Olivetti

Amianto in Olivetti: la fabbrica perfetta non esiste

di Federico Bellono, segretario Fiom di Torino

Quella delle morti per amianto in Olivetti, oltre che dolorosa, è una vicenda complessa che copre un periodo che va dagli anni ’60 agli anni 90: noi stessi, come Fiom, insieme alla Cgil e ai nostri legali, da mesi stiamo lavorando, con il prezioso contributo di ex delegati e dirigenti della Fiom, per ricostruire quanto è avvenuto, allo scopo di svolgere innanzitutto quel ruolo di servizio e assistenza ai lavoratori che ci è proprio e che ci ha portato ad aprire uno sportello informativo in questi giorni.

Al momento la Procura sta indagando su 20 casi di mesotelioma pleurico, relativi a 16 lavoratori deceduti e 4 ammalati e nel registro degli indagati sono iscritte 24 persone, tra cui Carlo De Benedetti e Corrado Passera, per il ruolo svolto in azienda fino a metà anni Novanta. Proprio per questa ragione, però, trovo incredibile che alcuni, a partire dal sindaco di Ivrea, abbiano dato l’impressione di avere come prima preoccupazione quella di “assolvere” i vertici aziendali: non va dimenticanto che la magistratura nell’unico procedimento a oggi arrivato a sentenza ha già riconosciuto la colpevolezza dell’azienda in ben due gradi di giudizio, e il processo si è fermato prima della Cassazione solo per il decesso dell’amministratore delegato dell’epoca Ottorino Beltrami. Cioè le carte processuali hanno dimostrato che l’Olivetti era consapevole della pericolosità di determinate sostanze e agì con grande ritardo.

Peraltro c’è un punto fondamentale per capire questa storia: non stiamo parlando tanto di amianto presente sui tetti o intorno alle tubature, come in tanti casi analoghi, bensì di sostanze (tremolite, ferobesto) usate nel processo produttivo per agevolare le attività di montaggio di macchine da scrivere elettroniche, telescriventi e altri apparati, e quindi trattate manualmente dai lavoratori.
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Olivetti

Olivetti, la macchina del cancro

di Loris Campetti

Siccome gli imprenditori vanno trattati sempre con rispetto, a differenza dei lavoratori e della loro salute, ora si usa dire che il killer di Ivrea è l’amianto, e non invece chi lo faceva manipolare a operai e tecnici, pur conoscendo la gravissima pericolosità della sostanza. Cognome amianto, nome proprio tremolite, familiarmente chiamato talco perché come tale veniva utilizzato a mani nude dai dipendenti Olivetti per facilitare il montaggio di componenti in gomma.

La tremolite è un composto di fibre di amianto polverizzate che si appiccicavano a tutto l’apparato respiratorio, ma anche ai camici. Quando i dipendenti dell’azienda di Ivrea smontavano dal turno di lavoro riportavano a casa quei grembiuli letteralmente ricoperti da uno strato di veleno. Chi ha seguito la vicenda drammatica dell’Eternit con il suo portato di morte per migliaia di lavoratori, dei loro familiari e di chi viveva nei dintorni dello stabilimento di Casale Monferrato, capisce di cosa si stia parlando. Forse, almeno questa è la speranza, la differenza sta soltanto nei numeri, che alla Olivetti dovrebbero essere meno catastrofici.

Ma se i casi che hanno consentito alla procura di Ivrea di avviare una nuova inchiesta sono una ventina – la maggior parte composta da lavoratori già deceduti, gli altri affetti dal classico mesotelioma pleurico che non perdona – nell’arco di poco tempo le indagini, sia quelle giudiziarie che quelle avviate dalla Fiom che ha aperto uno specifico sportello, stanno portando alla luce molti più casi di dipendenti Olivetti ammalati o deceduti, sia a Ivrea che, probabilmente, negli stabilimenti meridionali dell’azienda. Non è escluso che il conteggio dia una cifra vicino a 100, ma è azzardato fare numeri, dato che le conseguenze dell’asbesto si possono manifestare anche molti anni più tardi rispetto al periodo in cui è avvenuta l’esposizione e gli esperti prevedono che il picco della malattia si avrà nel 2015.
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