Circolo di Ravenna: lavorare nella società, tra i suoi problemi e bisogni, fuori da nomi e simboli

il Manifesto quotidiano comunista
il Manifesto quotidiano comunista
di Vincenzo Fuschini

La lettera dei compagni del circolo di Padova ha già dato luogo a reazioni di alcuni di noi. D’altronde, anche noi di Ravenna siamo quasi allo stesso punto: se, dopo aver svolto tante attività nel corso degli anni, non facciamo quasi niente, ci sarà pure una ragione, non sarà solo questione di voglia.

Premesso che non si deve sempre trovare il “colpevole” per ogni cosa e che, invece, è politicamente più redditizio sforzarsi di analizzare i cambiamenti, devo anzitutto dire che, a suo tempo, io trovai positiva la scelta di Pintor, Rossanda e Parlato di rendere il giornale autonomo da qualunque partito. Essi riuscirono allora a fare un piccolo miracolo: trasformare il giornale in voce della sinistra diffusa, mantenendo un discreto livello di vendite e ricavando anche risorse economiche cospicue dalla generosità dei lettori, senza alcun condizionamento. A mio avviso, fu la loro eccessiva correttezza a “fregarli”: nel periodo in cui l’Unità smise di uscire avrebbero dovuto uscire dall’angolo, attuare una politica editoriale più incisiva, forse aggressiva, approfittarne insomma.

Il ruolo sostanzialmente subalterno di Rifondazione al PDS-DS-PD ha fatto il resto: i mille contorcimenti di Bertinotti (dentro il governo, fuori, dentro-fuori, fuori-dentro… L’analisi migliore secondo me è quella di Corrado Guzzanti) hanno recato un danno spaventoso alla sinistra nel suo insieme. Le spaccature conseguenti (PDCI e SEL) erano inevitabili.
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Il manifesto: e adesso spiegateci come riacquistare la testata

di Susanna Kuby

Vi scrivo in merito all’ultimo scambio di lettere tra il nuovo collettivo (15 giugno) e Valentino Parlato (14 giugno) come socio della manifesto Spa, società ancora in fase di liquidazione, e spero che queste righe trovino posto insieme alla risposta del 13 giugno a Norma Rangeri da parte di 18 membri della vecchia redazione si legge – purtroppo – solo sul blog de ilmanifestobologna.it).

Non entro in merito alla penosa scissione tra vecchio e nuovo collettivo del manifesto, le cui conseguenze sono molto più gravi di ogni dissidio o abbandono individuale precedente, a cui il nuovo collettivo l’accosta con inquietante superficialità. L’ennesima ripetizione di una verità “di parte” dell’attuale direzione non la rende più credibile, né spiega le cause profonde della divisione stessa.

Intervengo invece sulla fondamentale questione della proprietà del giornale, riportata all’ordine del giorno nella lettera del 15 giugno, per la quale il collettivo ora rilancia: bisogna ancora “riacquistare la testata”. Afferma di non aver mai voluto escludere i “circoli del manifesto” , ma solo impedire che “un’associazione privata di lettori” (?) diventasse proprietario del giornale. Un’ipotesi mai esistita.
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Né verità né rivoluzione. Risposta a Norma Rangeri

Il Manifestodi Mariuccia Ciotta, Angela Pascucci, Loris Campetti, Maria Teresa Carbone, Alessandra Cicchetti, Ida Dominijanni, Sara Farolfi, Marina Forti, Cinzia Gubbini, Maurizio Matteuzzi, Valentino Parlato, Francesco Piccioni, Gabriele Polo, Doriana Ricci, Roberto Silvestri, Roberto Tesi (Galapagos), Gianna Zanali e Guido Ambrosino

Verità, rivoluzione. Parole grandi, impegnative, che purtroppo non si attagliano alla frattura che si è operata all’interno del Manifesto e alla sua situazione attuale, ma servono solo a nascondere una sostanza dagli aspetti miserevoli. Quella che ben emerge dalla risposta di Norma Rangeri all’intervista su Repubblica a Rossana Rossanda.

Risposta che meriterebbe di essere ignorata se non fosse gravemente offensiva della realtà e dei sentimenti più profondi di un gruppo di persone che non hanno affatto “abbandonato la nave, pensando solo a se stessi, senza alcun interesse per la sorte del Manifesto“, ma sono state costrette ad andarsene. Non è necessario che gli ostracismi siano formali. Basta rendere l’aria irrespirabile giorno dopo giorno, far capire ai compagni storici che la loro presenza in redazione non è più gradita, trattare i bastian contrari, che pretendono di discutere le modalità di uscita dalla crisi e gli obiettivi futuri per rilanciare un giornale alle corde, come dei sabotatori, nemici della sopravvivenza. Quel che segue porta a una fine nota e inevitabile.
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Le verità del “manifesto”

il Manifesto quotidiano comunista
il Manifesto quotidiano comunista
di Ida Dominijanni

Nella migliore tradizione del peggior comunismo l’attuale direttora del manifesto, che non tralascia occasione di autocelebrarsi come la più modernista, la più laica e pluralista e la più innovativa fra noi (ma si dovrebbe aggiungere, dato che la storia ha un senso: la meno anti-craxiana e la più filo-occhettiana), gestisce il giornale come la Pravda. Alla faccia del pluralismo con cui gratifica la vetrina dei collaboratori esterni, non appena uno o una di noi – preferibilmente Rossanda (la Repubblica 7/6/2013), con la quale si ostina a ingaggiare un perdente corpo-a-corpo – osa dire qualcosa di una storia che gli/le appartiene, si mette al computer e ristabilisce “la” Verità istituzionale del manifesto, come se appartenesse solo a lei (“La verità è rivoluzionaria”, il manifesto 8/6/2013).

La verità però non è solo un effetto del potere, ma anche, e di più, dell’autorità: e per essere autorevoli, e quindi credibili, non bastano le mostrine da direttore, né la firma in prima pagina. La verità inoltre, salvo che per i fondamentalisti, non è mai una, né tantomeno è istituzionale: nei limiti in cui può essere oggettiva è consegnata all’archivio del giornale, per il resto è inevitabilmente soggettiva, e ci vorranno parecchi racconti soggettivi per restituire una storia plausibile e veritiera del manifesto. La verità infine, questo lo dico soprattutto ai lettori e alle lettrici del giornale che non smettono di chiederci conto di com’è andata, non è sempre eroica: a tutti piacerebbe poter dare o poter ascoltare il racconto eroico di uno scontro politico epico che ha diviso il manifesto, ma purtroppo non è andata così. La fine, del resto, è spesso insensata, e viceversa: se avessero sempre senso, le cose non finirebbero mai. Se al manifesto ci fosse stato un epico scontro politico, il manifesto non si sarebbe spaccato: ne sarebbe stato rivitalizzato, come tante volte in passato.
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Sinistra

Vi ricordate quel 28 aprile? Il manifesto e la “sinistra di classe”

di Guido Ambrosino

Mi è tornato per le mani l’editoriale di Luigi Pintor sul primo numero del manifesto quotidiano, il 28 aprile 1971 (“Un giornale comunista”). Tutto il contesto è cambiato. Il bisogno di farsi una casa a sinistra è rimasto, anche se vissuto diversamente.

Allora si nutriva la legittima speranza di riuscirci sull’onda della rivolta operaia e studentesca. Ora, dopo elezioni politiche che per la seconda volta fissano le colonne d’Ercole della sinistra parlamentare alla moderatissima e responsabilissima coalizione progressista guidata dal partito democratico, pesano gli acciacchi per le battaglie e le occasioni perse, la consapevolezza di un cammino in salita, l’amarezza per gli errori fatti dalla nuova sinistra in 42 anni: errori di ignavia direi, di mancanza di radicalità nel trarre le conseguenze politiche e teoriche dal doppio fallimento novecentesco, quello delle socialdemocrazie come quello degli irrealsocialismi marxisti-leninisti.

L’umore è cambiato. Siamo più vecchi, affaticati, disincantati. Ma senzatetto eravamo allora. E cani sciolti siamo rimasti. Scriveva Pintor:

Il quadro politico che abbiamo oggi di fronte esige molto più di un rifiuto (…). Se non fosse questa la nostra convinzione, non ci saremmo impegnati in un lavoro e in una lotta che hanno per scopo ultimo la formazione di una nuova forza politica unitaria della sinistra di classe. E non faremmo ora questo giornale… Siamo convinti che c’è bisogno e urgenza di una forza rivoluzionaria rinnovata, di un nuovo schieramento, di una nuova unità della sinistra di classe, di un nuovo orientamento strategico complessivo.

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Il futuro del Manifesto: storia di uno scambio mancato. È ora di una riflessione collettiva

Il Manifestodi Luciana Castellina

Ai compagni dei circoli de Il manifesto e affini. Cari compagni, se sono rimasta zitta tutto questo tempo, né sono venuta alle vostre assemblee, non è per indifferenza: come potete immaginare la fine, e per di più così ingloriosa, de Il manifesto è per me una grande tristezza. Non ho parlato per due ragioni:la prima, e la più importante, è perché a questo punto ( e il punto era arrivato già da tempo) non ho soluzioni:la vostra generosa offerta di raccogliere i soldi per ricomprare la testata non è purtroppo sufficiente, ci vogliono mesi e mesi per mettere assieme quella cifra, e poi c’è un deficit quotidiano da colmare prima che il quotidiano riprenda; per cui occorrono ulteriori capitali.

La seconda ragione sta nel fatto che io non faccio più parte della redazione del giornale ormai dal 1978. Dalla cooperativa – quando fu creato l’assetto attuale – fui peraltro esclusa senza neppure esser avvertita, ma oramai pazienza. Il mio allontanamento, così come quello di molti altri compagni, è stato il risultato del conflitto che ci separò alla fine degli anni ’70 e che non fu affatto relativo al modo in cui si doveva fare il giornale, ma attorno a serie questioni politiche.

Vorrei cogliere l’occasione per respingere la versione caricaturale che di quel triste evento è stata recentemente data da Valentino, secondo cui “il partito”, di cui peraltro Rossana,Luigi e lui stesso sono stati massimi dirigenti fino alla fine degli anno ’70, voleva che venissero pubblicati dei comunicati e la redazione non
voleva. Tanto poco “partitista” era il Pdup che, quando non ha avuto più Il manifesto come giornale di riferimento, ha usato i soldi del partito per pubblicare un settimanale diretto, oltrechè da me, da Rodotà e Napoleoni e che raccolse le più svariate e autorevolissime collaborazioni non solo italiane ma mondiali.
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Il futuro del manifesto: chi è e cos’è il giornale? Domande prima dell’assemblea del 4 novembre

di Paolo Dadini, circolo il manifesto Bologna

Non mi convince il modo in cui si è aperta la discussione sulle pagine del quotidiano in seguito alla pubblicazione dell’articolo di Valentino Parlato e alla risposta dei direttori Rangeri e Mastrandrea. Certo il ritardo con cui si è aperta la discussione sulle pagine del giornale con l’esplicitazione dei contrasti esistenti nel collettivo di via Bargone così a ridosso della scadenza dell’assemblea della redazione con circoli, lettori e collaboratori del 4 novembre, non aiuta a comprendere le articolazioni delle posizioni-proposte in campo e rischia di far diventare la giornata di domenica prossima un rissoso sfogatoio di conflitti poco comprensibili da chi dall’esterno ma con passione partecipativa ha seguito negli ultimi mesi le sorti de il manifesto. Provo sinteticamente a proporvi alcune mie perplessità.

  • 1. Ho letto e riletto gli interventi di Rossanda e Parlato come quelli di lettori a nome dei circoli pubblicati sul giornale in questi mesi ed in nessuno di questi ho trovato riferimenti che richiamassero l’ipotesi di far diventare il manifesto un partito. Mi sembra una preoccupazione che non ha ragione d’essere quella di ritenere che ci sia qualcuno che pensa al manifesto come partito. Di più , mi sembra ingeneroso politicamente ed umanamente un pò vergognoso accusare persone come Valentino Parlato e Rossana Rossanda di progetti di tal fatta. Ma, vivaddio, non dimentichiamoci che il manifesto è stato fino adesso e speriamo potrà essere in futuro un giornale di parte (non partito) che “fa politica”. E “dalla parte del torto”. Che oggi, nella drammatica situazione sociale ed economica che stiamo vivendo, vuol dire stare in quel campo confuso, contraddittorio ed ancora pieno di limiti che si oppone alla dittatura del pareggio di bilancio e del fiscal compact. In quest’ottica riconosco la lucidità delle analisi di Rossanda e la sollecitazione di tenere indissolubilmente legate la questione del “di chi è” il manifesto con il “cosa è” il manifesto.

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Il futuro del Manifesto

Il futuro del Manifesto: il litigioso crepuscolo dell’Isola comunista

di Pierluigi Battista

Ma che succedeal manifesto? Certo, la crisi, l’amministrazione controllata, la liquidazione, il rischio concreto della chiusura: i drammi che si trascinano dietro il momento più delicato della vita di un giornale, la possibile estinzione di una testata prestigiosa che dal 1971 è stata un pilastro del giornalismo politico italiano di sinistra. Ma quali sentimenti e risentimenti scorrono, quando in uno psicodramma collettivo si legge su quel giornale che «ci suona pretestuosamente polemico il riferimento di Valentino Parlato al commento nel quale citavamo l’articolo di Rossana Rossanda»? Oppure, sempre nell’articolo a firma della direzione del giornale composta da Norma Rangeri e Angelo Mastrandrea, si recrimina perché è stato faticoso «fisicamente e psicologicamente, lavorare senza poter contare sulla solidarietà esplicita di persone che hanno fatto la storia del manifesto»?

Siamo all’accusa di diserzione, o poco ci manca. Ma con un ammirevole esercizio di glasnost, le colonne del manifesto sono diventate in questi giorni lo scenario di un conflitto durissimo. Alla vigilia di scelte drammatiche. A poche ore da soluzioni che potrebbero essere traumatiche, la discussione in quel giornale-simbolo ha preso una piega emotivamente terribile. Con tensioni che non risparmiano i pilastri del gruppo storico, da Rossana Rossanda a Valentino Parlato, che del manifesto sono stati l’anima e il motore per oltre quarant’anni. E tutto all’aperto, senza attenuazioni diplomatiche, senza reticenze.
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Il futuro del Manifesto: da dove ricominciare

Foto di Massimo Canario
Foto di Massimo Canario
di Valentino Parlato

L’editoriale di Norma Rangeri e di Angelo Mastrandrea sul manifesto del 12 ottobre scorso ha provocato molte critiche anche gravi, fino al rischio di dimissioni di alcuni di noi. Ed è paradossalmente proprio per non avere buttato il sasso nello stagno che quell’articolo è criticabile. Senz’altro i direttori sono stati mossi da buone intenzioni nel tentativo di rappattumare le divisioni nel manifesto.

Ma voler far passare il documento di Rossana Rossanda come la linea del giornale, quando si sa che alle assemblee del collettivo, il suo documento è stato solo citato da alcuni ed è stato accolto (anche per colpa mia) nell’indifferenza generale, ha provocato la giusta reazione di Rossana. E la mia. Con la differenza che do atto ai direttori di aver svolto un compito ingrato in questi mesi di liquidazione coatta, quando da dimissionari sono stati rinominati direttori dai liquidatori.

Al punto in cui siamo giunti penso che l’ultima speranza di rilanciare il manifesto è rappresentata dalla convocazione, domenica 4 novembre a Roma, dell’assemblea dei circoli, dei sostenitori, dei collaboratori e dei lettori del manifesto che giustamente hanno titolato l’assemblea «da dove ricominciare». Manca meno di una settimana, il tempo stringe e in questi pochi giorni dobbiamo definire, sulle pagine del nostro giornale, cosa ci proponiamo di fare. Certo la crisi non è solo nostra ma di tutto quel che resta della sinistra.
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Il futuro del manifesto: a chi vendere il giornale, a un padrone o ai suoi lettori?

il Manifesto quotidiano comunista
il Manifesto quotidiano comunista

di Guido Ambrosino (*), Berlino, 11 ottobre 2012
(*) redattore del manifesto dal 1982, corrispondente dalla Germania dal 1985 al luglio 2012

Difficile, per chi non sta nella redazione di via Bargoni, tanto più da Berlino, capire cosa sta succedendo al manifesto: sulle sue pagine per settimane non una riga sulla crisi del giornale, in procedura di liquidazione dal febbraio scorso, né su cosa si pensa di fare per uscirne (come per contraddirmi, il 12 ottobre è finalmente apparso un editoriale della direzione, che però tace sulle decisioni prese: su questo silenzio, di più in un poscritto). Lettori e collaboratori mi chiedono se ne so qualcosa. Ecco quel che sono riuscito a ricostruire, da un mosaico di telefonate e scambi di messaggi. Come tutte le ricostruzioni a distanza, anche questa non sarà esente da errori, che vi prego di segnalarmi. Ma meglio rischiare di sbagliarsi sui dettagli, che tacere.

I liquidatori, nominati a febbraio dal ministero dello sviluppo economico, hanno comunicato alle rappresentanze sindacali dei giornalisti (comitato di redazione) e dei poligrafici che, considerato il calo di vendite (scese sotto le 15mila, a 13.700 copie), non potranno prolungare l’esercizio provvisorio oltre il 31 dicembre 2012. A quel punto dovranno liquidare la cooperativa editrice e cercare di vendere la testata. A chi?

In un’assemblea riunita a via Bargoni il 22 settembre Claudio Albertini, già direttore generale della cooperativa in liquidazione, poi ingaggiato dai liquidatori con un contratto di collaborazione come consulente e coordinatore dell’amministrazione e del personale, ha parlato di un «imprenditore» a lui noto, ma di cui non poteva fare il nome, che aveva notificato al ministero dello sviluppo economico il suo interesse all’acquisto della testata. L’ «imprenditore» (una persona fisica? una società?) avrebbe poi ceduto in affitto la testata a una nuova cooperativa redazionale di 25 persone.
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