Angela Pascucci: una storia di lotta e di operai cinesi che ti sarebbe piaciuta

di Loris Campetti

Quando se ne va una persona cara che ha sofferto troppo a lungo, la tua razionalità ti fa dire che è bene così, ha smesso di soffrire, soprattutto se da tempo aveva smesso di essere presente. E dopo che l’hai detto o per pudore soltanto pensato, resta l’amaro in bocca per un vuoto che nessuno colmerà e resta il dolore che la razionalità non sa curare. Angela Pascucci se n’è andata. Ha combattuto contro la malattia con la stessa forza con cui aveva combattuto contro le ingiustizie, quelle del mondo e anche quelle più piccole da lei stessa subite.

Dalla metà degli anni Settanta ho discusso molto con Angela di comunismo, di lotta di classe in Italia e, sempre di più con il passare del tempo e la crescita della sua conoscenza, di lotta di classe in Cina. Era una Cina diversa dai luoghi comuni quella che raccontava parlando più della vita e delle lotte e delle sofferenze degli operai che non del “quadro politico”. Angela li intervistava gli operai, restituiva loro il diritto di parola, cosa che non va più di moda in Cina come in Italia.

Ne parlavamo al manifesto finché ci siamo rimasti, io e lei e tanti compagni troppo legati allo spirito originario del giornale per resistere ai tempi nuovi; ne parlavamo passeggiando nell’acqua che ci arrivava alla vita nei mari di Sardegna, di Serapo o, ultimamente, di Salto di Fondi, finché la pelle non ci si raggrinziva per il freddo; ne parlavamo attraversando l’Iran o la Siria truccati da turisti; ne parlavamo a cena in divertenti sfide a base di pesce crudo e cotto. Da Angela ho imparato molte cose, sulla Cina e sulla pajata. Cosa da piangere e cose da ridere.
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Memoria e immaginario: storia operaia (orale) tra racconto degli eventi e racconto come evento

di Gioacchino Toni

Il volume di Alessandro Portelli La città dell’acciaio. Due secoli di storia operaia, nato dall’accorpamento di Biografia di una città (1985) e Acciai Speciali (2008), riesce a dar conto di diverse trasformazioni: dell’universo ternano che da rurale diviene prima industriale poi postindustriale; della storia orale che nel periodo che intercorre tra i due saggi qui riuniti da marginale è stata prima accettata e poi, forse, suggerisce l’autore, persino eccessivamente celebrata; del linguaggio degli intervistati che da «epico, vernacolare, intriso di politica, di identità e organizzazione di classe» dei più anziani, alcuni nati nel lontano 1890, diviene «ironico, disincantato, spoliticizzato, più istruito ma non meno arrabbiato» nei più giovani, specie quelli nati dopo il 1980; del registro orale che muta in scrittura e che da privato, nel divenire libro, si trasforma in racconto pubblico; dei nudi fatti storici che si modificano mescolandosi con i sogni e i desideri di chi li racconta.

Se la prima parte di questo immenso lavoro è incentrata su Terni, la seconda si apre ad una dimensione globale che tocca anche gli stabilimenti ThyssenKrupp di Nashik in India, di Ibirité e San Paolo in Brasile e di Johannesburg in Sudafrica. Nelle oltre quattrocento pagine del volume si dipana un affascinante e coinvolgente lungo viaggio tra i racconti operai meritoriamente e sapientemente raccolti e tradotti in forma scritta da Portelli che dedica l’apertura agli aspetti metodologici su cui è costruito il lavoro e ad alcune problematiche inerenti la storia orale.
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Ma come fanno gli operai

di Mauro Chiodarelli

Se vuoi ancora sentire parlare i lavoratori, operai e non, devi aspettare un libro Loris Campetti. Implacabile, ci ricorda che esistono che stanno sempre peggio e sono sempre più soli. Solitudine causata da un sistema politico ed anche sindacale, che non solo non li tutela o non è più in grado di farlo, ma che spesso “volutamente” non li vede o non li vuole vedere.

Nel suo nuovo libro, Ma come fanno gli operai (Manni editore), si intrecciano diverse storie, dalla Luxottica, alla Fincantieri, ai “pedalatori” di Foodora, alle coop reggiane miseramente fallite in mano ai “bocconiani”, ed altre ancora.

Non c’è lieto fine, non c’è all’orizzonte il sol dell’avvenire, ma il senso forte di una resistenza e di una lotta quotidiana individuale che vuole sopravvivere alla fine della lotta di classe. Attraverso le parole e le esperienze dei lavoratori, operai e non, vecchi e giovani, “tutelati” e “atipici” (ma chi lo avrà inventato questo termine idiota, come se la fatica avesse sfumature diverse) comprendi il perché di una disfatta frutto di anni di incapacità elaborazione e di ripensamento di strategie sia politiche che sindacali.
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Solidarietà con i lavoratori di Pomigliano: domani a Napoli “licenziaNO le opinioni”

Lavoratori di Pomigliano
Lavoratori di Pomigliano

Domani, venerdì 16 settembre, alle ore 9.30 presso l’antisala dei Baroni (Maschio Angioino) di Napoli si terrà il convegno nazionale dal titolo «LicenziaNO le opinioni».

Il convegno è il risultato di un lungo periodo di mobilitazione che ha coinvolto intellettuali, artisti e giuristi i quali sull’onda della vicenda dei lavoratori della Fca di Pomigliano, licenziati per aver inscenato al di fuori del luogo e dell’orario di lavoro il suicidio di un Marchionne angustiato per i lavoratori che si sono tolti la vita dopo il licenziamento, hanno firmato e sostenuto un appello con il quale hanno lanciato l’allarme sul drammatico indebolimento dei diritti dei lavoratori italiani.

Nel testo dell’appello si legge:

«Nell’indifferenza del paese, in questi ultimi decenni, il diritto del lavoro italiano è radicalmente mutato. Si moltiplicano i casi di lavoratori licenziati per aver espresso pubblicamente opinioni critiche alle scelte delle proprie aziende, anche fuori dall’orario e dalle sedi di lavoro. Licenziamenti che sono confermati nei diversi gradi di giudizio con motivazioni riconducibili all’obbligo primario di fedeltà alla propria azienda. Eppure l’articolo 2105 del codice civile dispone solo che il lavoratore non tratti affari in concorrenza con l’imprenditore, né divulghi notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o ne faccia un uso che possa recargli danno. Quest’articolo è invece fatto valere estensivamente, rubricando anche la semplice espressione di una critica come atto illegittimo. Questo principio, insieme a quello della continenza nell’esercizio della critica, sono sempre più spesso usati per limitare il dissenso e come strumento di deterrenza all’iniziativa sindacale».

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La Torino operaia degli anni Settanta

Torino, lo tsunami antioperaio tra presidi a Mirafiori e le lotte per il lavoro. In ricordo di Stefano Bonilli

di Loris Campetti

Era una brutta giornata d’autunno, l’autunno torinese. La spinta propulsiva dei 35 giorni di presidi ai cancelli di Mirafiori andava esaurendosi e crescevano le denunce per violenza privata, cioè contro i picchetti operai che disincentivavano i crumiri a varcare i cancelli o, peggio, a scavalcare il muro di cinta del gigante industriale – “il muro della vergogna”, tuonava il segretario generale della Fim Franco Bentivogli. In ballo c’erano 24 mila posti di lavoro e le conquiste di un decennio di lotte operaie.

L’appuntamento era al Teatro Nuovo, dove i vertici della Fiat guidata da Gianni Agnelli e, soprattutto, Cesare Romiti avevano convocato capi, impiegati e crumiri per invitarli alla “controrivoluzione”. Ci si aspettava qualche centinaio di “travet”, ma lo “sciafela leun” (schiaffeggia leoni, così chiamavamo Romiti) aveva lavorato bene, sguinzagliando tutti i suoi scherani: giornata di lavoro pagata e trasferta per i fuori sede. Arrivarono in migliaia, con cartelli e striscioni, grigi, brutti, rabbiosi: “Novelli, Novelli, riaprici i cancelli”, come se la protesta operaia fosse colpa del sindaco comunista. Teatro pieno, strada di fronte piena, partirono in corteo verso il comune. Io ero il cronista torinese del manifesto, Stefano quello inviato da via Tomacelli e con noi c’era un dirigente del Pci che al tempo si chiamava ancora Pci.

In tre guardavamo gli ascari del padrone sfilare, c’erano tante impiegate alla loro prima uscita sociale, emozionate e un po’ spaesate, vestite con l’abito della domenica. Stefano e il comunista (più tardi sarebbe approdato in Parlamento) si avvicinarono a una signora tirata a lucido appena uscita dal parrucchiere che alzava uno dei tanti cartelli di protesta antisindacale. “Si è fatta la permanente per l’occasione?”, chiesero con un sorriso raggiante, e lei visibilmente compiaciuta: “Sì, si nota?”. “Si nota – fu la risposta corale – ma la faccia resta sempre come il culo”. Cattiveria? No, rabbia di chi vede una storia finire, una storia iniziata un giorno d’autunno del ’69 e conclusa proprio da quella marcia dei cosiddetti 40 mila. In realtà erano al massimo la metà, e comunque una marea, violenta e fangosa. Uno tsunami antioperaio.
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Lavoratori Electrolux - Foto di Milano Today

I lavoratori nei cda: il modello tedesco che l’Italia colpevolmente ignora

di Enrico Grazzini

Confindustria e sindacati, governo Renzi, Squinzi e CGIL, destra, sinistra e centro, e perfino Grillo, Bertinotti, Ferrero e Vendola, tutti, anche se ovviamente con differenti argomentazioni, sono contro la democrazia economica. O nel migliore dei casi la ignorano. La questione democratica più urgente è certamente quella di contrastare le controriforme del Senato ed elettorali proposte dal premier Renzi. Ma in prospettiva il problema della democrazia economica non è meno importante per le sorti della democrazia italiana. Tuttavia la cultura italiana è molto arretrata su questo fronte[1].

Tutti (o quasi) sono contro la possibilità che i lavoratori possano eleggere i loro rappresentanti nei Consigli di Amministrazione delle aziende pubbliche e private e co-decidere, con pari dignità degli azionisti, le strategie e la gestione delle imprese, come invece accade da sessanta anni in Germania. Eppure la Repubblica democratica Italiana dovrebbe essere fondata sul lavoro. Ma non c’è democrazia per il lavoro nelle aziende. Il lavoro non ha voce nelle imprese ed è considerato solo un costo e non la vera fonte del valore. La mancanza di partecipazione con potere decisionale del lavoro nelle imprese danneggia sia la democrazia che l’efficienza aziendale. Senza elementi di democrazia economica la finanza speculativa vince sull’economia produttiva e i grandi capitali privati sfruttano i beni pubblici e vincono sui diritti dei cittadini. Senza democrazia nell’economia il lavoro perde senso esistenziale, intelligenza e valore economico.
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Storie di operai-pescatori e di giornalisti storiografi

Operaio in mare aperto. Conversazione su lotta, uguaglianza, libertà
Operaio in mare aperto. Conversazione su lotta, uguaglianza, libertà
di Franco Tronci

Raramente mi capita di leggere un libro tutto d’un fiato. Mi è successo, di recente, per un testo, Operaio in mare aperto. Conversazione su lotta, uguaglianza, libertà, scritto da Gianni Usai con Loris Campetti. L’occasione mi ha anche consentito di scoprire che fa parte di una collana ( Palafitte) delle edizioni del Gruppo Abele che ha per dominante la Conversazione come occasione di scrittura e di racconto. La scelta editoriale dell’incontro fra le persone  e del dialogo vis à vis, in presenza, non è cosa da poco nell’epoca della comunicazione in assenza, della confusione fra tecnologia e significato, del narcisismo calligrafico e del culto del messaggio breve.

Nel caso del testo in oggetto, all’oralità è delegato il compito della ricostruzione dell’esperienza e dello scavo nella memoria, alla scrittura quello dell’ordine e della forma del racconto. Non guasta se ad agevolarle entrambe soccorra un’antica e cementata amicizia. Argomento centrale del volumetto è la vita di una personalità singolare di operaio-pescatore, Gianni Usai, che emigrato giovanissimo da Arbus a Torino con la famiglia, ha trascorso una buona parte dei suoi anni da operaio alla FIAT diventando protagonista di una stagione irripetibile di lotte politiche e sindacali, gli anni Sessanta e Settanta del “secolo breve”, per poi ritornare in Sardegna e costruirsi, con lo stesso impegno e tenacia e la collaborazione di un gruppo di pescatori della costa occidentale dell’Isola, un destino da cooperatore, organizzatore, esperto (ed altro) nell’industria ittica sarda.
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1 maggio, il riscatto del lavoro - Foto di iMec - Giornale metalmeccanico

IMec: autogestire il futuro, le fabbriche senza padrone

di Francesco Bravi

Buyout, nel gergo tecnico si chiamano così. Tradotto in termini concreti, si tratta di quelle operazioni attraverso cui un gruppo di gestori subentrano nella direzione di un’attività: l’unico rimedio alla chiusura, quando è fallita o compromessa. Una risorsa tecnica che, nel contesto della crisi, è diventata qualcosa di più, e cioè il tentativo in embrione di un programma sociale e un progetto di modalità alternative di produzione. È questa infatti la base su cui i lavoratori di diverse aziende hanno costruito le loro esperienze di autogestione.

Alcune storie di fabbriche ieri chiuse e oggi “recuperate” sembrano delineare vere e proprie vite parallele. Le loro vicende si assomigliano, da un capo all’altro dell’Italia: una proprietà multinazionale è scappata, vittima dei suoi stessi debiti, e gli operai hanno dovuto scegliere tra un presidio, magari lungo mesi, di impianti e capannoni, e la dispersione di sapere e patrimonio produttivo.

Hanno costituito quindi delle cooperative e si sono rimessi a lavorare da soli, rovesciando la propria posizione attorno allo scacchiere della desertificazione industriale, da pedine a giocatori, padroni almeno del proprio destino. Casi emblematici, insomma, di un tempo come il nostro di distruzione dell’occupazione e rinuncia a qualsivoglia industria – anche se in buona salute, perché la speculazione fa moltiplicare il denaro di più e più rapidamente della produzione -, salvo che nell’esito: un finale di rinascita. Come alla Maflow, nell’area di Milano sud, o alla ex Evotape, tra Santi Cosma e Damiano e Castelforte, in provincia di Latina.
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Jabil (ex Nokia), Milano: aggrappati da 19 mesi al proprio futuro

Jabildi Gabriele Polo

Da diciannove mesi sono senza lavoro e dal luglio del 2011 presidiano la fabbrica per evitare che venga svuotata dai macchinari e ritrovarsi disoccupati. Sono i 322 dipendenti della Jabil di Cassina de Pecchi, un tempo Siemens, quando nel sito alle porte di Milano lavoravano in 3.000, prima di un serie di dismissioni ed esternalizzazioni. La fabbrica è nata nel 1964 da una filiazione della Marelli, quando Cassina era poco più di una cascina. Poi la cittadina è cresciuta attorno allo stabilimento – che ha “portato” pure la fermata della metropolitana – il cui fiore all’occhiello era il reparto di ponti radio.

Nel 2007 tutto passa alla Nokia che dopo pochi mesi vende proprio quel reparto di punta e i suoi lavoratori alla Jabil, multinazionale americana di circuiti elettrici “specializzata” in compravendite di rami d’azienda in crisi. Crisi che a Cassina è arrivata con la fuga degli investimenti pubblici nel settore delle telecomunicazioni. Perché i ponti radio che qui si producono – un tempo grandi come armadi e oggi piccoli come scatole, ma sempre pieni di tecnologia e professionalità – “trasferendo segnali” da un punto del mondo all’altro ci permettono di telefonare, guardare la televisione e sentire la radio, sono essenziali per la vita di oggi, ma hanno bisogno di investimenti per ricerca, innovazione, sviluppo; difficilmente si può fare a meno dell’intervento statale, politica che dalle nostre parti è andata in dismissione insieme a tanta parte dell’industria italiana.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Morire d’Ilva: diossina, veleni e strutture insicure. Storia di una strage senza fine

di Loris Campetti

Ciro aveva 42 anni e faceva il manutentore dell’area a caldo. È morto precipitando dall’altezza di dieci-quindici metri per il crollo di una passerella posticcia, dopo più di 10 anni di Ilva. Antonio, 46 anni, è precipitato insieme a Ciro, è ferito ma per fortuna ancora vivo. Sono loro le ultime vittime in ordine di tempo della fabbrica della morte di Taranto. Il 30 ottobre era toccato a Claudio, 29 anni, schiacciato tra due convogli.

Il 29 novembre un altro operaio morto sempre in quota Riva, sempre a Taranto: Francesco faceva il gruista nell’area portuale quando è passato il tornado con la sua forza devastante, travolgendo gru e gruista. I dirigenti del padrone delle ferriere volevano costringere gli altri gruisti a prendere in fretta il posto di Francesco, ancor prima che il suo corpo venisse ripescato in mare, senza neanche verificare le condizioni di sicurezza delle gru. C’era una ragione: il collaudo previsto non era stato fatto.

Forse Ciro non è l’ultima vittima dell’Ilva di Taranto. Forse, in silenzio, senza scioperi indetti dai sindacati, senza fare notizia, nel quartiere di Tamburi dopo Ciro è morta una bambina, o un disoccupato, o una casalinga, o un operaio dell’altoforno, per un tumore al fegato, o al rene, o al polmone. Uccisi dalla diossina sparata dalla bocca velenosa del camino E312 alto 220 metri che minaccia 200 mila tarantini, o dalle polveri di ferro portate dal vento di maestrale dai parchi minerari scoperti di Riva nei quartieri che circondano la fabbrica.
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