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Napoli, la città obbediente di De Magistris

di Bruno Giorgini in collaborazione con Amalia Tiano

Quando dopo mezz’ora di discussione (25 giugno 2018), a Luigi De Magistris chiedo di Napoli città ribelle, che è, tra l’altro, il titolo di un suo libro, risponde a sorpresa: sì ho coniato io questa definizione, ma oggi, beh oggi direi piuttosto Napoli città ubbidiente.

Con Amalia siamo in città da un paio di giorni, per cercare nei limiti del possibile di capire, o almeno guardare, come si svolgono le dinamiche di strada, specie nella parte più popolare: i quartieri spagnoli. Uscendo da casa scendiamo in via della Pignasecca, col suo mercato dove trovi di tutto, aggirandoci nell’intrico dei vicoli. Dove la criminalità camorristica è ben visibile, ma anche molti turisti si muovono, tutti stranieri. Il rinascimento culturale di Napoli, anch’esso ben visibile, porta infatti in città molti turisti soprattutto non italici coi relativi soldi al seguito, e là dove arriva il denaro la camorra si dispiega.

Turisti che conoscono Gomorra, e non hanno paura, anzi la camorra se la vanno a cercare, nei luoghi di Gomorra, e/o dell’Amica Geniale, la quadrilogia di Elena Ferrante. Camorra che produce anche innovazione tecnologica: un microcellulare, leggerissimo, piatto, lungo pochi centimetri, intestato a ignare utenze straniere, con pochissimo metallo, perciò invisibile ai metal detector, che si può nascondere nelle suole di un paio di scarpe da tennis. Lo si trova completo di scheda per 150 euro al mercatino della Duchesca, e si dice sia stato inventato a Poggioreale da qualche detenuto di genio per le comunicazioni dei boss con l’esterno.

Napoli chiama Bologna: tra urbanistica e nuova sinistra

di Sergio Caserta

Vezio De Lucia, insigne urbanista partenopeo ha scritto un pamphlet Promemoria Napoli (ed. Donzelli) che narra la vicenda del piano regolatore di Napoli dai primi anni settanta ad oggi: De Lucia è stato oltre che docente universitario, assessore all’urbanistica del Comune di Napoli e precedentemente ha collaborato ai piani di ricostruzione della città dopo il grave sisma del 1980. Dal punto di vista professionale ha ricoperto e ricopre tuttora prestigiosi incarichi pubblici.

Personalmente l’ho conosciuto meglio dopo che ha lasciato l’incarico di assessore nella seconda giunta da Antonio Bassolino, quando le vicende nazionali e locali della sinistra volgevano al peggio e ci siamo ritrovati a condividere posizioni critiche, nella ricerca di una nuova strada per quel che definiamo il “rinnovamento della sinistra”, cui non siamo affatto giunti, anzi tutt’altro come anche le ultime vicende del Paese evidenziano. Ora che vivo a Bologna dove mi sono trasferito per motivi di lavoro oltre venticinque anni fa, mi rendo conto sempre più delle profonde differenze che esistono con la mia città natale, più grande, più complessa, più disgraziata ma anche senza dubbio meno provinciale.

A Napoli le cose sono o veramente pessime o straordinarie, le vie di mezzo ci sono del tutto estranee, diciamo che la media normalità non è la cifra della capitale del mezzogiorno. Invece Bologna, è all’opposto la rappresentazione della virtù della medietà, nel senso che non è ne catastroficamente inguaiata come si dice solitamente di Napoli, ma nemmeno brilla di una particolare eccellenza se non in alcuni comparti, come l’industria meccanica, oppure in alcune facoltà universitarie, nel commercio, nella sanità.

Dallo stop al consumo del suolo ai David di Donatello

di Vezio De Lucia

Per chi fa il mio mestiere, cioè l’urbanista, l’argomento più discusso degli ultimi anni è certamente il consumo del suolo, o meglio il modo per azzerare, ridurre o contenere il consumo del suolo, il più rovinoso fattore di crisi della condizione urbana, almeno in Italia. Gli osservatori più attenti, primo come sempre Antonio Cederna, cominciarono a denunciare la dissipazione del territorio negli anni Sessanta del secolo scorso raccogliendo consenso solo in settori dell’ambientalismo e dell’intellettualità progressista, nel disinteresse della politica, salvo pregiate eccezioni (Fiorentino Sullo).

Alla fine, recentemente, sotto la spinta delle istituzioni europee, anche il mondo politico ha dato segni di vita mettendo mano a un complicatissimo e sostanzialmente inutile disegno di legge, che pure è stato condiviso da tutte le parti, peraltro senza approdare al voto finale nella scorsa legislatura.

Non tema il lettore, non intendo raccontare anche su queste pagine perché è sbagliata la proposta del governo, cerco invece di esporre una riflessione credo inedita – e spero che non sia esagerata – sulle conseguenze positive dello stop al consumo di suolo. Molte conseguenze sono note e facilmente comprensibili: dalla salvaguardia di spazi naturali e verdi che riducono l’inquinamento e catturano CO2 alla riduzione dei costi di urbanizzazione e dei servizi, in particolare dei trasporti. Altre conseguenze sono invece meno immediatamente intuibili, ma secondo me di enorme importanza, questo il punto sul quale vorrei avviare una discussione.

Angela Pascucci: ciao, compagna, questa mostra ti sarebbe piaciuta

di Sergio Caserta

Avrei voluto e dovuto essere presente, in rappresentanza del circolo, sabato scorso all’ultimo addio ad Angela Pascucci. Purtroppo sono rimasto bloccato in un maxi ingorgo, causa incidente sull’A1, di quelli che quotidianamente attentano ai nostri viaggi. Angela ha terminato la sua intensa esistenza dopo una difficile e dolorosa malattia. È stata stata una giornalista ed intellettuale di primo piano per il manifesto e per la sinistra, una persona “di senso” ovvero che andava a fondo delle cose, che si poneva domande impegnative sul presente, sempre incredula che la sinistra stesse cosi velocemente declinando verso il nulla.

Angela è stata un’appassionata sostenitrice del manifesto in rete. La sua analisi corroborata da una profonda cultura e dalla elevata conoscenza del quadro politico globale ed in particolare di quello della Cina, le forniva argomenti razionali all’indagine sulle conseguenze della globalizzazione e della crisi. Ebbi la fortuna di poterla visitare non tantissimo tempo fa, a casa sua, in un momento in cui la malattia le concedeva una pausa alle sofferenze e le dava la forza di esporsi al dialogo, un incontro doloroso e bellissimo in cui ancora ci confrontammo sulle deludenti vicende politiche della nostra cara e “sfrantummata” sinistra.

Napoli, Je so’ pazzo: una storia esemplare

delle attiviste e degli attivisti dell’ex-Opg “Je so’ Pazzo”

Che cos’è, oggi, l’ex-OPG “Je so’ pazzo”? Per capirlo fino in fondo non si può prescindere dal racconto di ciò che è stato ieri, il riscatto e la trasformazione attuali hanno infatti radici molto profonde, sono la risposta a tante vite negate e storie mai raccontate che si sono consumate tra le mura dell’imponente struttura di via Imbriani, a Materdei, nel cuore di Napoli.

Se oggi possiamo raccontare questa storia è grazie al lavoro di tanti volontari, prima di tutto degli psichiatri, degli psicologi, degli storici, dei sofferenti psichici e delle loro famiglie, che ci aiutano quotidianamente a ricostruire la memoria di questo luogo – e a trasmetterla anche attraverso le tante visite organizzate con le scuole della città e iniziative sulla storia delle istituzioni totali che ospitiamo al suo interno – e che animano il nostro sportello di ascolto, una delle tantissime attività gratuite che si svolgono presso l’ex-OPG.

La storia del complesso edilizio

Se “OPG” sta per Ospedale Psichiatrico Giudiziario, se lo chiamiamo “ex” perché da tempo non è più un luogo di prigionia e di libertà negata, la storia racchiusa in queste mura è molto più antica e complessa di così: è nella seconda metà del Cinquecento, infatti, in particolare nel 1566, che le prime tracce di una struttura simile a una masseria vengono documentate nell’opera cartografica di Antoine Lafrery.

Protestano contro l’alternanza scuola-lavoro: il Fai chiede il 7 in condotta

di Adriana Pollice

Una nota disciplinare e il sette in condotta a fine anno per essersi rifiutati di lavorare gratis due giorni fa, domenica delle palme. È quanto è stato minacciato agli studenti del liceo napoletano Vittorio Emanuele. Avrebbero dovuto illustrare ai turisti le meraviglie del Museo di mineralogia dell’università Federico II durante una delle due giornate gestite dal Fai, Fondo ambientale italiano e nelle sue giornate di primavera in cui apre centinaia di luoghi normalmente chiusi al pubblico.

Il badge che avrebbero dovuto indossare li qualificava come «volontari». «Più di un mese fa – raccontano gli studenti – avevamo spiegato che in quella settimana saremmo stati fuori per il viaggio di studio. Siamo tornati sabato, molti abitano lontano, volevamo passare la domenica in famiglia. Invece ci hanno obbligato ad andare».

Obbligati perché l’iniziativa è stata inserita nelle 200 ore di alternanza Scuola – lavoro, ore non retribuite né rimborsate. Così i ragazzi si sono presentati per svolgere il compito ma con un badge più accurato, di loro creazione: «Alternanza Scuola – sfruttamento. Questo non è formativo». I turisti hanno chiesto della singolare protesta e hanno anche apprezzato.

I racconti di Victor: “Leo e la tentazione dell’ignoto”

di Victor

Leo, fin da ragazzo, poco più che adolescente, provava una torpida attrazione per i vicoli stretti della sua città di mare. Le domeniche mattina andava in villa comunale col giovane padre, dal naso adunco e ancora magro per la fame patita nella guerra finita da poco. Scorazzando sui pattini, osservava le donne passare con gonne scampanate e posava sguardi fugaci su quelle caviglie sottili.

Poi risaliva, la mano in quella del padre, per le scale assolate dei vicoli dai muri scrostati, le signore sedute davanti alla porta del “basso” svogliate dal caldo, lo sguardo indolente e attraente, chissà cosa celavano quelle stanze in penombra, appena coperte da tende accostate. La notte Leo sognava di trovarsi da solo nei vicoli, e girando vedeva le donne chiamarlo con sorrisi beffardi: “Entra, Leo, vieni a vedere”, erano signorine, donne di tutte le età grasse e magre, vestite appena, le gambe dischiuse.

Napoli in ripresa: non è un fuoco fatuo

di Sergio Caserta

Chi come me – partenopeo che non vive più a Napoli da molto tempo – tornandoci periodicamente per insopprimibile amore, non può non registrare con soddisfazione un costante cambiamento della città e soprattutto dei napoletani. Siamo abituati alla cautela e collaudati dalle tante delusioni: flussi e soprattutto riflussi in quest’ultimi trentanni ne abbiamo visti tanti, perciò nessuna esaltazione, né lodi a ennesimi rinascimenti.

Napoli in realtà muore e rinasce ogni giorno: questa nuova fase, che coincide con il secondo mandato di Luigi De Magistris, mi sembra mostri chiari elementi di evoluzione. In primo luogo e alla base, c’è il consolidamento del flusso turistico imponente ancor più per qualità che per la notevole quantità. Turismo straniero, ma anche tantissimo italiano cui corrisponde una crescita di servizi, ristorazione, arte, artigianato, cultura non più come fenomeni marginali ed effimeri.

No, sta crescendo una cultura imprenditoriale autoctona, rivolta a soddisfare domande più esigenti e diversificate, basti osservare l’offerta gastronomica e gli apprezzabili miglioramenti nell’imponente rete museale e culturale.

Napoli e la disoccupazione: virtù e vizi di un famoso movimento. Intervista a Sergio Caserta

di Valerio Romitelli

Da circa un anno a Bologna si è costituito il Pad (Progetto Assistenza Disoccupati), un progetto volontario e sperimentale che punta a strutturarsi più stabilmente sul territorio. Promotori ne sono, oltre la relativa associazione APAD, i servizi Nidil e Auser della CGIL, l’Associazione Includendo, un gruppo di psicologi e psicoterapeuti volontari in collaborazione con studenti e professori di Antropologia (Luca Jourdan e il sottoscritto) dell’università di Bologna (per ulteriori chiarimenti si può vedere qui).

Perché questa iniziativa? La nostra città non offre forse già sufficienti servizi e forme di assistenza per chi è in cerca di lavoro? E comunque, “qui da noi” non sono oramai certi i sintomi che fanno sperare in una prossima uscita dalla crisi in corso e dunque nella ripresa dell’occupazione? Così in effetti ragiona chi non ha diretta esperienza o non conosce da vicino l’effettiva realtà attuale della disoccupazione nel bolognese e si ostina invece a credere sempre vigente, e solo transitoriamente declinata, la proverbiale tradizione di questo territorio: quella che ne ha fatto uno spazio privilegiato di prosperità e di politiche sociali più che altrove efficienti.

Lo stato della città: turismo a Napoli

di Annunziata Berrino

Il rapporto tra Napoli e il turismo è fondante nella storia di questo fenomeno della modernità occidentale, che per molti aspetti ha maturato proprio qui i suoi caratteri. E tuttavia Napoli è una delle città che meno si è impegnata a ricostruire e interpretare la propria vicenda; certo, si dirà, il turismo è futuro, e tuttavia l’assenza di riflessioni sul proprio percorso è anche indice di importanti criticità, che hanno inevitabili riflessi sullo stesso governo del fenomeno.

Tra secondo Settecento e primo Ottocento, Napoli è in assoluto la città più amata e desiderata in Europa. La cultura occidentale elabora, definisce e matura il canone stesso della bellezza di una città moderna proprio sul profilo di Napoli. O meglio, Napoli riesce a rispondere con i suoi caratteri a tutte le istanze della modernità occidentale: prima di tutto alimenta lo scientismo, offrendo le grandi attrazioni sismiche e vulcanologiche, poi soddisfa il nuovo canone di classicità, che non è più centrato sulla magnificenza dei luoghi pubblici, ma su un sentire privato, individuale, che legittima una rapporto intimo e personale con la classicità; infine, è capace di rispondere alle potenti istanze romantiche, grazie alla sua sensualità, alla varietà del paesaggio, al colore popolare, alla potenza della sua musicalità.