Tag Archives: milano

Tra i picchiatori fascisti la candidata di Casapound

di Alessandro Braga

Un’aggressione squadrista. In piena regola e in pieno giorno. Sabato 28 aprile, tra mezzogiorno e le 13. Via Amedeo angolo via Paladini, Milano. Non distante dalla casa di Sergio Ramelli, militante di estrema destra ucciso il 29 aprile del 1975 e divenuta ormai meta di pellegrinaggio per i neofascisti di tutta Italia, in particolare nei giorni vicini all’anniversario.

Due donne, di 24 e 43 anni, stanno togliendo alcuni dei numerosissimi manifesti affissi abusivamente in quei giorni in tutta la zona per pubblicizzare la manifestazione in ricordo di Ramelli. Non per un atto politico, preciseranno quando andranno a sporgere denuncia, ma solo perché “rovinavano il decoro della strada”. All’improvviso sentono urla, vedono quattro persone, tre uomini e una donna, scendere da un’automobile e scagliarsi contro di loro urlando e inveendo: “Puttane, cosa state facendo?”, “Cosa cazzo state facendo?”.

La donna sembra essere la più infervorata: “Volete fare le partigiane?”, urla. Insulta, strattona e picchia una delle due. La colpisce al collo, alle braccia, le tira un calcio sullo stinco. Intanto uno degli altri aggressori sferra un calcio al cagnolino di una delle due vittime. Tutto questo mentre altre persone da un bar vicino le insultano e minacciano alcuni passanti dicendo loro di non intervenire. L’aggressione finisce quando una delle due vittime riesce ad allontanarsi e chiamare la polizia. La sera stessa una delle due donne, la più giovane, racconta alla polizia i fatti, mostrando loro il braccio pieno di lividi. E dando una descrizione di almeno due degli aggressori. Uno è un ragazzo sui 30 anni, con un cappellino da baseball e pizzetto.

Salvini l’opportunista che apre ai fascisti

di Luigi Ambrosio

Matteo Salvini è il piccolo opportunista della politica italiana che con la sua insipienza culturale e il suo cinismo politico sta aprendo le porte ai fascisti. Nella Milano di Mani Pulite interpreta il vento antisistema che inizia a spirare con forza nella maniera più regressiva: facendo carriera nella Lega Nord cui si iscrive meno che ventenne. Diventa subito consigliere comunale e poi leader dei “giovani padani” a colpi di felpa. “Padania is not Italy” era la sua preferita.

Ma sempre restando simpatico. Nella Lega dei raduni di Pontida, Salvini era quello sbarazzino, anticonformista, persino un po’ di sinistra. Una immagine con cui ha giocato per anni: l’orecchino, la cravatta verde allentata sulla camicia bianca, qualche birra al bar di un centro sociale messa nel curriculum politico. In tanti, gli davano credito. Salvini era un brillante conduttore di Radio Padania, aveva una battuta per tutti. Anni luce di distanza rispetto al clima greve che si respirava in via Bellerio, la sede della Lega, tra i proclami fascistoidi di Borghezio, le passeggiate anti islam di Calderoli coi maiali, l’ostilità per ogni diversità, dai gay agli immigrati.

Tutto questo è terminato quando Salvini è diventato il segretario della Lega e si è convinto che un quarantenne come lui avrebbe potuto ambire a qualcosa di più che a guidare un partito regionale all’interno di una coalizione di centrodestra.

Da quell'”incidente” nessuno uscì incolume

di Fabrizio Salmoni

Non lo hanno mai fatto magistratura e commissioni di inchiesta, sono stati gli autori (un docente universitario e un avvocato) di questa formidabile definitiva inchiesta su Pinelli e la strategia della tensione a completare lo scenario storico e politico, delineato nell’immediato di quei lontani giorni del 1969 nel famoso La Strage di Stato, entro cui quei fatti si svolsero. Ora si può dire che la verità è stabilita con solo pochi dettagli, probabilmente impossibili da recuperare ormai per ragioni anagrafiche, ancora da chiarire.

Va detto subito che tutto quello che si legge è ampiamente documentato con tanto di riproduzioni in copia dei documenti. Persino le note e le schede, dovute principalmente alla meticolosa collaborazione di Fiorenzo Angoscini e Elda Necchi, rivelano il puntiglio virtuoso con cui si è valutato ogni dettaglio dell’intricata vicenda. Ma ora possiamo dire che finalmente SAPPIAMO .

Una premessa: l’inchiesta riparte dall’acquisizione di nuove fonti documentarie indiscutibili, “ufficiali”, un incidente in cui lo Stato si è fatto male da solo ma che nessuno ha mai voluto divulgare: nell’ottobre 1996, i giudici milanesi Massimo Meroni e Maria Grazia Pradella che indagano su piazza Fontana rinvengono in un deposito del Ministero dell’Interno sulla circonvallazione Appia a Roma l’archivio segreto del famigerato Ufficio Affari Riservati, circa 150 mila fascicoli non catalogati.

Milano: da Moratti a Moratti, il lascito del sindaco Pisapia

Giuliano Pisapia

Giuliano Pisapia

di Guido Viale

Da Moratti a Moratti: alla fine il bilancio della giunta Pisapia è questo. Pisapia era stato eletto sindaco nel maggio del 2011 sull’onda di una mobilitazione culminata nella vittoria dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali e contro il nucleare. La sua elezione poneva fine a venti anni di potere della destra e altrettanti di dominio craxiano ed era stata sostenuta da una straordinaria partecipazione di base alla campagna elettorale: comitati per Pisapia (poi comitati per Milano, ma subito rinsecchiti) in tutti i quartieri della città, intellighenzia (quel che ne resta), creativi, borghesia d’antan, parrocchie e persino centri sociali.

Poi, contestualmente a quella dei referendum abrogativi nazionali, la vittoria in cinque referendum consultivi cittadini. I quesiti di quei referendum e la loro articolazione non erano un piano di governo della città, ma ne fornivano importanti indirizzi, peraltro in linea con il programma della candidatura di Pisapia. Nessuno degli impegni previsti da quella consultazione ha trovato attuazione.

Si può capire, per il costo dell’intervento, che non sia stato realizzato il ripristino della rete dei navigli – limitandosi alla riapertura della darsena – anche se ben 40 milioni sono stati sprecati nel progetto delle nuove “vie d’acqua”, che avrebbero dovuto portare in barca all’expò i visitatori; ma che, strada facendo, si sono trasformate in una fogna per raccogliere gli scoli dei suoi padiglioni. Ma un referendum chiedeva il potenziamento drastico del trasporto pubblico e la riduzione drastica del traffico privato; interventi non riducibili alla decantata area C, che poco ha innovato rispetto all’ecopass già introdotto dalla Moratti.

Qualche altra domanda sull’Expo

Expo a Milano

Expo a Milano

di Daniele Barbieri

Io sono d’accordo con l’impianto del discorso di Maria G. Di Rienzo (è qui: Qualche domanda sull’Expo, se non lo avete letto in “bottega”). Aggiungo qualche domanda che rivolgo anche a me stesso, visto che un po’ di idee confuse ce l’ho.

  • 1. L’emittente fa parte del messaggio? Detto in parole più semplici (che rubo allo psicanalista brasiliano Hélio Pellegrino): «Se Giuda Iscariota passasse una petizione in solidarietà a Gesù Cristo io non la firmerei». Il concetto è chiaro; commentava Augusto Boal (in «L’estetica dell’oppresso») «messaggio ed emittente sono strettamente connessi». Se è così ne deriva che io non posso avere nulla a che fare con le narrazioni, con le richieste, con le “petizioni di solidarietà” (anche quelle apparentemente più ragionevoli) dei media di regime e della politica “troikizzata”? Ovvero: quelli che mi/ci chiedono di condannare la violenza di Milano sono gli stessi che fomentano le guerre e attizzano il massacro sociale. E allora mi/vi chiedo: con loro c’è qualcosa da spartire? O dobbiamo fare i conti solo con le devastanti menzogne che raccontano alla gente e che producono effetti ben peggiori di qualsiasi “Milano a ferro e fuoco” per un pomeriggio?
  • 2. È possibile per noi che siamo fuori dal “coro” dire che siamo contro i black bloc ma urlare ben più forte che più grande violenza è quella dell’Expo? Che la sola idea di affidare una kermesse sull’alimentazione agli affamatori e inquinatori del mondo è un atto di guerra?
  • 3. Per quanto riguarda il rolex al polso, citato da Maria G. Di Rienzo, ma anche le interviste (sui giornali o in tv) a sedicenti rivoluzionari, a cittadini sdegnati o ai soliti noti posso ricordare che se dietro i black bloc (black boh… a mio avviso) esiste un minino (o un massimo?) di “sceneggiatura” questi ruoli sono previsti? Davvero nessuna/o ricorda più la sedicente-seducente infermiera in lacrime che al Congresso Usa racconta di aver visto gli iracheni staccare le incubatrici ai bambini? (Cfr qui http://en.wikipedia.org/wiki/Gulf_War se nulla ne sapevate).

Ancora sul Primo maggio a Milano: il conflitto e la coalizione sociale

Milano, 1 maggio 2015 - Foto di Internazionale

di Sergio Sinigaglia

Sul 1° maggio a Milano se ne sono dette e se ne stanno dicendo, inevitabilmente, tante. Non è la prima volta che una manifestazione importante e partecipata viene oscurata per la volontà di poche decine di prendersi la platea mediatica, nascondendo il lavoro sociale di una intera rete, vaneggiando, senza senso del ridicolo, su “Baltimora” e rivolte sociali vere, le quali non hanno a nulla a che fare con l’esposizione muscolare di pochi specialisti dello scontro.

È accaduto il 15 ottobre del 2011 a Roma e purtroppo si potrebbe ripetere in futuro. Anche perché è una questione a cui non è semplice dare una risposta efficace. Chi sollecita servizi d’ordine o controlli vari rischia di proporre soluzioni peggiori del problema. Forse ha ragione quel mio amico che, commentando il tutto, rilevava che i casseurs ci saranno sempre e sottolineava la necessità di riflettere sul rapporto tra chi manifestava, diverse miglia di persone, e il contesto.

Oggi la retorica dei bravi cittadini che il giorno dopo si sono messi a ripulire la città devastata dai vandali è sulle prime pagine dei giornali, così come le relative immagini sommergono i telegiornali. Una retorica insopportabile e plastificata. È sin troppo facile rilevare che le nostre città sono da anni devastate dalla cementificazione, dalla dittatura dei suv e del traffico, dalla speculazione edilizia e da tutto ciò che le ha rese invivibili e sempre più estranee a chi ci abita, una devastazione sociale spesso ignorata o distorta dai mass media.

Primo maggio a Milano: non la violenza, ma la crisi è stata la protagonista

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

di Cristina Quintavalla, Altra Emilia-Romagna

La piazza del I maggio a Milano è stata imponente, partecipata, non violenta. È stata una piazza grandissima e straordinariamente generosa: ha manifestato dentro la crisi di una società che ha prosciugato speranze e sogni, incalzata dal “nulla che avanza”, senza residue illusioni nella classe dirigente di questo paese, né di quella città, con la pervicace ostinazione di chi sa che qui, in queste condizioni economiche e sociali, non c’è futuro alcuno.

C’è chi non lo vuole capire, o finge di non capirlo, ma la protagonista assoluta della manifestazione è stata la crisi, questa crisi bastarda che colpisce tutti, dai giovani ai migranti, dagli esodati ai pensionati che non riescono a sopravvivere, dagli studenti che non sanno dove andare ai precari disperati o disillusi.

Come non vedere dentro quel corteo la messa a nudo di questo sistema, della sua forza distruttiva, dell’assalto del grande capitale alla vita di tutti e del prezzo altissimo che viene fatto pagare a chi ne è incolpevole, la cui colpa semmai è solo quella di essere nato nel posto sbagliato, dalla parte sbagliata, magari”su uno scoglio, anziché dentro un castello”, come scriveva Verga? Come non vedere che in quel corteo c’erano i nostri figli, che urlavano la loro rabbia e la loro disperazione?

Come non vedere che dentro quel corteo, c’erano tanti migranti, intere famiglie al completo, che riuscivano a cogliere il legame che intercorre tra la negazione del loro diritto all’abitare, al lavoro, e la grande kermesse delle multinazionali che negano il cibo a tanta parte del mondo da cui loro stessi provengono? Come non vedere che in quel corteo c’erano i nostri compagni, quelli che in tutti questi anni di sconfitte, hanno continuato a leggere con grande lucidità i processi che erano in corso?

Expo 2015 e la corruzione negli appalti pubblici

Expo a Milano

Expo a Milano

Intervista di Tommaso Cerusici a Ivan Cicconi

Tommaso Cerusici. In queste settimane è esploso lo scandalo per gli appalti di Expo 2015. Ci descrivi – dal tuo punto di vista – cosa sta succedendo nel mondo degli appalti, proprio a partire da questa ennesima vicenda di tangenti e corruzione che vede implicati politici, imprenditori e affaristi?

Ivan Cicconi. Il 17 aprile 2014 sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea tre nuove direttive: le numero 23, 24 e 25, che vanno ad aggiornare le precedenti direttive europee sugli appalti pubblici; si tratta dell’aggiornamento delle regole del governo della spesa e degli investimenti pubblici. Stiamo parlando di un settore che riguarda circa il 25-30% del Pil europeo e, per quanto riguarda l’Italia, un valore che si aggira sui 300-350 miliardi di euro. Qualsiasi discorso che punti alla spending review, all’ottimizzazione della spesa e degli investimenti pubblici, non può prescindere dalle regole definite dall’ordinamento europeo con queste tre direttive. Il 25 maggio abbiamo votato: non c’è stato alcun partito politico e nessun candidato che abbia minimamente accennato a queste tre direttive europee.

Lo scandalo di Expo 2015 è il figlio di questa assoluta disattenzione rispetto alle regole che governano la spesa pubblica. Oltre a questo si somma anche la scarsa consapevolezza o – se si vuole – la totale ignoranza della classe dirigente del nostro Paese delle modifiche profonde, che sono intervenute in questi ultimi anni negli apparati produttivi, nel sistema politico dei partiti, nell’assetto organizzativo e istituzionale e nella gestione dell’amministrazione pubblica.

Mediterraneo, le stragi firmate

Flash mob a Milano contro le stragi del mare

di Alessandra Ballerini

Più di 200 persone hanno partecipato, a Milano, al flash mob ideato da Radio Popolare per dire no alle stragi nel Mediterraneo. Alle 16 in punto, in Galleria Vittorio Emanuele, cuore della città, questi duecento si sono coperti con un lenzuolo bianco portato da casa e si sono sdraiati, in mezzo ai turisti.

Anche noi diciamo no alle stragi del Mediterraneo e no, soprattutto, alla non assunzione di responsabilità da parte di chi ci governa e che vorrebbe che la colpa si trovasse sempre altrove. Affidiamo il nostro no a una delle nostre penne storiche, che è stata anche una testimone diretta di quanto accaduto a Lampedusa in questi anni, Alessandra Ballerini. Ecco il suo testo:

«All’indomani della strage di Parigi, senza alcun pudore né logica, se non quella demenziale del razzismo o quella meschina della ricerca di consenso elettorale, un’assessora della regione Veneto partoriva un’indecente circolare temo ancora in vigore. In sostanza, l’assessora invitava i dirigenti scolastici a richiedere ai genitori di alunni mussulmani di fare pubblica ammenda e prendere le distanze dall’attentato parigino perché, affermava con disarmante ignoranza, «se non si può dire che non tutti gli islamici sono terroristi, è evidente che tutti i terroristi sono islamici».

Cibo, diritti negati ed energia: l’Expo che ci riguarda

Expo a Milano

Expo a Milano

di Guglielmo Ragozzino

L’Expo di Milano incombe ed è utile dare conto di quanto sta succedendo. Dalla grande stampa emerge un problema: il dissenso dell’orchestra della Scala a suonare il primo maggio, giorno dell’Expo ma anche dei lavoratori, manda a gambe all’aria la Turandot dell’Inaugurazione. Matteo Renzi vuole riconquistare il palco per essere lui a cantare “Stasera vincerò”. Tutto questo rischia di fare del famoso Teatro l’unico punto di resistenza contro l’Expo dei ricchi.

Milano è una città ben strana. Lo era già ai miei tempi, e si è mantenuta così ancora oggi in pieno XXI secolo. Proprio di fronte al Teatro della Scala c’è ancora – in effetti c’era da prima, dal sedicesimo secolo – Palazzo Marino, la casa dei cittadini. Qui nelle stesse ore dei discorsi ufficiali si è svolta un’altra riunione Expo: “Nutrire il pianeta o nutrire le multinazionali?” Era l’occasione per leggere, insieme, la lettera inviata, da un piccolo gruppo di persone, a Renzi e agli altri potenti per ricordare loro l’impegno “nutrire il pianeta”, di ridare “energia per la vita”, un impegno disatteso dal Protocollo mondiale per il cibo, affidato alla Fondazione Barilla. Erano presenti a Palazzo Marino molte centinaia di persone; moltissime ragazze dai 18 agli 80 anni, tutte sicure che, tutto considerato, dovunque nel mondo sono le donne a coltivare e a mettere in tavola. (nell’altro campo, tra i renziani dell’Hangar, se ne è ricordata Marta Dassù). L’impegno di tutte e di tutti era quello di ottenere, anche attraverso l’Expo, molto criticata, ma anche l’unica Expo che abbiamo a disposizione, che il cibo fosse considerato come un diritto universale e non una merce.

Le relazioni sono state di Piero Basso dell’Associazione Costituzione Beni Comuni che ha tracciato l’accorata storia dell’Expo 2015, tra costruttori, cooperative, giochi d’acqua, fiumi artificiali, sprechi, affari loschi. Un decennio di storia milanese e lombarda che abbiamo l’obbligo di non dimenticare. L’altra introduzione è stata di Curzio Maltese, parlamentare europeo eletto con la lista Tsipras che si è ripromesso di orientare in modo fattivo le future iniziative del Gue (Gruppo della sinistra europea).