Tav - Foto terzo valico

Tav e terzo valico: il cantiere non è la fabbrica e la tuta arancione non è la tuta blu

di No terzo valico | Valpolcevera e Valverde

A Trasta è in corso di costruzione uno dei campi base che ospiterà gli operai che nei prossimi anni (e tuttora) costruiranno la linea del Terzo Valico. I campi base sono immaginati come veri e propri villaggi indipendenti e isolati dal tessuto socio economico locale. In quello di Trasta (14.372 metri quadrati di estensione), che sorge nell’area dismessa del parco ferroviario di Teglia sulla sponda destra del torrente Polcevera, è prevista la costruzione di dormitori a due piani per 400 operai, parcheggi, guardianaggio, infermeria, magazzini, mense.

Le ditte stesse che realizzano i campi base delle grandi opere in tutta Italia li chiamano “campi di lavoro” e non è solo il nome che evoca il sinistro ricordo dei campi nazisti; l’architettura, i regolamenti che disciplinano la vita interna all’insegna della segregazione (vietando per esempio l’accesso di estranei dall’esterno), la militarizzazione che li isola da tessuto sociale circostante fanno sì che molti lavoratori condividano quest’espressione di un’operaio del cantiere TAV del Mugello: “Un campo lager. Qua è peggio… siamo considerati macchine da lavoro, non esiste la considerazione dell’uomo”.

Quando sarà finalmente operativo, il campo base di Trasta svelerà inequivocabilmente una delle grandi menzogne su cui la classe politica poggia la propaganda sull’utilità del Terzo valico: la promessa di “portare lavoro”. Quel giorno sarà evidente a tutti che “le tute arancioni”, ovvero gli operai dei cantieri delle grandi opere, non vengono reclutate sul territorio, ma sono trasfertisti che girano l’Italia e il mondo. Nel caso specifico dell’alta velocità sono spesso operai specializzati nello scavo delle montagne, provenienti da famiglie “storiche” di minatori del Meridione.
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Donne, divieto di possesso - Foto di Sonia Golemme

Violenza sessista: né rigurgito dell’arcaico, né anomalia della modernità

di Annamaria Rivera

Ora che il femicidio e il femminicidio hanno guadagnato l’attenzione dei media e delle istituzioni, il rischio è che, costituendo un tema in voga, la violenza di genere sia usata per vendere, fare notizia, sollecitare il voyeurismo del pubblico maschile. Un secondo rischio, già ben visibile, è che la denuncia e l’analisi siano assorbite, quindi depotenziate e banalizzate, da un discorso pubblico – mediatico, istituzionale, ma anche ad opera di “esperti/e” -, costellato di cliché, stereotipi, luoghi comuni, più o meno grossolani. Proviamo a smontarne alcuni, adesso che, spentisi i riflettori sulla Giornata internazionale contro la violenza di genere, anche la logorrea si è un po’ smorzata.

Anzitutto: la violenza di genere non è un rigurgito dell’arcaico o un’anomalia della modernità. Sebbene erediti credenze, pregiudizi, strutture, mitologie proprie di sistemi patriarcali, è un fenomeno intrinseco al nostro tempo e al nostro ordine sociale ed economico. E comunque è del tutto trasversale, presente com’è in paesi detti avanzati e in altri detti arretrati, fra classi sociali le più disparate, in ambienti colti e incolti.

Del tutto infondato è il dogma secondo il quale la modernità occidentale sarebbe caratterizzata da un progresso assoluto e indiscutibile nelle relazioni tra i generi, mentre a essere immersi/e nelle tenebre del patriarcato sarebbero gli altri/le altre. Per riferire dati ben noti, nell’ultimo rapporto (2013) sul Gender Gap del World Economic Forum, su 136 paesi di tutti i continenti, le Filippine figurano al 5° posto su scala mondiale per parità tra i generi (dopo Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia), mentre l’Italia è solo al 71°, dopo la Cina e la Romania e in controtendenza rispetto alla maggior parte dei paesi europei.
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Una giornata in cinque minuti: ecco cosa accade davvero a una manifestazione Notav

Il video è stato girato lo scorso 16 novembre in Val di Susa dal comitato Notav di Torino e viene descritto con queste parole: Il popolo Notav ancora in piazza. Passano le stagioni, passano i governi. Mentre muoiono partiti nati l’altro ieri e nascono partiti che moriranno domani la resistenza notav rimane. Sempre la stessa. […]

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