Gasdotto Tap, Tomaso Montanari: “L’Italia del no è l’Italia migliore”

di Giacomo Russo Spena

Deluso dal M5S, acerrimo nemico del Pd. Tomaso Montanari – storico dell’arte, paesaggista e professore universitario – dopo aver avuto un ruolo centrale nella campagna per il NO alla riforma costituzionale, è diventato recentemente presidente dell’associazione Libertà e Giustizia. Volto emergente, interpellato anche sul futuro della sinistra nell’ultimo numero di MicroMega, si dice poco interessato alle primarie Pd del prossimo 30 aprile né crede in un ritorno in scena di Matteo Renzi: “È politicamente finito, il suo carburante è esaurito, bruciato, volatilizzato. Nessuno può più credergli, dopo tante balle, false promesse, fanfaronate risibili”. Per ultimo, Montanari sta studiando le carte sulla costruzione del gasdotto Tap, dove ha deciso di schierarsi con i comitati locali del NO: “In Puglia si sta calpestando l’articolo 9 della nostra Costituzione”.

Montanari, partiamo da qui. Il Tap (Trans Adriatic Pipeline) è la parte finale di un gasdotto di quasi quattromila chilometri che va dall’Azerbaijan all’Italia. Chi è favorevole al tunnel parla di grandi vantaggi per il Paese perché porterebbe 9 miliardi di metri cubi di gas con un impatto ambientale minimo (le proteste sono per 200 ulivi secolari che poi verrebbero ripiantati). Intanto, però, da un’inchiesta dell’Espresso, si evince che dietro l’opera spuntano manager in affari con le cosche, oligarchi russi e casseforti offshore. E’ favorevole nel dire che il problema del Tap non è dato certamente dagli ulivi, ma da chi ci sta mangiando sopra?
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Quel no che ha salvato la speranza

Referendum sul divorzio - Foto L'Unità
Referendum sul divorzio – Foto L’Unità

di Domenico Gallo

Il risultato straordinario del referendum del 4 dicembre segna una svolta nella storia del nostro Paese. Dopo trent’anni di attacco alle regole della democrazia costituzionale da parte dei vertici del ceto politico, a cominciare dal famigerato messaggio che Cossiga inviò alle Camere il 26 giugno del 1991, dopo innumerevoli riforme che hanno sfigurato il modello di democrazia prefigurato dai Costituenti, dopo l’avvento di leggi elettorali che hanno allontanato sempre di più i cittadini dal Palazzo, dopo il fallimento nel 2006 del tentativo del governo Berlusconi di cambiare la forma di Governo e la forma di Stato, dopo una martellante campagna mediatica sviluppata senza risparmio di mezzi, il responso del popolo italiano è stato netto e definitivo: la Costituzione non si tocca.

Il popolo italiano si è espresso e ha riaffermato il principio primo sul quale si fonda l’ordinamento democratico: la sovranità appartiene al popolo. Si è trattato di una scelta altrettanto impegnativa quanto lo fu la scelta compiuta dal popolo italiano il 2 giugno del 1946 con il referendum istituzionale: Repubblica o Monarchia? Ora come allora si è trattato di decidere quale modello di istituzioni, quale modello di democrazia deve assumere il nostro Paese. Nel 1946 dire addio alla Monarchia per la Repubblica acquistava – al di là delle contingenze politiche – un significato storico ben preciso: i cittadini italiani si emancipavano dalla qualità di sudditi ed il popolo diventava esso stesso “sovrano”, arbitro del proprio destino.
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Un movimento autonomo e di massa: restiamo in campo, il 21 gennaio assemblea nazionale

Referendum e riforme
Referendum e riforme

di Alfiero Grandi

Abbiamo straperso, giudizio condivisibile di Renzi sulla vittoria del No. La condivisione sul referendum del 4 dicembre finisce qui. Il 70 % di votanti è una partecipazione d’altri tempi e ha smentito la previsione che la crescita dei votanti avrebbe favorito il Si. Inoltre ha reso evidente che i cittadini votano quando pensano di contare nelle decisioni. Il No ha superato i 19 milioni di voti. Risultato che si può raggiungere solo sommando ragioni diverse. Vediamole:

  • Insoddisfazione profonda di tanti che hanno trovato il racconto ottimistico di Renzi stridente con la dura realtà.
  • Fastidio per le presenze oltre il limite di Renzi nelle Tv, nelle radio, nei giornali, con un uso megalomenico e personale della comunicazione.
  • Costi esagerati della campagna elettorale, in contrasto con il proclamato taglio dei costi della politica.
  • Critica di fondo al governo non solo dall’opposizione politica ma anche da settori della maggioranza.
  • Contrarietà di massa alle deformazioni della Costituzione contenute nella Renzi-Boschi e all’Italicum, che ne è il completamento. Queste ultime motivazioni sono state sistematicamente ignorate dall’informazione durante la campagna elettorale, salvo lodevoli eccezioni. Prima si è tentato di ridicolizzare i gufi e i professoroni, poi di ignorarli, con il risultato di provocare la moltiplicazione di energie e iniziative. Decine di migliaia di iniziative a cui hanno partecipato costituzionalisti, magistrati, avvocati e tantissimi altri senza qualifica giuridica, scavando in profondità nella società e stabilendo un rapporto con le centinaia di migliaia di persone che a loro volta sono diventate protagoniste della campagna elettorale. Frustrarne la volontà sarebbe un delitto contro la partecipazione democratica.

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Ha vinto una nuova idea di società

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di Francesco Gesualdi

Onore al popolo italiano che nonostante la propaganda martellante, fatta di bugie banalizzazioni, paure, ricatti, ha saputo respingere il tentativo di stravolgimento costituzionale tanto caro al mondo degli affari. Hanno cercato in tutti i modi di spingere gli italiani a barattare la Costituzione per un piatto di lenticchie, ma il voto espresso a così larga maggioranza è un messaggio chiaro che la sovranità popolare non è in vendita.

Ora le forze politiche dovranno tenerne conto e cambiare la legge elettorale affinché tutte le espressioni presenti nel paese possano essere rappresentate in Parlamento nella stessa proporzione. Ogni altra soluzione è una manipolazione della democrazia.

Alla lettera democrazia significa comando di popolo, ma nella nostra Costituzione assume il significato più vasto di difesa del popolo. Lo dice così bene nell’articolo tre quando recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
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Gli aspetti sociali del voto al referendum del 4 dicembre in Italia e a Bologna

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a cura di Bruno Moretto, Comitato la scuola vota No Bologna

Tante sono le cause del voto al referendum costituzionale. Fra queste è molto interessante la componente sociale. E’ già stato evidenziato che le percentuali maggiori di NO si sono avute nelle regioni insulari e meridionali. Questa immagine è molto esemplificativa al riguardo. Le regioni con reddito pro capite più basso sono state quelle che hanno votato maggiormente per il NO.

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Analizzando il voto bolognese si può notare un fenomeno analogo. Le zone con percentuali di SI maggiori sono quelle a reddito più alto. Non a caso la percentuale maggiore di SI si ha nella zona dei colli (59,69%). La percentuale maggiore di NO si ha in zona Bolognina (52,14%). In altre zone popolari come San Donato, Lame, Santa Viola, San Vitale o prevale il NO o il risultato è testa a testa.

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In risposta a Michele Serra: ecco perché sbaglia nel biasimare la sinistra del no

Michele Serra
Michele Serra

di Loris Campetti

Caro Michele Serra, ho letto con attenzione e interesse – come sono abituato a fare con i tuoi scritti – l’articolo pubblicato come editoriale sulla prima di Repubblica di venerdì titolato “Quella sinistra del no, no, no” che mi ha rimandato a una vecchia e anche un po’ scema canzone che impazzava quando eravamo piccoli: “È una bambolina / che fa no, no, no, no, no”.

Nell’ultima strofa del testo quella bambolina cantata da Michel Polnareff finiva, neanche a dirlo, per dire Sì. Purtroppo, dopo aver letto il tuo editoriale non sono arrivato alla stessa conclusione della bambolina. E ti spiego, in poche parole, cosa non mi convince del tuo ragionamento che motiva con serietà le critiche di una parte della sinistra alla proposta di Giuliano Pisapia – altra persona che apprezzo da decenni – di mettere insieme un’alleanza di sinistra capace di dialogare con il Pd e, una volta scoloriti i Verdini e gli Alfano, farci un governo insieme.
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Dopo il No, la democrazia che vogliamo

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di Ilaria Bonaccorsi

L’aveva scritto Raffaele Lupoli sabato. E la vignetta di Vauro che rappresentava un No enorme che avrebbe schiacciato Renzi, era giusta filologicamente ma non era giusta per noi. Perché a noi che questo No schiacciasse Renzi non interessava affatto. Noi il No lo abbiamo “smisuratamente” sostenuto perché era simbolo e strumento per fare un Rifiuto grande come la Costituzione. Un rifiuto immenso nei confronti di una cialtroneria, di una arroganza, di una onnipotenza, di un tale scarso senso del Paese, della cultura democratica e della vita delle persone che ci faceva impressione. Grande impressione.

Aspettavamo la reazione, ma quella che abbiamo visto ha grandemente superato ogni aspettativa. Tutti corrono a metterci il cappello, tutti corrono a mascherarla di destra. Tutti corrono a intervistare i Salvini e i Brunetta. Tutti. Tutti hanno interesse a dipingere di nero questa reazione. Tutti cercheranno di sporcarvi. Ed invece non è così.

Voi, il popolo italiano, così vi hanno chiamato, avete votato per la vostra Costituzione, perché è bella e giusta e perché sono trent’anni che viene disattesa, ed è già troppo. Sono trent’anni che non avete dalla vostra parte uno Stato che vi garantisca il libero sviluppo della vostra persona e che rimuova gli ostacoli che non la permettono. Prendervi in giro, cambiarla per non cambiare.
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Trionfo del no: sconfitta la voglia dell’uomo solo al comando

di Sergio Caserta

Un risultato straordinario per la Costituzione, per la democrazia e per il futuro del nostro Paese. Un risultato inatteso, prorompente per l’ampiezza e la forza che annichilisce le “alchimie” di coloro che hanno tentato di imbonire il popolo con un progetto oligarchico e autoreferenziale. Il NO allo sgangherato disegno di riforma costituzionale e di legge elettorale è la smentita di una teoria della politica intesa come affermazione dell’immagine del leader solo al comando, controfigura sottomessa al dominio della finanza sull’economia, sulla politica e sull’intera società.

È la conferma che le ricette liberiste, cioè lo smantellamento dello stato sociale, non sono le soluzioni per superare la crisi, che la gente non ne può più di sostenerne tutto il peso con le rinunce, la precarietà, la perdita di diritti, mentre gli “altri”, coloro che vivono delle rendite del capitale, godono di favori ed esenzioni, condoni ed evasione.

È la crisi del progetto di privatizzazione dello Stato furiosamente portato avanti in questi anni e fatto proprio dalla cosiddetta sinistra “riformista” che nulla ha più della sinistra e men che meno di riformismo, inteso come progresso sociale. Emerge in tutta la sua centralità e nuova attualità la Costituzione, il progetto di società che seppero costruire i costituenti dopo la disfatta del fascismo, i disastri della guerra e la gloriosa esperienza della Resistenza.
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Referendum: sconfitto il sì, Renzi si dimette

Ecco alcuni estratti del discorso di dimissioni del presidente del consiglio dei ministro Matteo Renzi, che nel pomeriggio si presenterà al capo dello Stato Sergio Mattarella, dopo la vittoria del no al referendum costituzionale: Le percentuali sono state superiori a tutte le attese. Questo voto consegna al fronte del no oneri e onori insieme alla […]

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