Macron liberista europeo coloniale

di Bruno Giorgini

Macron impazza in giro per il mondo telefonando a Trump per l’intervento militare in Siria mentre attiva e lancia la sua quota di missili assieme alla Gran Bretgna, alla TV francese in una torrenziale intervista dove trascorre con leggerezza dalla laicità all’islam, dai pensionati agli alti dirigenti pubblici, dai ricchi ai poveri, dagli squatter ai sindacati eccetera, nessun argomento dello scibile politico sembra sfuggirgli, per poi arrivare di corsa al Parlamento di Strasburgo mettendo in allarme che in Europa “sta emergendo una sorta di guerra civile” e rischiamo di essere “sonnambuli” come furono le genti, e i governi, prima della Grande Guerra, insomma o si fa l’Europa o si muore. Il che probabilmente è vero.

Però chissà se il modo migliore di fare l’Europa è schierare missili e bombardieri contro la Siria, mentre la Germania dice che non se ne parla nemmeno di un suo intervento attivo, seguita da Italia e Spagna, per dire i maggiori paesi. Così come la politica francese contro i migranti – che spesso degrada in violazione dei diritti umani più elementari come quello a partorire – non è proprio un bel biglietto da visita per una politica di collaborazione e inclusiva verso i popoli rivieraschi del Nord Africa, Algeria, Tunisia, Marocco, Libia.

Intanto nella madrepatria molti concittadini di Macron sono in rivolta contro le riforme cosiddette proposte dal Presidente. In rapido incompleto elenco sono in sciopero gli impiegati del settore pubblico, i lavoratori del metrò, i ferrovieri, i lavoratori di Air France, quelli di Carrefour, gli elettrici e gli operai del gas, quindici università sono occupate, e moltissimi licei, dunque se volete andare a Parigi, beh non vi sarà facile.
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Il lugubre voto in Francia: l’analisi di Rossana Rossanda

di Rossana Rossanda

I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali a Parigi sono stati un poco lugubri: al secondo turno accanto a Emmanuel Macron è uscita Marine Le Pen, con sette milioni e mezzo di voti, più deldoppio di quanti ne avesse fatti suo padre nello scontro con Chirac nel 2002. Il risultato finale non è affatto sicuro.

Le cose sono andate finora così: il Partito Socialista aveva indetto le primarie per scegliere il candidato. Ma quando è uscito Benoît Hamon – uno dei leader della sinistra, l’altro era Montebourg, e già defilato Jean-Luc Mélenchon -, il Partito Socialista non è stato contento, a cominciare da Hollande. Credo che sia stato Hollande medesimo a introdurre al governo Emmanuel Macron, giovane brillante economista, allievo della banca Rothschild. Senonché Macron, a un anno delle elezioni presidenziali, ha deciso per conto suo di presentarsi, contando sul fatto che il PS non si sarebbe mobilitato per Hamon.

E infatti è andata cosi: nel aprile 2016, Macron ha fatto sapere che avrebbe concorso alle elezioni. Hollande non lo ha appoggiato, ma lui si sarebbe presentato ugualmente nel mese di novembre 2016, lanciando a proprio sostegno non un partito ma un “movimento”, En Marche. La sua fortuna è stata fulminea, dovuta anche al fiasco del partito di destra classico, Les Républicains, il cui candidato François Fillon, già premier di Sarkozy, ha rappresentato proprio la destra classica, ma è sprofondato in una sordida storia di compensi per moglie e figli come assistenti parlamentari. Quando questo pasticcio è uscito, ha rifiutato di ritirarsi: risultato, è rimasto escluso dal primo turno della competizione elettorale.
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Clima, la resistenza non è solo politica

di Marina Turi e Massimo Serafini

È passato poco più di un anno dalla firma, a Parigi, di quell’accordo sul clima, che diffuse molte aspettative fra gli ambientalisti. Più o meno tutte le grandi associazioni ecologiste del mondo, Greenpeace in testa, pensarono che finalmente la lotta al riscaldamento globale sarebbe diventata una delle priorità nell’agenda politica dei principali paesi della terra, i più inquinatori.

Forse un anno è un periodo troppo breve per poter trarre un bilancio. L’assenza di un calendario per la progressiva, ma totale, sostituzione delle fonti energetiche fossili, doveva insospettire. Oggi molte cose sono indubbiamente cambiate e se si getta uno sguardo realista su ciò che è successo negli ultimi quindici mesi è impossibile ignorare che quella svolta positiva, rappresentata dall’accordo ratificato, è venuta meno. Non bastano a riaccendere le speranze i colpi di tamburo e le antiche grida di guerra della tribù Sioux di Standing Rock che marcia a Washington per difendere il proprio territorio contro la decisione dell’amministrazione Trump di sbloccare l’oleodotto che passerà sulle loro terre.

Ormai a presiedere la principale e più inquinante potenza del mondo è stato eletto un dichiarato negazionista delle responsabilità umane nel cambio di clima e questi pochi mesi di presidenza hanno già fatto capire che la nuova amministrazione americana è impegnata a trasformare gli accordi di Parigi in carta straccia, non riciclabile.
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Per una psicogeografia delle rivolte

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di Sandro Moiso

“Le popolazioni sembravano avere acquisito, nel giro di qualche anno di lotta, il gusto della resistenza e della ribellione, già peraltro conforme al loro carattere”.

Rovesciando l’assunto secondo il quale la piena realizzazione di una nazione e/o di un popolo avviene nel momento in cui questi riescono a dare vita a uno Stato che con i suoi confini e le sue leggi ne delimiti il territorio e suoi cardini linguistici, politici, economici e culturali, si potrebbe affermare, come fa Gérard de Sède, che certi popoli e certe nazioni sono esistiti soltanto resistendo.

Il popolo occitano, per esempio, oppure quello curdo. Soltanto per citare due dei più noti. Gérard de Sède, nom de plume di Géraud Marie de Sède de Lieoux, nato nel 1921 a Parigi e morto nel 2004, è stato un giornalista ed autore francese, oltre che membro del gruppo surrealista a partire dal 1941, che ha scritto più di 40 libri, spesso collegati alla storia del Midi francese, in particolare della Linguadoca, o ai suoi misteri. Il testo appena tradotto dalle edizioni Tabor era apparso originariamente in Francia nel 1970 ed è stato più volte ristampato nella lingua originale [1].

L’autore ripercorre nel libro una storia plurisecolare di ribellioni, in cui la questione identitaria e linguistica si è mescolata molto spesso con quella di classe e ci regala, tra le altre cose, una storia alternativa della formazione dello stato e della società francese, che proprio nella soppressione della lingua d’Oc e delle autonomie politiche che accompagnavano l’esistenza delle comunità che l’avevano prodotta aveva posto le sue fondamenta. Compresa l’affermazione di quella lingua d’Oil che da allora avrebbe caratterizzato e costituito la lingua ufficiale del paese. Una lingua nazionale che avrebbe iniziato a prendere il sopravvento fin dai roghi sui quali erano stati bruciati i rappresentanti del catarismo.
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Perché per Parigi vi siete mobilitati e per Orlando molto meno?

Strage di Orlando
Strage di Orlando
di Giacomo D’Arrigo, direttore generale dell’Agenzia nazionale per i giovani

Non è cosa da poco, o fatto da omettere. Non è stata solo una carneficina di giovani che come unica colpa avevano quella di stare nel posto sbagliato al momento sbagliato (che poi il Pulse può essere definito posto sbagliato?). No quella di Orlando è una strage di ragazzi gay che non ha precedenti. Inutile girarci intorno. L’omofobia è viva e lotta assieme a noi. Anche nella grandiosa America dei diritti dove coppie omosex possono adottare e sposarsi. Qui non si parla di comprendere o meno le ragioni di chi non è come noi. Qui non si parla di chi ha paura, di chi ha attitudini diverse. No qui si parla di cieco odio di genere sfociato in violenza incontrollabile. E ingiustificabile.

Qua in Italia le reazioni sono state blande. L’America è più lontana della Francia e del suo Bataclan. E poi sarà stato l’Isis o la follia di un pazzo omofobico? Perché fa decisamente la differenza. Ed è qui che invece le nuove generazione devono smarcarsi da quella pericolosissima linea di confine che separa l’indifferenza dall’ipocrisia.

Tocca ai più giovani, quelli dell’inclusione, quelli perennemente in marcia verso nuovi orizzonti e nuove terre. Quelli che volgarmente vengono oramai definita la generazione “millenials”. Tocca quindi a loro, dicevo, saltare quelle barricate enormi che hanno ancorato i destini di tante giovani coppie gay a cui i diritti si fa ancora fatica a riconoscerli.
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La Francia in piazza. Ma sarà un nuovo maggio?

La collera francese
La collera francese
di Bruno Giorgini

Una parte della società civile, politica e dell’informazione francese sta rifiutando il contratto della paura di Hollande e Valls fondato sullo stato d’eccezione permanente che secondo i loro desiderata avrebbe dovuto essere inserito nella Costituzione. Nonché, profittando con cinismo dell’oppressione e paura sociale dovuta agli attentati terroristici, con la proposta di una legge sul lavoro modellata secondo i dettami del liberisomo più aggressivo contro i diritti dei lavoratori.

Speravano che gli andasse liscia, e invece ecco gli scioperi, le manifestazioni, gli studenti universitari in rivolta, i liceali arrabbiati, mezzo PS dissidente, e tutti si chiedono più o meno a bassa voce se si tratti di un fuoco di paglia oppure d’une lame de fond, un’onda di fondo. Col che, in Francia, capita che in molti pensino al maggio ’68, a quel sommovimento la cui onda lunga arrivò fino alla vittoria di Mitterand e della sinistra, PS e PCF uniti nel programma comune, alle elezioni presidenziali del 1981. Però invece di domandarci se il quartiere latino si riempirà di barricate – a occhio pare improbabile – cercheremo di mettere in fila una serie di fatti.
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Parigi: voci dalla città assediata

Parigi assediata
Parigi assediata
di Luca Mozzachiodi

Parlare per strada con i passanti è un segno di urbanità, anzi è l’urbanità, non si parla nelle campagne dove non ci sono strade percorse a piedi e dove il concittadino assumeva piuttosto i tratti del pellegrino o del viandante, pericoloso o benefico, umano o divino ma comunque estraneo, non prossimo come chi attraversa la strada della tua stessa città. Parlare per strada poi in una città specifica e in un particolare momento storico come la Parigi di questa fine del 2015 è anche un elementare forma di preoccupazione per la salute, diciamo così anche se è una metafora reazionaria, della democrazia.

Questo semplice atto che pure dà molte informazioni su come viene percepita la realtà non è poi molto praticato, al punto da stupire chi lo compie con quel tanto di socratico e antieconomico che comporta impiegare tempo a fare domande e a rispondere, tuttavia era nel complesso e probabilmente resta il modo migliore di capire come davvero si vive a Parigi in questo Stato di Emergenza. Abbiamo dunque interrogato alcuni parigini e alcuni turisti sulla loro opinione riguardo ai fatti recenti e, seppur senza pretesa di rilevanza statistica ma piuttosto umana, ne sono emersi tratti dominanti per nulla rassicuranti.
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Vive la France?

Vive la France? Testimonianza di due attivisti arrestati

di Luca Mozzachiodi

Parigi non è più un sogno, finisce così l’articolo-memoriale di Rebecca Amorim Csalog e Vicente Booth, due giovani attivisti per l’ambiente portoghesi che hanno fatto sulla loro pelle le spese dello Stato di Emergenza e dei poteri speciali concessi alla polizia di Parigi e i tratti sono più quelli di un incubo allucinato. Nel proseguire il report che si concluderà con le riflessioni su alcune interviste mi è parso ineludibile il dovere di portare a conoscenza degli abusi legittimati (ah i controsensi della reazione!) nei confronti delle proteste e dei cittadini da parte della polizia, soprattutto durante la Cop21 che si è appen, e deludentemente conclusa. Per questa ragione, grazie alla gentile concessione e collaborazione degli autori, do qui di seguito la traduzione italiana, la prima, del loro testo e mi associo nell’appello finale a rompere il silenzio che ha tutta l’aria di essere desiderato, come ogni volta che una liberaldemocrazia passa il segno.

Questo è pertanto un articolo con la più viva preghiera di diffusione
Vive la France? (di Rebecca Amorim Csalog e Vicente Booth, traduzione di Luca Mozzachiodi)

La scorsa domenica, il 29 novembre, io e il mio fidanzato Vicente abbiamo deciso di andare a Place de la Republique per vedere come stava procedendo la Marcia Globale per il clima. Io sono una studentessa Erasmus, studio filosofia e antropologia, vivo a Parigi da Settembre e Vicente era venuto a trovarmi quel finesettimana. Guardavo da un mese i cartelloni per strada e in metropolitana e controllavo le pagine facebook riguardo alle iniziative che stavano venendo organizzate. Alla mia università (Parigi Diderot 7) già settimane prima di COP21 si tenevano dibattiti e proiezioni e c’erano pranzi vegani di gruppo gratuiti organizzati dagli studenti. Mi pareva gran cosa trovarmi per la prima volta in una città che si univa per agire, che discuteva e che si organizzava intorno a questioni tanto importanti come l’ambiente, il clima e la Natura.
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Vecchia e nuova Parigi: alla ricerca di ciò che non viene raccontato

Parigi 2015
Parigi 2015
di Luca Mozzachiodi

Volare a Parigi di questi tempi è una sensazione strana, s’intende per un piccolo borghese medio italiano, ci si sente caduti dentro la storia per caso, non quella ovviamente di lungo periodo ma quella dei rivolgimenti, dei gesti imprevisti e dell’evento che, almeno un po’ sparpaglia e poi riordina le carte del gioco della politica e della vita di ogni giorno, quella insomma da cui di solito noi ci sentiamo fuori e che ci limitiamo a vedere alla televisione. Certamente andando là non si parte dal nulla ma le informazioni che riceviamo da internet, dalla televisione e dai giornali, oltreché dall’antichissimo passaparola comunque generano un sostrato di attesa.

Almeno in parte è stato confermato: immancabili i militari schierati con armi pesanti al primo aprirsi della porta che immette nell’aeroporto di Beauvais e poi ovviamente per le strade della capitale e davanti a tutti i monumenti, autoblinde e camionette, in certe zone più di cinque per squadra e ovunque polizia intenta a perquisire e volanti a sirene spiegate, tutto come atteso, compresi controlli sistematici all’ingresso di edifici pubblici e centri commerciali, con tanto di volantino appiccicato che ammonisce “in considerazione dei fatti recentemente avvenuti nella regione dell’Île-de-France”.

A prescindere però da questi effetti più esteriori dello stato di cose presente in quella città occorre cercare di capire quello che ci dicono le strade e che spesso i media non sanno o non vogliono dire, passeggiare per quelle strade e per quei viali significa muoversi dentro la capitale indiscussa della cultura europea ed è stato detto da molti e delle più diverse origini: in confronto a Parigi larga parte dell’Europa non era che una chiazza bianca sulla carta geografica ed è poi diverso oggi? Quanto sappiamo dell’est Europa, dei Balcani, della Penisola Iberica? Cioè quanto se ne può sapere mediamente senza che sia il prodotto di una volontà di studio specifica?
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Piazza Fontana

A 46 anni da Piazza Fontana: ricordare le stragi di ieri, fermare le guerre di oggi

di Licia Pinelli, Pia Valpreda, Claudia Pinelli, Silvia Pinelli, Memoria Antifascista, Ponte della Ghisolfa, Comunità Curda Milanese, Rete Kurdistan, Partigiani in Ogni Quartiere, ZAM Zona Autonoma Milano, Csoa Lambretta, CS Cantiere, Soy Mendel, Sinistra Anticapitalista – Milano, Partito della Rifondazione Comunista – Fed. Di Milano, Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre, Amici e Compagni di Luca Rossi, Associazione Amici e Familiari di Fausto e Iaio, Associazione Per Non Dimenticare Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, Associazione di Amicizia Italia – Cuba, Teatro della Cooperativa, Zona 3 per la Costituzione, CASC Lambrate, Rete Studenti Milano, Collettivo Bicocca, Collettivo Universitario the Take – CUT, Coordinamento dei Collettivi Studenteschi – CCS, LUME, Dillinger Project, Rojava Calling Milano, Spazio di Mutuo Soccorso – SMS, Comitato Abitanti San Siro, Adesso Basta, Fronte Palestina di Milano, PRC sez.Casaletti di Paderno Dugnano, Redazione di Lotta Continua, SI Cobas, Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti, Link – Sindacato Universitario, ACT Milano, Fronte Popolare, Centro Culturale Concetto Marchesi, ANPI Crescenzago, ANPI Assago, Comitato NO Muos milano, Parallelo Palestina, Associazione antirazzista Le Radici e Le Ali, Sondrio Antifascista, Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito, Sestodemocratica, Collettivo Berchet, Rete Milano senza frontiere, L’Altra Europa con Tsipras, Partito Comunista dei Lavoratori, Casa Rossa Milano, Comitato Contro la Guerra Milano, Circolo ARCI 26×1 – Offensive democratiche, ARCI area Carugate, Associazione ARCI Ponti di Memoria, Martesana libera e antifascista, Partito Comunista d’Italia – Milano, Azione Civile Nazionale, Azione Civile Lombardia, Azione Civile Milano, Ross@ Milano, COSP – Collettivo Scuola Pasolini

Il 12 dicembre 1969, una bomba scoppiava in Piazza Fontana. Una bomba, che facendo 17 morti e decine di feriti unita alla morte di Giuseppe Pinelli assassinato tre giorni dopo nella Questura di Milano, inaugurava la “Strategia della Tensione”, ovvero la costruzione sistematica di paura volta a criminalizzare i movimenti sociali e le richieste di diritti e libertà che in quegli anni riempivano le strade.

Oggi, 46 anni dopo, vediamo come, in Italia e in altre parti del mondo, la strategia della paura, della criminalizzazione verso chi pretende diritti per un futuro e una vita migliore, non sia cambiata: dalle piazze xenofobe di Salvini & co, ai muri di Orban, alle sparizioni forzate in Messico, alle stragi ad Ankara, Suruç e Dyarbarkir.

Come 46 anni fa, i poteri politici, economici e militari hanno tutto l’interesse a bloccare ogni spinta e autorganizzazione dal basso che metta ulteriormente in crisi un modello economico globale basato sulle speculazioni, l’espropriazione di terre e diritti, lo sfruttamento di miliardi di persone e territori in tutto il mondo.
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