Moby Prince: i segreti dell’Agip Abruzzo e il giallo della “nafta fantasma”

di Luigi Grimaldi

C’è un punto, a 25 anni dalla strage di Livorno, che la Commissione Parlamentare di inchiesta presieduta dal senatore Silvio Lai non potrà esimersi dal chiarire. Un passaggio che sino a oggi non è mai stato affrontato in nessuna delle inchieste che in questo quarto di secolo si sono succedute e che riguarda il carico e i movimenti della petroliera della Snam coinvolta nella collisione del 10 aprile 1991.

La petroliera a tutta birra

Il problema sta nell’ultimo viaggio della nave cisterna della Snam. La super petroliera arriva a Livorno la sera del 9 aprile alle 22,30. Si àncora in rada. Mancano esattamente 24 ore alla collisione con il Moby Prince. Ma da dove arriva l’Agip Abruzzo? Dal porto egiziano di Sidi Kerir, terminal petrolifero egiziano, rifornito da uno specifico oleodotto, dove ha caricato 82.000 tonnellate di greggio Iranian Light. Quando? Quattro giorni prima: il 5 aprile 1991. Sidi Kerir e Livorno distano quasi 1.600 miglia marine secondo una rotta collaudata, regolarmente percorsa dalla nave.

Un viaggio impossibile

Solo che normalmente, stando a quanto registrato dai Lloyds di Londra, che effettuano il monitoraggio dei movimenti di tutte le navi in base alle comunicazioni che ricevono dalle varie istituzioni portuali e dagli armatori, questa tratta era sempre stata coperta in 15, anche 20 giorni di navigazione. Teoricamente la Agip Abruzzo avrebbe potuto percorre la distanza tra il porto egiziano e quello toscano in 4 giorni ma a una condizione: effettuare l’intero percorso sempre alla massima velocità consentita dai suoi motori, “a tavoletta” insomma. Una navigazione se non impossibile mai utilizzata da navi di quel tipo e di quella stazza.
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America Latina

America Latina: non era al riparo, qui la crisi ha colpito duro

di Maurizio Matteuzzi

Ci sono stati tre o quattro anni, dopo lo scoppio della grande crisi economico-finanziaria partita dagli Stati Uniti nel 2008 con la bancarotta della banca Lehman Brothers, in cui sembrava che l’America latina, terra di uragani, fosse al riparo dall’uragano che stava squassando il resto del mondo, e che potesse continuare sulla strada della crescita (o addirittura della rinascita) economica e sociale avviata nel primo decennio del secolo XXI. Una pia illusione, molto naïve vista col senno di poi. Mondo globale, crisi globale.

L’1 gennaio 2015 la presidente “di sinistra” del Brasile Dilma Rousseff la prima cosa che ha fatto all’insediamento del suo secondo mandato è stata di nominare all’economia Joaquim Levy, un neo-liberista uscito dall’università di Chicago. Un “Chicago boy” che ha subito annunciato tagli alla spesa pubblica e programmi di aggiustamento fiscale. “Não há almoço grátis”, disse traducendo in portoghese una delle frasi celebri attribuita al nefasto guru del neo-liberismo, il professor Milton Friedman: “There is no free lunch”. Nel 2015 il Brasile è entrato in recessione (meno 2.4%), il real si è deprezzato del 60%, Dilma governa con “il programma dei conservatori” e per di più è a rischio di impeachment per via dell’enorme scandalo di corruzione in cui è coinvolta la Petrobras, la compagnia petrolifera statale.

Se il gigante soffre anche l’America latina soffre. Nel 2015 la crescita sarà solo dell’1-2%. O anche peggio, dello 0.5%. Praticamente si è fermata. L’Argentina è attesa da un problematico ballottaggio il 22 novembre, quando se la vedranno Daniel Scioli, il peronista candidato della presidente uscente Cristina Kirchner (candidato sì ma non troppo: misteri del peronismo), e Mauricio Macri, il “solito” miliardario entrato in politica con un proprio partito personale tipo Forza Italia. L’esaurimento del modello kirchnerista – consumi a tutto vapore e soya, terzo produttore mondiale, 25% dell’export -, l’inflazione, la corruzione, il blocco della crescita hanno spinto Macri, alimentando “l’entusiasmo degli investitori” e “la speranza” dell’immarcescibile Vargas Llosa.
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