In morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf

Piacenza e la logistica: dietro la morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf

di Domenico Stimolo

La tragica morte del lavoratore egiziano Abd Elsalam Ahmed Eldanf – di 53 anni e padre di cinque figli – travolto da un Tir, avvenuta la notte del 14 settembre alla Lgs di Piacenza durante una rivendicazione sindacale, ha portato all’attenzione nazionale le condizioni di lavoro e la dinamica operativa di un segmento produttivo rimasto complessivamente marginale, la Logistica, con tutti i settori correlati: carico, scarico, sistemazione, selezione e “marchiatura”, trasporto su lunghe e micro distanze.

Una rete gigantesca, avvolgente interamente l’Italia, che dai “punti di raccolta” per la distribuzione utilizza in maniera preponderante le ruote gommate, a beneficio dell’inquinamento e del traffico autoveicolare. Anche i porti e gli aeroporti svolgono una funzione di forte rilievo. Le merci internazionali provenienti da lontano viaggiano via mare nei famosi container, stipati a decine di migliaia in enormi navi di trasporto con pochissimi marinai a bordo. La marea umana, per scaricare, caricare sui Tir e poi consegnare, attende a terra.

Operando dai numerosissimi punti di raggruppamento, spedisce e disloca prodotti di tutte le specie: dell’agroalimentare – prodotti freschi e lavorati – alle bottiglie d’acqua, dall’abbigliamento a tutte le “cineserie”, prodotti tecnologici micro e macro, e tutto ciò che alimenta quotidianamente la nostra articolata e complessa struttura sociale e di comunità. Così come viene costantemente esortato dalle strutture economiche neoliberiste nazionali e internazionali che guidano questo enorme e impazzito “burattino” che influenza e comanda i nostri presunti desideri. Incessantemente, senza vuoti temporali. Un’enorme ragnatela di mezzi di tutte le fatture, senza vuoti temporali, avvolge le strade italiane, compreso in maniera forte quelle urbane, con un ritmo sempre più crescente.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Morire d’Ilva: diossina, veleni e strutture insicure. Storia di una strage senza fine

di Loris Campetti

Ciro aveva 42 anni e faceva il manutentore dell’area a caldo. È morto precipitando dall’altezza di dieci-quindici metri per il crollo di una passerella posticcia, dopo più di 10 anni di Ilva. Antonio, 46 anni, è precipitato insieme a Ciro, è ferito ma per fortuna ancora vivo. Sono loro le ultime vittime in ordine di tempo della fabbrica della morte di Taranto. Il 30 ottobre era toccato a Claudio, 29 anni, schiacciato tra due convogli.

Il 29 novembre un altro operaio morto sempre in quota Riva, sempre a Taranto: Francesco faceva il gruista nell’area portuale quando è passato il tornado con la sua forza devastante, travolgendo gru e gruista. I dirigenti del padrone delle ferriere volevano costringere gli altri gruisti a prendere in fretta il posto di Francesco, ancor prima che il suo corpo venisse ripescato in mare, senza neanche verificare le condizioni di sicurezza delle gru. C’era una ragione: il collaudo previsto non era stato fatto.

Forse Ciro non è l’ultima vittima dell’Ilva di Taranto. Forse, in silenzio, senza scioperi indetti dai sindacati, senza fare notizia, nel quartiere di Tamburi dopo Ciro è morta una bambina, o un disoccupato, o una casalinga, o un operaio dell’altoforno, per un tumore al fegato, o al rene, o al polmone. Uccisi dalla diossina sparata dalla bocca velenosa del camino E312 alto 220 metri che minaccia 200 mila tarantini, o dalle polveri di ferro portate dal vento di maestrale dai parchi minerari scoperti di Riva nei quartieri che circondano la fabbrica.
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