Usiamo il reddito di cittadinanza per ridurre orario e disoccupazione

di Piergiovanni Alleva

Il reddito di cittadinanza costituirà un’importante misura sociale “anti-povertà”, ma anche un impegno finanziario molto pesante per il bilancio statale, e da più parti è quindi giunta la domanda se non sarebbe meglio cercare di eliminare la povertà abolendo anzitutto la disoccupazione, che affligge oltre 3 milioni di cittadini, di cui moltissimi giovani.

Erogare al giovane disoccupato e povero – si è detto – un reddito di cittadinanza è, in sé, giusto ed umano, ma sarebbe infinitamente meglio procurargli un lavoro, così da consentirgli di vivere davvero, e non solo di sopravvivere. La legge, per il vero, prevede che i Centri per l’Impiego agiscano in tal senso, e addirittura che l’importo del reddito di cittadinanza vada al datore di lavoro che eventualmente assuma quel giovane, ma non c’è assolutamente alcuna certezza che giungano davvero offerte di lavoro, ed in numero sufficiente.

Eppure, a nostro giudizio, c’è una via per riassorbire ed abbattere la disoccupazione, in specie giovanile, in modo certo, sicuro e rapido, e, soprattutto, senza aumentare l’onere che le finanze pubbliche si sono accollate con il reddito di cittadinanza. La via – lo anticipiamo subito – è quella di utilizzare le risorse finanziarie che sarebbero assorbite dal reddito di cittadinanza per redistribuire il lavoro “che c’è”, riducendo, senza penalizzazione economica, gli orari di lavoro, ed allo scopo forniremo esempi numerici assumendo, in via convenzionale e dimostrativa, l’importo “standard” del reddito di cittadinanza che è di € 780,00 mensili.
Leggi di più a proposito di Usiamo il reddito di cittadinanza per ridurre orario e disoccupazione

La scienza del Sessantotto: i 70 giorni dell’occupazione di Fisica

di Bruno Giorgini

Introduzione

Il 14 febbraio del 1968 l’assemblea degli studenti di fisica decise a grande maggioranza l’occupazione dell’ala didattica dell’Istituto Righi, in via Irnerio (a quel tempo i dipartimenti non esistevano). Pochi giorni dopo, il 27 febbraio, l’occupazione si estese a tutto l’Istituto, bloccando anche le attività di ricerca. Non era mai successo in Italia e, se si esclude la Francia durante il maggio, neppure all’estero che venisse occupata un’area destinata alla ricerca scientifica, con laboratori e officine, per un tempo così lungo, 70 giorni.

Un tempo di scontri politici e ideologici, discussioni, azioni, terminato con lo sgombero da parte della Polizia. Un tempo che merita di essere raccontato e ripensato non per nostalgiche rievocazioni, ma perchè alcune delle questioni in gioco oggi all’università non si discostano molto da quelle che allora si posero, rimanendo sostanzialmente irrisolte. Un racconto parziale, monco, pieno di buchi, senza alcuna pretesa di esattezza storica. E neppure di polemica con chicchessia. Semplicemente il ricordo di uno che allora giovanissimo studente, prese parte.

L’Istituto di Fisica A. Righi

L’artefice massimo dell’Istituto e delle sue fortune fu Giampietro Puppi, fisico insigne e di chiara fama. Aveva un’idea avanzata del ruolo della ricerca scientifica, e vedeva nella fisica non solo un luogo di conoscenza accademica, ma un motore dello sviluppo economico. Proprio in nome di questa concezione egli definì le due gambe su cui far crescere e camminare l’Istituto.
Leggi di più a proposito di La scienza del Sessantotto: i 70 giorni dell’occupazione di Fisica

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Jobs Act: cronaca di un fallimento annunciato

di Valeria Cirillo, Dario Guarascio e Marta Fana

Come risposta alla crisi del 2008, le economie della periferia europea hanno adottato politiche deflattive con l’obiettivo di recuperare competitività e far ripartire crescita ed occupazione. Il tutto in completa ottemperanza ai dettami della visione neoliberista che egemonizza l’agenda di politica economia europea. In Italia, la legge 183 del 2014, evocativamente denominata ‘Jobs Act’, ha svolto un ruolo chiave determinando uno storico cambiamento nell’equilibrio delle relazioni industriali. Portando a completamento il percorso di riforma cominciato all’inizio degli anni 90, il Jobs Act ha sancito un definitivo livellamento verso il basso delle tutele dei lavoratori. Le più rilevanti modifiche introdotte dalla legge riguardano:

  • i) l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale a ‘tempo indeterminato’, pensata per divenire la forma prevalente nel sistema italiano, che elimina ogni obbligo di reintegro del lavoratore nel caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo oggettivo (tranne nei casi di dimostrata discriminazione o di licenziamento comunicato oralmente);
  • ii) l’introduzione della videosorveglianza per mezzo di dispositivi elettronici – misura che ha dato adito a forti polemiche circa la violazione della privacy e delle libertà individuali;
  • iii) la completa liberalizzazione dell’uso dei contratti atipici.

In particolare, per i contratti a termine viene meno per i lavoratori il diritto all’assunzione a tempo indeterminato e al risarcimento monetario nel caso di superamento da parte dell’azienda del limite del 20% del totale dell’organico a tempo indeterminato. È stato inoltre aumentato il tetto al reddito percepibile tramite lavoro accessorio, incentivando di fatto l’uso dei voucher – rapporti di lavoro senza alcuna garanzia e tutela per i lavoratori – da parte delle imprese.
Leggi di più a proposito di Jobs Act: cronaca di un fallimento annunciato

Memoria storica a Trieste: gli strafalcioni di Repubblica

La liberazione di Trieste
La liberazione di Trieste
di Claudio Cossu

Sapevamo che la storia e le vicende tumultuose, sofferte ma, infine, gloriose della lotta al fascismo negli anni 1920-1943 e della guerra di liberazione dal nazifascismo, in seguito, negli anni 1943-45 riguardanti il confine orientale del Paese, ed in particolare Trieste e l’Istria, fossero poco conosciute se non ignorate dagli italiani. Ma questa volta – oltre ad avere una sconfortante conferma di tale realtà – la memoria storica e, conseguentemente, l’opinione pubblica e il sentimento antifascista di queste terre sono state stravolte e rese maggiormente confuse proprio dal quotidiano Repubblica, che vanta tradizioni e “battaglie” progressiste nell’informazione, nel contesto della cultura civile, soprattutto dei giovani, nell’intera penisola.

L’edizione del 26 ottobre scorso, infatti, rivelava un’imprecisione e una impreparazione storica e politica imperdonabili che mai ci saremmo aspettati. La città giuliana, infatti, ad avviso di codesto giornale – in data 26 ottobre 1954 – sarebbe stata “liberata dai bersaglieri” che avrebbero messo in fuga l’Armata Jugoslava, partita, peraltro, nel lontano 12 giugno 1945 dalla città, omettendo tutta l’Amministrazione anglo-americana vigente a Trieste dal 1945 al 1954.

Dire stupefacente è, senza dubbio, troppo poco e diciamo invece – con mestizia – che risulta sconfortante. L’Amministrazione italiana – tout court, sostituì semplicemente, come noto, quella anglo-americana, a conclusione di accordi e trattative terminate con il famoso “Memorandum di Londra” del 1954 e con l’assenso della diplomazia politica Jugoslava che otteneva, come contropartita, la cosiddetta “Zona B” (da Capodistria-Koper fino al fiume Quieto, circa, nei pressi di Cittanova – Novigrad).
Leggi di più a proposito di Memoria storica a Trieste: gli strafalcioni di Repubblica

Bologna, ricordi di un cinema occupato in una notte di autunno

di Noemi Pulvirenti

È autunno e arriva il primo freddo; in via Righi affianco al Teatro Comunale un tappeto di foglie gialle ricopre il suolo e a Bologna arriva la pioggia, compare il primo velo sottile di nebbia mattutino e tu tiri fuori il cappotto, quel cappotto, che nonostante gli anni continui a sentire sempre il tuo.

Ogni anno le strade si svuotano per poi ripopolarsi; i giri cambiano, e questo fa sì che niente sia uguale a prima ma allo stesso tempo, perdiamo la memoria, i ricordi delle nostre giornate scivolano via insieme alle stagioni. Quella notte invece fu unica, talmente singolare da rimanere così nitida tra i miei pensieri, a tal punto da credere che sia successo ieri; e invece sono passati ben due anni, 24 mesi e per la precisione 730 giorni 13 ore 50 minuti e 24 secondi.

Quelli che come me hanno vissuto quella serata la ricorderanno come “La lunga notte dei corti” al cinema Arcobaleno di Bologna, che da ben 5 giorni era stato occupato dal collettivo Santa Insolvenza. Ricordo l’ingresso principale e la scala che portava giù negli abissi, e più scendevo più sentivo il cuore battere; persone salivano, scendevano, qualche faccia conosciuta e poi ancora scale fino ad arrivare finalmente alla sala con lo schermo.

La sala era grandissima, ma chissà perché nelle reminiscenze ci ricordiamo sempre tutto più spazioso di quello che è in realtà. C’erano persone sedute sulle poltrone di velluto verde, e se il colore non è quello non importa. Un vociferare inferocito, un proiettore video eretto su un’impalcatura e c’era qualcuno che stava parlando al microfono. Quella sera ognuno poteva portare il proprio film e se voleva, presentarlo alla sala.
Leggi di più a proposito di Bologna, ricordi di un cinema occupato in una notte di autunno

Pisa, municipio dei beni comuni

Speculazioni a Pisa, da oggi il municipio dei beni comuni è sotto sequestro

di Lorenzo Carletti

Nella città del presidente del consiglio da ieri non si parla né di governo né di minacciate dimissioni dei parlamentari Pdl: il tema del giorno è lo sfratto dell’ex Colorificio. Perché infinela sentenza è arrivata e, dopo l’intervento accorato di Paolo Maddalena (ex vicepresidente della Corte
Costituzionale) e di Stefano Rodotà, nessuno si aspettava che fosse così dura: il tribunale di Pisa ha disposto il sequestro immediato dell’ex Colorificio, occupato 11 mesi fa dalla cittadinanza con l’obiettivo di toglierlo dal degrado e restituire a un’ampia zona della città – abbandonata da 8 anni – la sua funzione di “area produttiva e di servizi” contro l’ennesimo progetto speculativo.

L’area, infatti, si trova a pochissima distanza dalla torre pendente e proprio qui aveva deciso d’insediarsi la variegata comunità del progetto Rebeldìa, ribattezzatasi Municipio dei Beni Comuni perché divenuta sempre più ampia. Il progetto Rebeldìa affonda le sue radici nel 2003, nell’occupazione di alcuni locali abbandonati e poi di altri ancora, dati in concessione temporanea dall’Università di Pisa. Qualcuno ha detto che, come un novello Re Mida, qualsiasi cosa Rebeldía tocchi questa si trasforma in oro, difatti l’Università ha recuperato quegli spazi e ne ha
fatto dei poli didattici.

Nel 2006 si era comunque giunti a un accordo con Università, Comune, Provincia e Diritto allo Studio, ottenendo in concessione gli ex depositi CPT vicino alla Stazione centrale. Quartiere difficile, ma qui Rebeldía è letteralmente esploso: la rete si è allargata fino a oltre 30 associazioni, sono nati un cinema e una biblioteca permanenti, la più grande palestra di arrampicata indoor della regione, una scuola d’italiano per migranti ove circolavano centinaia di studenti, un punto distribuzione dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) e tanto altro ancora. Un mondo in espansione, variegato e riconosciuto da migliaia di cittadini.
Leggi di più a proposito di Speculazioni a Pisa, da oggi il municipio dei beni comuni è sotto sequestro

Bologna, Asia-Usb: “10 mila immobili del Comune sfitti, li usi chi non ha casa”

Diritto all'abitare - Foto di Zic.it
Diritto all'abitare - Foto di Zic.it
di Francesca Mezzadri

“Ci sono circa 10 mila immobili sfitti di proprietà comunale disabitati e un alto numero di persone senza fissa dimora – migranti ma anche famiglie con bambini – che rappresentano un grosso disagio sociale. E quindi noi ci chiediamo: che cosa impedisce che gente senza casa e case senza gente si uniscano per affrontare un problema comune?”

È un interrogativo che si pone Fabio di Asia-Usb, l’Associazione inquilini e assegnatari dell’Unione sindacale di base, che presidia da gennaio insieme ad altri ragazzi l’ex-caserma Sani di via Ferrarese a Bologna, di proprietà del Demanio e attualmente in disuso. La ex-caserma è abbandonata e in forte degrado, così come lo erano lo stabile privato di via Achillini e l’ex istituto Beretta, occupati da Asia-Usb l’anno scorso e sgomberati dopo pochi mesi dal Comune di Bologna.

Due giorni fa è stata invece la volta dei dormitori di via del Milliario, via Pallavicini, via Sabatucci e via del Lazzaretto, dove gli attivisti di Asia-Usb hanno organizzato 48 ore di presidio con gli ex-ospiti delle strutture. Questi dormitori hanno ospitato oltre agli homeless anche i profughi provenienti dal Nord Africa fino alla fine di marzo. Ora, con la fine dell’inverno e del piano freddo che aveva prolungato i tempi di permanenza, i migranti sono stati lasciati “liberi” con un bonus di 500 euro e senza alcuna prospettiva, la stessa che hanno i senzatetto costretti anch’essi ad andarsene.
Leggi di più a proposito di Bologna, Asia-Usb: “10 mila immobili del Comune sfitti, li usi chi non ha casa”

Brasile, Maracanã occupato e sgomberato in vista del mondiali di calcio 2014: la storia per parole e immagini

Il prossimo anno in Brasile si giocheranno i mondiali di calcio e, tra le attività preparatorie, c’è anche lo sgombero di uno stabile accanto allo stadio Maracanã. Come racconta Internazionale con un breve testo e immagini: Il 22 marzo la polizia di Rio de Janeiro ha circondato l’ex Museu do índio intorno al quale, dal […]

Sinistra

La coerenza di essere comunisti (eretici): alcuni appunti da discutere per (ri)costruire

di Mauro Chiodarelli

Al convegno di Firenze “La rotta d’Europa”, in uno degli ultimi interventi, un lavoratore in cassa integrazione disse all’incirca: “Di sinistra, di sinistra, io non sono di sinistra, io sono comunista”. Ecco, dovremmo ripartire da lì, dalla coerenza di essere comunisti (eretici).

Al di là di ogni dietrologia, a un certo punto, la maggioranza di coloro che si dichiaravano comunisti, anche i teorici, hanno avuto paura dell’orizzonte; fascino della borghesia e del capitale o semplice miseria dell’essere umano (anche su questo dovremmo interrogarci ed attrezzarci)? L’alternativa a una società capitalista è una società socialista/comunista; ogni via di mezzo è illusoria.

Ci interessa? Allora cominciamo a costruirla partendo dal quotidiano ed assumiamo un punto di vista e di azione all’altezza dell’impegno, interrogandoci innanzitutto sui fallimenti del passato e sul perché da una teoria di libertà, uguaglianza e giustizia si sia giunti a una pratica totalitaria, diseguale e repressiva. Alcuni elementi, che possono suonare ingenui o eretici, del “che fare”, su cui ragionare:

  • uscire dalla subalternità capitale-lavoro (non mi riferisco ai principi di accumulazione): non possiamo combattere il capitale e nello stesso tempo auspicare la presenza di un capitale altro, materiale od immateriale, che elargisca lavoro;

Leggi di più a proposito di La coerenza di essere comunisti (eretici): alcuni appunti da discutere per (ri)costruire

Reportage dalla Palestina: le ostriche di Gengis Khan

di Handala

“Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser
quello che tratta delle insidie del gambero,
o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio”
(Giovanni Verga, Fantasticheria)

Khalid al-Sanih Daraghmah ha dei bei baffi e occhi vispi, sempre in movimento. Parla un arabo veloce, senza prendere fiato, Khalid non ha tempo da perdere. Le parole si affollano, inseguono il pensiero senza mai raggiungerlo. In inglese sa solo dire, o meglio gridare, “Why this?” e “This for me”, ma queste due frasi racchiudono quasi tutto quello che vuole comunicare: l’insensatezza di cio’ che subisce, la consapevolezza che continuera’ a resistere.

Passando da Nablus a Ramallah, a due chilometri dal villaggio di Al-Lubban, probabilmente rimarra’ inosservato un vecchio edificio, appoggiato sul declivio di una collina: e’ la casa di Khalid che, insieme ai terreni circostanti, prende il nome di Khan Al-Lubban. Su questa terra, per questa terra, si svolge una lotta quotidiana, giorno dopo giorno, senza tregua. Sulla cima di quella stessa collina svetta infatti la colonia di Ma’ale Levona, fondata nel 1983 e illegale secondo il diritto internazionale. Le circa 120 famiglie che la abitano rivendicano tutta l’area circostante, in nome delle Sacre Scritture.
Leggi di più a proposito di Reportage dalla Palestina: le ostriche di Gengis Khan

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi