooperatore, iniziata a metà degli anni Settanta come fondatore di una cooperativa e poi divenuta attività professionale per lunghi anni, ho avuto modo per le diverse esperienze e situazioni vissute di conoscere a fondo l’organizzazione della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, oggi ribattezzata sinteticamente “Legacoop”.

La cooperazione italiana, sorta agli albori della storia del movimento operaio e passata attraverso la prima rivoluzione industriale e le due guerre mondiali, è diventata nel secondo dopoguerra un esteso e forte movimento economico di imprese associate, con milioni di soci cooperatrici e cooperatori. Come nel sindacato anche nella cooperazione esistevano ed esistono componenti politiche e culturali, e come nel sindacato anche nella cooperazione non si è mai giunti all’unificazione delle associazioni pur richiamandosi agli stessi principi di mutualità, a causa della forte influenza ideologica e politica che i partiti hanno avuto e mantenuto sulle strutture organizzative delle rispettive associazioni.

Tant’è che esistevano ed esistono la Legacoop, la Confcooperative e l’Unione cooperativa come esistono CGIL-CISL e UIL, tranne la breve esperienza subito dopo la guerra nel sindacato e quella più significativa ma anch’essa cessata della FLM sindacato metalmeccanico che riuniva FIOM,FIM e UILM. Questa divisione era di matrice ideologica, all’epoca dei due blocchi e dei muri, fu poi fortemente politica per le strategie che le diverse organizzazioni portavano avanti, nelle rivendicazioni e nel proselitismo che aveva un connotato di adesione a valori e principi di carattere generale. Il liberalismo e il cattolicesimo sociale così come il marxismo e l’egualitarismo socialista non erano elementi accessori.
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Il partito: perché si è persa la sua dimensione collettiva – Terza e ultima parte

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di Sergio Caserta

Quando l’attacco al «centralismo democratico» del Pci diventa, come è diventato, attacco ai partiti in quanto tali (alla così detta «forma-partito»); quando si condanna tutto ciò che non sia puro movimento d’opinione; quando l’attacco è diretto a denigrare ogni sforzo teso a organizzare la società attorno a un fine, è diretto contro ogni scala di valori che non sia quella gratuita e imprevedibile che viene confusamente e contraddittoriamente espressa dal moltiplicarsi degli appetiti egoistici dei singoli, dallo sfarinarsi della società in una miriade di nuclei corporativi e delle lotte al loro interno, dall’accentuarsi dell’induzione al consumismo; ebbene quando awiene tutto questo, e questo sta avvenendo, non dovrebbe essere difficile capire che l’attacco non riguarda solo il Pci ma tutti i partiti che tendono ad organizzare le masse e a ordinare in modo nuovo la società in vista di certi ideali.
Enrico Berlinguer (Articolo su Rinascita 1979)

Nel periodo della sua massima ascesa, il decennio degli anni ’70, il Pci rappresentò un fenomeno di straordinario interesse, una novità clamorosa nel panorama politico dell’Italia, fino ad allora dominata dalla “tranquilla” centralità democristiana. Non che negli anni precedenti il Pci non avesse contato nelle vicende politiche, tutt’altro.

Se c’era un partito influente e comunque incisivo nell’ottenere risultati era quella “giraffa” togliattana che sapeva essere dura opposizione allo strapotere democristiano ma anche sapiente mediatrice degli equilibri costituzionali che avevano rappresentato l’ancoraggio democratico inattaccabile delle Repubblica nata dal crollo del fascismo e dalla Resistenza. Giova ricordare per tutti le vicende del tentativo sventato di golpe del piano Solo del Sifar, le dimissioni de governo Tambroni dopo i fatti di Genova e Reggio Emilia e quelle del presidente della Repubblica Leone, fatti che dipesero anche, se non soprattutto, dalla forte influenza del Pci sul quadro politico istituzionale.
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Democrazia, se il popolo non conta più nulla

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di Angelo Cannatà

Quanto conta il popolo nella nostra democrazia? Molto sul piano teorico (“La sovranità appartiene al popolo”, non si poteva dir meglio); sul piano pratico, invece, nella politica e nei giochi di Palazzo, nulla, il popolo non conta nulla. Questa orribile dicotomia mostra – più di ogni cosa – la crisi in cui viviamo.

Il popolo non conta nulla 1. Perché diritti, bisogni, proteste – e i Movimenti che li rappresentano – sono tacciati di populismo e ghettizzati nell’irrilevanza: nell’universo politico delle oligarchie che affossano il Paese non c’è posto per il demos. 2. Perché dopo la vittoria del 4 dicembre – per dirla in breve – resta al governo chi ha perso e ha provato (maldestramente) a riformare la Costituzione. 3. Perché, nonostante milioni di cittadini vogliano pronunciarsi sul Jobs Act, otto membri politicizzati della Consulta glielo impediscono: qualcuno può giurare, per dire, che Amato – l’amico di Craxi – non abbia espresso un voto politico dietro lo schermo (ipocrita) del neutralismo giuridico?

A questo siamo. La Repubblica fondata sul lavoro non consente ai cittadini di pronunciarsi sulla legge che nega i diritti del lavoro. Perché? Perché la Consulta fa politica con le sentenze. Bisogna dirlo, gridarlo dai tetti. Una seconda sconfitta – questa volta sull’articolo 18 – avrebbe demolito definitivamente ogni pretesa di Renzi alla guida del Paese.
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Il partito: perché si è persa la sua dimensione collettiva – Seconda parte

a-pci03di Sergio Caserta

Il Partito comunista non è soltanto l’avanguardia della classe operaia. Se il partito vuole dirigere veramente la lotta della classe operaia, esso deve esserne anche il distaccamento organizzato. In regime capitalista esso ha dei compiti estremamente importanti e vari. Esso deve dirigere il proletariato nella sua lotta tra difficoltà di ogni sorta, condurlo all’offensiva quando la situazione lo esige, sottrarlo, guidandolo alla ritirata, ai colpi del suo avversario quando esso rischia di essere schiacciato da quest’ultimo, inculcare nella massa dei senza partito i principi di disciplina, di metodo di organizzazione, di fermezza necessari alla lotta. Ma il partito non verrà meno a questi suoi compiti soltanto se sarà esso stesso la personificazione della disciplina e dell’organizzazione, se sarà il distaccamento organizzato del proletariato. Altrimenti esso non potrà pretendere di conquistare la direzione delle masse proletarie. Il partito è dunque l’avanguardia organizzata della classe operaia.
Antonio Gramsci

La forza dei partiti della cosiddetta “Prima Repubblica”, fin quando sono rimasti in vita, è stata nell’organizzazione e nei sistemi di regole interne accettate e rispettate. Era così per il Pci innanzitutto, lo è stato anche, in modo diverso, per la Dc, mentre gli altri partiti – socialisti, repubblicani, liberali – erano organizzati su basi meno rigide. Il Pci era costituito sul principio del centralismo democratico e della “sacralità” dell’unità, sul disconoscimento del frazionismo e il divieto assoluto di formare correnti organizzate; la DC si basava all’opposto sul riconoscimento di correnti culturali e sulla loro regolamentazione politica, utilizzando il cosiddetto manuale Cencelli, vero e proprio prontuario di gestione del potere nel partito, attraverso la lottizzazione degli incarichi rigidamente (e in un certo senso democraticamente) regolata sulla base di volta in volta dei mutati rapporti di forza.
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Il partito: perché si è persa la sua dimensione collettiva – Prima parte

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di Sergio Caserta

Il Partito è un uragano denso di voci flebili e sottili e alle sue raffiche crollano i fortilizi del nemico. La sciagura è sull’uomo solitario, la sciagura è nell’uomo quando è solo. L’uomo solo non è un invincibile guerriero. Di lui ha ragione il più forte anche da solo, hanno ragione i deboli se si mettono in due. Ma quando dentro il Partito si uniscono i deboli di tutta la terra arrenditi, nemico, muori e giaci. Il Partito è una mano che ha milioni di dita strette in un unico pugno. L’uomo ch’è solo è una facile preda, anche se vale, non alzerà una semplice trave, né tantomeno una casa a cinque piani. Ma il partito è milioni di spalle, spalle vicino le une alle altre e queste portano al cielo le costruzioni del socialismo, il Partito è la spina dorsale della classe operaia. Il Partito è l’immortalità del nostro lavoro. Il Partito è l’unica cosa che non tradisce.
Vladimir Mayakovsky

Oggi si fa un gran parlare della crisi dei partiti, che non ci sono più i partiti di una volta, esistono ormai solo partiti dei leader e partiti per i leader, la politica si è personificata, dominata dal bisogno dell’immagine vincente del capo senza il quale il partito appare un guscio vuoto, una nave senza timoniere. La legge inesorabile dell’onnipotenza mediatica, impone che la leadership sia incarnata dall’uomo (ancora da noi la donna non c’è arrivata) vincente a tutto campo.

I partiti non erano così appena trent’anni fa, vale la pena ricordare che con tutto il negativo che la cosiddetta “prima Repubblica” ha proiettato di sé all’indomani di Tangentopoli, fino ad allora i partiti, intesi come organismi collettivi, avevano goduto di rispetto e perfino di considerazione.
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