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Televisione, la signora in gialloverde

di Vincenzo Vita

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato sul suo sito (fonte Geca Italia) la «Classifica dei 20 soggetti che hanno fruito del maggior tempo…» nello scorso mese di gennaio. Finalmente una sintesi chiara, migliore delle canoniche tabelle che confondono non poco le idee, essendo frastagliate tra tempi di parola, di antenna e così via. Purtroppo, ancora non c’è traccia in nessuna delle analisi del moltiplicatore tra i minuti della presenza in video e l’audience dell’edizione del telegiornale o del programma presa in esame.

Ovviamente, trenta secondi al Tg1 delle otto di sera vale n volte il corrispettivo all’una di notte a Rainews, a Tgcom o a Sky. Solo il «Centro di ascolto radicale» svolgeva un simile lavoro, ma purtroppo quella straordinaria struttura ha dovuto chiudere i battenti per penuria di risorse. E, quel che è peggio, rischia di lasciare l’etere Radio radicale, «rea» probabilmente agli occhi e alle orecchie degli odierni governanti di raccontare la verità sul dibattito istituzionale: tutt’altro che commendevole, anzi spesso «pornografico». Quindi, da divulgare il meno possibile.

La felicità delle comunità in lotta e il lugubre uomo della provvidenza

di Guido Viale

La giornata dell’8 dicembre ha messo in luce l’essenziale. A Roma, l’autocandidatura di Salvini a «Uomo della provvidenza» («dio e popolo!» All’occorrenza sostituiti da rosario e pasta al ragù); ma anche a padre – anzi, papà – e padrone del paese; e a capo, con felpa d’ordinanza, della Polizia di Stato: a sancire la coincidenza tra governo e partito e tra partito e corpi repressivi dello Stato.

Il tutto nel nome di «Prima gli italiani!»: non sfruttati contro sfruttatori, oppressi contro oppressori, poveri contro ricchi; ma tutti insieme contro i più miseri della Terra: i migranti costretti ad affrontare umiliazioni, torture, rapine, naufragi e morte per cercare di sopravvivere o di procurarsi un futuro sempre più difficile.

Ma nello sproloquio di Salvini i migranti sono passati in second’ordine, essendo ormai stato non solo «sdoganato», ma promosso e non più in discussione il diritto di chiunque, sindaco o semplice cittadino, di insultare, aggredire e umiliare chi ha bisogno di aiuto. Ora l’avversario di riferimento è l’Europa: da cui Salvini pretende «rispetto» promettendo che sarà lui, con la sua voce grossa, a farci rispettare.

Luigi De Magistris, beni comuni e opposizione al potere: prove pratiche di una nuova forza

di Loris Campetti

“Questo è il governo più di destra dell’Italia repubblicana”. Così la pensa il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, un uomo carismatico che ha dato troppo fastidio al potere come magistrato e continua a darne da sindaco di una delle città più belle e difficili d’Italia, l’unica realtà importante in cui viene rispettato l’esito di un referendum vinto con un plebiscito dal movimento dei beni comuni: l’acqua nella città partenopea è pubblica.

Il massimo della fedeltà alla Costituzione antifascista, è la linea di De Magistris, ma al tempo stesso disobbedienza civile contro leggi ingiuste come quella imposta da Salvini e ingoiata dal M5S “sulla sicurezza”. Una legge razzista che contraddice i dettami della legge fondamentale dello Stato, cosicché la disobbedienza è costituzionale. Il nuovo Masaniello, pur figlio della nobiltà napoletana, invita gli eroi delle navi della salvezza che solcano il Mediterraneo per raccogliere vite umane a “venire nel nostro porto, andrò io con le barche dei pescatori a raccogliere i naufraghi e vedremo se Salvini ci sparerà addosso”.

Nel buio politico italiano De Magistris lancia l’idea di un clic per accendere un lumino che dovrebbe diventare una luminaria capace di rendere visibili le mille esperienze democratiche che combattono la cultura dell’odio e della violenza, dai paesini dell’Aspromonte alle montagne friulane. Un compito ancor più difficile e ambizioso del governo di Napoli.

Salvini, gli studenti e la gogna istituzionale

di Nadia Urbinati

I populisti al governo si dichiarano democratici, ma non liberali. Lo dice anche Viktor Orbán: non è necessario che le democrazie siano liberali, “possono anche essere conservatrici, sovraniste, senza alcun danno alla democrazia stessa”. Una grande stupidaggine, che mette insieme maggioranze (conservatrici o progressiste) e regimi (democratici o autoritari). Il fatto nuovo dei governi populisti è di appartenere al genere democratico ma con torsioni maggioritariste. Questo li rende totalizzanti nella sfera dell’opinione.

L’olio di ricino era una pratica arcaica, segno della poca sicurezza di sé del regime fascista, che preferiva ingessare il proprio governo annullando fisicamente l’opposizione. Il fatto nuovo è che si umilia l’opposizione senza eliminarla. È sufficiente considerare lo Stato e le sue norme come “nostre”, ovvero della “nostra” maggioranza. Il web fa il resto.

Questo fa Salvini, che usa il Viminale come la sede della “sua gente”, della opinione della maggioranza che egli misura e nutre ogni giorno. La “sua” forza è la maggioranza dell’audience. L’olio di ricino digitale sono le quotidiane offese, i dileggi, le aggressioni verbali agli ordinari cittadini che manifestano dissenso. Come fanno i cittadini delle democrazie.

Sardegna: no alla cosiddetta “riforma” della sanità

di Massimo Dadea

Cosa altro deve succedere perché la giunta regionale prenda atto del fallimento della cosiddetta “riforma” della sanità sarda? Non è stato sufficiente lo sciopero proclamato il 6 luglio scorso che ha visto scendere in piazza i sindacati confederali, la rete sarda dei movimenti, gli operatori sanitari, semplici cittadini, a difesa di quel che resta della sanità pubblica in Sardegna. Così come non è servita la presa di posizione delle associazioni mediche, dei veterinari, dei biologi e dei farmacisti che, per la prima volta, sono scese in campo, unitariamente, contro le politiche sanitarie del governo regionale, approvando un manifesto dal titolo significativo “Un cuore a difesa del Servizio Sanitario regionale”.

Non è bastata la mobilitazione massiccia, determinata, rabbiosa, di migliaia di cittadini che da La Maddalena a Tempio, da Alghero ad Iglesias, da Isili a Muravera e a Sorgono, hanno fatto sentire alto ed inequivocabile il loro NO alla proposta di riordino della rete ospedaliera. Di fronte a tutto questo il Presidente della giunta e l’assessore della sanità si sono limitati a fare spallucce, negando legittimità ad una protesta che scuote nel profondo la società sarda. Ma certo non potranno continuare ad ignorare la netta presa di posizione del Presidente dell’ANCI che, a nome dei comuni sardi, ha definito il provvedimento della giunta un atto lesivo dei bisogni di salute della parte più debole e sofferente dei cittadini sardi.

Valsamoggia: ora basta, la misura è davvero colma

Valsamoggia

Assessori che ridono durante gli interventi, opposizioni a cui viene impedito di fare interventi, assessori che scattano foto, il sindaco che mima di sbattere la testa contro il tavolo, o che raggiunge un assessore per mostrargli qualcosa sul telefono e poi riderne insieme. Fin dall’insediamento della Giunta avvenuto nel giugno 2014, come abbiamo sempre raccontato e denunciato mese dopo mese, appuntamento dopo appuntamento, si è raschiato ulteriormente il già martoriato fondo umano, più che politico, del consiglio comunale di Valsamoggia. Ora basta.

A cosa serve?

Del resto dialogare con chi non ha interesse ad ascoltare non ha senso. E non ha senso nemmeno farlo con chi ritiene che siamo superficiali, populisti, che facciamo solo della polemica e che diciamo balle in giro quando andiamo a parlare del disastro della fusione. Non ha senso farlo con chi dice che le nostre proposte sono sterili, che non capiamo il bilancio, che abbiamo perso e non dobbiamo fare proposte, ma solo controllare e fare della polemica (cit. capogruppo Pd), o che abbiamo preso un terzo dei voti della maggioranza, che invece ha vinto e quindi comanda, fine della storia (cit. sindaco).

Da noi la discussione, processo dove normalmente ci si confronta per trovare soluzioni con più ampia condivisione, diviene il momento utile semplicemente a distruggere le posizioni diverse e chi le incarna. Gli incontri istituzionali così servono solo ad annichilire, disintegrare e distruggere l’altro.

La natura ambigua del PD è il suo destino

Pd - Foto di Orsonisindaco

di Sergio Caserta

Quando nacque, nel 2006, il PD doveva unire i riformisti di origine comunista e quelli cattolici, oltre alle componenti laico moderate, cioè repubblicani, liberali e socialisti. Così avvenne, in effetti, però in linea di continuità con le precedenti modificazioni che, dalla svolta della Bolognina in avanti, avevano condotto a cambiamenti di forma e di logo ma non della sostanza del partito d’origine: una formazione di matrice leninista, con una direzione centrale molto forte e una struttura organizzativa periferica guidata da quadri a tempo pieno che garantivano il collegamento tra  centro  e periferia, direzione, federazioni e sezioni. 

Il centralismo democratico di epoca togliattana, pur messo a dura prova dal correntismo insorgente già nell’ultima fase di vita del PCI, continuò ad essere sostanzialmente il metodo di direzione politica, dal momento che, se pur veniva ammessa e consentita la critica pubblica ed anche la differenziazione, non era assolutamente permesso l’esercizio dell’opposizione organizzata, se non entro limiti molto angusti concessi alle minoranze, che non permettevano e nemmeno oggi consentono, alcuna modalità corretta di conquista della maggioranza, diversamente dalle forti clausole di salvaguardia democratica che nel laburismo anglosassone e nei partiti regolamentati da norme realmente democratiche, vengono denominati “minority rights”.

Venezuela: il dopo Chavez è possibile. L’alternativa sarebbe peggio

Venezuela - Foto di Sem Paradeiro

di Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela la prossima Ucraina? Il Venezuela sulla strada delle “rivolte arabe” tipo Egitto e Tunisia, Libia e Siria? O piuttosto, vista la sua collocazione geografica e storica, il Venezuela verso il Cile di Salvador Allende (e la sua fine)?

I paragoni, spesso azzardati e grossolani, si sprecano mentre in Venezuela non accenna a scemare lo scontro cruento avviato agli inizi di febbraio dall’opposizione di destra e contrastato nelle strade e non a mani nude non solo dalla Guardia Nazionale ma anche dai “colectivos” della base chavista più militante e radicale: i Tupamaros, la Coordinadora Simón Bolívar, la Alexis Vive, sono più di cento i gruppi che operano nei ranchos, gli slums che circondano Caracas, pronti a scendere giù.

La lista dei morti continua a crescere. Erano già una ventina ma lunedì uno studente anti-chavista è stato ucciso con un colpo d’arma da fuoco durante scontri con i “collettivi” chavisti a San Cristóbal, stato di Táchira al confine con la Colombia. Domenica era toccato a una cilena residente in Venezuela e schierata con il chavismo, uccisa da un colpo d’arma da fuoco mentre tentava di smantellare una barricata stradale eretta dagli oppositori a Mérida, capitale dello stato omonimo. Táchira e Mérida, nell’ovest andino venezuelano, insieme ai settori orientali e “ricchi” di Caracas, la capitale, sono la roccaforte dell’opposizione più estrema.

11 settembre 1973: la storia di Carlos Caszely, il re del calcio contro Pinochet

Carlos Caszely e il regime - Foto di Futbologia

di Dario Falcini per Futbologia

Primo piano di una donna sulla sessantina. È seduta su un divano a fiori, indossa una camicia bianca e ha i capelli neri, tinti. Signora Olga Garrido, si legge nel sottopancia. Inizia a parlare: «Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente» – dice – «Le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò No».

L’inquadratura si allarga, sulla parete si vede un gagliardetto del Colo Colo, la squadra più titolata di Santiago del Cile. Nello schermo appare un uomo di un metro e settanta col volto rotondo, i capelloni ricci e i baffi neri: «Anche io voterò no» – dice con il sorriso – «Perché i suoi sentimenti sono i miei. Perché questa donna meravigliosa è mia madre».

È l’autunno del 1988 e la scena va in onda su una delle principali tv del Cile. Pochi giorni dopo milioni di cileni scelgono la democrazia. Dopo 15 anni un referendum popolare sancisce la fine del regime di Augusto Pinochet, uno dei più schifosi del Sud America. Quell’uomo è Carlos Caszely. Nato a Santiago 63 anni fa, è uno dei più grandi calciatori della storia del Cile. Lo chiamavano Il re del metro quadro, perché se prendeva palla in area era gol. Non è alto né magro, ma è rapido come pochi, di gambe e di testa. Doti che gli hanno permesso di vincere tanto con il suo Colo Colo e di segnare 29 gol con la maglia della Roja. Meglio di lui solo Marcelo Salas e Ivan Zamorano.

«Sono stato un calciatore, ma sono prima di tutto un essere umano. Non si può stare fermi a guardare gli altri soffrire: è per questo che ho detto no» – spiega oggi Carlos Caszely.

A cavallo della chiusura delle urne, ancora sul voto utile

Votazioni 2013di Mauro Antonio Miglieruolo

Si stanno chiudendo le urne per il voto politico 2013 e sue sono le possibilità sulle quali sono interessato a ragionare: se si vota per realizzare un determinato obiettivo o determinati obiettivi l’appello al voto utile è una evidente assurdità: si dovrebbe votare per chi quegli obiettivi si propone; se invece il voto non è “per” ma “contro” qualcuno allora il voto “utile” acquista un suo senso, sia pur degradato.

A tale proposito dichiaro che, nonostante la scarsa fiducia che nutro nella effettiva democraticità delle elezioni (per come è organizzata la società molto prima che in ragione delle norme elettorali), voto per intervenire nel gioco delle forze politiche per (cioè intervengo nella congiuntura politica particolare per):

  • realizzare il necessario rinnovamento delle persone, dei programmi, delle pratiche politiche degenerate dietro le quali prospera la classe politica attuale; e se non il rinnovamento, almeno il ridimensionamento;
  • quindi in favore di chi offre prospettive di operare in tale senso, mostrando nel contempo attenzione agli obiettivi che più mi stanno a cuore, il recupero del potere d’acquisto di salari e pensioni, dei diritti dei lavoratori, del ridimensionamento del ricorso al lavoro precario, ricostruzione della legalità, la lotta all’evasione e speculazione e, fondamentale, chi si proponga di finanziare le attività produttive e non il finanziamento della finanza.