Profughi a Prati di Caprara

Profughi e guerra: una storia che si ripete

di Claudio Cossu

Come un tempo aleggiava sovrana una volontà di conquista, da parte degli europei, per depredare le popolazioni del cosiddetto “terzo mondo” (in particolare dell’Africa e così pure de Medio oriente), sussiste ancor oggi, insistente e molesta, una volontà di comando e di asservimento verso gli stessi – da parte di noi occidentali – che ci consideriamo superiori per cultura e tout court per l’asserita e sbandierata nostra alta “civiltà”.

Mentre, al contrario, non siamo certo disponibili e benevolmente propensi a dare un aiuto o addirittura una dignitosa accoglienza a quell’umanità, in quest’epoca di crisi economica, derelitta e bisognevole di tutto, in presenza di guerre devastanti e carestie, fame e malattie che inducono quelle sfortunate popolazioni a fuggire dalle loro terre arse e desertificate, nonché dalle case, abbandonate e date ormai alle fiamme da soldati perfidi e capaci solo di depredare i più deboli e gli inermi, servi di tiranni crudeli e rapaci.

Ci accorgiamo tardi, e talvolta distrattamente, di queste tragedie immani quando ci troviamo ormai di fronte a barconi pieni di donne e bambini, nel mare Mediterraneo, i cui corpi sono resi rigidi dagli stenti e spesso dalla morte. Non ci induce certamente a questa malevola ed oscura indifferenza il Vangelo, se non altro per i suoi orientamenti umani e caritatevoli, lasciando da parte ogni fattore religioso.
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L’egoismo dell’Europa e, in genere, dell’Occidente

Migranti - Foto di Roberto Pili
Migranti – Foto di Roberto Pili

di Claudio Cossu

Come un tempo per l’Algeria, il Sud America, l’Asia o nei confronti del medio-oriente, soprattutto – beninteso – verso le relative popolazioni, sussiste ancor oggi, insistente e molesta, una volontà di comando e di asservimento da parte di noi occidentali – che ci consideriamo superiori per cultura e tout court per l’asserita e sbandierata nostra “civiltà”.

Mentre, al contrario, non siamo certo disponibili e benevolmente propensi a dare un aiuto o addirittura una dignitosa accoglienza per quell’umanità derelitta e bisognevole di tutto, soprattutto ora, in presenza di guerre devastanti o fame e malattie, che inducono quelle sfortunate popolazioni a fuggire dalle loro terre arse e desertificate, nonché dalle case, abbandonate e date ormai alle fiamme da soldati perfidi e capaci solo di depredare i più deboli e gli inermi.

Ci accorgiamo tardi, e talvolta distrattamente, di queste tragedie immani quando ci troviamo ormai di fronte a barconi pieni di donne e bambini, nel mare Mediterraneo, i cui corpi sono resi rigidi dalla morte e dagli stenti. Non ci induce certamente a questa malevola ed oscura indifferenza il Vangelo, se non altro per i suoi orientamenti umani e caritatevoli, lasciando da parte ogni fattore religioso.
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Flores d’Arcais: “L’Occidente fa affari con i fondamentalisti. La chiave è il ritorno alla laicità”

La strage di Nizza
La strage di Nizza
di Mattia Feltri

Paolo Flores d’Arcais, direttore di MicroMega e autore per le edizioni Raffaello Cortina di un saggio molto interessante (La guerra del sacro) sul fondamentalismo islamico, oggi ci dice che «purtroppo gran parte della sinistra e tutta la destra si rifiutano di vedere che c’è una guerra dichiarata non ai governi occidentali bensì ai valori rivoluzionari dell’eguaglianza, della laicità e delle libertà civili. È una guerra dichiarata con la strage di Charlie Hebdo ormai un anno e mezzo fa. Ma tutti hanno fatto finta di nulla».

Per quale motivo?

«Perché l’Occidente degli establishment è complice, visto che fa affari faraonici con l’Arabia Saudita e gli Emirati: non si può combattere l’Isis, cioè il fondamentalismo islamico che vuole farsi Stato, quando si è alleati di Stati islamici già fondamentalisti, in cui vige la sharia; non si può quando il nostro spiritoso ministro degli Esteri vuol fare entrare la Turchia di Erdogan nelle istituzioni europee; non si può quando si concedono spazi enormi a istituti islamici che sono brodo della cultura fondamentalista».
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Giulietto Chiesa

Giulietto Chiesa: “Credere che i valori dell’Occidente siano dominanti ci rende più deboli”

Loris Campetti

“Vogliono farci credere che il terrorismo dell’Isis sia un fenomeno islamico, inquietante ma estraneo. È una falsità, un’ipocrisia dell’Occidente: l’Isis è stato creato dall’Occidente e dagli Usa, e siccome non è una creatura autonoma dev’essere analizzato come effetto di una strategia ad ampio raggio”. Per chi non si accontenta della verità propinata dal pensiero unico, una chiacchierata con Giulietto Chiesa può essere stimolante. Scrittore, giornalista militante (l’abbiamo intervistato alla vigilia di una mobilitazione contro la Nato di cui è tra i promotori) con una lunga storia da inviato e corrispondente nell’Urss e poi in Russia, Chiesa “fa scandalo”, cita Marx e Paul Craig Roberts, rimanda il lettore al passato ricordando il ruolo della Trilateral o della P2 di Gelli per leggere il presente. Da qui le accuse un po’ facili di dietrologia.

Nelle tue analisi sembra che tutto si tenga e ogni evento di politica internazionale risponda a un unico progetto per il dominio del mondo. Un progetto magari complesso, con molti attori (e servizi segreti, o parte di essi) ma il cui centro è sempre a Washington.

I nessi esistono, non li ho inventati io, semmai io li svelo. Anche restando agli ultimi eventi tragici, da Parigi a Colonia, quel che emerge è che essi rispondono a un unico progetto. Un progetto Usa per mettere in ginocchio l’Europa. Persino fatti che sembrano totalmente estranei, come lo scandalo della Volkswagen e della Renault, rispondono al medesimo progetto. Colpiscono e indeboliscono i gruppi dirigenti dei Paesi occidentali, alleati ma non più totalmente allineati. Gli Usa vogliono solo vassalli, e con Paul Craig Roberts possiamo dire che colpiscono chiunque ostacoli la dottrina militare Usa per evitare l’insorgere di ogni sia pur timido tentativo di conquistare un’autonomia. È la dottrina Wolfovitz.
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Le “guerre occidentali”, gli attentati di Parigi e i mondi asimettrici

13 novembre 2015, gli attentati di Parigi
13 novembre 2015, gli attentati di Parigi
di Mauro Zani

Non volevo aggiungere il mio sproloquio analitico al cumulo di più o meno sofisticati esami geopolitici compiuti in questi giorni dopo la mattanza di Parigi. Non voglio farlo neppure adesso.

Però. Mi son commosso guardano le immagini delle persone che uscivano dallo stadio cantando la marsigliese. Però. Prima, nel corso della notte di venerdì, mi son ritrovato a immaginarmi un linciaggio, lungo e doloroso, dei fanatici maiali che hanno fatto il tiro al bersaglio contro una folla inerme. Però.

Son poi rimasto deluso perché i maiali si son fatti saltare privandomi della possibilità di farli fuori seppur per interposta testa di cuoio. Dopodiché “l’attacco al nostro modo di vivere” (Renzi ma non solo), l’attacco alla nostra civiltà (Mattarella ma non solo) mi portano a ricordare.

Come cominciò e perché cominciò la mattanza. Storia lunga. L’epoca dei neoliberisti.

Quando. Uno dei principali guru dei think tank repubblicani made in USA spiegava che: “Siamo in grado di condurre due guerre contemporaneamente a distanza di duemila chilometri”.

Quando. “È nostra responsabilità tener in ordine il mondo”.
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Fine della rivoluzione e tramonto dell’Occidente. A chi andrà il Mandato Celeste?

"Il tramonto della rivoluzione" di Paolo Prodi
"Il tramonto della rivoluzione" di Paolo Prodi
di Amina Crisma

La storia dell’Occidente è stata incessantemente animata dalla capacità di immaginare e di progettare un mondo diverso dal presente, ci ricorda Paolo Prodi nel libro Il tramonto della rivoluzione (ed. Il Mulino 2015), ma tale capacità di visione e di progetto appare oggi perduta: quale futuro ci attende senza quella tensione trasformatrice?

1. Il tramonto della rivoluzione e il declino dell’Occidente

“Libertà è poter immaginare un nuovo inizio”: tornano in mente le parole di Hannah Arendt, leggendo Il tramonto della rivoluzione di Paolo Prodi (Il Mulino 2015), che sarà presentato insieme all’autore da Massimo Cacciari a Bologna, allo Stabat Mater dell’Archiginnasio giovedì 18 giugno alle 17,30.

Il libro ci propone una limpida riflessione su un tema che troppo spesso viene eluso, e che invece ci riguarda tutti, e da vicino:

“Il mito della rivoluzione è finito. Ma l’Europa, l’Occidente sono nati e cresciuti come “rivoluzione permanente”, cioè come capacità nel corso dei secoli di progettare una società alternativa rispetto a quella presente: ora questa capacità di progettare un futuro diverso sembra essere venuta meno. (…) Credo che l’innegabile declino dell’Europa non possa essere compreso soltanto sul piano geopolitico o geoeconomico (…) ma debba essere spiegato con il venir meno della capacità rivoluzionaria dell’Europa nelle sue coordinate antropologiche di fondo”.

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