Fonoprint: Lucio, Vasco e tutti gli altri

di Silvia Napoli Se Bologna è città creativa per la Musica, secondo Unesco, già dal 2006, qualche fondata ragione ci sarà. Sarà il fascino di musicanti e orchestrali di degregoriana memoria, ma qui si coagulano iniziative di sistema niente male, che da un lato rileggono il fatto musicale come concreta presenza territoriale e sforzo produttivo, […]

Caro sindaco, a Bologna non mescoliamo la musica con l’alcol

di Alice Facchini

Caro sindaco, chissà dove passava le serate lei quando aveva 27 anni, l’età che ho io oggi. Nel 1982, quando lei aveva 27 anni, nei cinema veniva trasmesso Blade Runner e veniva coniata per la prima volta la moneta da 500 lire. Il Bologna era retrocesso in serie B e alla trattoria Vito Guccini si trovava a bere un bicchiere di vino con Lucio Dalla, incontrando musicisti emergenti della scena bolognese.

Chissà lei dove si incontrava con i suoi amici, chissà se preferiva stare in centro o girare in macchina sui colli, chissà se faceva parte di qualche gruppo politico o associazione. Oggi, nel 2017, sono io ad avere 27 anni, e la sera mi piace godermi la mia meravigliosa città nelle poche ore che mi permettono di fare una passeggiata senza morire di caldo. Mi piace guardare le torri da sotto, dal punto in cui sembra che mi cadano addosso, mi piace infilarmi nei vicoletti del Ghetto ebraico e poi mi piace sedermi in una piazza con i miei amici a chiacchierare e a cantare.

Giovedì scorso è entrata in vigore una nuova ordinanza che coinvolge l’area di piazza San Francesco e che vieta di consumare bevande alcoliche o bevande in lattine o vetro dalle ore 17 alle 6 del giorno dopo. In più, è vietato suonare qualsiasi strumento musicale. Quella piazza è un luogo speciale di Bologna, un cuore pulsante, lì c’è un potenziale creativo forte che non va limitato.
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Addio a Sandra Mantovani, voce della storia e della libertà

di Antonio Bonomi L’8 marzo, ogni anno, da decenni è costume che da tutte le reti radio e tv risuoni la voce di Sandra Mantovani, storica interprete dei canti popolari e di protesta italiani. È morta il 1 ottobre scorso, a 88 anni, nella sua casa a Milano. Con il marito, l’etno-musicologo Roberto Leydi e […]

“Whiplash”: geni della musica si nasce o si diventa?

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Whiplash, di Damien Chazelle, USA 2014. Andrew è un giovane studente di batteria del Conservatorio di New York. Goffo ed insicuro nelle relazioni sociali, è tuttavia animato da una fortissima determinazione ad affermarsi nella vita come il migliore musicista jazz nel suo strumento. Viene notato dal più influente e temuto insegnate della scuola, il prof. Fletcher, e reclutato come secondo batterista nella sua jazz band. L’approccio pedagogico di Fletcher, alla ricerca della perfezione assoluta, è autoritario e brutale, sempre pronto a mortificare ed umiliare i suoi musicisti. Sembra accanirsi in particolare con chi mostra le maggiori potenzialità. Tra allievo e maestro inizia un confronto senza esclusione di colpi, raccontato con la tensione ed il crescendo emotivo di un incontro di boxe (sullo schermo vedremo anche scorrere il sangue). Non riveliamo il suo esito, basti dire che il finale è davvero sorprendente ed emozionante.
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In Andalusia la cultura si fa sui tetti

In Andalusia la cultura si fa sui tetti - Foto Pagina99
In Andalusia la cultura si fa sui tetti - Foto Pagina99
di Silvia Ragusa

Ai Beatles sarebbe piaciuto senz’altro. Più di quarant’anni fa la band di Liverpool saliva sul tetto della loro casa discografica, la Apple Records, per improvvisare un concerto all’aperto, l’ultimo: cinque canzoni, quaranta minuti di esibizione e decine di persone che si erano concentrate in strada. Poi i vicini chiamarono la polizia e la sessione acustica finì con un «Grazie per il provino» di John Lennon. Sarà per questo che nel manuale di raccomandazioni sull’uso dei tetti, stilato da Redetejas, c’è una norma specifica a riguardo: non dimenticatevi di avvisare i vicini, per favore, con tanto di orario di inizio e fine evento per il quieto vivere.

Da un po’ di tempo a Siviglia, sui tetti delle case non si stendono più solo i panni al sole. La sera, quando l’afa estiva della regione più a sud della Spagna si attenua e le belle di notte si schiudono, si aprono le porte di ferro che danno su tetti e terrazze, tra antenne paraboliche e fili per il bucato, affinché la gente del quartiere possa sistemarsi come «a casa propria». C’è chi si conosce già, chi è vicino del vicino, chi sorseggia un tinto de verano, chi si accaparra subito la sedia, chi si fionda sul tavolino all’angolo a mangiare tapas. Poi c’è chi si guarda attorno un po’ spaesato. Per lui è forse la prima volta. Sul terrazzo, tra i vasi di menta e basilico della signora del quarto piano, è tutto pronto. Benvenuti e buon ascolto.
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Vent’anni fa nasceva l’epoca della musica download

di Nicola Selliti

La rivoluzione digitale cominciava esattamente venti anni fa. Un clic e l’industria discografica andava nel pallone. Mentre oggi si legge del boom della musica in streaming, con YouTube che lancerà a breve un servizio a pagamento. La Geffen Records, una delle etichette più famose negli anni Novanta – produttori per esempio dei Guns N’Roses – piazzava on line il 27 giugno 1994 Head First, brano degli Aerosmith tratto dall’album Get a Trip, successo da otto milioni di copie vendute, numero uno su Billboard. Un donwload gratuito, per intero, tre minuti e 14 secondi di musica a disposizione degli utenti per un periodo di tempo limitato. E oltre diecimila internauti si affollavano a scaricare la canzone attraverso CompuServe, il service in Rete più utilizzato con due milioni di iscritti.
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Wandrè, lo Stradivari del rock

Antonio Pioli, Wandrè, con Roberto Benigni
Antonio Pioli, Wandrè, con Roberto Benigni
di Noemi Pulvirenti

Antonio Pioli, detto Wandrè, nasce a Cavriago nel 1926 ereditando dal padre Roberto la maestranza del liutaio. Infatti nel 1939, all’età di 13 anni, decide di assemblare la sua prima chitarra utilizzando un modello del padre. Prima di approdare alla costruzione dei suoi modelli, che diventeranno poi leggenda 40 anni dopo, si arruola come partigiano nelle colline reggiane.

Wandrè si distingue soprattutto per la sua capacità di ripensare all’estetica, ma in particolar modo a come migliorare la qualità sonora per i musicisti. Tra le sue idee fantascientifiche troviamo la creazione di un manico in alluminio usato al posto di quello classico in legno. Costruisce poi un manico privo di “truss-rod”, ossia del meccanismo che consente di modificarne la tendenza alla deformazione, che offre come risultato il miglioramento della limpidità sonora, ricercata da ditte come la Kramer (negli anni ’80 fornirà la chitarra a un pioniere selvaggio come Edward Van Halen). Altra mutazione introdotta da Wandrè è il ponte “suspended”, che conferisce per la prima volta al musicista un miglior controllo e adattamento al proprio stile. Non dimentichiamoci che queste innovazioni furono compiute in un’epoca in cui il virtuosismo elettrico era ancora ben lontano dal nascere.
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Sixto Rodriguez a Bologna: più che un concerto, una cerimonia

Sixto Rodriguez - Foto di Wikipedia
Sixto Rodriguez - Foto di Wikipedia
di Rudi Ghedini

Non mi era ancora capitato un concerto così. Un concerto, in cui la musica era quasi secondaria, la voce si sentiva poco, la band sembrava si fosse conosciuta mezzora prima e i momenti più travolgenti sono stati l’entrata in scena e i saluti.

Chi fosse Sixto Rodriguez, l’abbiamo saputo tutti dall’Oscar per il documentario 2012, quel Searching for Sugar Man di Malik Bendjelloul, che ha innescato la seconda vita di un cantautore dalla breve, luminosa, minoritaria parabola nei primi anni Settanta, racchiusa fra le sonorità di Nick Drake e Donovan, Cat Stevens e Phil Ochs (e il ritorno in fabbrica o nei cantieri edili). Pare che l’intero suo repertorio sia costituito da 25-30 canzoni.

Oggi Sixto Rodriguez ha quasi 72 anni, uno in meno di Dylan, ma non ha fatto la vita della rockstar: operaio edile a Detroit, il fisico consumato dalla fatica, la camminata sghemba, un glaucoma gli limita la vista e attenua il sorriso da vecchio capo indiano. Oltre mille presenze, ieri sera al Teatro Manzoni di Bologna. Io che stavo in un angolo della balconata – a tre metri da Alessandro Bergonzoni – non posso dire di aver percepito il tipico sentimento da concerto se non in qualche raro momento (I Wonder, Sugar Man, I Think of You). Piuttosto, mi sono sentito parte di una cerimonia.
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Desert Blues. Armi e chitarre dei Tuareg

di Wu Ming 5

Se si dovesse riassumere in una timeline la cronaca e la storia recente della rivolta in nord Mali restituirebbe già, senza bisogno di analisi approfondite, le dolorose contraddizioni di un processo postcoloniale che sembra aver riconsegnato intere aree del continente agli antichi padroni. La siccità e le carestie che hanno colpito il Sahel dalla fine degli anni ’60 in poi hanno radicalizzato la distanza tra Tuareg e arabi del deserto e popolazioni “nere” del sud. I Tuareg, che hanno una storia di resistenza accanita contro i colonialisti francesi, vedono nello stato del Mali e nei governi che si sono succeduti nei decenni nient’altro che la continuazione di quella dominazione. Riassumiamo un po’ di punti, che servono a riflettere sull’intreccio tra conflitto dispiegato, dimensione simbolica, arte e ideologia planetaria dominante.

I Tuareg del Mali, e i Tuareg in generale (il territorio ancestrale si estende si porzioni di cinque entità statuali: Algeria, Libia, Niger, Mali e Burkina Faso) sono tra le popolazioni più povere del pianeta, con un tasso di analfabetismo altissimo. Tradizionalmente allevatori, le carestie ne hanno decimato gli armenti e ridotto alla fame e alla sete interi clan, intere regioni. A partire dal 1984 (la carestia di Feed The world) Tuareg del Mali e del Niger sono emigrati in gran numero per arruolarsi nell’esercito libico. Per le giovani generazioni, l’unico mestiere è la vita militare e la guerra. Molti Tuareg hanno combattuto fino all’ultimo per il dittatore libico: pare che Gheddafi avesse una visione ideologica e romantica dei nomadi del deserto.

Alla fine della guerra in Libia migliaia di Tuareg sono fuggiti, armi in mano, rientrando nelle aree d’origine, e hanno vissuto sulla loro pelle – per la prima volta – l’incredibile povertà e arretratezza dei propri vecchi, nonni e parenti. Una povertà che appare sempre più inaccettabile, dato che il sottosuolo è tra i più ricchi del pianeta. Petrolio, gas naturale, oro. Ma specialmente uranio.
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Sempre più nero e marxista. Sulla comparsa e sulla scomparsa di Amiri Baraka / 2

Amina e Amiri Baraka
Amina e Amiri Baraka
di Roberto Silvestri

Sposata poi l’ebrea americana Hettie Cohen, due anni dopo aver scritto il suo primo dramma d’amore, A Good Girl Is Hard to Find (1958), e nate Kellie (poi storica dell’arte) e Lisa (scrittrice e sceneggiatrice), a 26 anni Leroi Jones pubblica, al suo ritorno dall’Avana, il saggio appassionato Cuba Libre, e l’Fbi di Hoover da allora cominciò a mettere sotto più stretto controllo quel traditore castrista già arrestato nel 1961 durante una manifestazione alle Nazioni Unite in solidarietà con Patrice Lumumba, il presidente del Congo democraticamente eletto ma poi indocile e dunque assassinato per volontà e ordine delle potenze occidentali.

A 27 anni uscirono i suoi potenti libri di poesia Preface to a Twenty Volume Suicide Note e Dead Lectures, ammirati per le sonorità blues, la provocatoria fantasie, il feroce e sferzante umorismo. E poi un libro di racconti (Tales), i drammi politicamente inquieti The slave, The toilet (1962), The Dutchman (1964), che vince il prestigioso Obie Award, e che, con il successivo Four Black Revolutionary Plays (1969), metteranno alle corde l’off off Braodway imponendo una nuova ipotesi di azione scenica, tra realismo e surrealismo, viscerale e metaforico nello stesso tempo, come fondendo insieme grafica Living Theatre e fonica Carmelo Bene. Del 1965 è il primo romanzo, The System of Dante’s Hell. Infine pubblica una raccolta di saggi politici e sociali che Feltrinelli pubblicò con il titolo Sempre più nero. Nel 1967 si converte all’islam. Entra nell’organizzazione dei musulmani neri di nome Kawaida. Divorzia e sposa la poetessa nera Sylvia Robinson che cambia il nome in Amina.
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