La Palestina nel cuore, la speranza nel cuore

di Sergio Sinigaglia Periodicamente entrano nelle nostre case immagini del conflitto israelo-palestinese. Per alcuni secondi ci appaiono i volti di giovanissimi che fronteggiano l’esercito israeliano. Un esercito anche esso fatto di altrettanti giovani. Questa guerra interminabile iniziata ben prima della nascita dello Stato israeliano, quindi un secolo fa con i primi flussi migratori dall’Europa, potrebbe […]

Open Shuhada Street: fino al 7 marzo la campagna per la resistenza palestinese ad Hebron

di AssopacePalestina.org

La campagna Open Shuhada Street nasce in solidarietà alla resistenza popolare nonviolenta palestinese ad Hebron, la città più grande della Cisgiordania, ad oggi divisa in due zone, H-1 e H-2, sotto controllo rispettivamente dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’esercito israeliano.

La campagna si svolge nei giorni a cavallo tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo per ricordare l’evento che portò alla divisione in due della città, consumato proprio nel suindicato periodo: il 25 febbraio 1994 Baruck Goldstein, un ebreo estremista originario di Brooklyn, irruppe nella Moschea di Abramo con un fucile d’assalto sparando e provocando la morte di 29 palestinesi raccolti in preghiera durante il Ramadan e ferendone altri 125. A fine giornata le vittime totali erano 60: altri 26 palestinesi vennero uccisi dall’esercito israeliano, 5 israeliani furono uccisi dalla folla, così come lo stesso Goldstein, colpito da un palestinese con un estintore mentre continuava a sparare nella moschea.

Dopo questo evento, modificando gli accordi di Oslo che prevedevano Hebron città amministrata dall’Autorità Palestinese, Israele e OLP diedero vita al “Protocollo di Hebron” nel 1997, che sanciva di fatto la divisione della città in due aree: H-1, avente un’estensione di 18 km2 e una popolazione di circa 115.000 residenti palestinesi, controllata ufficialmente dall’Autorità Nazionale Palestinese ed H2, un territorio di 4,3 km2 comprendenti oltre il 20% della superficie urbana totale compresa la città vecchia, sotto il diretto controllo israeliano.
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Gaza, l’indomabile. Diario di viaggio

di Alessandra Mecozzi

Arrivo a Gaza, via Erez, il 12 agosto, dopo aver passato tre controlli: prima quello israeliano, poi quello della ANP, a cui mi accompagna il servizio di navetta che va avanti e indietro, e poi, prima di quello di Hamas, trovo gli amici italiani e palestinesi del Centro culturale Vik, diretto dall’infaticabile Meri Calvelli. Il caldo umido è potente ma sono veramente contenta di aver raggiunto questa striscia di terra quasi inaccessibile. Il Centro Vik si trova da pochi giorni in una nuova bella sede, piena di luce e di aria, da cui si vede il mare.

Un mare calmo, che di solito evoca un’idea di libertà, qui ci ricorda invece che questa popolazione è imprigionata: i pescatori hanno il mare ma non possono pescare, se non a rischio di essere colpiti dai proiettili, cosa che è avvenuta di frequente. C’è divieto di bagnarsi, a causa dell’inquinamento dovuto al sistema idrico di riciclo delle acque reflue che non funziona, anche se i ragazzini ci sguazzano allegramente. Le navi della Flottiglia per Gaza, solo pochi giorni fa, sono state sequestrate al largo dalle forze militari israeliane e portate al porto di Ashdod, oltre alle persone, fermati anche i medicinali e gli aiuti umanitari.

La quiete dopo la tempesta

Sorprende la calma di questa incredibile cittadina di mare, con gli ombrelloni e tante persone sulla spiaggia, mentre solo pochi giorni prima i bombardamenti israeliani hanno compiuto l’ennesimo massacro. Anche i luoghi della cultura sono stati aggrediti, secondo abitudini terroristiche che abbiamo visto all’opera in vari paesi da parte di Daesh o Al Qaida (in Siria, in Afghanistan, come alla sala Bataclan di Parigi nel 2015).
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Sionismo senza democrazia?

di Raniero La Valle

C’è una notizia che è stata quasi nascosta, perché è difficilissimo darla, non sanno come farla accettare dal senso comune, ma è di tale portata da marcare una cesura nella storia che stiamo vivendo. Lo Stato di Israele, almeno nella sua veste ufficiale e giuridica, cambia natura. Non è più lo Stato che unisce democrazia ed ebraicità, come era nel sogno del sionismo, ma è definito come uno Stato-Nazione ebraico, uno Stato del solo popolo ebreo nel quale gli altri, quale che sia il loro numero, sono neutralizzati nella loro dimensione politica, cioè nella loro esistenza reale: non partecipano di ciò che, in democrazia, si chiama autodeterminazione, la quale è riservata al solo popolo ebreo, il solo sovrano. Gli altri sono naturalmente gli Arabi, e in modo specifico i Palestinesi, musulmani o cristiani che siano.

Infatti giovedì 19 luglio il Parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato a stretta maggioranza con 62 voti favorevoli e 55 contrari una legge di rango costituzionale che era in gestazione da tempo, la quale fissa in questi termini perentori la natura dello Stato, che finora non si era voluta definire in alcuna Costituzione formale, in base all’idea che la vera Costituzione d’Israele è la Torah (la Scrittura). Per intenderci un primo articolo Cost. del tipo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…” sarebbe stato impensabile per Israele; e infatti, dopo un primo approccio iniziale per il quale furono consultati i libri di Carl Schmitt, il tentativo costituzionale fu abbandonato, come ci ha raccontato a suo tempo Jacob Taubes.
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Il ricalco “ebraico” dell’antisemitismo: la capitale della vergogna

di Gian Luigi Deiana

Ritengo l’antisemitismo una cosa oscena, sia esso inteso come dottrina, come costume o come pulsione, forse la più oscena delle multiformi manifestazioni della condotta umana; l’antisemitismo sa orientare in una specifica direzione singoli individui, psicologie di massa e politiche degli stati dilatandosi fino a una espansione planetaria, e può marchiare di infamia singoli passaggi storici o circoscritte geografie, come fu per le epurazioni di ebrei in Spagna o per i pogrom nei paesi slavi, come può segnare per sempre una successione di secoli (come quasi tutta l’era cristiana) o l’allucinazione di un futuro depurato (come è stato per la Germania hitleriana): non c’è bisogno di dimostrare la chiarezza di questo abominio;

ma c’è un ricalco oscuro dell’antisemitismo su cui è tassativamente proibito riflettere e che è assolutamente vietato svelare: non è un ricalco onnipresente o storicamente perenne, non è un riflesso psichico generato dalla millenaria turpitudine antisemita, è invece la condizione storicamente recente di una zona franca del delitto, edificata da una ideologia totalitaria: questo ricalco è la santa trinità di tre cose uguali e distinte: sion come dottrina, Israele come stato e lo “stato ebraico” come nazione pura; la dottrina sionista fa appello al suo preteso “destino”, lo stato israeliano fa appello alla colpa sconfinata generata dalla “shoah” e la nazione pura fa appello all'”ebraismo”; cittadinanza, costituzione, universalità dei diritti sono pezzi di carta o semplice ciarpame dei non ebrei;
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Ha vinto Israele, la Palestina è morta. Ma è adesso che cominciano i guai veri

di Fulvio Scaglione

Non ci sono molti modi per dirlo e l’unico che abbia senso è il più diretto e brutale: la causa palestinese è finita. Non si tornerà alla Linea Verde e agli pseudo-confini in essere tra il 1949 e il 1967, Gerusalemme Est non sarà mai la capitale dello Stato di Palestina anche per la semplice ragione che non ci sarà mai uno Stato di Palestina. Benjamin “Bibi” Netanyahu, primo leader del Governo a essere nato nello Stato di Israele, quattro volte primo ministro e secondo premier più longevo dopo il padre della patria David Ben Gurion, ha vinto.

Ha ridotto l’opposizione armata dei palestinesi a un problema di ordine pubblico, ha incrementato la politica degli insediamenti (oggi il 10% della popolazione israeliana vive nelle “colonie”), il suo partito Likud ha proposto l’annessione diretta di tutti gli insediamenti di Giudea e Samaria (chiamate “aree liberate”), lui si è presentato agli elettori con la promessa che lo Stato palestinese non sarà mai creato (e l’hanno rieletto), si è fatto dare soldi e armi da Obama e Gerusalemme da Trump.

Ieri bastava guardare su Internet per averne la dimostrazione plastica. A Gerusalemme, il vice presidente Usa Mike Pence si diceva felice di essere “nella capitale di Israele”. E quando alla Knesset, il Parlamento, i deputati arabi ha provato a contestarlo, la sicurezza li ha ramazzati via dall’aula tra gli applausi dei loro “colleghi”. Nelle stesse ore, Abu Mazen, a Bruxelles, chiedeva alla Ue di riconoscere lo Stato di Palestina in maniera definitiva, e non solo “in linea di principio” come già fatto nel 2014.
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Prigionieri politici palestinesi: dopo 40 giorni di digiuno strappano un accordo

di AssopacePalestina

Ci sono voluti quaranta giorni di sciopero della fame di 1500 prigionieri che giorno dopo giorno sono diventati 1800; ci sono volute centinaia di manifestazioni in tutta la Cisgiordania e a Gaza, prese di posizioni e attestazioni di solidarietà in tutto il mondo, un fermo intervento della croce rossa internazionale, persino la pressione negli ultimi giorni degli stessi servizi di sicurezza israeliani, preoccupati per le avvisaglie di una protesta di massa contro l’occupazione, per costringere il governo israeliano a lasciare che dirigenti del Servizio Carcerario Israeliano aprissero un negoziato con Marwan Barghouti e altri leader della protesta. La trattativa si è svolta nella prigione di Ashkelon con la partecipazione della Croce Rossa Internazionale. è durata 20 ore e si è conclusa con un accordo firmato da Issa Karake e Qadura Fares, esponenti dell’Autorità Nazionale Palestinese e responsabili per l’assistenza ai prigionieri.

dell’accordo ha dato immediatamente notizia con una propria dichiarazione la “Campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi” dalla quale si apprende che l’accordo prevede l’aumento delle visite dei familiari, l’installazione di telefoni pubblici nelle prigioni e la possibilità di accedere con gli apparecchi televisivi installati nelle celle ad un maggior numero di canali in modo da potersi informare meglio su quanto accade fuori dei penitenziari.
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Sciopero della fame dei prigionieri palestinesi: “Per la pace e la dignità”

di Marwan Barghouthi, parlamentare palestinese

Cari colleghi parlamentari, se ricevete questa lettera è perché Israele, anziché andare incontro alle legittime richieste dei detenuti palestinesi, ha scelto di continuare nella sua politica provocatoria di persecuzione collettiva. Insieme ai compagni che portano avanti con me lo sciopero della fame sono stato di nuovo messo in isolamento. Ma non staremo per questo in silenzio, né ci arrenderemo.

Lo sciopero della fame è uno strumento pacifico e legittimo di protesta contro la violazione dei più elementari diritti dei detenuti, garantito dal diritto internazionale. I detenuti palestinesi, sebbene in balia della forza occupante – e per questo protetti dalle leggi internazionali sui diritti umani – non sono per questo privi di volontà e risorse.

Abbiamo iniziato lo sciopero della fame perché le richieste che portiamo avanti da mesi rimangono inascoltate. Noi chiediamo ragione degli arresti arbitrari di massa dei palestinesi, delle torture, dei maltrattamenti e delle misure punitive nei confronti dei detenuti. I nostri diritti – alla salute, alle visite dei famigliari, i contatti con le persone care, all’istruzione – vengono deliberatamente ignorati. E questi sono diritti umani fondamentali.
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L’attivista riluttante, dentro il labirinto israelo-palestinese

di Giovanni Iozzoli

Primavera breve. Viaggio tra i labili confini di Israele e Palestina è un racconto di viaggio pieno di storie, facce e umanità. Ma ad essere protagonista del libro è l’idea del Confine e l’attrazione fatale che esercita sull’autore: il confine come espressione materiale e simbolica allo stesso tempo – nella divergente suggestione dell’appartenenza e dell’attraversamento. E quale luogo può esaltare il mistero polisemico del Confine, se non il Medioriente israelo-palestinese?

È un libro denso di vite concrete, dicevamo, ma tutte queste vite – le identità, i bisogni, le aspettative, i poteri – sono ordinate e informate dal sistema complesso dei confini plurimi che si sovrappongono nella Palestina occupata. E i confini non rappresentano tanto linee di divisione tra territori, quanto dispositivi che gerarchizzano e disciplinano la vita e decidono i destini: degli implacabili produttori di senso.

Il narratore non racconta molto di sé – si intuisce che è uno dei tanti cooperanti-attivisti-solidali che da decenni si recano in Cisgiordania per sostenere progetti di sviluppo e schierarsi dalla parte della causa palestinese. Ma è un’attivista riluttante, per così dire, dotato di uno sguardo acuto e disincantato, poco propenso a farsi arruolare alla causa senza “conoscere” realmente: e conoscere significa condividere, toccare, attraversare i mondi inconciliabili e sovrapposti che nell’arco di poche decine di chilometri determinano il viluppo di quella che definiamo “questione palestinese”.
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Israele: un altro colpo fatale alla democrazia

Il generale Ya'ir Golan
Il generale Ya'ir Golan

di Uri Avnery, 21 maggio 2016, Gush Shalom, traduzione di Cristiana Cavagna

“Per favore, non scrivere di Ya’ir Golan!” mi ha pregato un amico. “Qualunque cosa scriva uno di sinistra come te non farà che danneggiarlo!” Così per alcune settimane ho evitato di farlo. Ma non posso tacere oltre.

Il generale Ya’ir Golan, vice Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, ha tenuto un discorso in occasione del Giorno della Memoria dell’Olocausto. Indossando la sua uniforme, ha letto un testo preparato in anticipo e ben ponderato, che ha provocato uno scalpore non ancora sopito.

Decine di articoli sono stati pubblicati su di lui, alcuni di condanna, altri di lode. A quanto pare, nessuno ha potuto rimanere indifferente. La frase principale è stata: “Se qualcosa mi terrorizza della memoria dell’Olocausto, è la consapevolezza dei terribili sviluppi verificatisi in generale in Europa, e particolarmente in Germania, 70, 80, 90 anni fa, e il ritrovarne traccia qui in mezzo a noi, oggi, nel 2016.”
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