Contro l’interposizione nel lavoro, forma estrema di sfruttamento: al via la pubblicazione dei video

di Piergiovanni Alleva Sulla pagina Facebook dell’Altra Emilia Romagna è iniziata la pubblicazione dei video e degli interventi del convegno Contro l’interposizione nel lavoro, forma estrema di precariato e sfruttamento che si è tenuto a Modena lo scorso 9 giugno. Sono materiali importanti perché, sul tema, l’analisi e la ricerca di soluzioni sono argomenti non […]

Eliminazione dei super ticket: misura insufficiente e non prioritaria

di Gianluigi Trianni

Lo scorso 10 dicembre è stato presentato alla stampa il bilancio di previsione 2019-2021 della Regione Emilia-Romagna. Relativamente alla sanità vi si attesta che nel 2019 il fondo sanitario regionale sarà di 8 miliardi 377 milioni, cioè di soli 212 milioni superiore agli 8 miliardi 165 milioni del 2018, pari ad un 2,6%, insufficiente per completare la attuazione dei nuovi LEA, onorare gli obblighi contrattuali con i dipendenti ed incrementare gli organici. Anche a Modena e Provincia.

Nel Bilancio preventivo della regione sono inserite misure per eliminare i superticket per i redditi inferiori a € 100.000 l’anno. “Complessivamente, una manovra che fa risparmiare agli emiliano-romagnoli 34 milioni di euro – 23 dall’abolizione del superticket e 11 da quella del ticket sulle prime visite specialistiche per famiglie numerose – e coperta interamente da risorse regionali”. Stiamo parlando dell’0,4% del fondo sanitario regionale 2019, praticamente a scala regionale quasi nulla, e non sappiamo come saranno sostituite le mancate entrate dai superticket eliminati.

Sulla stampa locale, però, sono stati presentati gli impatti di tale misura sugli assisti nella provincia di Modena. In tale occasione Bonacini ha annunciato in maniera enfatica: “Niente più superticket in Emilia-Romagna, a partire dal primo gennaio 2019, per i nuclei familiari con redditi fino a 100mila euro”. In provincia di Modena 203.300 persone. “E addio anche al ticket base da 23 euro sulle prime visite specialistiche per le famiglie con almeno due figli a carico”.
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Modena: manifesto per un trasporto pubblico locale, efficiente e sostenibile

L’urbanista Lorenzo Carapellese ha presentato ai primi di maggio, in un conferenza stampa organizzata da Sinistra Italiana, un “Manifesto per un trasporto pubblico locale, efficiente e sostenibile a Modena”. Qui sotto il pdf liberamente scaricabile con l’intervento completo. Di seguito una sintesi.

Le motivazioni per la messa a punto del manifesto, vanno ricercate nel fatto che di trasporto pubblico a Modena come in tante altre parti di Italia se ne parla solo in occasione di scioperi, aumento del biglietti, bus che prendono fuoco e/o per il rinnovo dei CDA. Invece il trasporto pubblico è molto di più che una modalità di trasporto. E “…il nuovo paradigma della mobilità che considera gli spostamenti non come derivata, funzionale allo svolgimento di attività, ma anche come attività in sé, non un tempo morto, ma un tempo sociale che ha bisogno di riappropriarsi dello spazio urbano, di competenze e risorse” recita il Manifesto.
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Picchetto Cgil alla Castelfrigo contro altre 21 assunzioni esterne

di Massimo Franchi

Sotto la pioggia mista a neve da ieri mattina alle 4 e 30 una cinquantina di lavoratori degli appalti Castelfrigo aiutati dal personale delle Camere del lavoro Cgil del modenese stanno bloccando gli accessi dei tir in uscita e in entrata dall’impresa di carni di Castelnuovo Rangone.

La prima volta di un «picchetto» Cgil – sebbene limitato all’ingresso delle merci e non alle persone – è dovuto all’ennesima provocazione della proprietà. Che lunedì ha assunto i primi 6 dipendenti (di un gruppo già definito di 21) lasciando sul piazzale i 75 lavoratori che da mesi protestano denunciando il sistema delle cooperative spurie e degli appalti con cui la Castelfrigo ha prosperato sfruttando un taglio del costo del lavoro che gli esperti calcolano nell’ordine del 30 per cento, sfruttato poi da grandi marchi come Montorsi, Casa Modena, Veroni.

Il clima davanti all’azienda è molto teso. I lavoratori e la Cgil si sono organizzati in questo modo: «siamo una cinquantina suddivisi in turni sulle 24 ore, dobbiamo controllare tre cancelli – spiega Umberto Franciosi, segretario regionale della Flai Cgil – oggi abbiamo bloccato 7 autotreni dentro con la produzione da consegnare e 4 autotreni fuori con materie prime (pancette, gola e lardi), presto la produzione si bloccherà per mancanza di materiale. La Digos è già venuta, chiamata dall’azienda: ci aspettiamo che torni in tenuta antisommossa».
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Castelfrigo, il distretto delle carni: finte coop, stranieri sotto ricatto

di Giulia Zaccariello

Lavorare per 10, 12 ore, a volte addirittura 14. In un solo giorno. Con pause per il bagno conquistate con fatica, quasi fosse una concessione, mentre quintali di carne scorrono veloci sul nastro: i ritmi impongono a ciascun operaio di pulire decine, anche centinaia di pezzi. Sono questi i racconti che fanno da sfondo alla protesta degli ormai ex-operai in appalto della Castelfrigo, azienda di Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, dove si sezionano parti di maiali, in particolare pancette e gole.

Qui i lavoratori lasciati a casa nell’autunno del 2017 dalle coop Work Service e Ilia D.A (a cui la Castelfrigo aveva dato in appalto i servizi di logistica) hanno superato il 90esimo giorno di sciopero. E da oltre un mese stanno vivendo, giorno e notte, davanti allo stabilimento, nelle tende montate dalla Flai-Cgil, dandosi il cambio per il presidio notturno e combattendo il freddo umido che punge la pianura, allungando le mani su una sorta di bidone stufa, utile anche per scaldare il cibo.

Sono tutti stranieri, arrivano in gran parte dall’Albania, dal Ghana, dalla Costa d’Avorio e dalla Cina. “Perché accettiamo queste condizioni? Il più grande problema di uno straniero è rinnovare il permesso di soggiorno e per farlo abbiamo bisogno di un contratto. È un ricatto”. E così spesso firmano di tutto, diventano soci o addirittura presidenti delle cooperative. Lulja Harum, 30enne albanese, ad esempio, è stato per molto tempo presidente di una cooperativa a sua insaputa.
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Modena: inaccettabili le modalità per fondere due ospedali

Ospedali e sanità
Ospedali e sanità
di Gianluigi Trianni, igienista e medico sanità pubblica, l’Altra Emilia Romagna

Gentile Direttore,
già nel 2010 (…) intervenendo nel dibattito sul PAL (Piano Attuativo Locale) della Provincia di Modena sostenni la necessità dell’accorpamento di “Baggiovara” all’/nell’AOU Policlinico di Modena.

Sarebbe l’unica cosa positiva fatta a Modena in tema di politica “ospedaliera” dagli anni ’80, dopo l'”errore Baggiovara” commesso dal centrosinistra modenese e regionale, con il sostegno di sindacati confederali e (medici) autonomi e la complice non decisa opposizione del centrodestra e di una UniMore, votata ad un opportunismo politico istituzionale “inutile alla buona sanità ed alla buona università”, ed alla cui attuazione e “giustificazione” tecnica parteciparono sia l’attuale assessore regionale Venturi che buona parte del suo attuale quadro dirigenziale in regione ed a Modena.

Oggi, alla luce della relazione del nucleo tecnico sul progetto sperimentale “di gestione unica” presentata a Modena, a maggior ragione sostengo che non solo è necessario ma che è anche doveroso tale “accorpamento”, (che definire “unificazione gestionale” è riduttivo ed errato poiché in realtà non si tratta semplicemente di unificare la gestione ma di fondere, ridefinendone, adeguandone e potenziandone l’organizzazione, dei due ospedali della città entrambi sede di attività universitarie (.) in un unico ospedale anche universitario su due sedi).
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Co-housing per anziani

Anziani: con il co-housing a Modena il welfare è fatto in casa

di Redattore sociale

La poltrona preferita, i quadri di una vita, le foto dei familiari incorniciate, la macchina da cucire e il pianoforte. Entrando nell’appartamento si ha l’impressione di entrare, semplicemente, nella casa, ordinata e accogliente, di persone anziane. Invece, in via Matilde di Canossa 17, in un quartiere residenziale non lontano dal centro di Modena, si sta sperimentando una forma di welfare innovativo, un’esperienza praticamente inedita in Italia, anche se adottata con successo in molte realtà del Nord Europa. Si tratta di un modello di coabitazione per anziani non-autosufficienti e persone con problematiche legate a demenza o a deficit cognitivi.

L’appartamento, messo a disposizione dal Comune di Modena e gestito dalle famiglie con il supporto delle associazioni e delle istituzioni locali, è divenuto la casa di Etta, Adriana, Fernando, Carmelo. Gli inquilini condividono spazi comuni, mantenendo camere singole, ed è completamente accessibile a persone con ridotta mobilità, per favorirne il più possibile l’autonomia.

Oltre a familiari e volontari è presente il personale che, a turno, garantisce un servizio di assistenza domiciliare per 24 ore al giorno. In caso di necessità, vengono poi attivati operatori assistenziali e personale sanitario dell’Ausl, come il medico di medicina generale, infermieri, medici geriatri o psicologi.
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LeftLab: Modena è in movimento

Modena
Modena
di Simone Fana

Un fatto ha scosso il sonnolento dicembre politico di Modena: un gruppo di persone (chi con esperienza politica alle spalle e chi no) ha immaginato e realizzato un’iniziativa importante e larga, che ha goduto del sostegno della sinistra istituzionale di maggioranza e di opposizione, partecipata da oltre 100 cittadine e cittadini e seguita con attenzione dai media locali.

Il nome che ci siamo dati è LeftLab: due parole che definiscono un punto di vista, una finestra da cui guardare Modena, un modo per esprimere la voglia di essere protagonisti della propria vita e di quella della comunità a cui si appartiene. Nel tempo della sfiducia radicale verso la politica e le sue liturgie, in cui l’astensione segna il passo con la “ricca” storia del modello emiliano, LeftLab si propone come strumento per restituire la politica ai giovani e alle donne, ai soggetti che continuano a pagare la crisi economica e sociale.

L’obiettivo è di unire le biografie umane e le traiettorie di militanza dentro uno spazio che dia nuovo impulso alla scena pubblica modenese. LeftLab vuole essere uno spazio che sia capace di intrecciare l’elaborazione culturale con l’utilità collettiva e la pratica politica. Occorre trovare il modo di intercettare chi subisce gli effetti di un sistema che crea disuguaglianze, chi è in condizioni di semi-povertà pur avendo un impiego regolare, così come quelle fasce di lavoro autonomo, intermittente e precario che oggi piuttosto preferiscono abbandonarsi alla disillusione o al tentativo di risoluzione individuale non rendendosi conto che i principali nemici sono la solitudine e la guerra tra poveri; e per fare questo c’è bisogno di dare origine a un laboratorio di rigenerazione dei legami sociali e politici.
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Le raccolte ex-estensi non vanno disgiunte: c’è progetto e progetto

Palazzo dei musei di Modena
Palazzo dei musei di Modena
di Jadranka Bentini, già soprintendente per i Beni artistici e storici di Modena e Reggio Emilia e direttore della Pinacoteca nazionale di Ferrara)

Quando Adolfo Venturi scrisse nel 1882 la Regia Galleria aveva in mente di delineare, sulla base inoppugnabile dei documenti d’archivio, la storia dei due nuclei del grande collezionismo estense, quello originario della vecchia capitale, Ferrara, e quello modenese, cui la vendita di Dresda al grande Elettore di Sassonia e re di Polonia Federico Augusto III aveva inferto il colpo di grazia nel 1747.

Da allora la collezione aveva mutato pelle, perso pezzi ma al contempo acquisito altre opere, consegnata alla fine del XIX secolo al nuovo Regno d’Italia che la volle sistemare nell’ex Palazzo delle Arti, da allora Palazzo dei Musei. Due fattori emergono chiaramente dalle famose pagine venturiane, ribaditi da tutte le vicende critiche seguite fino ad oggi: delle mitiche raccolte di Alfonso I° custodite nel Castello Estense di Ferrara rimaneva ben poco, solo “resti” dopo l’emigrazione forzata dei grandi capolavori pittorici nei palazzi romani e da lì nei musei stranieri; Modena poteva contare comunque su di una serie di raccolte di valore altissimo non integre, ma nemmeno troppo sfaldate, saldate entro un unico patrimonio di marca nobiliare che riuniva in sé tutte le tipologie artistiche, dai manufatti ai libri.

E proprio questi ultimi avevano finito per costituire il nucleo più numeroso e denso di opere con punte qualitative, prima e dopo l’avvento della stampa, di valore ineguagliabile. La sistemazione nell’ex Albergo Arti di tutte le raccolte, comprese quelle lapidarie ed archeologiche, fu saggia e coerente con il senso di quell’eredità consegnata unitariamente alla nuova Italia, e per essa alla comunità modenese, dopo secoli di permanenza nel Palazzo Ducale.
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Modena: il caso dell’ospedale Sant’Agostino e il codice di Hammurabi

di Maria Pia Guermandi

Un paio di settimane fa il Tar dell’Emilia Romagna ha dichiarato l’illegittimità del progetto – voluto innanzi tutto dalla locale Fondazione Cassa di Risparmio – di ‘riqualificazione‘ del Sant’Agostino – l’ex ospedale modenese – attraverso la creazione di un “polo librario”. Topograficamente, il complesso si trova di fronte al Palazzo dei Musei, il settecentesco “Grande Albergo delle Arti”, la sede che dal 1889 accoglie la Galleria e la Biblioteca Estensi, entrambe istituzioni di primaria importanza per il patrimonio conservato.

Ma non solo: in quest’unico contenitore, grazie alla lungimiranza dei passati amministratori furono ospitati anche il Museo Civico, la Biblioteca Poletti, specializzata in storia dell’arte, l’archivio comunale, una gipsoteca, il lapidario e, fino a pochi anni fa, anche il museo del Risorgimento (ora sloggiato e imballato). Nel tempo, questo lucido disegno civico si è via via fatto più confuso, tanto che ampi spazi dello stesso enorme edificio sono stati destinati a funzioni del tutto diverse, fra cui soprattutto quelle ospedaliere, mentre, sul lato settentrionale della piazza, l’ospedale Sant’Agostino, creato nel XVIII secolo dal Duca Francesco III, diveniva sempre più inadatto per le moderne esigenze di assistenza e cura.

A partire dalla metà degli anni Novanta si costruì quindi il nuovo Ospedale Estense-Sant’Agostino, a Baggiovara. Operazione rivelatasi assai gravosa per le casse comunali e dell’Ausl al punto da costringere il Comune alla vendita del Palazzo del Sant’Agostino, ormai svuotato dalle funzioni di nosocomio. Comune e Azienda sanitaria, in sostanziale coincidenza di interessi politici e finanziari, invitarono caldamente la locale Fondazione bancaria ad acquisire il centralissimo complesso del Sant’Agostino di enorme valore sul piano architettonico e urbanistico.
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