Il Venezuela di Maduro e la crociata per il petrolio: lo spettro del modello Libia

di Maurizio Matteuzzi

Dopo il golpe blando in Brasile del 2016 contro il governo del PT – l’impeachment di Dilma Rousseff, la proscrizione di Lula mediante le manipolazioni giudiziarie del giudice Moro, la (ir)resistibile ascesa del proto-nazista Bolsonaro -, ecco il golpe del 23 gennaio in Venezuela contro il governo chavista di Nicolás Maduro.

Magari, come Dilma, Maduro è un pessimo presidente ma, come era Dilma, è il presidente legittimo. E tutto lascia credere che in Venezuela il golpe – dall’esito incerto, tuttora in corso in questi giorni, in queste ore drammatiche – non sarà blando come quello in Brasile. I morti, di entrambe le parti, negli scontri delle ultime settimane sono già una quarantina, gli arresti diverse centinaia.

Un golpe di nuova generazione. In slow motion. Prima i golpe si facevano all’ora x e quasi sempre in uniforme, con una sequenza precisa: prendere il potere all’interno e poi aspettare il riconoscimento internazionale. Con il golpe in corso in Venezuela, l’ordine dei fattori è invertito: prima si annuncia il golpe e si ricevono i riconoscimenti internazionali a cascata, poi si aspetta che il potere arrivi come una pera matura.
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