La persecuzione di rom e sinti

Leggi razziali 77 anni fa: la persecuzione di rom e sinti

di Claudio Cossu

Cade a breve la ricorrenza, triste e densa di ripercussioni storiche negative, della proclamazione delle leggi razziali, 18 settembre 1938, effettuata a Trieste, piazza Unità d’Italia 77 anni addietro. Per dare più spazio al dittatore vociante, l’amministrazione fascista di Trieste fece spostare, a pezzi, la fontana del Mazzoleni al “lapidario,” accanto alla Basilica di San Giusto. Così il duce potè essere visto e applaudito da una più vasta e numerosa platea, inspiegabilmente gioiosa e frenetica per quella proclamazione insolita.

Ma a subire le conseguenze di quelle leggi enunciate, che hanno rappresentato l’infamia per il diritto italiano e per tutta l’Italia e la sua cultura giuridica, non fu solo il popolo ebraico, quella persecuzione travolse anche le genti rom (chiamati volgarmente zingari) e sinti. Storia rimossa e trascurata da studiosi e ricercatori e che appena ora viene alla luce e indagata quale fonte di ricerca e indagine “La persecuzione di Rom e Sinti: storia e memoria dello sterminio”, a cura dell’Istituto della Resistenza, 25 gennaio 2008 (convegno di Biella).

Noi ci inchiniamo commossi di fronte al martirio ed alle sofferenze degli ebrei, dinanzi alla Shoah, alla discriminazione e al disegno pianificato di eliminare, in un delirio di morte e distruzione, tutta una civiltà ed un popolo. Unitamente a Helmut Schmidt, ci inginocchiamo di fronte ai neri cancelli di Auschwitz, emblema di crudeltà e dolore. Vorremmo farlo fisicamente e in quel luogo. Ma dobbiamo ricordare anche chi venne travolto da quella tempesta malefica di discriminazione e persecuzione che avvolse l’Europa, uomini marchiati dalla stella viola nei campi nazisti, i rom e i sinti.
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Riflessioni sul ricordo pubblico dell’olocausto in Germania / 3

Riflessioni sull'olocausto
Riflessioni sull'olocausto
di Susanna Böhme-Kuby

(Prima seconda parte). Hermann L. Gremliza, editore del mensile politico “Konkret”, annota, nel 1995, come la riflessione storica e le ammissioni di colpa siano diventati più a buon mercato, ora, che la svolta generazionale è ormai compiuta anche nell’establishment politico: “Sulla sedia del Presidente della RFT non siede più nessuno che abbia conferito il potere al Führer (come Theodor Heuss)”[n.d.A.: primo presidente della RFT,1949-59, che aveva votato nel 1933 l’Ermächtigungsgesetz a favore di Hitler] “nessun architetto di baracche per i lager (come Heinrich Lübke)” [secondo presidente RFT,1959-1969] “nessun membro di spicco del partito NS (come Walter Scheel)” [quarto presidente RFT, 1974-1979] “o della SA (come Karl Carstens)” [quinto presidente RFT. 1979-1984].

“Nella Cancelleria non c’è più nessun confidente del Reichssicherheitshauptamt (come Ludwig Erhardt)” [Ministro per l’economia,1949-1963, padre del Wirtschaftswunder e della cosiddetta “economia sociale di mercato”, poi secondo Cancelliere federale,1963-66, dopo Adenauer,1949-63] “e nessun stretto collaboratore di Josef Goebbels (come Kurt G.Kiesinger)” [terzo Cancelliere federale, 1966-69]. “E nemmeno il Consiglio di Amministrazione della Deutsche Bank è più presieduto (dal 1994 ) dall’uomo che aveva controllato l’attività produttiva dell’IG Farben ad Auschwitz-Birkenau (ovvero Hermann Josef Abs).” [Abs fu direttore della Deutsche Bank dal 1938 al 1945, tra l’altro responsabile della “Arisierung” del patrimonio degli ebrei europei, che siedeva nel 1942 in ben quaranta Consigli di Amministrazione delle grandi imprese tedesche, compreso quello dell’IG Farben. Condannato come criminale di guerra in Jugoslavia a 15 anni di lavori forzati, non venne consegnato dalle truppe inglesi, ma venne chiamato nel 1948, nella Bizona anglo-americana, a dirigere la Banca per la ricostruzione (KfW) e il Piano Marshall e poi nella RFT riprese le file della Deutsche Bank, di cui fu presidente dal 1957 al 1967 e in seguito presidente onorario fino alla sua fine. Nel 1994 il banchiere dei nazisti mori a 93 anni, pluridecorato e venerato da tutti). [Per non nominare Hans Globke, dal 1949 il più stretto collaboratore di Adenauer alla Cancelleria della RFT, che nel 1935 fu l’autore dei commenti alle leggi razziali di Norimberga.]
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Riflessioni sul ricordo pubblico dell’olocausto in Germania / 2

Riflessioni sull'olocausto
Riflessioni sull'olocausto
di Susanna Böhme-Kuby

(Prima parte). Sono numerose le testimonianze di quel fenomeno descritto come Flucht vor der Wirklichkeit, che è una fuga non solo davanti alla realtà, ma anche davanti alla responsabilità. Franco Fortini ha osservato quella stessa perdita di senso della realtà, descritta da Arendt come incapacità di valutare e di comprendere: “L’immensità delle stragi e della distruzione non spinge affatto gli uomini a vivere in modo diverso, a cercarsi un cuore nuovo; ma solo a ripararsi alla meno peggio nelle vecchie grotte dell’anima. Favorita dalla politica occidentale, la borghesia tedesca, appena ha potuto, ha gettato sul vuoto di una generazione i luoghi comuni più filistei.” (Diario tedesco, 1949 ) Continua Fortini: “E senti che questo aiutare a rendere vano il tentativo di vita nuova che vedi (…) è colpa anche più grave che prepararsi ad armare le compagnie di ventura tedesche e a giustificarle fin d’ora in nome della civiltà [occidentale] e dello spirito.”

Qui viene chiamato in causa la politica degli alleati occidentali e il ruolo accondiscendente della borghesia tedesca e si fa riferimento alla rapida dissoluzione dell’alleanza dei vincitori dopo lo scoppio delle bombe atomiche in Giappone nell’agosto del ’45. La superiorità militare statunitense fa da premessa per la seguente Guerra fredda. Le zone occidentali della Germania (Bizone/Trizone 1948) diventano il nucleo della RFT (1949), e il principale baluardo degli USA contro il blocco sovietico. Questo ha determinato tutto il futuro tedesco (ed europeo), e garantito la continuità di fondo delle strutture economiche e sociali, ma anche ideologiche del capitalismo tedesco. (Bisognerebbe aprire una parentesi sull’immediato dopoguerra, in cui il capitalismo sembrava essere superato persino nel programma di Ahlen della CDU (1947): “Il sistema capitalistico si è rivelato inadeguato agli interessi vitali dello stato e della società tedesca”, ma presto si chiuse ogni prospettiva alternativa per una Germania non allineata e democratizzata anche nelle sue strutture economiche, prevista ancora dagli Accordi di Potsdam, 1945).
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Riflessioni sull'olocausto

Riflessioni sul ricordo pubblico dell’olocausto in Germania / 1

di Susanna Böhme-Kuby

Ho colto l’invito di Marco Borghi a parlare di questo argomento complesso per illustrarvi – ovviamente solo a grandi linee – su quale fondamento poggino il monumento all’Olocausto e i rispettivi musei eretti a Berlino a partire dalla fine dello scorso millennio. Da non pochi visitatori questi luoghi vengono percepiti come testimonianza visibile del fatto (presunto) che la Germania abbia “elaborato” il suo passato meglio di altre nazioni in Europa. Vorrei ripercorrere questa storia dall inizio, nel tentativo di mostrarne la complessità. Una complessità maggiore di quanto questa conclusione apparentemente positiva, ma in realtà affrettata, non farebbe pensare.

Si può costatare, a 70 anni dalla fine della II.guerra mondiale e dalla scoperta dei suoi orrori, che la memoria del passato non ha – tra rimozione e eterno ritorno – guadagnato in profondità e complessità, ma piuttosto in superficialita e semplificazione. Ciò non soltanto, ma in modo particolare, in Germania (e non parlo qui della ricerca storica, bensì della memoria pubblica, collettiva e politica.) Per comprenderne il motivo occorre indagare le coordinate storico-politiche contingenti, che sono le premesse del mainstream della percezione pubblica nella Germania dei Täter(carnefici). Lascio da parte quindi il ricordo individuale che riaffiora anche in una più recente Erinnerungskultur(cultura della memoria). Mi piace però ricordare la constatazione di Christa Wolf, in Trame d’infanzia, del 1976: “Il passato non è morto; e non è nemmeno passato. Noi ci stacchiamo da esso fingendoci estranei”.

Sappiamo che la memoria dell’Olocausto non è monolitica, ma comprende molte narrazioni a secondo dei contesti e delle prospettive, di vittime e carnefici – in Germania, anzi nelle due ex-repubbliche tedesche, in Israele e altrove. Così come ogni memoria è un mosaico costituito da molti elementi a loro volta determinati dal rispettivo presente.
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Il partigiano Angelini

Il partigiano Enrico Angelini, 90 anni, torna per cancellare la svastica

di Foligno Oggi

Alla notizia che la cascina di Radicosa, uno dei luoghi simbolo della resistenza folignate, era stata oltraggiata da mani ignote con il disegno di una svastica, il partigiano della Brigata Garibaldi, Enrico Angelini, classe 1925, ha voluto reagire operativamente allo scempio perpetrato su quel muro.

E così, incurante dei suoi 90 anni, si è recato questa mattina a Radicosa, sperduta località montana al confine tra il Comune di Foligno con quello di Trevi, armato di sverniciatori, spazzola a ferro e detergenti. Una volta giunto a Radicosa, Angelini non ha potuto trattenere la sua commozione ed ha pianto, perché in quel luogo lui c’era stato tra la fine del 1943 e i primi mesi del 1944, in particolare in quella tragica notte tra il 2 e il 3 febbraio del ’44, quando scampò miracolosamente al rastrellamento nazista, che vide la cattura su quelle montagne di 24 giovani partigiani, molti dei quali trovarono la morte nel campo di concentramento di Mauthausen.

Subito dopo, Angelini ha provveduto a sverniciare la svastica disegnata da ignoti sul muro della cascina, raschiando con le sue mani l’offensivo simbolo del nazismo.

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Stragi naziste a Civago e Cervarolo - Archivio Istoreco

Giorno della memoria: fare i conti con la storia, finalmente

di Marino Sinibaldi, direttore di Radio3

L’enorme tensostruttura bianca montata da qualche giorno di fronte all’ingresso di Birkenau per accogliere le celebrazioni del settantesimo anniversario della liberazione dei lager nazisti pare il simbolo più evidente delle difficoltà, gli incagli, gli equivoci che gravano sulla nostra memoria.

Con il suo ingombro accecante, con il suo lindo nitore, il tendone deforma irrimediabilmente – anche se temporaneamente – la cifra di quel luogo. Birkenau si estende infatti come un nudo spazio di sterminio, senza volumi né colori, un’enorme spianata putrida e decomposta da sempre, anche quando era “in piena attività” (formula oscena, che non si può non virgolettare quando alluda al funzionamento spietato della macchina del genocidio), un territorio arido e fangoso squadrato dalla logica dell’orrore e destinato unicamente alla nullificazione delle esistenze che riceveva in consegna: ogni cosa – le baracche tutte uguali, la scarna rete di viali, i famosi, tragici binari, perfino le fragili betulle ai margini – converge verso le camere a gas con i crematori capaci di lavorare a ritmi mai visti, liquidando migliaia di persone al giorno.

Non c’è altro, non avrebbe senso cercarci altro. Il cosiddetto campo base di Auschwitz, per dire, è già diverso: ci sono edifici, padiglioni, angoli di strade, spazi trasformati in musei. Nulla di meno feroce: il cieco cortile con lo stretto “muro della morte” è visione di ineguagliabile atrocità. Ma perfino la terribile esibizione dei resti del lager, le raccolte di oggetti, valigie, capelli strappati alle vittime, contengono una traccia di umanità, consentono un’emozione e una narrazione. A Birkenau nulla di tutto questo sembra possibile, come non ci fossero appigli per i nostri pensieri e le nostre parole.
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Addio a Enzo Camerino, uno degli ultimi sopravvissuti ai lager e dei reduci del rastrellamento di Roma

Si è spento ieri, nel giorno del suo 86mo compleanno, Enzo Camerino, nato a Roma il 2 dicembre 1928 e il più piccolo di tre fratelli: la sorella maggiore Vanda era nata nel 1918 e il fratello Luciano era di due anni più grande. La madre si chiamava Giulia Di Cori ed era del 1894; il padre, Italo Camerino, aveva una fabbrica a Monza, la Safe (Società anonima forniture edili), che si occupava di costruire case smontabili in legno per l’Abissinia. La famiglia era benestante e viveva nel quartiere di Trastevere. Dopo l’emanazione delle Leggi razziali del 1938 le cose cambiano e il padre prende ad occuparsi della vendita di cioccolata all’ingrosso; Enzo che frequentava la scuola pubblica ‘Umberto Primo’ è costretto a lasciare la sua classe e ad andare a scuola di pomeriggio, separato dai suoi compagni cattolici. Per aiutare la famiglia in questo momento difficile, lavora nel negozio di un barbiere; sfrutterà questa esperienza lavorativa proprio ad Auschwitz.

Il 16 ottobre 1943 Enzo vive in viale delle Milizie 11, nel quartiere Prati, ed è in casa assieme alla sua famiglia: i genitori, i fratelli e uno zio materno, Settimio Renato Di Cori. Alle cinque del mattino alla porta si presentano un tedesco e un fascista con un foglio su cui era scritto di prepararsi per il viaggio. Inizialmente credono di essere stati scoperti, poiché l’8 settembre la famiglia Camerino aveva aiutato dei carabinieri e dei militari che avevano abbandonato le loro divise. Enzo e Luciano scendono per primi e attendono il resto della famiglia. Vanda, che aveva 25 anni, scrive su un foglietto i numeri di telefono di uno zio e di altri parenti e li lascia ad un signore che abitava nel loro palazzo e che faceva il tramviere.
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Giornata della memoria: “Io, sopravvissuto perché abile al lavoro”

Enzo Zilio - Foto Messaggero del Veneto
Enzo Zilio - Foto Messaggero del Veneto
di Manuela Battistutta

Corno di Rosazzo. È la mattina del 7 ottobre 1945 ed è domenica quando Enzo Zilio torna a Corno di Rosazzo col fratello dopo nove mesi destinati a condizionare profondamente il corso di una vita. Ha solo 19 anni, ma ne passeranno altri tre a causa degli strascichi di una pleurite prima di potersi ristabilire completamente e “iniziare” a vivere. Il ritorno alla vita, dopo la deportazione, coincide con l’innamoramento per Giuseppina Francovig, che diventa impegno a costruire una famiglia solo dopo aver ottenuto dal medico di fiducia, il dottor D’Osualdo, la garanzia di essere in buona salute per potersi impegnare seriamente.

Enzo e Giuseppina. Oggi, dopo 67 anni, quel legame e quella complicità tra Enzo e Giuseppina sono ancora forti, un affiatamento che si percepisce incontrandoli nella loro casa poco distante dal Santuario di Madonna d’Aiuto a Corno di Rosazzo. Ma quei nove mesi, dal maggio 1944 all’ottobre 1945, sono vivi nella memoria di Enzo, ricchi di volti, incontri, luoghi e lingue diverse, sofferenza, pietà e gratitudine. E c’è in lui quasi un imperativo morale, una necessità di ricordare, non voler dimenticare, col pudore per la sensibilità altrui.
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Museo storico della Liberazione di Roma

Se rischiamo di perdere la Memoria: a rischio chiusura il Museo storico della Liberazione di Roma

di Giacomo Russo Spena

Rischia la chiusura. Per mancanza di fondi. Eppure è un patrimonio politico, storico e culturale per la nostra Memoria. Quasi 15mila visite solo nel 2013, tra cui moltissimi studenti. “Siamo in attesa che arrivino i soldi dal ministero dell’Istruzione, altrimenti sarà dura andare avanti”, è il grido d’allarme giunto dal Museo storico della Liberazione di Roma, a Via Tasso. Nel cuore della Capitale.

Istituito con la legge 227 del 14 aprile 1957, l’attuale stabile – di proprietà statale – venne utilizzato nei mesi dell’occupazione nazista di Roma (11 settembre 1943 – 4 giugno 1944) come carcere dal Comando della Polizia di sicurezza. Divenne tristemente famoso come luogo di reclusione e tortura da parte delle SS per oltre 2000 antifascisti, molti dei quali caddero poi fucilati a Forte Bravetta e alle Fosse Ardeatine. Le celle di detenzione, che allora occupavano l’intero edificio mentre adesso soltanto due dei quattro appartamenti destinati a museo, sono ancora come furono lasciate dai tedeschi in fuga. Ora sono dedicate alla memoria di coloro che vi furono detenuti, e ricordano le più drammatiche e significative vicende nazionali e romane dell’occupazione.

Dal 1980 il Museo ha incrementato le attività arrivando al culmine dei 15mila visitatori di quest’anno. “L’80 per cento è composto da studenti – spiega il presidente Antonio Parisella – Abbiamo intensificato il lavoro con le scuole e i giovani vengono in gita o a consultare i nostri archivi storico-documentaristici. Negli ultimi tempi abbiamo avuto la presenza anche di turisti europei”. Le iniziative promosse dal Museo – comunemente detto – di via Tasso sono moltissime e vanno oltre le ricorrenze del 25 aprile o del 27 gennaio. Di grande valore l’archivio storico, l’aula didattica e la biblioteca: documenti originali, cimeli, giornali e manifesti, volantini, scritti e materiali iconografici relativi all’occupazione nazifascista e alla lotta che valse alla città di Roma la medaglia d’oro al valor militare durante la Seconda guerra mondiale.
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L’ultimo degli ingiusti: il documentario sul rabbino costretto a collaborare con i nazisti

Le Dernier des Injustes
Le Dernier des Injustes
di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Al Torino Film Festival sono stati proiettati due documentari straordinari e dal forte impatto emotivo, dedicati ad una figura minore ma emblematica degli anni più bui della storia del Novecento: Benjamin Murmelstein. Rabbino del popoloso quartiere ebraico di Vienna nel 1938, all’epoca dell’anschluss, egli esemplifica al meglio la condizione tragica di chi, avendo un ruolo di spicco all’interno della propria comunità, si trovò a “collaborare”, per scelta o per costrizione, con le autorità naziste al perseguimento dei loro obiettivi e che, per questo, sarà chiamato, a liberazione avvenuta, a pagare con un prezzo amaro il fatto di essere sopravvissuto.

Claude Lanznann è un esponente di rilievo della sinistra intellettuale francese, storico direttore di Les temps modernes, noto soprattutto per Shoah, l’imponente documentario del 1985 sullo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti, di oltre nove ore di durata e frutto di un lavoro di ricerca durato dodici anni. Fu durante queste ricerche che Lanznann, nel 1975, incontrò ed intervistò a lungo Murmelstein a Roma, la città dove, dopo la guerra, aveva trovato rifugio. La sua storia non trovò tuttavia spazio in Shoah, la sua figura era forse ancora troppo ingombrante o i tempi non erano ancora maturi.
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