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Se Lenin incontrasse Casaleggio: il partito digitale oltre i limiti dei 5 Stelle

di Paolo Gerbaudo

Il successo registrato dal Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni politiche, in cui è divenuto il primo partito italiano e a seguito delle quali potrebbe infine andare al governo in alleanza con la Lega Nord, ha scatenato un intenso dibattito sul destino della forma-partito nell’era digitale. Secondo gli attivisti dei 5 Stelle – che continuano a insistere che non si tratta di un partito ma di un “movimento” – la loro struttura organizzativa, che si incentra sull’utilizzo della piattaforma partecipativa Rousseau, il cui nome di battesimo fa riferimento al famoso filosofo ginevrino, costituisce un cambiamento di portata rivoluzionaria destinato a imporsi sulla scena politica in Italia e altri paesi. Secondo i critici siamo invece di fronte a uno specchietto per le allodole dietro, a una pseudo-democrazia ben peggiore della democrazia tradizionale. Dove sta la verità?

Come sostengo nell’ebook Il Partito Piattaforma, recentemente pubblicato dalla Fondazione Feltrinelli, se vogliamo veramente capire il significato del Movimento 5 Stelle e il modo in cui manifesta la trasformazione della società e della politica nell’era delle piattaforme digitali come Facebook, Instagram e AirBnB, bisogna sfuggire alla classica tentazione di fare di tutta l’erba un fascio; ovvero di considerare i problemi pratici manifestati nell’applicazione di un certo modello organizzativo come prova definitiva della sua insufficienza.

Questa tentazione è tanto più forte dopo la recente virata a destra dei pentastellati, a partire dall’adozione di una retorica anti-immigrati, per finire con il recente negoziato per la formazione di un governo con la Lega Nord di Salvini, una delle formazioni più xenofobe e reazionarie del vecchio continente.

La strategia cinica di Lega e 5 Stelle per governare insieme

di Luigi Ambrosio

Forse il rispetto delle Istituzioni non ha più alcun significato, forse qualcuno potrebbe pure dire “beh, che c’è di male, il rispetto delle Istituzioni è un concetto reazionario”. Resta il fatto che non si era mai visto un Presidente della Repubblica trattato così, smentito via Twitter pochi minuti dopo aver pronunciato un discorso drammatico alla nazione, in cui Mattarella chiedeva alle forze politiche di fare lo sforzo di arrivare almeno fino a dicembre, per approvare la legge di stabilità, scongiurare la speculazione internazionale e cosette come l’aumento dell’Iva.

Con un tweet, Di Maio e Salvini hanno disconosciuto il ruolo del Capo dello Stato e hanno deciso, loro, che si va a votare. A luglio. In piena estate, con gli italiani esasperati, schifati dalla politica, disposti solo ad andare al mare. Con la stagione degli sbarchi che riprende, l’ideale per la propaganda. Con il Pd in crisi totale. Con quel che resta della sinistra incapace di organizzarsi.

Serve una prova di lealtà costituzionale

di Michele Prospero

La fabbrica delle ideologie, come coscienza falsa, è pronta a riaprire. E quindi già si ripresentano in parlamento i soliti progetti per il passaggio al presidenzialismo. Anche una nuova legge elettorale (la sesta) è invocata per risolvere il male della ingovernabilità. Insomma: la solita retorica sulla riforma delle istituzioni, come pozione salvifica, che dura da trent’anni. Un accanimento così testardo postula che il voto di marzo sia stato un incidente, risolvibile solo con altre prove tecniche di semplificazione.

Gli elettori, che non hanno visto il bene supremo del vincitore incoronato a urne chiuse, vanno invitati a ripetere le operazioni di voto. Tocca però prima al grande riformatore sciogliere il nodo. Il parlamento è, per colpa esclusiva della legge elettorale, in una situazione di stallo. E, per uscirne, altro rimedio non esiste all’infuori di quello che prevede la scrittura di una nuova formula per ripetere le elezioni evitando, con fantasiosi accorgimenti tecnici, che il popolo ancora sbagli.

Questa pretesa di correggere, con alchimie strane, la volontà popolare insensibile è assurda. Anche con il meccanismo elettorale più selettivo, all’inglese, che viene celebrato dagli apprendisti stregoni come garanzia di governabilità, a marzo avrebbe consegnato una situazione di perfetto equilibrio. Le tre forze hanno infatti riportato, anche nei 231 collegi uninominali, una quantità di voti che esclude una loro traduzione in seggi tale da regalare il nome del vincitore al calar della sera. Proprio come accaduto nella quota proporzionale con le liste bloccate, anche nei collegi uninominali all’inglese si conteggiano 111 seggi per la destra, 93 per il M5S, e 28 per il centro sinistra. Nessuno dei tre poli ha raggiunto la maggioranza assoluta.

Siria, la guerra che cambia il M5s

di Tomaso Montanari

Caro direttore, continuo a pensare che un governo sostenuto dal Movimento 5 Stelle e dal Pd (un governo il cui presidente, la cui composizione e il cui programma dovrebbero essere l’oggetto di un confronto libero da qualsiasi pregiudiziale) sarebbe il modo migliore di uscire da questa situazione: che è del tutto fisiologica, in un sistema parlamentare, e che solo l’inadeguatezza del nostro ceto politico trasforma in uno ‘stallo’.

Lo penso perché guardo all’aspetto più clamoroso del voto del 4 marzo: quello sociale. In quel voto è tornata la lotta di classe. Senza programmarlo, senza tematizzarlo, senza nemmeno dirlo. Anche se non lo sanno, o non sono interessati a vedersi così, i 5 Stelle e la Lega sono di fatto partiti delle classi subalterne. Votati in massa soprattutto (anche se non solo) dagli ultimi, dai sommersi, da coloro che sono sul filo del galleggiamento (iniziando dai giovani precari, i nuovi schiavi), in un Paese con 18 milioni di cittadini a rischio di povertà (al Sud quasi uno su due).

Mentre il Pd (e anche Liberi e Uguali) e Forza Italia sono stati votati dai salvati, dai relativamente sicuri, dai benestanti. Dunque, la faglia sistema-antisistema è sociale, prima ancora che di opinione, ed è una faglia che spacca in due il centrodestra. E quando il Pd spinge i 5 Stelle tra le braccia della Lega non obbedisce solo al puerile, irresponsabile ricatto renziano o al retaggio dell’inciucio del Nazareno, ma risponde a una logica più profonda, quella del blocco sociale che condivide con Forza Italia.

Ambiente e paesaggio: Lega e 5S all’opposto

Contro la devastazione del territorio

di Vittorio Emiliani

Mentre si profila una possibile intesa fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, mi tornano in mente le dure polemiche consumatesi in Parlamento fra i loro due gruppi in materia di cultura, di natura, di ambiente, di aree protette, e, comunque, le opposte opinioni espresse.

Andate a rileggervi sul sito dei 5 Stelle il programma elettorale in materia di beni culturali e paesaggistici:

  • 1) bisogna difendere e rafforzare il ruolo delle Soprintendenze indebolite dai governi Berlusconi e Renzi sul piano dei poteri;
  • 2) bisogna tornare a dividere il Turismo dai Beni culturali evitando che il Mibact consideri quei beni o quel centri storici, beni commerciali, “macchine da soldi”.

All’opposto le posizioni della Lega (e in generale del centrodestra): in uno “storico” dibattito televisivo da Bruno Vespa, Matteo Salvini, infuriato per la bocciatura (sacrosanta) di un’altra strada sul Lago di Como da parte del soprintendente Luca Rinaldi, se ne uscì reclamando l’abolizione delle Soprintendenze e dei loro “assurdi vincoli e poteri”. E la renzianissima Maria Elena Boschi fu di fatto d’accordo: “Della soppressione delle Soprintendenze si può discutere, noi intanto, con la riforma Franceschini, le abbiamo ridimensionate…”. Renzi docebat.

Ma la partita per il governo è un’altra cosa

di Luigi Ambrosio

Dal discorso di insediamento di Maria Elisabetta Casellati, appena eletta presidente del Senato grazie all’accordo tra centrodestra e Movimento 5 Stelle, si può comprendere quale sarà la strategia di Berlusconi per non morire stritolato dalla tenaglia rappresentata da Salvini e da Di Maio.

Un discorso ecumenico, in cui ha sottolineato la necessità del riconoscimento reciproco tra le forze politiche, ha lodato il presidente Mattarella e il presidente emerito Napolitano, e quest’ultimo non è un dettaglio data la natura del discorso che Napolitano aveva tenuto il giorno prima inaugurando i lavori del Senato.

La responsabilità del governo spetta ai vincitori, Movimento 5 Stelle e centrodestra, aveva detto Napolitano. Bisogna ascoltare il Quirinale, aveva aggiunto. E occorre garantire continuità nel rapporto con l’Europa, aveva sottolineato. Parole i cui contorni si definiscono ancora di più ora, illuminati dai fatti successivi.

Casellati rappresenta in pieno la linea della continuità chiesta da Napolitano, in sintonia con Mattarella. Il rischio che si vuole evitare, al Colle, sarebbe quello di un governo sovranista composto dal Movimento 5 Stelle alleato di una Lega che rompesse davvero con Forza Italia. Se la preoccupazione delle Istituzioni è legata a una visione generale, il coincidente interesse di Berlusconi è legato alla sua personale sopravvivenza politica. Il capo di Forza Italia è deciso a resistere il più possibile tenendo legato a sé Salvini.

Quali propositi per il bene comune dell'”infosfera”

di Vincenzo Vita

Tanto i media vecchi e nuovi sono oggetto di conversazione e di chiacchiera, quanto vaghe risultano le proposte politiche che toccano la società dell’informazione. In vista della formazione del governo, sarebbe utile se non doveroso esplicitare le intenzioni. Dei due protagonisti del voto del 4 marzo l’uno – la Lega di Salvini – dice poco al riguardo, l’altro – il Mov5Stelle – ne parla per “editti” piuttosto che per propositi concreti. Limitiamoci ai vincitori. Dei limiti del Partito democratico e delle sinistre si è scritto fin troppo, con ben magri esiti.

Se si vuole davvero aprire un’altra stagione è fondamentale cominciare dalla rete, ovvero il fulcro dell’infosfera, utilizzando la felice terminologia di Luciano Floridi. Ora più che mai è inevitabile sancire con una norma chiara e netta alcuni principi essenziali per declinare la categoria generale di «bene comune» così come descritta da Stefano Rodotà. Il primo è quello della «neutralità della rete», vale a dire l’eguaglianza nelle opportunità di accesso; il secondo tocca il punto chiave della banda larga e di Internet, da intendere come diritti di cittadinanza e non luoghi di mera accumulazione di mercato. Sullo sfondo l’ancoraggio degli Over The Top alla trasparenza dei loro algoritmi. Facebook racconti la verità, per cominciare.

Inoltre il tema è di stretta attualità, essendo in discussione le modalità di copertura dell’Italia, dalle fibre ottiche alle tecniche 5G. Lo stesso ritorno di fiamma dello scorporo della rete di Tim-Telecom (accidenti, vent’anni dopo e senza mai un’autocritica) impone una visione strategica. Che oggi non esiste, a parte il Risiko societario tra Bolloré e il fondo americano Elliott in cui non è chiaro chi sia la padella e chi la brace.

Se il M5S sceglie il Caimano

di Paolo Flores d’Arcais

Con il cinico opportunismo dei reazionari, la destra di Salvini-Berlusconi-Meloni sta manovrando con il vento in poppa. Perché il M5S sembra attratto dalla sirena, malgrado sia noto che ha coda di caimano. È la linea di Giuliano Ferrara, che è sempre stato il cervello più lucido del berlusconismo (e ne ha considerato il renzismo figlio naturale e prediletto): un accordo destra (tutta)-M5S, con premier Giovanni Maria Flick (ministro anti Mani pulite, la scelta più sciagurata di Romano Prodi).

Il primo step sembra sia pronto per essere imbandito: presidenza della Camera a Fico o Fraccaro, del Senato alla Bernini o Romano o Gasparri (non è “scherzi a parte”). A questo punto un accordo di governo tra Di Maio e la destra (tutta) diventerebbe l’ordine delle cose, l’attrazione newtoniana. Il braccio di ferro sul premier sarebbe feroce e flautato, ma tirarsi fuori dalla pania sempre più difficile. Per entrambi i promessi, ma per i grillini più che per i salvuscones. E per il M5S, che finisse in governo o in rissa sui gradini dell’altare, con successive elezioni in clima impregiudicabile, inizierebbe il declino.

Senza ricorrere a Nostradamus: i cinquestelle perderebbero tutti i voti dei cittadini in rivolta per giustizia e libertà, gli resterebbero solo gli enragés delle partite Iva, ma in quest’orizzonte Salvini (e Berlusconi!) sono i pesci nell’acqua, i grillini di “onestà” finirebbero naufraghi.

La deriva a destra sui migranti

di Tomaso Montanari

«Quando penso alle province del Lazio e ai suoi borghi, penso ad accogliere più turismo, che rilanci l’economia locale, e meno migranti, che invece pesano sull’economia locale. Non è questione di destra o di sinistra, ma di #buonsenso».

Questa dichiarazione di Roberta Lombardi, candidata 5 Stelle alla presidenza del Lazio, è un sintomo da non trascurare. Di quale “buon senso” si parla? Di quel senso comune, per nulla buono, per cui dei migranti non si ragiona come di esseri umani, ma come di numeri o come di minacce (la “bomba sociale”). Lo stesso “buon senso” per cui bisognerebbe «aiutarli a casa loro» (e questo l’ha scritto Matteo Renzi, dimenticando l’articolo 10 della Costituzione, che dice che l’Italia è casa di tutti coloro che non hanno i nostri stessi diritti), o sostenere mamme e famiglie italiane, «se uno vuole continuare la nostra razza» (Patrizia Prestipino, Pd).

Non cito le innumerevoli frasi di esponenti della Lega, Fratelli d’Italia e organizzazioni fasciste perché ciò che mi interessa stigmatizzare è la penetrazione di idee di fatto razziste in quello che appunto si presenta come il senso comune. È lo slittamento generale a destra, addirittura l’egemonia di questo non-pensiero, il principale avversario di ogni prospettiva democratica. Luigi Manconi e Federica Resta hanno recentemente argomentato (nel libro Non sono razzista, ma…, Feltrinelli 2017) circa i nessi tra questa indifferenza morale verso i migranti e quella verso gli ebrei, al tempo dell’Olocausto: «L’indifferenza della vita di ogni singolo in un mondo la cui legge era disinteresse per l’altro e vantaggio individuale universale» (T. Adorno).

Fascismo e antifascismo al tempo di Renzusconi

di Angelo Cannatà

Forse vale la pena raccontarlo. Sono in fila sabato 9 dicembre alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria di Roma, dopo mezz’ora arrivo alle casse, pago, entro per visitare la mostra e seguire la presentazione di Renzusconi, Paper First, di Andrea Scanzi. La mostra è interessante e il libro fa riflettere e diverte. Esilaranti i ritratti degli “Undici piccoli renziani”; e poi ha ragione l’autore, basta con la storia dei vecchi da mandare a casa, “De Mita è più giovane di Renzi”: li ascolti in Tv e “di colpo, distintamente, capisci che tra i due quello giovane non sia Renzi”.

Belle le pagine sul “Silenzio degli intellettuali”. Argomenta con ironia, Scanzi, e aiuta a capire. Testo stimolante. Ma risulta utile – non sembri strano – anche la mezz’ora di fila; gli argomenti dominanti, tra i giovani che mi stanno accanto, sono i fascisti di Como e la piazzata dell’ultradestra romana nella sede di Repubblica.

Smetto di sfogliare il giornale e ascolto. Ho idee precise sul tema: la violenza contro un’Associazione, un giornale, è insopportabile; giusta la manifestazione di Como, mostra la tenuta del Paese, la capacità di ricompattarsi di fronte al fascismo. Ascolto con interesse i giovani soprattutto quando sorge una disputa che non prevedo. Insomma, ho sempre pensato che reagire compatti al neofascismo sia un valore. Ma il giovane che ho di fronte dice che su questo principio – opporsi all’ultradestra – “Renzi gioca sporco”.