Tornano le riviste? “Figure”: immagini e retoriche dell’età precaria

di Luca Mozzachiodi

La rivista sarà presentata a Bologna alle 19 di domani, martedì 23 ottobre, presso la libreria Modoinfoshop.

Per molto tempo si è pensato che la rivoluzione digitale avesse trascinato con sé, tra i resti del secolo scorso, anche le riviste, specie quelle che si era soliti definire, con una definizione di comodo spesso, militanti. Quello che restava di questa forma e di questa pratica intellettuale erano o riviste accademiche e di società di studi (foraggiate dal sistema accademico, sostenute da particolari enti, messe a bilancio d parte di fondazioni), o fogli più o meno letterari dove troppo spesso il dilettantismo veniva e viene esibito come spontaneità, virtù e conquista democratica. Le esperienze positive di resistenza e innovazione, merita per onestà di essere citata Gli asini, faticavano a svolgere il loro lavoro con rinnovata efficacia in queste condizioni di impoverimento

L’immediatezza, e non uso a caso questa parola, che sembra aver investito e trasformato nel suo segno tutti gli scambi anche culturali, intellettuali e politici, ci ha lasciato in eredità una miriade di blog e siti, di giornali e di appendici in volume a sporadica uscita che contornano la produzione immessa direttamente nel web; tutte queste esperienze dimostrano di avere il più delle volte caratteristiche comuni.

Non hanno una vera e propria redazione o la hanno solo per quanto strettamente concerne la legge sulla registrazione e la catena di produzione; la redazione (se c’è) non si incontra per discutere, per elaborare un discorso comune e una linea, spesso i redattori non si conoscono, il che in poche parole significa che questi spazi sono generalisti, non hanno una definita riconoscibilità culturale e, anche quando parlano di politica dal lunedì alla domenica, non sono politici.
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Le cucine popolari di Bologna: qui si trovano le parole smarrite dalla politica

di Bruno Giorgini, ha collaborato Amalia Tiano De Vivo

Mia nonna Lisetta irriducibile comunista ebbe a dirmi una volta quand’ero bimbetto: a Bologne sono rosse anche le pietre. Lei viveva a Ravenna, suo marito era anarchico, le sue figlie e il primogenito tutti comunisti al tempo del fascismo, che facile non era. Facile non fu nemmeno dopo la Liberazione, quando una delle figlie finì incarcerata da Scelba, odiato ministro degli interni di fede democristiana, e tutti ebbero difficoltà economiche e di lavoro, se non fosse che nacquero anche le cooperative rosse, eredi delle antiche cooperative socialiste che le squadracce avevano incendiato e bruciato. Cooperative che oggi chiameremmo eque e solidali, di produzione, agricole, di consumo, culturali.

Per Lisetta Bologna era la capitale di tutto questo fermento per rendere migliori le condizioni di vita, di lavoro e di libertà dei braccianti come lei e suo marito Potastila, delle figlie operaie e sarte, del figlio fornaio. Quando poi una delle figlie si sposò bene, trasferendosi a Bologna a fare la signora, Lisetta prese spesso la corriera per andare a trovarla, scoprendo che a Bologna rosse erano le pietre non soltanto in senso politico e figurato, ma rosse erano proprio le pietre con cui si costruivano le case.

Se non solo i cuori ma anche le mura a Bologna erano comuniste, secondo lei per sradicare da lì la bandiera rossa i padroni, i capitalisti, i democristiani avrebbero dovuto materialmente radere al suolo la città. Il che le pareva del tutto impossibile, “a meno non venga un’altra guerra”. Si trattava di un sentimento condiviso nella cerchia dei comunisti dove sono nato e cresciuto tra un raduno dell’ANPI e una festa dell’Unità. Cerchia che racchiudeva larga parte del popolo, coi socialisti spesso la maggioranza.
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Slessico familiare: se le cose sono parole

di Bruno Giorgini

Secondo Democrito le cose sono parole, e da qui nasce l’ipotesi atomica di costituzione della materia. Se le cose sono parole, allora così come le parole sono composte di lettere, per definizione indivisibili, le cose devono essere composte di particelle indivisibili, gli atomi (atomos=indivisibile). Non so se Guido Viale scrivendo Slessico Familiare avesse in mente questa storia, certo che il suo libro attorno alle parole si struttura facendone una praxis rivoluzionaria (Gramsci), ovvero prefigurando la creazione di un nuovo mondo (un ordine nuovo).

Meglio, seguendo Wittgenstein, laddove scrive “immaginare un nuovo linguaggio significa immaginare una forma di vita”, Viale pagina dopo pagina immagina una nuova forma di vita che ci propone, non inventando dal nulla ma dando nuovo senso e pregnanza a parole note, e spesso usurate. Il libro assume delle parole capostipite, i capitoli, che generano delle filiere, i paragrafi, dove prende corpo un’altra messe di parole che costituiscono i mattoni “elementari”, che spesso elementari non sono e così invece di restarsene acquattati lì in fondo alla scala gerarchica, rimbalzano fino a emergere al fianco dei capostipiti, guizzando qua e là come delfini.

Se vogliamo dirla in altro modo, Viale ha costruito qualcosa di molto simile a un sistema critico che si autorganizza, il capostipite di una larga collezione di sistemi complessi. Ma vediamo più da vicino. Alcuni capitoli: Territori del Patriarcato, Deserti della Vita, Poteri dell’Anima, Natura e cultura, Potenza del Capitale, Bracieri Spenti, L’Aldilà delle Merci, Uso e Riuso, e altri sei, in tutto quattordici capostipiti. Se ora andiamo ai paragrafi, troviamo Soggetto, Sorellanza, Atomi, Conoscenza, Ascolto, Ecologia della Mente, Profughi, Razzismo, Diritto alla Città, L’Uomo Indebitato, Sopraffazione, Autogoverno, Aura, Apocalisse, Saperi Ignoranti, Vite di Scarto, Ricreare oltre a molti altri.
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Ma chi sono i terroristi? Parole e comode strumentalizzazioni per reprimere

Hvad er terrorismi? Foto di la_salebete
Hvad er terrorismi? Foto di la_salebete
di Paolo De Gregorio

Tra le espressioni che più alimentano la sfiducia negli uomini vi sono senza dubbio l’ipocrisia, la doppiezza, la menzogna professionale, che poi sono le qualità necessarie, indispensabili, per chi vuole emergere nella politica o nella informazione. Tutto il mondo contemporaneo si regge sulla falsificazione scientifica dei fatti, sulla omissione delle notizie importanti, cercando di creare una opinione pubblica popolare che si occupi di cronaca spicciola, di sport, di pettegolezzi riguardanti personaggi noti.

Il più colossale e sanguinario “pacco” che fu confezionato dall’intreccio tra politica e “informazione”, tra autentici delinquenti, fu quello che fece iniziare la seconda guerra del Golfo, con l’aggressione all’Iraq, inventandosi le “prove inoppugnabili” sugli arsenali chimici di distruzione di massa, che poi non furono mai Usati né trovati.

Bush jr, Blair, i media, i servizi segreti, in combutta tra loro hanno la piena responsabilità per le centinaia di migliaia di morti, di cui quattromila americani, e nessuno li ha accUsati di terrorismo, visto che hanno Usato il terrore che provocano i bombardamenti e le torture, per sostituire un capo di Stato di un paese sovrano che non obbediva più agli ordini Usa, ma che soprattutto poteva decidere di vendere il proprio petrolio a chi gli pareva e magari non in dollari.
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Antavleva: una parola suscita attese che spesso non corrispondono alla realtà

Le Mie Parole - Foto di Jody Sticca
Le Mie Parole - Foto di Jody Sticca
di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

Ho conosciuto persone che fanno l’etimologia delle parole basandosi sulla somiglianza. La forzatura di etimi di fantasia è peraltro un classico anche di grandi pensatori, che spesso l’hanno fatto subendo il fascino della forza evocativa del nome; come dire, magari sapevano benissimo che non è così, ma avrebbero voluto che lo fosse. Tanto per fare il caso più paradigmatico, si pensi alla lunga ipotiposi di etimologie spesso improbabili che ci regala il Cratilo di Platone. E così “corrano i corrieri, ammirino gli ammiragli”, come scriveva tempo fa Tullio De Mauro in un gustoso articolo.

E tuttavia, e tuttavia… ripensandoci, forse ha ragione Eco, o forse Abelardo: stat rosa pristina nomine; nomina nuda tenemus. Come dire, il nome, se non altro, indica un auspicio, fornisce aspettative, è, in definitiva, spesso, un ottativo del cuore, per dirla con Feuerbach. È vero che a volte accade che uno chiami il figlio “Bruno”, e questo diventi biondo come un vichingo. I futuri contingenti giocano a dadi con la volontà degli uomini; ma se chiamo mia figlia “Gioia”, è perché le auspico un futuro felice, e questo qualcosa vorrà pur dire. Così come non lascia dubbi il nome che uno sciagurato padre romagnolo impose a una figlia: “antavleva” (ad uso degli alloglotti, “non ti volevo”).
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Femminicidio: quando le parole non hanno senso (o ne hanno troppo)

Violenza sulle donne - Immagine dell'Anpi
Violenza sulle donne - Immagine dell'Anpi
di Nunzia Catena

I media ci comunicano costantemente che c’è stato un altro femminicidio e nei giorni scorsi davanti Montecitorio c’è stata una protesta per sensibilizzare le forze politiche a prendere provvedimenti contro il femminicidio. Eppure percepisco una stonatura nelle notizie, la percepisco a fior di pelle, la trovo nella parola femminicidio.

Sarà che non mi voglio abituare ad una lingua italiana che propone vocaboli sempre più ipocriti per indicare cose già chiare a tutti con altri termini, come non vedente invece che cieco, non udente piuttosto che sordo, diversamente abile al posto di persona con handicap, tanto per ricordarne alcuni, che ho l’orticaria a sentire la parola femminicidio.

Perché, è lecito chiedersi, se omicidio è il termine comune per indicare la soppressione di un essere umano, c’è bisogno di differenziare? La risposta che ci danno è questa: cambiando nome ad un reato non solo si vuole dare rilevanza ad un fenomeno che sta assumendo contorni da orrore infinito, cioè l’eliminazione quotidiana e sistematica delle donne da parte degli uomini, ma si vuole soprattutto rendere tale reato specifico e non più generico, sottolineandone la matrice sessista.
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Ancora sulla fortuna delle parole: “eccellente”

di Maurizio Matteuzzi, Università di Bologna

Nella scala della qualità dei funghi eduli, ho scoperto che “eccellente” si pone al gradino superiore rispetto a “ottimo”. Strano paradosso semantico, perché “ottimo” par non poter incarnare altro che un superlativo assoluto, cioè ciò che per definizione è insuperabile. “Eccellente”, da ex cellere, dove ex ha il significato di “fuori” e l’antiquato e desueto cellere sta per spingere, probabile calco del greco kèllein. Un po’, insomma, come “egregio”, scelto, tirato fuori dal gregge, o l’analogo “esimio”.

Da qui l’appellativo “eccellenza”, che spetta ai più alti dignitari della scala sociale, termine quanto mai positivo malgrado qualcuno abbia guardato in cagnesco il Giusti per pochi scherzucci di dozzina, e non abbia avuto il tempo di leggere i Promessi Sposi.

Certo è cosa buona eccellere, e altrettanto, almeno eticamente, cercare di farlo. Il punto sta tutto nella distinzione tra uso ed abuso. Voglio dire, suona un po’strano leggere di certe Eccellenze che vengono condannate per reati piuttosto squalificanti, come la corruzione o la frode fiscale. Non faccio esempi, naturalmente, ho la fortuna di avere un amico giurista che mi depenna tutto quello che potrebbe costare una querela. Ma, insomma, stride un po’pensare a un PM che possa dire più o meno “Lei Eccellenza è un ladro”; ricorda da vicino l’endiadi meno nobile da bar Sport, “Lei è un esimio testa di … cavolo”.
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Sulla fortuna delle parole: “Moderati”

Illustrazione di Emilius da Atlantidedi Maurizio Matteuzzi

La prima opera di logica della civiltà occidentale è, come è ben noto, l’Organon (letteralmente “strumento” di Aristotele. La prima pagina è dedicata alla distinzione tra omonimi, sinonimi, paronimi. Per quanto ne capisco, Aristotele ci dice che, mentre sulla sinonimia si fonda la scienza analitica (en passant: il significato di sinonimia di Aristotele è tutt’altro che il nostro), l’omonimia viceversa rappresenta un pericolo e una situazione da evitarsi.

Ora, facendo un salto di soli duemilaquattrocento anni circa, siamo di fronte a un caso di sospetta omonimia piuttosto inquietante. In attesa delle fatidiche elezioni politiche incombenti, dobbiamo registrare una presenza massiccia, quasi ingombrate, di tali “moderati” praticamente in tutti i grandi schieramenti politici. Berlusconi si propone ogni mezz’ora in TV come capo dei “moderati”; bÈ, “capo”, forse presidente, padrone, feudatario, finanziatore non so insomma, visto che il ticket da pagare a Maroni è stato quello di non essere candidato premier, per dare alla lega un’ancora cui attaccarsi per salvare almeno una fetta della faccia, rispetto alle precedenti dichiarazioni fortemente antiberlusconiane.
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Meritocrazia: ancora sulla fortuna delle parole / 4

Paroledi Maurizio Matteuzzi

Torniamo alla fonte che ha determinato la genesi della parola “meritocrazia”. Secondo Aristotele, tre sono le forme di governo (oggi in accademia si direbbe “governance”, vuol dire la stessa cosa, ed è anche più lunga, ma fa figo): la monarchia, o governo di uno solo, la aristocrazia, o governo dei migliori, e la democrazia, o governo del popolo. Ogni forma di governo ha una forma degenere: la monarchia può divenire tirannide, l’aristocrazia oligarchia, la democrazia demagogia. Abbiamo esperienza storica recente di tutti questi casi.

A esemplificare la prima è facile citare Hitler o Mussolini; per la demagogia la nostra stessa generazione ha ampiamente già dato, con il grande fratello, Gori, la Minetti e il bunga bunga, conditi assieme a un milione di posti di lavoro, al calo delle tasse e alla ricostruzione dell’Aquila. Dell’oligarchia ci ha ben provvisti la Gelmini, trasformando l’Università in una struttura rigidamente oligarchica e perfino in una certa accezione eterodiretta (il mercato, i privati, ecc.). Ma, ecco, per non farci mancare niente, ora abbiamo acquisito la meritocrazia, che può essere altrettanto bene considerata una degenerazione tanto degli aspetti migliori dell’aristocrazia che della democrazia.
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Meritocrazia: ancora sulla fortuna delle parole / 3

Paroledi Maurizio Matteuzzi

Se la meritocrazia vuole essere il governo dei migliori, si impone poi un’altra problematica estremamente scabrosa. Migliori rispetto a quali proprietà? E, ammesso che si possa rispondere con coerenza e in modo adeguato a questa difficilissima questione, dovremo poi chiederci quali siano i mezzi per individuare tali pretesi migliori, e, infine, se tali mezzi siano a nostra disposizione. Banalmente, si seleziona meglio con un tema, o con i quiz a domanda multipla?

Meglio una monografia o cinque articoli? È più importante dimostrare un teorema di matematica o scoprire la volatilità di un composto chimico? E di Leopardi, poi, che ne facciamo? Meglio uno che sappia il greco, o magari invece ci confonde le idee? Il tema, proposto volutamente in termini paradossali, è tuttavia estremamente cogente; e può essere affrontato razionalmente, se si vogliono perseguire risultati effettivi e in tempi ragionevoli, solo pagando un tributo al pragmatismo (in senso filosofico): un’idea è tanto migliore quanto migliori sono le conseguenze che determina.
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