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Istruzione per gli adulti: l’evoluzione delle 150 ore, per migranti e italiani

di Massimo Corsini

Il paradosso per chi oltrepassa i confini del nostro Paese è rimanere ai margini. Diventa semplicemente un’assurdità se chi si trova ai margini non ha dovuto emigrare da chissà dove, ma è sempre stato lì nel suo paese.

Esiste, infatti, una zona d’ombra nella quale convivono nuovi migranti e cittadini italiani appartenenti alle fasce più deboli: ad accomunarli è un carente livello di alfabetizzazione funzionale, ovvero delle competenze fondamentali necessarie alla vita di tutti i giorni. La cura di questa fetta di popolazione spetterebbe, se supportata con i dovuti mezzi, alla neonata istituzione scolastica dei Cpia (Centri provinciali d’istruzione per gli adulti).

Emilio Porcaro, preside del Cpia metropolitano della città di Bologna, e referente su scala nazionale di tutti i Cpia in Italia, spiega infatti che, benché oggi la maggior parte degli utenti siano stranieri, parliamo dell’80-85%, teoricamente il target a cui si rivolge questa nuova istituzione scolastica per gli adulti è rappresentato dalle fasce più deboli della popolazione del paese: italiani e non.

Continuiamo: a sinistra pesa una divisione, ma la sua ricostruzione non si ferma

di Roberto Musacchio

Migliaia di persone in piazza in un corteo colorato, ricco di rappresentanze di movimenti sociali e politici, veramente europeo e mediterraneo. Trenta tra seminari, incontri, eventi, durante tre giorni intensi. Presenze politiche importanti, da Tsipras e Gysi a Varoufakis, per citare quelle non italiane. Poco o nulla a stare ai mass media. Molto per chi, come noi, ci ha lavorato e ha vissuto la Nostra Europa. Molto, perché non era facile riannodare fili che si erano in parte sfibrati dopo la grande stagione del social forum europeo. Perché era difficile in una situazione che si vorrebbe tutta riassunta nella “contesa tra establishment” e “populismi” (a proposito, le manifestazioni delle destre sono state ben poca cosa).

Perché a sinistra pesa una divisione, che alcuni hanno scelto di marcare, sulla moneta e sulla Ue. Perché, ed è il fatto più significativo alla fine, c’è un disincanto popolare che ha svuotato la città e ridotta la partecipazione. Su cui ha pesato per altro la prima prova sul campo della filosofia del decreto Minniti. Come se il disfacimento di questa Europa fosse un problema di ordine pubblico. Dunque, un lavoro importante è stato fatto e rimane. Anzi, continua. Perché i componenti di quel vero e proprio embrione di coalizione che è la Nostra Europa vogliono andare avanti. Guardando in primo luogo alle persone in carne ed ossa, così come si è fatto nei mesi in cui si è preparato l’evento.

Esistono ancora diritti umani universali?

di Lorenzo Guadagnucci

L’immagine del cadavere di Aylan Kurdi, il bimbo di tre anni con la maglietta rossa riverso sulla spiaggia turca di Bodrum, nel settembre 2015 diede uno scossone all’opinione pubblica europea, diventando una foto-simbolo di questi anni. È uno scatto che racconta la tragedia dei profughi e dei migranti, e mette a nudo la crisi profonda delle democrazie europee, che assistono inerti da molti anni alla morte di migliaia e migliaia di Aylan, asserendo di vivere una “emergenza immigrazione” all’interno dei singoli Paesi, ben più importante – evidentemente – della sorte dei tanti profughi e migranti che annegano nel Mediterraneo.

Un’altra foto, nelle settimane scorse, ha fatto capolina nei media, richiamando fortemente la vicenda di Aylan. Stavolta la maglietta è gialla e la spiaggia è in estremo Oriente e lungo un fiume, ma sempre di un bimbo si tratta, di appena sedici mesi. Mohammed Shohayet è annegato insieme alla mamma, al fratellino di tre anni e a uno zio (il padre si è salvato) mentre tentava di attraversare il fiume Naf, che separa lo Stato di Rakhine, in Birmania, dal Bangladesh, verso il quale la famigliola era diretta. Gli Shohayet appartengono alla minoranza dei Rohingya, sottoposta da decenni in Birmania a forme di oppressione e violenza che sfiorano ormai il genocidio.

Se la foto di Aylan Kurdi scioccò molti europei mostrando un aspetto invisibile della cosiddetta emergenza immigrazione, l’immagine del piccolo Mohammed ha sortito un duplice effetto: ha dato un’eco più vasta alla tragica sorte del popolo Rohingya (di origine musulmana in un Paese a maggioranza buddista) e ha creato un corto circuito etico, culturale e politico per il silenzio e la responsabilità del governo birmano, guidato (come ministra degli Esteri ma leader di fatto) da una figura nota e celebrata quale paladina dei diritti umani, Aung San Suu Kyi, per decenni oppositrice del regime militare e premiata nel 1991 con il Nobel per la pace.

Con i migranti e contro la politica dei muri e delle espulsioni

di Bologna No Borders, Lazzaretto Csoa-Cimsp, Coordinamento Migranti, Unione Sindacale Italiana

Il 20 febbraio, giorno in cui i migranti europei e extraeuropei daranno vita in Inghilterra a una “giornata senza di noi” in risposta alla retorica della discriminazione che ha sostenuto la Brexit e a sostegno della raccolta firme contro la visita di Donald Trump in Uk, si mobiliteranno a Bologna migranti e solidali che non accettano di rassegnarsi allo sfruttamento e all’impoverimento.

Se per i migranti quest’occasione rappresenta anche uno strumento di denuncia e di lotta contro le specifiche condizioni di vita imposte e gli abusi subiti proprio qui a Bologna nel corso degli anni e negli ultimi mesi, per tutti e tutte si tratta di una presa di posizione contro le politiche razziste italiane e europee che anticipano e seguono l’ascesa di Trump negli Stati Uniti: scelte che mirano a incrementare le disuguaglianze sociali, ad aggravare lo sfruttamento economico della popolazione migrante e autoctona, mentre sulla scena mediatica si fa leva su paure indotte per giustificare provvedimenti che ledono sempre più gravemente la dignità e la libertà di ognuno.

I muri di Trump e quelli dell’Europa

Donald Trump alla Casa Bianca

di Annalisa Camilli

Il 27 gennaio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, da pochi giorni arrivato alla Casa Bianca, ha firmato un ordine esecutivo con cui ha sospeso per tre mesi l’ingresso negli Stati Uniti di cittadini provenienti da sette paesi, anche se in possesso di permessi di soggiorno e di visti d’ingresso regolari e ha sospeso per quattro mesi il programma di ricollocamento dei profughi.

Trump ha giustificato la decisione dicendo che “serve a salvaguardare gli americani dagli attacchi terroristici da parte di cittadini di origine straniera”. La risoluzione, che ha portato all’arresto di centinaia di persone negli aeroporti statunitensi, ha scatenato proteste negli Stati Uniti e in tutto il mondo.

L’ordine esecutivo firmato da Trump è senza dubbio illegale e nella peggiore delle ipotesi incostituzionale e c’è da aspettarsi che non avrà lunga vita, anche grazie al lavoro di tanti avvocati e associazioni che si sono mobilitati per denunciarne l’illegittimità. Sedici procuratori generali hanno annunciato che indagheranno sulla costituzionalità del decreto. Tuttavia gli effetti della violenza e dell’arbitrarietà del cosiddetto Muslim ban, il divieto di entrare negli Stati Uniti per i cittadini di sette paesi musulmani, dureranno a lungo e rafforzeranno le discriminazioni e i pregiudizi sui profughi e sui migranti in tutto il mondo.

Un ritorno al passato: il “nuovo” piano del Viminale su immigrazione e asilo

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di Annamaria Rivera

È davvero un ritorno all’antico il nuovo piano di misure sull’immigrazione e l’asilo, annunciato dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, di concerto col capo della Polizia, Franco Gabrielli: tutte all’insegna del più puro spirito repressivo e sicuritario; tutte volte ad accelerare la macchina dei rastrellamenti e delle espulsioni, non importa quanti e quali diritti fondamentali si violino. Lo scopo asserito è la moltiplicazione del numero di espulsioni dalle attuali cinquemila a diecimila, con l’ambizione di arrivare addirittura a ventimila, nonché l’incremento dei rimpatri forzati tramite nuovi accordi bilaterali con paesi di provenienza.

Questo scopo, a sua volta, è dichiarato come funzionale a combattere il terrorismo jihadista: come se esso non fosse anzitutto, per citare Alain Bertho, “una mortifera espressione contemporanea” della rabbia sociale e della rivolta, che la sola logica poliziesca e militare di sicuro non riuscirà ad annientare. Tuttavia, una finalità complementare del piano Minniti sembra essere quella di compiacere gli umori popolari più malsani, con l’illusoria aspettativa di sottrarre terreno alla destra dichiarata: è la strategia consueta dei “riformisti” allorché sono al governo.

Il piano evoca persino un passato assai infelice, se è vero che, tra l’altro, prevede che i richiedenti-asilo svolgano lavoro gratuito – a vantaggio non solo di enti locali, ma anche di aziende private -, in attesa che le commissioni si pronuncino sulla loro domanda. Per quanto definito con l’eufemismo di “lavoro socialmente utile”, esso sarà, di fatto, una sorta di lavoro forzato, essendo concepito come uno dei requisiti per ottenere lo status di rifugiato.

Far lavorare gratis i richiedenti asilo? Bella svolta epocale

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di Iside Gjergji

Luigi Pintor, in un memorabile editoriale di diversi anni fa, scriveva che essere immigrati in Italia era peggio che avere il cancro. Invitava, infatti, i cittadini italiani malati di cancro a sentirsi “fortunati” nella loro condizione, se paragonata a quella degli immigrati. Da allora, il giudizio del noto giornalista si è sostanzialmente confermato veritiero in ogni momento: basterebbe dare una sbirciatina ai provvedimenti normativi nazionali e locali o alle circolari ministeriali e prefettizie che si sono susseguiti nel corso degli anni, oppure sarebbe sufficiente osservare le reali condizioni di lavoro e di esistenza degli immigrati per averne prova.

Mai però come oggi il giudizio di Pintor è apparso così vero e reale e, contemporaneamente, a tratti, quasi un po’ naif. Mai egli avrebbe immaginato, infatti, che sui cancelli dei centri di accoglienza, sparsi in tutta Italia, un giorno avrebbe campeggiato la scritta “Il lavoro gratuito vi darà asilo”. E tutto ciò avviene per opera del governo attualmente in carica, sostenuto dal partito democratico.

È dei giorni scorsi la notizia, pubblicata dal Corriere della Sera, circa una disposizione, contenuta nel nuovo “pacchetto di misure sull’immigrazione” (l’ennesimo), con la quale si intende imporre il lavoro socialmente utile, cioè il lavoro gratuito obbligatorio, per tutti i richiedenti asilo in attesa dell’esito della domanda. Le novità previste nel “pacchetto” sono tante, ma questa “è una delle novità più importanti” afferma Fiorenza Sarzanini, e ha ragione da vendere. L’introduzione per legge (era già stata fatta tramite circolare ministeriale, mascherata come “lavoro volontario”) dell’obbligo del lavoro gratuito, non solo presso gli enti locali pubblici, ma anche presso varie aziende private, come prerequisito per vedersi riconosciuto lo status di rifugiato, è una di quelle novità che segnano una svolta epocale.

Trieste, dove c’è un’emittente televisiva odiosa

Blitz contro i migranti al Silos di Trieste - Foto Il Piccolo

Blitz contro i migranti al Silos di Trieste – Foto Il Piccolo

di Claudio Cossu

C’è un’emittente televisiva, a Trieste, che sparge odio e diffonde strumentalmente paura, trasmette incontri e “talk show” (si fa per dire) che rilevano le cose più negative e ostili avverso gli stranieri, i rifugiati politici e gli immigrati che quivi soggiornano – su ordine peraltro del Governo, attraverso il Prefetto – e organizza discussioni e dibattiti polemici, discussioni maldisposti agli stessi, dipingendoli fannulloni, mantenuti, ladri e, come se ciò non bastasse, malvagi rapinatori e non ottemperanti alle nostre leggi.

Tali incontri sono coordinati sempre da un conduttore corrucciato, dall’aria accilliata e direi quasi rabbiosa. Ogni tanto un direttore che proviene dal Veneto, legge i suoi editoriali in funzione anti – stranieri ed esprime tutta la sua animosa contrarietà verso ogni forma di accoglienza, spargendo il suo malanimo verso questi disperati ed ultimi della terra, colpevoli solo di essere stati destinati nella nostra città.

Evidentemente non è sufficiente il regolamento comunale cosiddetto “mille divieti” che l’attuale vice-sindaco sta elaborando alacremente, per un asserito e vago ordine o “decoro” da imporre con le proibizioni e gli ordini più assurdi, che sfociano, alla fine, in una goffa e ridicola rispettabilità dell’assurdo, che ricorda troppo le commedie del grande Jonesco. Alla mattina, ecco la rubrica “Sveglia città” dove i luoghi frequentati da quei poveri esseri rifugiati, vengono rilevati ed evidenziati come ritrovo di teppisti o di violenti malavitosi pronti al malaffare ed allo “scippo”.

Migranti a Trieste: il blitz malvagio degli sgherri del Comune

Blitz contro i migranti al Silos di Trieste - Foto Il Piccolo

Blitz contro i migranti al Silos di Trieste – Foto Il Piccolo

di Claudio Cossu

È avvenuto alle prime luci dell’alba del 9 novembre 2016, protetti ancora dall’oscurità autunnale, per non destare sospetti o curiosità o, forse, semplicemente per non provocare orrore e disapprovazione da parte dei vari passanti mattinieri che si aggiravano da quelle parti, nei pressi cioè del Silos di Trieste. Gli sgherri della “polizia locale”, un tempo chiamati “guardie del radicio”, impietosi ora perché al servizio e agli ordini del vicesindaco di questa città – un tempo ridente e serena – hanno costretto una trentina di esseri umani, sfortunati e richiedenti asilo e solidarietà, hanno costretto, dunque, questi profughi e abbandonati rappresentanti di una sfortunata e derelitta umanità ad abbandonare la struttura del Silos stesso.

Dove avevano trovato un po’ di riparo dal freddo della stagione e dall’umidità circa 35 derelitti ed esclusi esseri di nazionalità afghana e pachistana, che non erano riusciti a trovare altra e diversa umana accoglienza. E ancora, in aggiunta, sono stati colpiti da una crudele e malvagia denuncia per omessa osservanza di un’assurda ordinanza che nega l’ingresso nel vecchio edificio, divieto che colpisce chiunque cerchi colà un po’ di calore e riparo, una protezione caritatevole tout court.

Diritti, ideali e uguaglianza: politica e potere che non concedono accoglienza

Migranti a Ventimiglia

di Claudio Cossu

Un’ombra tenebrosa, lunga e densa di nubi malefiche incombe da qualche tempo sulla Francia e sull’Europa, nubi appartenenti a un eterno passato, quasi provenienti dagli inferi, nubi avviluppate a tradizioni arcaiche ed autoritarie, fatte di paure ed ansie nei confronti di ogni innovazione e aperture mentali. Timori ed angosce ancorati a miti quali onore e obbedienza, fedeltà, autoritarismi e culto della personalità, mentre si rallegrano le oligarchie finanziarie e i “salotti buoni” dei ricchi poteri delle multinazionali e dei gruppi monopolistici finanziari.

Poteri senza limiti, che sovrastano ormai la politica e l’economia spicciola europea. Desideri compulsivi di respingere e reprimere gli oppositori, i diritti e gli ideali dell’eguaglianza e dell’accoglienza si aggirano come avvoltoi. Si mascherano nell’ombra di Pètain e degli inquisitori di Dreyfuss, di Salan e dei propugnatori dell’Algeria francese, serva e colonizzata, dei paras torturatori, ombra che cerca di abbattersi su tutti i devoti della religione islamica, senza distinzione di sorta, dei miseri abitanti le “banlieu”.

Dimenticando che non tutti gli islamici sono terroristi e ancora spira gelido il vento di Vichy generato dalla paura degli attentati terroristici e dai politici quali Marine Le Pen, nonchè da tutti coloro che strumentalizzano, senza scrupoli, questo senso di smarrimento e di panico per il flusso di gente straniera in fuga dalle guerre e dalla fame patite in terre lontane.