Le vittime che non fanno notizia

di Alessandro Genovesi, segretario generale Fillea Cgil Cinquecentonovantanove morti sul lavoro nei primi sette mesi di quest’anno, sostiene l’Inail. Ma questo non fa notizia. Se poi il circo mediatico è tutto concentrato sui nomi dei prossimi ministri, sulle sparate reazionarie di Salvini. O sugli appetiti personali di Di Maio, figuriamoci se interessa qualcuno sapere che […]

100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi

Lavoro, la strage silenziosa: ecco chi ci uccide

di Gloria Riva

Qualcuno grida «Attenti!», ma il palco viene giù in una frazione di secondo. Matteo Armellini, trent’anni, muore sul colpo. Schiacciato. Doveva montare le luci per illuminare il concerto di Laura Pausini a Reggio Calabria. Era il 5 marzo del 2012 e i giornali non parlarono d’altro: uscire di casa per lavorare e non fare ritorno. Assurdo. Passò qualche giorno, la polvere dell’indignazione si sedimentò e restò soltanto Paola Armellini, la mamma, che oggi ha 76 anni e ancora cerca giustizia. Il processo va per le lunghe, cambia il giudice, cambiano i pm, si riparte daccapo. Risultato: dopo sei anni, ancora non si sa di chi sia la responsabilità per quel palco non in regola. «Alle ultime udienze si gioca a scarica barile fra committenti», racconta Paola.

A processo, sul banco degli imputati, ci sono sette impresari che in quel cantiere avevano un appalto, in subappalto da un altro subappalto, e così via fino a costruire una matassa impossibile da districare: «Lo fanno apposta. Così quando succedono disgrazie il responsabile non è nessuno. Ma deve venire fuori», Paola non demorde. Eppure s’avvicina la prescrizione: e allora Matteo potrebbe non avere giustizia. «Servirebbe un processo esemplare, severo, in tempi giusti. Perché nel frattempo le morti sul lavoro non si sono fermate», e neppure il diabolico sistema del subappalto. Al contrario, le disgrazie hanno ripreso a correre e non è una fatalità. L’Espresso racconta cosa sta succedendo nelle aziende italiane e perché.

Precari più a rischio

Nel 2017 hanno perso la vita – ufficialmente – in 1.115 (più 1,1 per cento sul 2016). Una mattanza. E il 2018 è iniziato nel peggiore dei modi: il 16 gennaio a Milano quattro operai sono morti per asfissia alla Lamina, una piccola azienda metalmeccanica. Due giorni dopo a Brescia, un ragazzo di 19 anni è rimasto incastrato con la manica del maglione nel tornio, è successo sotto agli occhi del padre, titolare dell’azienda.
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Ilva

Taranto: anche Giacomo Campo è morto di Ilva

di Gianmario Leone

Il settimo morto dal 26 luglio 2012, giorno del sequestro degli impianti e il quarto sotto la gestione commissariale dell’Ilva di Taranto, arriva all’alba di un sabato qualunque. Giacomo Campo è un lavoratore 25enne della provincia di Taranto, originario di Roccaforzata ed è un dipendente della ditta Steelservice srl che appartiene allo storico gruppo Trombini che da decenni è un pezzo grosso dell’appalto dell’Ilva di Taranto. È un lavoratore precario, di quelli che sopravvivono con i contratti a tre mesi, non un diretto del grande gruppo siderurgico un tempo feudo dei Riva.

La Steelservice srl si occupa prevalentemente di pulizie e lavaggi in ambienti industriali e siderurgici: ed è proprio quello che Campo e i suoi colleghi hanno iniziato a fare alle 5 del mattino. Pulire il nastro trasportatore che dall’agglomerato porta il minerale nell’altoforno numero 4.

È un lavoro di routine, non è certo la prima volta che avviene un’operazione del genere. Eppure intorno alle 6.45 qualcosa va storto. Il giovane rimane schiacciato tra il nastro trasportatore ed il rullo: quasi certamente il contrappeso, quando è stato tolto il minerale dal nastro, non è stato tirato su, consentendo al rullo di muoversi e quindi di trascinare via con sé l’operaio.
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Jobs act macht frei: si deve andare oltre menzogne già sentite

Morti sul lavoro
Morti sul lavoro
di Claudio Cossu

Su “Il Piccolo” (di Trieste) del 5 maggio 2016, in un intervento firmato “www.lavoce.info”, l’autore termina con delle considerazioni traboccanti di ottimismo, o diciamo, meglio, “non peggiorative” sullo stato attuale del “mercato del lavoro” (terminologia non certo felice, come già è stato rilevato), sintetizzando, alla fine, che la situazione del lavoro – nel nostro Paese -, sia pure presentando ancora dati preoccupanti e gravemente negativi, (aumento dei disoccupati da 1,6 a 3,2 milioni dall’anno 2007 al 2014, salvo una pausa tra il 2010 e il 2011).

Ma in fondo, peraltro, a partire dal 2015 avrebbe “preso corpo un qualche segnale percettibile di riduzione” (della disoccupazione, ndr). Tutto sommato, pertanto, alla fine, la situazione del mondo del lavoro “di sicuro non si sta aggravando”, ma “si ravvisano, anzi, segnali di miglioramento e ci si augura che le cure prodigate (dalla politica dell’attuale governo, ndr) continuino a spingere al miglioramento un paziente il cui quadro clinico è per diversi aspetti compromesso da vizi antichi”.

E prima ancora, riferisce sempre l’autore, “nel 2015 la domanda del lavoro si è poi rianimata” e, sul finire dello stesso anno, “almeno quanto perduto con la seconda recessione, è stato recuperato”. Ma quel non peggioramento, quella instabile stabilità che presenta oggi il mondo lavorativo, in Italia, grazie anche (dicono) alle nuove tipologie di lavoro, ai nuovi contratti di dubbia limpidezza, ai “voucher” o buoni lavoro, al “job act” tout court, otre a una conseguente, inevitabile metodologia di mero sfruttamento, costa sofferenze e sangue.
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Morti sul lavoro, morti di lavoro

Morti sul lavoro
Morti sul lavoro
di Gianfranca Fois

Nei giorni scorsi la Saras ha risarcito in sede civile la Fiom per la morte di tre operai avvenuta il 26 maggio 2009 per intossicazione mentre effettuavano un intervento di desolforazione in una cisterna della raffineria. La cifra è stata devoluta dalla Fiom per la realizzazione dell’insonorizzazione della sala di registrazione nel Parco comunale della musica “26 maggio” a Villa S.Pietro, paese d’origine dei tre operai.

Ma purtroppo dei morti sul lavoro non si parla quasi più così come di sicurezza sul lavoro. In un tempo in cui i diritti dei lavoratori vengono smantellati punto per punto, sembrano essere diventati argomenti obsoleti, ostacolo per il dispiegamento delle potenzialità di imprese, società, multinazionali. Conquistano l'”onore” della prima pagina solo quando le morti interessano almeno tre o più lavoratori contemporaneamente.

Eppure le morti sul lavoro non sono diminuite come facevano supporre i dati Inail del decennio 2005- 2014. Infatti questi dati tengono conto solo degli iscritti all’Istituto, non contano cioè chi ha una diversa assicurazione, chi lavora in nero, i vigili del fuoco, gli appartenenti alle forze dell’ordine, quanti perdono la vita in itinere, spesso a causa della stanchezza accumulata per turni troppo lunghi, per lo stress e la fatica del lavoro.

Nonostante ciò anche l’Inail nel 2015 ha registrato un aumento di morti sul lavoro a fronte di una diminuzione di incidenti, ma il dato preoccupante è che su un certo numero di infortuni mortali denunciati l’Istituto ne riconosce un numero decisamente inferiore. Ad esempio nel 2014 ci sono state 1107 denunce per infortunio mortale, gli infortuni mortali riconosciuti sono stati 662 mentre 26 sono in istruttoria.
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100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi

Una nuova mattanza: crescita dei morti per mancanza sicurezza sul lavoro

di Gino Rubini

Come si lavora oggi in Italia? Con quale gestione dei rischi da parte delle aziende? Nell’estate sono morti per malori, per troppo caldo, in Puglia due braccianti, un uomo ed una donna che erano stati ingaggiati da caporali. Da Priolo in Sicilia al Veneto si è registrata una sequenza tragica di incidenti in cui lavoratori, in diversi casi di aziende che lavorano in subappalto, hanno perso la vita in ambienti confinati ove non avrebbero dovuto entrare senza un’adeguata e preventiva bonifica (vedi Priolo).

In altri perché schiacciati da macchinari o come nell’ultimo caso in un cantiere edile a Cossignano (Ascoli Piceno) un operaio edile muore sepolto dal cedimento delle parti dello scavo. Questi incidenti erano, per quanto si deduce dalle scarne righe delle agenzie, quasi tutti evitabili. Esistono tecniche obbligatorie di messa in sicurezza degli scavi note dagli anni 50. Esistono norme recenti sulle procedure per il lavoro in ambienti confinati molto precise e valide.

Perché non vengono applicate? Perché questa impennata di eventi tragici, quasi tutti prevenibili? Dopo anni di crisi è sufficiente un lievissimo incremento delle attività e delle ore lavorate Perché si verifichi una impennata di infortuni mortali. Questo vuol dire che si è abbassata la guardia, innanzitutto da parte di quelle aziende che in tempi di crisi hanno ritenuto che la gestione accurata dei rischi fosse un optional di lusso da tempi delle vacche grasse. Dalla subcultura che assimila la sicurezza e la prevenzione dei rischi un costo comprimibile o, meglio ancora, da trasferire alle micro aziende che lavorano in appalto al massimo ribasso.
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100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi

Morire sul lavoro: la crescita senza audience

di Gabriele Polo

La crisi è finita. Dicono. E snocciolano dati da zerovirgolaqualcosa che segnalerebbero un rilancio italiano, con annessa spiegazione più che ovvia: “Le riforme iniziano a dare i loro frutti, Jobs Act in testa”. Così dicono.

Dicono meno di altri numeri. Del numero di disoccupati che rimane sostanzialmente invariato (più di tre milioni); del sesto posto tra i 28 paesi dell’Ue per tasso di disoccupazione (12%, peggio – o “meglio” – di noi solo Grecia, Spagna, Cipro, Croazia e Portogallo); del fatto che l’aumento dell’occupazione sia tutto degli ultracinquantenni “grazie” a un’età pensionistica tra le più alte del mondo (mentre un giovane su due continua a essere senza lavoro).

Non dicono, poi, quasi nulla di quel che c’è tra le pieghe di questa “ripresa”. Di come si lavora nell’era del dopo articolo 18, della precarietà fatta legge, del “lavoro qualsiasi” accettato purché ci sia, dei voucher che dilagano in ogni settore, del ciclo continuo dai ritmi massacranti di centre fabbriche-miracolose, del neo-schiavismo in agricoltura. Di come si lavora e si vive, dicono poco. Pochissimo – quasi niente – di come si muore. Se non per qualche riga in cronaca nera con seguito di parole rituali.

Nell’ultima estate – dalla Puglia al Veneto – abbiamo saputo delle morti nei campi gestiti dai caporali; negli ultimi giorni – da Priolo a Torino – abbiamo letto di delitti atroci, in raffinerie o in fabbriche metalmeccaniche: morti soffocati o schiacciati. Anche per questo, volendo, ci sono numeri e statistiche. Nei primi sette mesi del 2015, in Italia, 643 persone sono morte sul lavoro, per incidenti o per fatica, per incuria delle norme o perché non c’era tempo per rispettarle. Magari per sfruttamento.
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100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi

Morti sul lavoro, il 2013 finisce e nulla è cambiato

di Marco Bazzoni

Anche il 2013 si avvia a fine e per quanto riguarda le morti sul lavoro nulla è cambiato. I dati dell’Osservatorio indipendente di Bologna, diretto dall’amico Carlo Soricelli, ex operaio metalmeccanico in pensione, al 24 dicembre 2013, ci dicono che nel 2013 sono morti sul lavoro oltre 1180 lavoratori (stima minima) e molto probabilmente a fine anno saranno oltre 1200.

Il mio pensiero va ai lavoratori che purtroppo non ci sono più e ai loro familiari, che passeranno un Natale molto triste senza di loro. Io ci ho provato a far si che cambiassero le cose, che aumentasse la sicurezza sul lavoro: Dio solo sa se ci ho provato. Ho fatto anche aprire una procedura d’infrazione a livello europeo, perchè la legge per la sicurezza sul lavoro italiana (Dlgs 81/08, modificato dal Dlgs 106/09 dall’ex Governo Berlusconi), violava alcuni punti della direttiva europea quadro 89/391/CEE.

Per questa procedura d’infrazione (2010/4227), per cui è stato emesso un parere motivato il 21 Novembre 2012, probabilmente verremo deferiti alla Corte di Giustizia Europea se non prenderemo provvedimenti a breve.Ma purtroppo chi veramente avrebbe il potere di cambiare le cose o non ci sente o fa finta di non sentirci!Con il DL 69/2013 (detto decreto fare), il Governo Letta ha addirittura “semplificato le norme per la sicurezza sul lavoro”, ma purtroppo queste modifiche ridurranno la sicurezza sul lavoro, non la aumenteranno.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Morire d’Ilva: diossina, veleni e strutture insicure. Storia di una strage senza fine

di Loris Campetti

Ciro aveva 42 anni e faceva il manutentore dell’area a caldo. È morto precipitando dall’altezza di dieci-quindici metri per il crollo di una passerella posticcia, dopo più di 10 anni di Ilva. Antonio, 46 anni, è precipitato insieme a Ciro, è ferito ma per fortuna ancora vivo. Sono loro le ultime vittime in ordine di tempo della fabbrica della morte di Taranto. Il 30 ottobre era toccato a Claudio, 29 anni, schiacciato tra due convogli.

Il 29 novembre un altro operaio morto sempre in quota Riva, sempre a Taranto: Francesco faceva il gruista nell’area portuale quando è passato il tornado con la sua forza devastante, travolgendo gru e gruista. I dirigenti del padrone delle ferriere volevano costringere gli altri gruisti a prendere in fretta il posto di Francesco, ancor prima che il suo corpo venisse ripescato in mare, senza neanche verificare le condizioni di sicurezza delle gru. C’era una ragione: il collaudo previsto non era stato fatto.

Forse Ciro non è l’ultima vittima dell’Ilva di Taranto. Forse, in silenzio, senza scioperi indetti dai sindacati, senza fare notizia, nel quartiere di Tamburi dopo Ciro è morta una bambina, o un disoccupato, o una casalinga, o un operaio dell’altoforno, per un tumore al fegato, o al rene, o al polmone. Uccisi dalla diossina sparata dalla bocca velenosa del camino E312 alto 220 metri che minaccia 200 mila tarantini, o dalle polveri di ferro portate dal vento di maestrale dai parchi minerari scoperti di Riva nei quartieri che circondano la fabbrica.
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