Un letterato, dunque un niente: Franco Fortini nel centenario

di Luca Mozzachiodi

Con queste parole prendeva congedo nel suo ultimo scritto pubblico Franco Fortini, ma a dare una rapido colpo d’occhio alla sua biografia, in realtà una delle tante di intellettuali militanti, oggi categoria estinta o, anche peggio, totalmente a buon mercato e soprattutto a mercato troviamo ben altro che un dotto poeta professore.

Perseguitato da giovane per le sue origini ebraiche si convertì al cristianesimo evangelico e più tardi durante la guerra l’armistizio lo colse in servizio militare e dovette rifugiarsi in Svizzera da dove rientrò in Italia per combattere con le formazioni partigiane della Repubblica dell’Ossola. Nei campi profughi dove si raccoglievano gli esuli di tutta Europa scoprì l’internazionalismo proletario, lesse Marx, si iscrisse al Partito Socialista.

Tornato in Italia collaborò a quasi tutte le principali riviste di cultura e di riflessione politica legate alla classe operaia dal Politecnico di Vittorini, di cui fu redattore principale, a Discussioni e Ragionamenti; negli anni Sessanta fu tra coloro che per primi e più lucidamente si avvidero dei cambiamenti in seno alla classe operaia, alla politica dei partiti e all’industria culturale e fu vicino ai gruppi di sociologi e scrittori militanti di Quaderni Rossi e Quaderni Piacentini; in queste riviste che animò sempre con grande fervore, convinto com’era che la costruzione dei propri strumenti e delle comunità di lavoro fosse nei fatti anche la costruzione del socialismo, pubblicò alcuni saggi e scritti fondamentali per tutto il ripensamento delle nuove categorie di pensiero, di cultura e di lotta politica degli anni Sessanta.
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Stolpersteine: a imperituro ricordo di chi era ritenuto asociale

di Franco Di Giangirolamo

Chi visita Berlin è indotto più facilmente a stare a testa all’insù che a guardare a terra, a meno che non si tratti di strisce pedonali, di opere dei “madonnari”, di tracce segnalate del “muro” o di artisti di strada dalla fantasia molto sviluppata. Perciò, benché siano poco meno di 7.000, non è raro che passino inosservate le “stolpersteine”, letteralmente “pietre d’inciampo”, sparse per tutta la città.

Simili ai sanpietrini, sono pietre con una placca di ottone delle dimensioni di 10×10 centimetri, che vengono collocate a terra sul marciapiedi o sulla strada, in ricordo di persone perseguitate dal nazionalsocialismo. Il progetto fu avviato dal 1996 dall’artista Gunter Demnig di Colonia e si sta realizzando in circa 1.000 città e comuni tedeschi e in 18 paesi europei. Sono oltre 55.000 le stolpersteine collocate a ricordo di persone di religione ebraica, di etnia Rom e Sinti, di giovani e adulti inseriti nel programma di eutanasia, di membri della Resistenza politica e religiosa, di omosessuali, di Testimoni di Geova e di chiunque fosse ritenuto asociale.

Le pietre hanno inciso il nome, data e luogo di nascita e di morte e la ragione per cui sono stati perseguitati, internati, maltrattati, torturati e deportati e sono deposte nei luoghi dove le vittime del nazionalsocialismo vivevano o dove sono stati prelevati.
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Riflessioni sull'olocausto

A proposito del Giorno della Memoria: perché è importante ricordare

di Claudio Cossu

Ha scritto Elena Loewenthal (Add ed. Torino, 2014): “Appena il treno giunse ad Auschwitz – erano circa le ore 21 del 26 febbraio 1944 -, i carri furono rapidamente fatti sgombrare da numerose Ss, armate di pistola e provviste di sfollagente; e i viaggiatori obbligati a deporre valigie, fagotti e coperte lungo il treno. La comitiva fu tosto divisa in tre gruppi: uno di uomini giovani e apparentemente validi, del quale vennero a far parte 95 individui; un secondo di donne, pure giovani – un gruppo esiguo, composto di sole 29 persone – e un terzo, il più numeroso di tutti, di bambini, di invalidi e di vecchi… Si ha ragione di credere che il terzo sia stato condotto direttamente alla camera a gas di Birkenau e i suoi componenti trucidati nella stessa serata…”

Come si fa a scendere a patti con una storia così? Come si fa a farci i conti? A togliersela dalla testa, a non trasformarla in un’ossessione, a evitare che ti si aggrovigli dentro? A pensare che possa lasciarti in pace anche soltanto per un momento, per tutti i giorni della tua vita? Rimuovere la Shoah dall’universo della mia coscienza e del mio inconscio, soprattutto.

Ebbene, a questa tentazione, a questa volontà di rimozione, io dico con determinata fermezza: no. Voglio che il ricordo di tutto questo orrore resti incatenato a una perenne immobilità, voglio incatenare la visione di quei vagoni piombati, la sofferenza di quelle torture, quel numero tatuato sul braccio di ognuno, quelle urla disumane dei guardiani, quel latrare di cani, quelle fucilazioni di massa.
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Riflessioni sul ricordo pubblico dell’olocausto in Germania / 3

Riflessioni sull'olocausto
Riflessioni sull'olocausto
di Susanna Böhme-Kuby

(Prima seconda parte). Hermann L. Gremliza, editore del mensile politico “Konkret”, annota, nel 1995, come la riflessione storica e le ammissioni di colpa siano diventati più a buon mercato, ora, che la svolta generazionale è ormai compiuta anche nell’establishment politico: “Sulla sedia del Presidente della RFT non siede più nessuno che abbia conferito il potere al Führer (come Theodor Heuss)”[n.d.A.: primo presidente della RFT,1949-59, che aveva votato nel 1933 l’Ermächtigungsgesetz a favore di Hitler] “nessun architetto di baracche per i lager (come Heinrich Lübke)” [secondo presidente RFT,1959-1969] “nessun membro di spicco del partito NS (come Walter Scheel)” [quarto presidente RFT, 1974-1979] “o della SA (come Karl Carstens)” [quinto presidente RFT. 1979-1984].

“Nella Cancelleria non c’è più nessun confidente del Reichssicherheitshauptamt (come Ludwig Erhardt)” [Ministro per l’economia,1949-1963, padre del Wirtschaftswunder e della cosiddetta “economia sociale di mercato”, poi secondo Cancelliere federale,1963-66, dopo Adenauer,1949-63] “e nessun stretto collaboratore di Josef Goebbels (come Kurt G.Kiesinger)” [terzo Cancelliere federale, 1966-69]. “E nemmeno il Consiglio di Amministrazione della Deutsche Bank è più presieduto (dal 1994 ) dall’uomo che aveva controllato l’attività produttiva dell’IG Farben ad Auschwitz-Birkenau (ovvero Hermann Josef Abs).” [Abs fu direttore della Deutsche Bank dal 1938 al 1945, tra l’altro responsabile della “Arisierung” del patrimonio degli ebrei europei, che siedeva nel 1942 in ben quaranta Consigli di Amministrazione delle grandi imprese tedesche, compreso quello dell’IG Farben. Condannato come criminale di guerra in Jugoslavia a 15 anni di lavori forzati, non venne consegnato dalle truppe inglesi, ma venne chiamato nel 1948, nella Bizona anglo-americana, a dirigere la Banca per la ricostruzione (KfW) e il Piano Marshall e poi nella RFT riprese le file della Deutsche Bank, di cui fu presidente dal 1957 al 1967 e in seguito presidente onorario fino alla sua fine. Nel 1994 il banchiere dei nazisti mori a 93 anni, pluridecorato e venerato da tutti). [Per non nominare Hans Globke, dal 1949 il più stretto collaboratore di Adenauer alla Cancelleria della RFT, che nel 1935 fu l’autore dei commenti alle leggi razziali di Norimberga.]
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Riflessioni sul ricordo pubblico dell’olocausto in Germania / 2

Riflessioni sull'olocausto
Riflessioni sull'olocausto
di Susanna Böhme-Kuby

(Prima parte). Sono numerose le testimonianze di quel fenomeno descritto come Flucht vor der Wirklichkeit, che è una fuga non solo davanti alla realtà, ma anche davanti alla responsabilità. Franco Fortini ha osservato quella stessa perdita di senso della realtà, descritta da Arendt come incapacità di valutare e di comprendere: “L’immensità delle stragi e della distruzione non spinge affatto gli uomini a vivere in modo diverso, a cercarsi un cuore nuovo; ma solo a ripararsi alla meno peggio nelle vecchie grotte dell’anima. Favorita dalla politica occidentale, la borghesia tedesca, appena ha potuto, ha gettato sul vuoto di una generazione i luoghi comuni più filistei.” (Diario tedesco, 1949 ) Continua Fortini: “E senti che questo aiutare a rendere vano il tentativo di vita nuova che vedi (…) è colpa anche più grave che prepararsi ad armare le compagnie di ventura tedesche e a giustificarle fin d’ora in nome della civiltà [occidentale] e dello spirito.”

Qui viene chiamato in causa la politica degli alleati occidentali e il ruolo accondiscendente della borghesia tedesca e si fa riferimento alla rapida dissoluzione dell’alleanza dei vincitori dopo lo scoppio delle bombe atomiche in Giappone nell’agosto del ’45. La superiorità militare statunitense fa da premessa per la seguente Guerra fredda. Le zone occidentali della Germania (Bizone/Trizone 1948) diventano il nucleo della RFT (1949), e il principale baluardo degli USA contro il blocco sovietico. Questo ha determinato tutto il futuro tedesco (ed europeo), e garantito la continuità di fondo delle strutture economiche e sociali, ma anche ideologiche del capitalismo tedesco. (Bisognerebbe aprire una parentesi sull’immediato dopoguerra, in cui il capitalismo sembrava essere superato persino nel programma di Ahlen della CDU (1947): “Il sistema capitalistico si è rivelato inadeguato agli interessi vitali dello stato e della società tedesca”, ma presto si chiuse ogni prospettiva alternativa per una Germania non allineata e democratizzata anche nelle sue strutture economiche, prevista ancora dagli Accordi di Potsdam, 1945).
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Riflessioni sull'olocausto

Riflessioni sul ricordo pubblico dell’olocausto in Germania / 1

di Susanna Böhme-Kuby

Ho colto l’invito di Marco Borghi a parlare di questo argomento complesso per illustrarvi – ovviamente solo a grandi linee – su quale fondamento poggino il monumento all’Olocausto e i rispettivi musei eretti a Berlino a partire dalla fine dello scorso millennio. Da non pochi visitatori questi luoghi vengono percepiti come testimonianza visibile del fatto (presunto) che la Germania abbia “elaborato” il suo passato meglio di altre nazioni in Europa. Vorrei ripercorrere questa storia dall inizio, nel tentativo di mostrarne la complessità. Una complessità maggiore di quanto questa conclusione apparentemente positiva, ma in realtà affrettata, non farebbe pensare.

Si può costatare, a 70 anni dalla fine della II.guerra mondiale e dalla scoperta dei suoi orrori, che la memoria del passato non ha – tra rimozione e eterno ritorno – guadagnato in profondità e complessità, ma piuttosto in superficialita e semplificazione. Ciò non soltanto, ma in modo particolare, in Germania (e non parlo qui della ricerca storica, bensì della memoria pubblica, collettiva e politica.) Per comprenderne il motivo occorre indagare le coordinate storico-politiche contingenti, che sono le premesse del mainstream della percezione pubblica nella Germania dei Täter(carnefici). Lascio da parte quindi il ricordo individuale che riaffiora anche in una più recente Erinnerungskultur(cultura della memoria). Mi piace però ricordare la constatazione di Christa Wolf, in Trame d’infanzia, del 1976: “Il passato non è morto; e non è nemmeno passato. Noi ci stacchiamo da esso fingendoci estranei”.

Sappiamo che la memoria dell’Olocausto non è monolitica, ma comprende molte narrazioni a secondo dei contesti e delle prospettive, di vittime e carnefici – in Germania, anzi nelle due ex-repubbliche tedesche, in Israele e altrove. Così come ogni memoria è un mosaico costituito da molti elementi a loro volta determinati dal rispettivo presente.
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Stragi naziste a Civago e Cervarolo - Archivio Istoreco

Giorno della memoria: fare i conti con la storia, finalmente

di Marino Sinibaldi, direttore di Radio3

L’enorme tensostruttura bianca montata da qualche giorno di fronte all’ingresso di Birkenau per accogliere le celebrazioni del settantesimo anniversario della liberazione dei lager nazisti pare il simbolo più evidente delle difficoltà, gli incagli, gli equivoci che gravano sulla nostra memoria.

Con il suo ingombro accecante, con il suo lindo nitore, il tendone deforma irrimediabilmente – anche se temporaneamente – la cifra di quel luogo. Birkenau si estende infatti come un nudo spazio di sterminio, senza volumi né colori, un’enorme spianata putrida e decomposta da sempre, anche quando era “in piena attività” (formula oscena, che non si può non virgolettare quando alluda al funzionamento spietato della macchina del genocidio), un territorio arido e fangoso squadrato dalla logica dell’orrore e destinato unicamente alla nullificazione delle esistenze che riceveva in consegna: ogni cosa – le baracche tutte uguali, la scarna rete di viali, i famosi, tragici binari, perfino le fragili betulle ai margini – converge verso le camere a gas con i crematori capaci di lavorare a ritmi mai visti, liquidando migliaia di persone al giorno.

Non c’è altro, non avrebbe senso cercarci altro. Il cosiddetto campo base di Auschwitz, per dire, è già diverso: ci sono edifici, padiglioni, angoli di strade, spazi trasformati in musei. Nulla di meno feroce: il cieco cortile con lo stretto “muro della morte” è visione di ineguagliabile atrocità. Ma perfino la terribile esibizione dei resti del lager, le raccolte di oggetti, valigie, capelli strappati alle vittime, contengono una traccia di umanità, consentono un’emozione e una narrazione. A Birkenau nulla di tutto questo sembra possibile, come non ci fossero appigli per i nostri pensieri e le nostre parole.
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