Venezuela: le ingerenze degli Stati Uniti e la voglia di un nuovo caso Panama

di Maurizio Matteuzzi

Lo storico Howard Zinn ha contato 103 interventi militari USA nel mondo fra il 1798 e il 1895, un calcolo che non tiene conto di tutti quelli – un’infinità – nel corso del ‘900 e neppure di quello auspicato dal futuro presidente Theodore Roosevelt, allora Assistente segretario alla Marina, che in una lettera del 1897 scriveva di “sperare in una qualsiasi guerra perché credo che questo paese ne abbia bisogno”. In effetti l’anno dopo, 1898, gli Stati uniti dichiararono guerra alla Spagna, naturalmente, parole di Roosevelt, sia in nome “dell’umanità e per il bene dei cubani” sia come “ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America dal dominio europeo”.

Sono passati 120 anni e lo scenario è ancora lo stesso. Perfino le parole – la narrazione, come si usa dire adesso – sono praticamente le stesse.Venezuela, gennaio-febbraio 2019. Il paese deve essere liberato dal giogo chavista, con qualsiasi mezzo, sia in nome dei diritti umani e per il bene dei venezuelani, sia come ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America latina dalla macchia rossa del quindicennio di governi di sinistra o quantomeno progressisti , e dalla crescente interferenza di Cina e Russia.
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Canale di Panama: lavori in fibrillazione tra costi alle stelle e diplomazia

Canale di Panama - Foto di Luca Cerini
Canale di Panama - Foto di Luca Cerini
di Angelica Erta

Un’opera faraonica, una gara al massimo ribasso e un grande consorzio con il giusto mix d’internazionalità che ne esce vincitore. Su queste basi prende il via nel 2007 il progetto di ampliamento del Canale di Panama, assegnato al Grupo Unido por el Canal (GUPC), guidato dalla spagnola Sacyr con un 48% e composto dall’italianissima Impregilo, dalla belga Jan de Nul e dalla panamense CUSA. L’appalto perfetto per respirare fuori dalla crisi europea e agganciare l’onda della crescita, in quei paesi in cui si può ancora parlare di valori oltre gli stiracchiatissimi uno due per cento di casa nostra. All’apparenza un’enorme boccata d’ossigeno per Sacyr, duramente colpita dalla bolla immobiliare che aveva fatto entrare in crisi il settore delle costruzioni spagnolo, almeno fino a pochi giorni fa, quando giunge l’annuncio dello stop dei lavori, a metà del guado, con un progetto realizzato al 65%.

La minaccia dell’abbandono definitivo del progetto se entro 21 giorni il Governo panamense non paga 1200 milioni di euro addizionali per costi imprevisti, più del 50% del budget iniziale. Una missiva che spezza l’idillio fra l’Autoridad del Canal de Panamà (ACP)e il Consorzio, paventando, come da clausole contrattuali, un arbitrato a doppio turno; prima davanti alla Junta de Resoluciòn de Conflictos, e poi in caso di mancato accordo fra le parti, in sede internazionale, a Maimi, sotto la Legge Federale competente in materia degli Stati Uniti. Molto probabilmente non si arriverà a tanto, visto il già iniziato tam tam della diplomazia internazionale; la ministra dello sviluppo spagnola Anna Pastor sarà in viaggio verso l’altro capo dell’Atlantico la prossima settima, per un colloquio con il presidente panamense Riccardo Martinelli, mentre quest’ultimo ha già fissato un incontro, a breve, con gli ambasciatori spagnolo e italiano presenti nel Paese.
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