Marchionne: un bene per la Fiat, non per Torino

di Lorenzo Maria Alvaro

Sergio Marchionne è mancato all’età di 66 anni dopo un ricovero all’ospedale di Zurigo in cui era entrato il 27 giugno scorso. I media lo salutano come l’uomo che ha salvato l’auto italiana. In effetti dal 2004, da quando cioè Marchionne si è messo al timone della Fiat, il primo gruppo industriale italiano, considerato tecnicamente fallito, è diventato uno dei primi sette gruppi al mondo nella produzione di autoveicoli. Un risultato eccezionale. Ma quando e come ha beneficiato Torino di questa rinascita della sua industria simbolo? Ne abbiamo parlato con lo storico, sociologo e politologo Marco Revelli.

Non si sanno informazioni certe sulle condizioni di Sergio Marchionne, se non che sia in fin di vita…

Per questo vorrei fare una premessa: ci vuole un estremo rispetto umano per le condizioni di una persona. È molto difficile discutere freddamente sul bilancio di un operato nel campo delle politiche industriali quando una persona è in una condizione così difficile e di estrema sofferenza. Credo che questo vada sottolineato per chiunque. Che sia il migrante che naufraga o il manager che è in coma in ospedale.

Da dove partire per fare questo bilancio dell’operato di Sergio Marchionne al timone Fiat?

Dal punto di vista della valutazione oggettiva del suo operato in questi 14 anni in cui è stato il capo di quella che era la più grande industria italiana e forse era l’industria italiana credo che la valutazione debba essere differenziata per fasi.
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“Operaio in mare aperto”: conversazioni su storia, lavoro, politica e cooperazione

Operaio in mare aperto
Operaio in mare aperto
Anticipiamo di seguito un estratto del libro Operaio in mare aperto – Conversazioni su lotta, uguaglianza, libertà (EGA-Edizioni Gruppo Abele, 10 euro) in uscita per domani. Si tratta di un dialogo tra Gianni Usai e Loris Campetti, un racconto che inizia in Sardegna e in Sardegna ritorna passando attraverso Mirafiori, il lavoro, il biennio rosso ’68-’69, il conflitto, il terrorismo, la politica, la cooperazione, la ricerca.

di Loris Campetti e Gianni Usai

Gianni Nella mia postazione utilizzavo lime e chiavi di ogni tipo, a stella, a brugola, fisse, chiavi che io stesso dovevo costruirmi o modificare per poter lavorare su mandrini, alberi e cuscinetti. I miei primi amici e maestri in fabbrica sono stati operai piemontesi più adulti di me, come Carlin Sartori, Barbaceccu. Carlin tifava Toro e pianse come un vitello quando Gigi Meroni perse la vita in un incidente stradale. I macchinari arrivavano dagli aiuti del piano Marshall, provenivano dalla Ford e dalla General Motors e avevano uno scudetto con scritto ‘dono del popolo americano’, in cambio del repulisti ordinato dall’ambasciatrice Usa, Clare Boothe Luce, per spazzare via dalla fabbrica comunisti e militanti della Cgil.

Carlin era il più bravo del reparto, le sue capacità erano riconosciute da tutti, al punto che poteva permettersi di giocare a calcio tra le macchine durante una pausa, con una palla fatta di stracci, senza che le gerarchie intervenissero. Io ero un po’ preoccupato a partecipare alla partitina, ma ero sotto la sua protezione. Mi ha insegnato a farmi rispettare dagli altri operai. Non era un militante ma non era neanche supino di fronte alle regole della fabbrica-caserma. Tieni conto che in quegli anni, dal ’63 all’autunno caldo, non era facile individuare i compagni; gli iscritti alla Fiom erano giustamente diffidenti, si muovevano nell’ombra, erano tra i pochi sopravvissuti ai licenziamenti degli anni Cinquanta. Nessuno scioperava, e solo più tardi, verso il ’65, ho conosciuto i primi compagni, come Giovanni Rocher, un bravo tornitore inquadrato in una categoria inferiore perché era comunista e non piegava la testa davanti al capo.
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