Quella del sindaco di Riace è disobbedienza civile

di Luigi Ambrosio

Il sindaco di Riace, Domenico Lucano, non è mai stato tipo che si nasconde. Ha sempre svolto il suo lavoro alla luce del sole e anche le intercettazioni telefoniche che sono utilizzate come elemento di accusa nei suoi confronti lo dimostrano. Nelle conversazioni, il sindaco spiega che una donna di nazionalità nigeriana occorre che si sposi per poter ottenere i documenti necessari per il permesso di soggiorno. Altrimenti, data la sua condizione, verrebbe espulsa. Il sindaco aggiunge che in caso di matrimonio lui si sarebbe fatto carico di produrre tutti i documenti necessari consentirle di rimanere in Italia.

Secondo il procuratore di Locri, Luigi D’Alessio, il sindaco si sarebbe più volte e in modo inequivocabile adoperato per organizzare matrimoni di comodo. Con una “spigliatezza disarmante” dice il procuratore. Stabilirà la magistratura se i reati siano effettivamente stati commessi. A Salvini, che ha esultato per l’arresto, ha risposto Emma Bonino ricordando l’importanza di essere garantisti, sempre. “Ancora una volta una vicenda tutta da chiarire nei suoi aspetti giudiziari è trasformata in un’arma di propaganda e gettata nel tritacarne mediatico e social da un ministro della Repubblica italiana” ha scritto Bonino.

È significativo che sia stata proprio lei a esprimersi. Emma Bonino è stata tra le principali protagoniste di battaglie che si sono basate anche disobbedienza civile. Nel caso di Riace, la disobbedienza civile è uno strumento di azione risposta politica contro comportamenti sempre più punitivi nei confronti dei migranti da parte del Governo. Questo, al netto dell’esito della vicenda giudiziaria su cui, come ricorda Bonino, occorre essere garantisti.
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Guido Barbujani: “Le razze non esistono, esiste il razzismo”

di Radio Popolare

Il genetista di fama mondiale Guido Barbujani, professore all’Università di Ferrara, ha presentato al Festival della Letteratura di Mantova il suo ultimo lavoro Il giro del mondo in sei milioni di anni (Il Mulino). A Radio Popolare ha spiegato che da quando siamo scesi dagli alberi e abbiamo iniziato a camminare sulla terra non ci siamo più fermati.

La storia umana è fatta di un nomadismo ancestrale innegabile e fondativo, ma la lente razziale ci ha impedito per secoli di capire chi siamo. Ora, però, che sappiamo inequivocabilmente che le razze biologiche non esistono, dobbiamo sconfiggere il razzismo, la negazione dei diritti a uomini e donne discriminati da ignoranza e pregiudizi. L’intervista di Claudio Jampaglia a Giorni Migliori.

È un tentativo di raccontare le migrazioni dell’umanità, a partire dalla prima. Quando parliamo di umanità è difficile mettersi d’accordo su quale sia il punto di inizio. La vita sulla Terra ha 4 miliardi di anni, dove troviamo il punto di inizio della storia? Noi l’abbiamo trovato nel momento in cui i nostri antenati si sono separati dagli antenati degli scimpanzé.
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Salute, chi non parte (dal Sud) è perduto

di Monica Mariotti

C’è una migrazione silenziosa – che non è considerata strumento di consenso politico e raramente desta l’interesse dei mezzi di informazione di massa – che ogni anno attraversa la nostra penisola. È il flusso di cittadini costretti a spostarsi dal proprio luogo di residenza per ricevere cure adeguate. La gravità del fenomeno, però, ormai è tale da non poter più essere ignorata. Gli ultimi dati disponibili relativi al 2016 parlano infatti di poco meno di un milione di “migranti della salute”, per una spesa di circa 4,6 miliardi di euro.

Per comprendere ragioni, direzione e percorsi di questo esodo, si può distinguere su base regionale tra mobilità passiva e mobilità attiva. La prima definizione fa riferimento alla percentuale di pazienti che escono dalla propria area di residenza per curarsi in un’altra regione, mentre la seconda alla capacità di un sistema sanitario di attrarre cittadini da altri territori regionali. Se si analizzano le differenze regionali tra ricoveri “in entrata” e “in uscita”, si nota che il saldo è positivo solo per otto regioni e negativo per tutte le altre.

Le prime tre posizioni sono occupate da Emilia-Romagna, con un saldo pari + 9%, Toscana (+ 7,5%) e Lombardia (+7,2%), mentre le ultime tre da Calabria con una differenza del -20%, Basilicata (-6,8%) e Abruzzo (-6,4%). Lo spostamento tra territori regionali limitrofi (o mobilità di confine), però, deve essere valutato diversamente rispetto alla mobilità di lungo raggio, cioè il vero e proprio viaggio della speranza di coloro i quali percorrono tutta la penisola per curarsi.
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Abdi

“La Somalia è senza diritti, ecco perché sono scappato”

di Andrea Guccio Parolin

“La Somalia vive una situazione di guerra da ormai 25 anni, e anche se oggi non se ne parla praticamente più, i conflitti non si arrestano, e la popolazione è costretta a vivere senza un governo e senza diritti. Per un bambino la guerra è la normalità, quando ci cresci in mezzo, le opzioni che hai non sono molte: o accetti di prendere in mano un fucile e ti arruoli o vieni ucciso. Altrimenti tenti la fortuna e scappi, provando a raggiungere l’europa”. Abdi è un ragazzo somalo di 25 anni ed è arrivato in Italia nel 2007. Con queste parole comincia il racconto del lungo viaggio per arrivare in Europa.

“Sono nato a Mogadiscio, e ho sempre vissuto in mezzo alla guerra. Non puoi non averci a che fare, ti tocca sempre, anche se tu la guerra non la fai. Mi ricordo che una volta mentre giocavamo in mezzo alla strada, sono arrivati due gruppi e hanno cominciano a spararsi. Noi eravamo lì, in mezzo, e lì è facile morire. Ho perso mio papà quando ero molto piccolo, circa sei anni, non ricordo bene, e mia sorella”.

A 12 anni decide di fuggire: “Non hai scelta, o ti arruoli o scappi. Se ti rifiuti vieni ucciso”. Uno dei gruppi somali più forti, Al Shabab (I giovani) arruola ragazzi tra i 10 e i 15 anni. “Sono bambini cresciuti in mezzo alla guerra, che non hanno mai avuto la possibilità di studiare, gli danno in mano un fucile e li crescono con le loro idee”.
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Stragi del mare, profughi e bambini - Foto di Radio Popolare

Strage di bambini: l’Europa senza diritti, la denuncia dell’Unicef

di Piero Bosio

“Abbiamo visto un padre siriano che sulle coste della Turchia buttava la figlia in mare. La gente e i nostri operatori dell’Unicef gli intimavano di salvarla. Lui la prendeva e poi la ributtava in acqua e ci rispondeva: ‘Mia figlia deve imparare a nuotare, a salvarsi da sola. Quando toccherà a lei attraversare il mare con noi dovrà essere pronta a tutto'”.

È una delle tante e drammatiche testimonianze raccolte dall’Unicef, che ha appena realizzato il Rapporto 2016 sull’intervento umanitario per i bambini Forse non sapremo mai se quella bambina, la sua famiglia ce la fatta.

Al racconto di Unicef, si aggiungono i dati di Europol, citati dal The Observer. Diecimila bambini rifugiati stanno scappando dalla guerra, con il rischio di finire nelle maglie delle organizzazioni criminali. Negli ultimi 18-24 mesi il 27 per cento del milione di nuovi arrivi è composto da minori. Molti di loro sono scomparsi: in Italia si sono perse le tracce di 5 mila bambini, ricorda Europol, in Svezia di altri mille.

Intanto la strage silenziosa continua, mentre l’ Europa non ha più come priorità i diritti umani. Due giorni fa un barcone di 17 metri si è rovesciato ed è affondato nel braccio di mare tra Grecia e Turchia. Si ipotizzano almeno 39 morti, di cui cinque bambini. Sono già 700 quelli che hanno perso la vita in mare nel 2015. Un numero impressionante.
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La frontiera: la tragica realtà delle migrazioni

Alessandro Leogrande - La frontiera
Alessandro Leogrande - La frontiera
di Alessandro Leogrande

Il sommozzatore si cala in fondo al mare, si tira giù con l’aiuto di una corda, sembra una pertica conficcata sul fondale. L’uomo pare danzare, la tuta nera è avvolta da scie di bollicine. A tratti si sente il rumore dell’aria sputata fuori. Al primo sommozzatore se ne aggiunge un altro, poi un altro ancora. Tutti hanno scritto sul braccio destro guardia costiera. Dopo alcuni secondi circondano il relitto.

Adagiato a quaranta metri di profondità, al largo dell’isola di Lampedusa, il peschereccio sembra in secca, incuneato nella sabbia chiarissima del fondale. I tre sub, le bombole sulle spalle, calcano il ponte della piccola imbarcazione ed entrano da una porta laterale. Passa qualche secondo, ed estraggono il corpo di una donna.

Assomiglia a una bambola gonfiabile per la lievità con cui, sul fondo del Mediterraneo, scivola fra le loro mani. La donna è di spalle, il corpo è fasciato da pantaloni scuri e una maglietta. All’estremità spuntano le braccia e i piedi neri. I capelli lunghi e crespi sono raccolti in una coda. La donna viene spostata e adagiata pochi metri più in là, in un angolo del ponte. Poi entrano nella cabina accanto. Sui letti ci sono due corpi. Un altro è ritto, a testa in giù. La maglietta si muove, a tratti scopre la pancia snella, irrigidita.

Nella terza cabina c’è un uomo seduto, la bocca aperta e il corpo immobile, il taglio degli occhi sottile, le mani su un tavolino, come se fosse lì ad aspettare da mesi quell’incontro.
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Niente e nessuno fermerà quel bambino nel trolley

Il bambino nel trolley
Il bambino nel trolley
di Luigi Manconi

La favola crudele del “bambino nel trolley” – terribilmente vera come quasi tutte le favole – dovrebbe costituire un messaggio politico definitivo e un inappellabile monito morale. Già Emanuele Trevi sul Corriere della Sera e Adriano Sofri su Repubblica hanno detto (magnificamente) tutto ciò che c’era da dire. Dunque, si tratta solo di evidenziare ulteriormente quanto già emerge dai nudi fatti. E che è incontrovertibile in Italia da tre decenni e, se si volesse guardare alla storia del mondo, da molti secoli: “il bambino nel trolley”, così come le storie di giovani arrivati in Europa aggrappati tra le ruote dei camion, a mezzo metro dal suolo, come le persone che soffocano per settimane ammassate nelle stive, o quelle che attraversano i deserti e quelle che viaggiano a piedi per tre anni; o ancora quelle che percorrono centinaia di chilometri distese sul dorso di muli.

Tutti questi esseri umani, ridotti alla fragile materialità del loro corpo in fuga, dicono una sola cosa: niente e nessuno potrà fermare i movimenti migratori di bambini donne uomini e vecchi. Perché proprio questo è il messaggio politico e il monito morale di cui si diceva: niente e nessuno, nella storia dell’umanità, li ha fermati e nemmeno ne ha potuto ridurre o contenere il numero.

Non le frontiere o il filo spinato, non i muri e le motovedette, non i cani e i blocchi navali, non le polizie e le barriere elettroniche e i terreni minati. Se verifichiamo quanto accade sul confine tra gli Stati Uniti e il Messico o sulle alture del Sinai, possiamo renderci conto agevolmente che le parole di Matteo Salvini e dei suoi emuli (a destra, ma anche a sinistra) prima di essere efferate, sono puerili.
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Migranti: morire in mare, uno studio sulle vittime

Strage dei migranti
Strage dei migranti
di Paolo Cuttitta

Nei giorni in cui gli ennesimi, immani disastri hanno riportato il tema della morte alle frontiere all’attenzione dell’opinione pubblica, la Vrije Universiteit di Amsterdam ha portato a termine un censimento delle persone morte durante il tentativo di raggiungere l’Europa e registrate presso gli uffici dello stato civile o presso i registri cimiteriali in Italia, Spagna, Grecia, Malta e Gibilterra.

Tra maggio 2014 e gennaio 2015 undici ricercatori – coordinati da Tamara Last sotto la supervisione di Thomas Spijkerboer – hanno esaminato oltre due milioni di certificati di morte nei registri di 559 diverse località dei suddetti Paesi (mentre gli uffici di altre 35 località, pari al 6% del totale, hanno negato loro l’accesso agli archivi). I risultati saranno presentati a metà maggio. Da quel giorno la banca dati con tutte le informazioni raccolte sarà liberamente accessibile online, accompagnata da una visualizzazione grafica che renderà più facilmente leggibili i principali risultati della ricerca.

Il significato più importante del lavoro non risiede tanto nel dato statistico relativo al numero totale di morti di frontiera registrati nei diversi Paesi. Tale dato, infatti, è evidentemente parziale rispetto al numero totale dei morti nel Mediterraneo, perché non comprende né i decessi avvenuti e/o registrati sull’altra sponda (nei paesi dai quali le persone si sono messe in viaggio per raggiungere l’Europa), né i dispersi (il cui numero – è il caso di ricordarlo – si stima essere di parecchio superiore a quello dei corpi rinvenuti).
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Strage dei migranti

“Sos – Sterminio in mare”: l’appello degli intellettuali per fermare la strage dei migranti

di Barbara Spinelli, eurodeputato, gruppo GUE-Ngl, Alessandra Ballerini, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Erri De Luca, Roberta De Monticelli, Maurizio Ferraris, Stefano Galieni, Mauro Gallegati, Domenico Gallo, Paul Ginsborg, Daniela Padoan, Francesco Piobbichi, Marta Pirozzi, Annamaria Rivera, Alberto Vannucci, Fulvio Vassallo Paleologo, Guido Viale, Gustavo Zagrebelsky e Rossella Guadagnini

Oltre 900 morti nel Mediterraneo nella notte tra sabato 18 aprile e domenica, a 60 miglia dalle coste libiche. È il più grande sterminio in mare dal dopoguerra. Questo è un giorno di svolta. A partire da oggi occorre mettere la parola urgenza, al posto di emergenza. Bisogna dare alla realtà il nome che merita: siamo di fronte a crimini di guerra e sterminio in tempo di pace.

Il crimine non è episodico ma ormai sistemico, e va messo sullo stesso piano delle guerre e delle carestie acute e prolungate. Il Mar Mediterraneo non smette di riempirsi di morti: cominciò con il naufragio di Porto Palo, il giorno di Natale del 1996, con 283 vittime, seguito tre mesi più tardi dal naufragio della Katër i Radës, in cui oltre cento profughi albanesi annegarono nel canale di Otranto. Lo sterminio dura da almeno 18 anni: più delle due guerre mondiali messe insieme, più della guerra in Vietnam. È indecenza parlare di “cimitero Mediterraneo”. Parliamo piuttosto di fossa comune: non c’è lapide che riporti i nomi dei fuggitivi che abbiamo lasciato morire.

Le azioni di massima urgenza che vanno intraprese devono essere, tutte, all’altezza di questo crimine, e della memoria del mancato soccorso nella prima parte del secolo scorso. Non sono all’altezza le missioni diplomatiche o militari in Libia, dove – anche per colpa dell’Unione, dei suoi governi, degli Stati Uniti – non c’è più interlocutore statale. Ancor meno lo sono i blocchi navali, gli aiuti alle dittature da cui scappano i richiedenti asilo, il silenzio sulla vasta destabilizzazione nel Mediterraneo – dalla Siria e l’Iraq alla Palestina, dall’Egitto al Marocco – di cui l’Occidente è responsabile da anni.
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Francesco Carlucci: “Vita da cani. Storia di un emigrante rivoluzionario”

Francesco Carlucci, Vita da cani
Francesco Carlucci, Vita da cani
di Alberto Prunetti

Un libro importante, Vita da cani. Storia di un emigrante rivoluzionario di Francesco Carlucci (BePress, Lecce, 2013, pp. 497), che purtroppo non avrà troppa visibilità. Eppure un libro fondamentale per chi ha a cuore la storia degli anni Settanta in Argentina, lo sviluppo della contestazione e la resistenza alla dittatura, la violenza di stato, la guerriglia e i crimini compiuti da Videla e soci, a partire dalle carcerazioni illegittime. Tutto questo raccontato in un’autobiografia narrativa da Francesco Carlucci, italiano emigrato da piccolo, negli anni Cinquanta, in Argentina, con una penna fluida che alterna due vicende, due pezzi della propria esistenza:

  • la detenzione nei carceri argentini come militante di un gruppo guerrigliero., il PRT (vicino al guevarista ERP): per sua fortuna, Carlucci non fu detenuto in un mattatoio clandestino, tuttavia l’esperienza è stata decisamente dura;
  • il romanzo working class di formazione di giovane tano emigrato a Buenos Aires fino ai primi passi nel PRT, attraverso il lavoro minorile nelle botteghe e nelle officine metallurgiche che gli italiani costruivano un po’ ovunque nella Gran Buenos Aires. Botteghe in cui si lavorava e si dormiva: dai conventillos, i rifugi degli immigrati, dove si viveva come in un formicaio, fino alle case grandi dove tutta la famiglia lavorava in officina, anche i bambini di 13 anni, che mica potevano andare a scuola, al massimo si facevano la serale se potevano pagarsela col sudore. Storie di emigrazione italiana dell’ultimo corso pre-boom , quella degli anni Cinquanta, storie che vanno ostinatamente riscattate dall’oblio, perché dobbiamo renderci conto che “i cinesi” eravamo noi e che quella è “la storia della nostra gente”: officina e casa, tutto assieme, i turni per dormire e la donna a cucinare per gli uomini al tornio.

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