Sul grande schermo: appunti dei nostri inviati dalla Mostra del Cinema di Venezia / 1

Mostra del Cinema di Venezia 2014
Mostra del Cinema di Venezia 2014
di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Leone d’oro

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence, di Roy Andersson (***): 39 frammenti, di pochi minuti ciascuno. Con grande rigore formale (son tutti piani sequenza con camera fissa), è rappresentata, con ironia al contempo perfida e surreale, l’esistenza solitaria e disperata di un’umanità senza speranze. Per dare un’idea: il piccione filosofo del titolo che, seduto su un ramo, riflette sull’esistenza, è il protagonista della prima scena: è in una teca trasparente, imbalsamato, nella stanza di un museo di storia naturale, ammirato da un gruppo di visitatori. Le scene successive raccontano tre modi diversi di fare i conti con la morte. Grottesche strisce di comics.

Il nostro leone d’oro

Red Amnesia, di Xiaoshuai Wang (****): all’inizio sembra un film sul disagio esistenziale di una vecchia signora della nuova ricca borghesia cinese, sulla difficoltà di convivere con la nuova generazione dei figli, in un paese dominato da cambiamenti travolgenti. Poi insistenti telefonate mute e l’incontro con un misterioso ragazzo aprono la via ad un altro film, un thriller sulla rimozione dei peccati (collettivi) giovanili, all’epoca delle delazioni e delle purghe della Rivoluzione culturale. Resa dei conti con il passato, senza vincitori.
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Sul grande schermo: telegrammi a valle della Mostra del cinema di Venezia

Cinema - Foto di Blue Square Thing
Cinema - Foto di Blue Square Thing
di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Leone d’oro

Sacro GRA, di Gianfranco Rosi (***): il Grande Raccordo Anulare, che circonda Roma come un anello di Saturno (cit. Fellini), cattura vita comune e non. 7 storie di un’umanità bizzarra ai margini della città eterna. Oltre la grande bellezza.

Fuori concorso

Die Andere Heimat, di Edgar Reitz (*****): Heimat, alla sua quarta serie, torna indietro nel tempo, alla metà del secolo XIX, e si sofferma sul giovane Jakob, inquieto sognatore ad occhi aperti. Vorrebbe fuggire dal suo piccolo e grigio mondo e fantastica di terre e popoli lontani, nel nuovo mondo. Per gli scherzi del destino, in anni in cui la miseria più nera spinge molti ad emigrare, sarà costretto a rimanere ed a lasciare ad altri il proprio sogno. Pur non essendo mai uscito dal borgo natio, conosce però a menadito lingue e dialetti degli indiani d’America. Le radici e le ali.

Cani randagi

Stray dogs, di Tsai Ming-liang (****): un uomo e due bambini, ciò che resta di una famiglia disgregata, vagano come cani randagi nello squallore di una metropoli asiatica (Tapei), battuta da una pioggia da diluvio universale; vivono alla giornata, di miseri lavori, consumano in piedi i loro pasti, si lavano in bagni pubblici e si ritrovano la sera in tane ricavate in edifici in rovina. Nei loro volti, mostrati in inquadrature fisse interminabili (e per alcuni insopportabili), si esprimono con forza emotiva devastante angosce e desideri frustrati. Relitti alla deriva.
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