Le bandierine piantate sulla Costituzione

di Massimo Villone C’era una volta l’accordo di governo. Ora abbiamo la minaccia di governo. Tale almeno appare lo scambio sulla prescrizione tra Renzi dall’assemblea di IV, e il ministro Bonafede. Le voci di saggezza e di buon senso anche giuridico sono flebili. A Palazzo Chigi il barometro volge di nuovo al basso. Vengono al […]

“Basta salari da fame!”: a proposito del libro di Marta e Simone Fana

di Maurizio Brotini Bassi salari e precarietà del lavoro sono stati – e sono – una costante di lunga durata nella storia repubblicana, come ci ricordano Marta e Simone Fana nel loro Basta salari da fame! per la collana “tempinuovi” delle edizioni Laterza. Dopo aver sottoposto a critica e proposta sia le forme contemporanee dello […]

Le Sardine e la crisi dei partiti

di Alfiero Grandi Le sardine hanno scelto di riempire piazza San Giovanni a Roma, dando un primo sbocco alle iniziative che si sono svolte in tante città italiane dal nord al sud. Una prova importante, ambiziosa ma inevitabile visto che le manifestazioni sono riuscite tornando nelle piazze, con un’adesione di massa. L’adesione alle manifestazioni mette […]

Bologna, il flash mob delle “sardine” risveglia il popolo di sinistra. Ora però tocca ai partiti

di Sergio Caserta “Li abbiamo disintegrati con mezzi che non conoscono: la gratuità, l’arte, il sorriso, le relazioni umane”. È in questa frase pronunciata alla fine del breve discorso di Mattia Santori che ha concluso il flashmob dei 10-15mila bolognesi (le valutazioni sono queste tra un minimo e un massimo) che si condensa il significato […]

I have a dream: crisi di governo, largo a persone fuori dai giochi dei partitini

di Silvia R. Lolli “I have a dream” è una frase importante che mi è venuta in mente in questi giorni durante questa tragicomica crisi di governo. Ne avevamo già sperimentate tante, ma una crisi come questa, aperta senza una vera e propria sfiducia del parlamento per qualcosa di importante, comparsa dopo sproloqui di un […]

La crisi dei partiti della sinistra secondo Srnicek e Williams

di Gianfranco Sabattini

Nick Srnicek e Alex Williams al loro “Manifesto accelerazionista” (scritto nel 2013) hanno fatto seguire, nel 2015, il volume “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”. Il libro contiene uno sviluppo delle tesi già esposte nel “Manifesto”, articolato in una severa diagnosi della crisi dei partiti tradizionali della sinistra, con la formulazione di una proposta per una loro rivitalizzazione, attraverso l'”invenzione” di un possibile futuro, che il capitalismo, nella sua coniugazione neoliberista, ha rimosso dall’immaginario collettivo.
Mentre la diagnosi della crisi dei partiti della sinistra è nella sostanza condivisibile, la proposta, rispetto al modo in cui è formulata e alle modalità della sua realizzazione, risulta ridondante, sino a comprometterne la desiderabilità e la fattibilità.

Sulla crisi della sinistra, Srnicek e Williams esordiscono col dire che la debolezza che attualmente la affligge non è attribuibile esclusivamente a cause esterne; una diagnosi onesta – essi affermano – deve essere formulata assumendo la presenza anche di cause esterne, la principale delle quali è individuata nella diffusa e acritica accettazione di un pensiero basato su quella che gli autori chiamano “folk politics”.

Questa espressione viene adottata per indicare “un insieme di idee e intuizioni che, all’interno della sinistra contemporanea, guida il senso comune da cui discendono organizzazione, azione e pensiero politico”; si tratta in sostanza di un complesso di presupposti strategici che hanno indebolito la sinistra, “rendendola incapace di nutrire ambizioni di crescita, di generare cambiamenti duraturi e di espandere l’orizzonte dei propri interessi”. Adottando la folk politics, i partiti della sinistra si sono illusi di poter rispondere alle crisi ricorrenti provocate dal capitalismo contemporaneo, riportando l’attività politica ad una scala umana, quindi “enfatizzando un’immediatezza che è contemporaneamente temporale, spaziale e concettuale”.
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Il vecchio male della tv conservatrice

di Vincenzo Vita

È stato detto e scritto con solennità che la televisione generalista è stata nuovamente la protagonista assoluta del red carpet mediatico dell’ultima campagna elettorale. Sarà, ma simile certezza è messa in discussione da due elementi rilevanti.

Innanzitutto, proprio la televisione si è rivelata – negli atteggiamenti dominanti – piuttosto distante dal nuovo senso comune, essendo stati chiaramente sospinti nel flusso delle notizie Partito democratico insieme al governo e Forza Italia ben al di là della forza effettiva. A fare da polarità dialettica negativa è stato scelto il Mov5Stelle, tanto abbondante nel tempo di notizia quanto citato in modo critico o sarcastico.

Insomma, Rai e Mediaset hanno votato per un rinnovato «Patto del Nazareno» e hanno perso. Un incrocio tra i dati forniti dall’Osservatorio di Pavia (per la commissione parlamentare di vigilanza) e quelli di Geca Italia (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ci fornisce un complesso di indicazioni, a cominciare dalla sottovalutazione pesante della Lega e dalla cancellazione di una lista come Potere al popolo. Altro che par condicio. La legge 28 del 2000 è stata rivista di fatto, fuori da ogni procedura democratica. Infatti, le pari opportunità tra i diversi soggetti in campo – che nell’ultimo mese prima del voto dovrebbero essere rigorose ed egualitarie – hanno riguardato prioritariamente le forze ritenute importanti.
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Lingotto uno, Lingotto due e la crisi dei partiti – Seconda parte

di Luigi Agostini

Individuo ed eguaglianza si rinviano a vicenda. Dunque, Partito neosocialista perché, se le parole hanno un senso, per un partito socialista, l’eguaglianza sociale rappresenta non un optional ma un vincolo, un imperativo politico, il metro regolatore di ogni scelta concreta. Partito neosocialista, perché, per l’attuale configurazione delle forze politiche europee, può svilupparsi velocemente in partito a dimensione continentale. Partito socialista, quindi, utilizzando il grande apporto che va da Karl Polany a Jurgen Habermas, solo per ricordare le maggiori suggestioni teoriche. Di enorme interesse il recente confronto tra due dei principali intellettuali tedeschi, Habermas, appunto, e Wolfgang Streeck.

L’Organizzazione, la forma-partito, infine. L’evoluzione della crisi impone il riordino delle forze per fermarne l’attuale evaporazione e una forma-partito che, come il mitico pipistrello di La Fontaine, (se mi è permessa una autocitazione) sia capace di essere, di volta in volta, roditore ed uccello, capace cioè, fuor di metafora, di aderire a tutte le pieghe della condizione sociale e produrre, innervando la sua presenza nel sociale, il massimo di socialità collettiva.

Un Partito così non si costruisce con le primarie ma con un lavoro di lunga lena che seleziona i gruppi dirigenti per senso di appartenenza, capacità di realizzazione e profondità di pensiero. Diversamente come ci ricordava spesso Alfredo Reichlin, “i mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione”: cioè dirigenti politici generalmente al di sotto del compito.
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Lingotto uno, Lingotto due e la crisi dei partiti – Prima parte

di Luigi Agostini

Dopo la sconfitta di Veltroni, dopo la sconfitta di Bersani, dopo la sconfitta di Renzi – non solo è necessario ma anche possibile una valutazione di bilancio sull’intera sequenza che parte dal Lingotto Uno e giunge fino ad oggi. Non fermarsi quindi alla fenomenologia della crisi, che attanaglia in questi giorni il Partito Democratico, ma tirare un bilancio ragionato, se si vuole riflettere utilmente. Tali sconfitte riportano comunque la questione Partito al centro dell’interesse, confermando per la Sinistra, pur indirettamente, l’antico principio che senza Partito non c’è politica democratica.

La concezione del Partito proposta al Lingotto Uno, d’altra parte, era la risultante di un processo iniziato nell’Ottantanove e che di passaggio in passaggio (qualcuno dice di espediente in espediente), su proposta di Romano Prodi aveva trovato al Lingotto il suo esito, esito mutuato dalla esperienza americana: partito elettorale, primarie, personalizzazione, partito, scalabile (in franchising come veniva definito da qualcuno) in cui la comunicazione era grande parte e, infine, sostanziale bipartitismo.

Si potrebbe sostenere che la caduta di Prodi nelle recenti elezioni per la Presidenza della Repubblica, cioè del principale importatore/ ideatore di tale operazione, suonava già come epitaffio di tale concezione. Ma è giusto approfondire il discorso, cercare le risposte al fallimento nelle stesse cause che l’hanno determinato. Specie oggi.
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L’acqua pubblica nell’urna

di Alex Zanotelli

«Il parlamento si è fatto beffa del referendum del 2011. E la privatizzazione va avanti. È necessario perciò portare il tema dell’acqua nell’attuale campagna elettorale, chiedendo a ogni candidato e a ogni partito di esprimersi su questo tema vitale».

Il processo di privatizzazione dell’acqua, in atto in Italia, è una minaccia al diritto alla vita. Nonostante il Referendum del 2011 – quando il popolo italiano aveva deciso che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto su questo bene così sacro – i governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno fatto a gara per favorire il processo di privatizzazione dell’oro blu.

Non migliore fortuna abbiamo avuto in parlamento, che aveva il dovere di tradurre in legge quello che il popolo italiano aveva deciso con il referendum, ma non l’ha fatto. A questo scopo il parlamento aveva a disposizione anche la legge di iniziativa popolare che aveva ottenuto oltre 500.000 firme. Ci sono voluti anni di pressione perché quella legge fosse presa in considerazione dalla Commissione ambiente della camera presieduta da Ermete Realacci (Pd). E quando l’ha finalmente accolta, la Commissione l’ha radicalmente snaturata e poi non l’ha mai fatta discutere in parlamento. È grave che due presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella, non abbiano richiamato i parlamentari al loro dovere di legiferare secondo i dettami del referendum.
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