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Editoria, settore a rischio crolli

di Vincenzo Vita

Il sottosegretario con delega all’editoria, Vito Crimi del Mov5Stelle, avrà i suoi grattacapi. Il settore, infatti, versa in una situazione di crisi strutturale. Quest’ultima è la combinazione della più complessiva vicenda economica con la storica trasformazione tecnologica in corso.

La frontiera tra l’era analogica e quella digitale è assai più problematica e complessa di quanto i cantori dell’innovazione abbiano fatto credere. Il lavoro precario, spesso persino dai tratti schiavistici, costituisce al momento il lato duro della transizione. Gli editori sono arrivati all’appuntamento impreparati e chiusi in fortezze ormai fragilissime; i proprietari dei dati e degli algoritmi con cui si compongono le odierne strutture informative hanno in mano la diffusione dei saperi, con inaccettabili vantaggi fiscali; le organizzazioni sindacali hanno il fiatone.

Inoltre, gli istituti pensionistici rischiano di non reggere, perché il calo occupazionale è costante. Insomma, servono misure di intervento straordinarie per evitare crolli, collassi e disoccupazione selvaggia. Ed è indispensabile un vero disegno riformatore, che introduca norme antitrust adeguate al tempo storico e valorizzi gli investimenti produttivi.

Così i social hanno stravolto la politica

di Vincenzo Vita

È stata presentata nei giorni scorsi a Roma, presso la Fondazione Basso, un’importante ricerca su «Persuasori social trasparenza e democrazia nelle campagne elettorali digitali», curata dal Nexa Center for Internet & Society del Politecnico di Torino, dal Centro per la riforma dello stato e dalla Fondazione P&R.

Il comitato di indirizzo del progetto è costituito da Juan Carlos De Martin, Giulio De Petra e Roberto Polillo, mentre il laboratorio ha avuto come coordinatori Fabio Chiusi, Antonio Santangelo e Francesco Marchianò. Il documento tratteggia, sulla scorta di contributi forniti dagli stakeholder e attraverso interviste individuali effettuate dal team del progetto (Punto Zero), le novità delle campagne elettorali dell’era digitale. L’età «post-mediatica», vale a dire quella seguita alla stagione della comunicazione tradizionale.

Quando una politica più forte si rifletteva nel cuore dei mezzi analogici: determinati nel tempo e nello spazio, unidirezionali e rivolti a pubblici «generalisti». La rivoluzione «fredda» della rete e della connessione permanente ha radicalmente cambiato l’ordine degli addendi. Dal consumo massificato, alla persuasione personalizzata.

Qualcosa è cambiata

di Marco Ligas

Mi pare che dai risultati elettorali del 4 marzo siano emersi segnali che delineano o confermano mutamenti importanti non solo negli orientamenti della società civile ma, implicitamente, anche nelle strutture produttive e nei rapporti tra istituzioni e cittadini al punto che lo stesso concetto di democrazia sembra subire un’involuzione.

Per queste ragioni ritengo che se vogliamo approfondire qualsiasi argomento relativo alla situazione del nostro paese (dal lavoro alle leggi elettorali, dalla parità di genere ai diritti civili, dall’ambiente alla solidarietà, e altri ancora) sia necessario non sottovalutare l’esito di questo confronto elettorale. In primo luogo è importante capire se una percentuale rilevante degli elettori italiani abbia sentito il bisogno, o subito il fascino, di formazioni politiche relativamente nuove (Mov. 5 stelle) o comunque non del tutto collaudate (Lega) per affrontare un giudizio degli elettori su tutto il territorio nazionale.

Non è facile rispondere a questi interrogativi. Certamente non possiamo minimizzare due aspetti che vengono attribuiti ai successi del movimento 5 stelle e della Lega. Un primo aspetto riguarda le conseguenze relative alle trasformazioni che sono avvenute sui problemi del lavoro, non più considerato un diritto acquisito che garantisce di per sé la sicurezza di un reddito. Oggi il lavoro, che è sempre più caratterizzato dalla precarietà, determina non poche apprensioni per il futuro di tanti italiani.

Il cuore di tenebra del governo Salvini

di Bruno Giorgini

Per l’intanto bisogna sapere che se l’Italia non partecipasse della UE (Unione Europea), il caos delle ultime settimane avrebbe potuto scivolare sul piano inclinato della guerra civile con gli annunci di raduni romani nel giorno del 2 Giugno per dare l’assalto al Colle. Poi anche ha contribuito alla pace civile, peraltro precaria, il fatto che, come spesso da noi, la situazione può essere disperata ma non seria (Ennio Flaiano), la possibile tragedia ha trasmutando in farsa.

Così il leader del più votato partito italiano – il M5S – in un pugno d’ore passa dalla richiesta roboante, tronfia e minacciosa di messa in stato d’accusa del Capo dello Stato per alto tradimento, a andare a prendere un caffè al Quirinale, diventando ministro, anzi vicepremier senza inspiegabilmente essere invece incriminato per vilipendio del Presidente.

E nasce il governo Lega 5 Stelle, sotto l’alto patrocinio di Mattarella, che forse memore di Moro ha lavorato alle convergenze parallele tra chi proponeva la flat tax e chi il reddito di cittadinanza, come dire il diavolo e l’acqua santa. Mattarella armato di presunzione e pazienza democristiana ha forse cercato di ammansire il barbaro padano Salvini mettendolo a bagnomaria in salsa Di Maio, il bravo ragazzo con la mamma al seguito ma il gioco non è riuscito, Salvini risultando a tutti gli effetti il dominus della scacchiera.

Mariano Rajoy scende, Giuseppe Conte sale

di Sergio Caserta

Alla fine Italia batte Spagna 1 a 0, almeno in politica, perché dal primo giugno, esiste da noi un nuovo governo, espressione di una maggioranza scaturita attraverso un accordo tra partiti,dopo le elezioni del 4 marzo. Soluzione che pone fine, almeno temporaneamente, alla crisi politica iniziata effettivamente il 4 dicembre 2016, quando Matteo Renzi capo del governo e segretario del maggior partito, fu battuto al referendum voluto per confermare la sua riforma costituzionale, dimettendosi da Presidente del Consiglio ma restando segretario del partito fino al rovescio elettorale.

In Spagna invece le dimissioni di Mariano Rajoy, scoperchiano la lunga crisi istituzionale e politica soffocata da oltre tre anni. In Spagna il potere di Rajoy, leader del partito popolare di destra, era già stato messo a dura prova dai procedimenti giudiziari iniziati nel 2011 ma ciò non gli ha impedito di reggere il governo anche dopo ripetute sconfitte elettorali che però non avevano consentito la formazione di maggioranze alternative al partito popolare.

Sulla base del sistema elettorale spagnolo ha governato pur non avendo i numeri e soprattutto il consenso, fino alla sfiducia votata a maggioranza che l’ha costretto alle dimissioni, aprendo la porta al governo di Pedro Sanchez segretario del PSOE che è andato al governo in quanto primo firmatario della mozione di sfiducia. In questi mesi la Spagna ha vissuto una delle peggiori crisi politico-istituzionali nel conflitto con la Catalogna desiderosa di esercitare con un referendum dichiarato illegale, secondo la costituzione spagnola, la sua autonomia, trasformandola in una vera e propria indipendenza.

Né con Mattarella né con Salvini. Serve un terzo spazio

di Giacomo Russo Spena

Tanto vale riformare la Costituzione ed aggiungere il 140esimo articolo: “L’Italia è un Paese a sovranità limitata dove si può ricoprire il ruolo di ministro se si è compatibili con l’attuale assetto dell’Unione Europea e si è in grado di rassicurare a sufficienza la Troika”. Paolo Savona, un professore di 82 anni, non era idoneo per quel ruolo date le sue affermazioni no euro. A poco è servito il suo lungo curriculum da establishment, e non ostile ai poteri forti, né sono state sufficienti le parole di Di Maio che, a più riprese, ha tranquillizzato i mercati, negando l’intenzione del governo Conte di uscire dall’Unione Europea.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fatto valere l’art 92 della Costituzione, confermando il suo niet nei confronti di Savona. Ha salvato la democrazia o è andato oltre le sue prerogative? Tra i costituzionalisti è un dibattito serrato tra chi pensa sia legittimo l’atteggiamento di Mattarella e chi lo ritiene un grave errore. Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale, è nella schiera dei secondi: “Il Presidente della Repubblica – ha dichiarato in un’intervista a Radio Radicale – può evidentemente esercitare una sua influenza, un magistrato di persuasione e di influenza, può dare suggerimenti, può dare consigli, può dare avvertimenti, può esprimere preoccupazioni, ma non ha un potere di decisione definitiva sull’indirizzo politico e quindi anche sulla scelta delle persone che devono andare a realizzare l’indirizzo politico di maggioranza”.

Come Matteo Salvini sta per conquistare l’Italia

di Luigi Ambrosio

Matteo Salvini ha appena dichiarato due cose. La prima: se Berlusconi voterà la fiducia al governo Cottarelli, il governo voluto dal Presidente della Repubblica, il centrodestra è morto. La seconda: Lega e Movimento 5 Stelle vogliono fare insieme, prima di tornare a votare, una legge elettorale maggioritaria ‘dove chi prende un voto in più, vince’.

Queste parole sono importanti perché dipanano le ultime ombre sulla strategia di Salvini. Il segretario leghista è il vero vincitore della partita politica che si è giocata negli 80 giorni dopo il 4 marzo e che si è conclusa con la rinuncia di Conte a formare un governo dopo il no del Capo dello Stato a Paolo Savona ministro dell’economia.

Adesso, Salvini ha davanti a sé due strade.La prima: andare alle elezioni come capo indiscusso del centrodestra. Vincerle. Andare a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio. La seconda: rompere con Berlusconi e fare una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle, alleanza di cui sarebbe in ogni caso il leader, dopo avere dimostrato di essere il vero leader della nascente alleanza giallo verde. Anche in questo caso, punta a vincere le elezioni e a diventare presidente del Consiglio.

Salvini è riuscito a dominare il rapporto con Luigi Di Maio e con il Movimento 5 Stelle, imponendo tutti i suoi temi, dall’immigrazione alla lotta contro l’Europa, dalle tasse alla giustizia. Ha indotto Di Maio a rinunciare al progetto di essere presidente del Consiglio. Ha tenuto il punto con il Quirinale costringento i 5 Stelle ad accodarsi.

Se Lenin incontrasse Casaleggio: il partito digitale oltre i limiti dei 5 Stelle

di Paolo Gerbaudo

Il successo registrato dal Movimento 5 Stelle nelle ultime elezioni politiche, in cui è divenuto il primo partito italiano e a seguito delle quali potrebbe infine andare al governo in alleanza con la Lega Nord, ha scatenato un intenso dibattito sul destino della forma-partito nell’era digitale. Secondo gli attivisti dei 5 Stelle – che continuano a insistere che non si tratta di un partito ma di un “movimento” – la loro struttura organizzativa, che si incentra sull’utilizzo della piattaforma partecipativa Rousseau, il cui nome di battesimo fa riferimento al famoso filosofo ginevrino, costituisce un cambiamento di portata rivoluzionaria destinato a imporsi sulla scena politica in Italia e altri paesi. Secondo i critici siamo invece di fronte a uno specchietto per le allodole dietro, a una pseudo-democrazia ben peggiore della democrazia tradizionale. Dove sta la verità?

Come sostengo nell’ebook Il Partito Piattaforma, recentemente pubblicato dalla Fondazione Feltrinelli, se vogliamo veramente capire il significato del Movimento 5 Stelle e il modo in cui manifesta la trasformazione della società e della politica nell’era delle piattaforme digitali come Facebook, Instagram e AirBnB, bisogna sfuggire alla classica tentazione di fare di tutta l’erba un fascio; ovvero di considerare i problemi pratici manifestati nell’applicazione di un certo modello organizzativo come prova definitiva della sua insufficienza.

Questa tentazione è tanto più forte dopo la recente virata a destra dei pentastellati, a partire dall’adozione di una retorica anti-immigrati, per finire con il recente negoziato per la formazione di un governo con la Lega Nord di Salvini, una delle formazioni più xenofobe e reazionarie del vecchio continente.

La strategia cinica di Lega e 5 Stelle per governare insieme

di Luigi Ambrosio

Forse il rispetto delle Istituzioni non ha più alcun significato, forse qualcuno potrebbe pure dire “beh, che c’è di male, il rispetto delle Istituzioni è un concetto reazionario”. Resta il fatto che non si era mai visto un Presidente della Repubblica trattato così, smentito via Twitter pochi minuti dopo aver pronunciato un discorso drammatico alla nazione, in cui Mattarella chiedeva alle forze politiche di fare lo sforzo di arrivare almeno fino a dicembre, per approvare la legge di stabilità, scongiurare la speculazione internazionale e cosette come l’aumento dell’Iva.

Con un tweet, Di Maio e Salvini hanno disconosciuto il ruolo del Capo dello Stato e hanno deciso, loro, che si va a votare. A luglio. In piena estate, con gli italiani esasperati, schifati dalla politica, disposti solo ad andare al mare. Con la stagione degli sbarchi che riprende, l’ideale per la propaganda. Con il Pd in crisi totale. Con quel che resta della sinistra incapace di organizzarsi.

Serve una prova di lealtà costituzionale

di Michele Prospero

La fabbrica delle ideologie, come coscienza falsa, è pronta a riaprire. E quindi già si ripresentano in parlamento i soliti progetti per il passaggio al presidenzialismo. Anche una nuova legge elettorale (la sesta) è invocata per risolvere il male della ingovernabilità. Insomma: la solita retorica sulla riforma delle istituzioni, come pozione salvifica, che dura da trent’anni. Un accanimento così testardo postula che il voto di marzo sia stato un incidente, risolvibile solo con altre prove tecniche di semplificazione.

Gli elettori, che non hanno visto il bene supremo del vincitore incoronato a urne chiuse, vanno invitati a ripetere le operazioni di voto. Tocca però prima al grande riformatore sciogliere il nodo. Il parlamento è, per colpa esclusiva della legge elettorale, in una situazione di stallo. E, per uscirne, altro rimedio non esiste all’infuori di quello che prevede la scrittura di una nuova formula per ripetere le elezioni evitando, con fantasiosi accorgimenti tecnici, che il popolo ancora sbagli.

Questa pretesa di correggere, con alchimie strane, la volontà popolare insensibile è assurda. Anche con il meccanismo elettorale più selettivo, all’inglese, che viene celebrato dagli apprendisti stregoni come garanzia di governabilità, a marzo avrebbe consegnato una situazione di perfetto equilibrio. Le tre forze hanno infatti riportato, anche nei 231 collegi uninominali, una quantità di voti che esclude una loro traduzione in seggi tale da regalare il nome del vincitore al calar della sera. Proprio come accaduto nella quota proporzionale con le liste bloccate, anche nei collegi uninominali all’inglese si conteggiano 111 seggi per la destra, 93 per il M5S, e 28 per il centro sinistra. Nessuno dei tre poli ha raggiunto la maggioranza assoluta.