Vittorio Arrigoni / 2: restare ancora umani

di Paolo Morandi

La Palestina è arrivata fino a me durante l’Operazione Piombo Fuso. Ventidue giorni di bombardamento con più di milleduecento civili della Striscia di Gaza uccisi delle forze armate israeliane. Era la fine del 2008, il 27 dicembre, e qui in Italia si pensava più al cenone di capodanno che ad altro. Vittorio invece era lì, a Gaza, insieme a un gruppetto di internazionali, gli unici non palestinesi a raccontarci cosa stava succedendo.

Scriveva articoli su il manifesto e sul suo blog, guerrillaradio, ma non era un giorrnalista: era un attivista dell’International Solidarity Movement, accompagnava i contadini gazawi nei loro campi mentre i soldati israeliani sparavano loro addosso, saliva sulle barche dei pescatori mentre la marina di Tel Aviv le assaltava per non farle allontanare dalla costa.

“I Palestinesi meritano una punizione da vivi, nel tentativo di sopravvivere… ma anche da morti”, disse Vittorio nel corso incontro presso il centro sociale Vag 61, nel novembre del 2009, mentre raccontava dell’omicidio di un ragazzino di quindici anni e del tentativo, da parte dei familiari insieme ad alcuni compagni e compagne dell’ISM, di recuperarne il cadavere. Il ragazzo era stato ucciso da cecchini israeliani nella buffer-zone della Striscia di Gaza, dove era rimasto per più di cinquanta giorni senza vita, a causa dell’esercito che sparava a chi volesse avvicinarsi.
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Vittorio Arrigoni / 1: non dimenticare Gaza

Vittorio Arrigoni
Vittorio Arrigoni
di Rosanna Picoco

Il 15 aprile è un giorno particolare, per tante persone questa data risveglia ferite mai rimarginate: il 15 aprile di tre anni fa Vittorio Arrigoni fu ucciso. Scrivere di lui non è mai semplice: come si può racchiudere in poche righe la vita di un uomo che ha saputo dare tanto e dimostrare che si può e si deve restare umani?

Non è del giorno della sua morte che vorrei parlare, ma della sua vita, del suo coraggio e della sua grande empatia, la sua capacità di stare al fianco degli ultimi, di dare corpo ai suoi sogni e ai suoi ideali. La sua vita continua a raccontare e la sua memoria è diventata impegno di tanti. Caldo, era molto caldo quel pomeriggio di agosto del 2008.

Accalcati sul piccolo molo di Gaza, centinaia di palestinesi in attesa dell’arrivo delle due imbarcazioni della Free Gaza Boat. Sì, perché l’arrivo di due imbarcazioni nel porto di Gaza non si vedeva dal 1967, un evento storico a causa del blocco navale che da anni tiene prigioniera la popolazione in un striscia di terra di 360 kmq, la più grande prigione a cielo aperto del mondo.
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“Lodo Moro”: per comprenderlo bisogna conoscere chi era Stefano Giovannone, il “Lawrence d’Arabia italiano”

Attentato Romadi Tommaso Fabbri

Secondo un’ipotesi descrittiva del “lodo Moro” fornita da Francesco Cossiga e pubblicata da Valerio Fioravanti, “l’Italia avrebbe lasciato libertà di passaggio ai palestinesi; in cambio, i palestinesi s’impegnavano a non fare altri attentati in Italia, a non dirottare aerei italiani, a non colpire cittadini italiani all’estero. Inoltre, l’Italia s’impegnava ad impedire che i servizi segreti israeliani continuassero a compiere “omicidi mirati” di palestinesi sul suolo italiano”.
(Tratto da http://www.lesenfantsterribles.org/sette-gennaio/nar-in-principio-era-lazione ).

Questa ipotesi è riduttiva ma contiene un punto, l’ultimo, che merita di essere chiarito. Dire che l’Italia s’impegnava ad impedire nel proprio territorio l’esistenza stessa di attività sanguinarie israeliane contro i palestinesi significa che il “lodo Moro” presupponeva il coinvolgimento non solo dell’Olp ma anche dello Stato israeliano. E, com’è ovvio che fosse, comportava qualcosa in cambio non solo ai palestinesi ma pure ad Israele da parte dell’Italia. Il “lodo Moro” era quindi un accordo molto complesso. Ideato da un vero e proprio stratega politico e negoziato da qualche “tecnico”. Non a caso il sibillino ma intelligente ex diplomatico Sergio Romano così ne parla:

“Vi fu probabilmente un accordo, ma negoziato da qualche «tecnico» e composto da silenzi e ammiccamenti più che da clausole precisamente definite. Non è la prima volta comunque che un Paese, per evitare di essere coinvolto in un conflitto o di subirne le conseguenze, fa qualche concessione a uno dei contendenti, se non addirittura, a tutti e due” (“Craxi, Libia e «lodo Moro». Le ragioni dell’Italia”, Corriere della Sera, 15 novembre 2008).

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Strage di Bologna: tra “misteri” frutto di ignoranza e spiegazioni che si preferisce non vedere

Strage di Bolognadi Tommaso Fabbri

Sul piano della conoscenza storica, i “misteri” sono epifenomeni dell’ignoranza. Tutto ha invece una spiegazione possibile. Anche il soggiorno che il palestinese Saleh, allora militante del FPLP di George Habash, fece a Roma fra il novembre e il dicembre 1981 mentre si trovava nella condizione degli arresti domiciliari a Bologna.

Facciamo un passo indietro nel tempo e poi, senza cadere nelle trappole della dietrologia, cerchiamo di ragionare col cervello. Il generale Spiazzi, personaggio del Sisde parecchio attivo soprattutto al tempo della strage di Bologna, nella prima metà del giugno 1981 aveva iniziato a indagare sulla sparizione dei giornalisti Toni e De Palo avvenuta a Beirut il 2 settembre 1980:

«Il mio punto di riferimento nel Sisde – il nome in codice era Francesco Barone – mi disse: “Dovremmo stabilire un contatto con i libanesi, Lei avrebbe qualche possibilità?”.lo conoscevo un certo Camille Tawil, rappresentante dei cristiano-maroniti in Italia. Era venuto ad alcune riunioni del nostro Fronte popolare di riscossa monarchica, di cui ero vicepresidente. Ho telefonato a Tawil, residente a Milano, per organizzare un incontro tra lui e i nostri servizi. Ma poi sparì perché venne messo in galera, forse in seguito alla mia telefonata, non lo so. E vi rimase per un mese».
(Pag. 171 di Fratelli d’Italia, di Ferruccio Pinotti, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli).

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Vik Utopia: con l’informazione si combatte contro l’ingiustizia, nonostante lo Stato assente

Vik Utopia. L'omicidio di Vittorio Arrigonidi Alice Facchini

“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini, a una stessa famiglia: la famiglia umana”. Le parole di Vittorio Arrigoni rimbombano nella sala del cinema Lumière. Tante persone fissano gli occhi di Vik, lo sguardo coraggioso di chi sa di lottare per qualcosa di grosso.

Al film festival Terra di Tutti, giunto quest’anno alla sua sesta edizione, la sera del 12 ottobre viene proiettato Vik Utopia. L’omicidio di Vittorio Arrigoni, documentario di Anna Maria Selini, giornalista freelance e videomaker amica di Vittorio. La storia di questo reporter e attivista per i diritti umani è tristemente nota: rapito a Gaza il 15 aprile 2011, è stato ucciso prima della scadenza dell’ultimatum.

“Ho sentito l’esigenza di raccontare chi era davvero Vittorio – spiega Anna Maria Selini -. Così, con la troupe sono andata a Gaza, per ricostruire gli ultimi 2 giorni della sua vita. Non ho la pretesa di aver trovato una risposta a tutte le domande che ancora sono rimaste in sospeso riguardo a questa vicenda: era però necessario mettere in evidenza le ombre che ancora aleggiano sulla morte di Vittorio”.
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