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Per mare e per terra migrare è un diritto, non un reato

di Enrica Rigo e Alberto di Martino

Il diritto di migrare (anche fuggendo) – ovvero, «il diritto di lasciare qualunque paese, incluso il proprio», come recita la Dichiarazione del 1948 – è stato la formula di garanzia che il diritto internazionale post-bellico aveva trovato come antidoto agli orrori che avevano portato alla seconda guerra mondiale e ai suoi lasciti. Anche attorno a quel diritto, (…) l’Occidente ha costruito la differenza tra i regimi liberticidi e le democrazie baciate dai lumi del diritto e della libertà.

Quell’assetto è evidentemente saltato. Non solo perché l’immigrazione irregolare è criminalizzata (fatto che si considera ormai dato per scontato e casomai soltanto da ‘governare’ con gli strumenti dello stato di diritto); ma – proprio in questi giorni – perché sul mare sono state messe in atto condotte che potremmo dire di ‘polizia bellica’. È di ieri la notizia che la marina militare del Marocco ha aperto il fuoco su una barca di migranti, ferendo un ragazzo di 16 anni, mentre solo pochi giorni fa, in un episodio analogo, era morta una ragazza e altri tre migranti erano rimasti feriti.

Meno eco ha avuto, nei giorni della Diciotti, la notizia di un violento scontro, il 17 agosto, tra la guardia costiera tunisina e un gruppo di migranti che tentava di prendere il mare verso l’Italia. Nei giorni successivi, solo qualche sito specializzato ha chiarito la dinamica dei fatti, riferendo che il numero delle vittime tra i migranti era salito a 8. La nave Mare Jonio, dell’operazione Mediterranea, ha riacceso i riflettori in questi giorni sulle intercettazioni dei migranti da parte delle motovedette fornite dall’Italia alla guardia costiera libica; dotazioni che ci rendono complici, se non di fatti violenti in sé, certamente del fatto di impedire, anche in questo caso, la fuga verso l’Europa.

Una, 10, 100, 1000 Riace: perché oggi è importante sostenere la convivenza pacifica

di Valerio Romitelli

Minniti, lo sappiamo, è stato lui lo a iniziare le danze macabre attorno a Riace. Ma lo ha fatto in modo ipocrita, presentandosi come antidoto a supposte irregolarità, comunque sempre più o meno ossequioso nei confronti dei tanto decantati ideali umanitari. E ora Salvini? Sarebbe sbagliato credere che faccia esattamente la stessa cosa. Certo ne continua e tenta di completarne l’opera, ma lo fa con una differenza non trascurabile.

Dalla sua loquela è infatti bandita ogni ipocrisia umanitaria, nel suo lessico crudo e dozzinale le inflessioni patetiche sono riservate solo per le famiglie e i “cittadini onesti”, i “papà” come lui, che possono votarlo. Il cosiddetto “capitano” non ama le perifrasi, tira ad andare sempre dritto al punto, propagandando in ogni modo e con ogni mezzo che Riace deve sparire come pure devono sparire tutte le realtà di convivenza pacifica e produttiva tra autoctoni e stranieri. L’imperativo di questo ministro degli interni che come tale dà la linea a tutti gli altri ministeri non lascia dubbi: ciò che vuole come assoluta priorità politica, prima di ogni questione economica e finanziaria, non è altro che blindare le frontiere italiane, seminare un’illegalità sempre più diffusa tra gli “immigrati”, alimentare discordie e scontri, favorire ronde di provocatori, sguinzagliare forze del (dis)ordine dappertutto.

Perché tutto questo? Perché siamo giunti a questo punto? Non si tratta di una domanda retorica. Da come le si risponde dipendono le capacità di sottrarsi al vicolo cieco dove ci vogliono cacciare questi governanti giallo-verdi. Certo è che se Salvini e il suo governo vogliono il peggio per gli “immigrati” è perché puntano a far leva sui sentimenti più grezzi dei votanti in Italia: sulla diffidenza,sulla paura e l’odio nei confronti del diverso, dell’estraneo, del più povero e dello straniero, il tutto per favorire forme di schiavismo e ricavarne consensi ai fini di un potere del tutto personale.

Il caso Riace: un appello internazionale per la libertà immediata di Mimmo Lucano

di Angelo d’Orsi

Il caso Lucano come specchio di un’Italia spaccata, anzi frantumata. Se l’arresto del sindaco di Riace suscita indignazione tra le persone oneste, gli italiani perbene, a prescindere dalla loro appartenenza politica, nel contempo eccita l’iroso gaudio di quella parte d’Italia (forse maggioritaria) che si è lasciata persuadere che i migranti costituiscano il problema del nostro presente (e del nostro futuro). V’è pure, minoritario, un “terzo partito”, a cui ha dato voce Marco Travaglio, sul “Fatto Quotidiano”, con un articolo stizzosamente in punta di diritto, che però manca la questione principale, o piuttosto finge di non capirla: la questione è che oggi, lo schieramento pro o contra Mimmo Lucano è non soltanto inevitabile, ma necessario.

La questione principale è che, da prima dell’insediamento di questo governo per il quale i flussi migratori sembrano rappresentare l’unica (in realtà fittizia) preoccupazione, grazie a una serie di atti di legge a dir poco discutibili (Turco/Napolitano, Bossi/Fini…), e all’ascesa al ministero di polizia di Marco Minniti, Lucano è entrato nell’obiettivo di quella parte d’Italia che, subornata da una martellante campagna mediatica e politica, ha accettato l’equazione migrante=pericolo.

Ci rubano il lavoro, sono troppi, delinquono, offendono il decoro delle nostre città… Tre giorni fa il renzianissimo sindaco di Firenze, Nardella, ha twittato complimentandosi con gli agenti di polizia che avevano bloccato e segnalato per il rimpatrio due ragazze che esercitavano lo scandaloso mestiere di mimi da strada, “molestando” perciò stesso, i turisti che hanno ben altro per la mente: le borse di Ferragamo, ad esempio, a cui Firenze ha dedicato un lussuoso museo nel cuore della città.

L’attacco alle Ong, laboratorio contro la democrazia

di Raffaele K. Salinari

Alla spirale di delegittimazione delle Organizzazioni non governative impegnate quotidianamente nelle azioni di sostegno ai Paesi in via di sviluppo e, di conseguenza, in difesa dei diritti umani legati ai processi migratori, si aggiunge un’accusa, non nuova, ma esacerbata nella forma e nei toni: tratta degli schiavi.

Ci ha pensato l’Onorevole Giorgia Meloni a rilanciare, dopo le inconcludenti indagini di qualche tempo fa da parte di magistrati inclini alla costruzione di teoremi accusatori che volevano le Ong colluse con gli scafisti, la definizione di veri e propri schiavisti per quanti continuano coerentemente a ricordare, con il loro lavoro, alla comunità internazionale quali sono gli impegni verso le parti più vulnerabili della popolazione mondiale, a partire dai minori.

Nel Mein Kampf scritto da chi di propaganda e disinformazione, falsificazione della realtà e, oggi si direbbe, di fake news, se ne intendeva, si trova una espressione che ben epitomizza questo modo di fare: la merda nel ventilatore. Non è necessario cioè provare l’accusa, basta sollevarla e, appunto, qualche schizzo arriverà certo ad infangare i nuovi schiavisti non governativi.

Cinema migrante: cineforum 2018 della Fondazione Forense Bolognese

di Sergio Palombarini

Il tema dell’immigrazione non ha solo risvolti politici (nel senso delle dinamiche parlamentari) o di ordine pubblico (che peraltro pare essere un falso problema), ma anche artistici e culturali. In questo senso anche nel 2018, come nel nel 2017, la Fondazione Forense Bolognese e il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna organizzano il Film Festival del cinema migrante, nell’ambito del più ampio e variegato progetto di formazione sui cosiddetti “diritti fragili”.

Il cineforum si avvale della direzione progettuale e artistica di Associazione Amici di Giana, con cui la Fondazione collabora, condividendo l’interesse ed il valore delle sue iniziative a favore di giovani registi provenienti dai paesi del sud e dell’est del Mondo. Viene dunque proposta una seconda rassegna tratta da una selezione dei film premiati e sostenuti dal Premio Mutti – AMM, rivolta al pubblico degli avvocati bolognesi ed alla cittadinanza in genere, con il titolo “Il cinema specchio della realtà multiforme e multicolore-riflessi di diritto”, in considerazione dei temi culturali e giuridici messi in evidenza dai film, tra cui, esemplificativamente, i diritti della persona, i diritti umani, lo ius soli, i diritti dei rifugiati, il diritto alla cittadinanza e il tema molta attuale delle cosiddette G2 (seconde generazioni).

Quella del sindaco di Riace è disobbedienza civile

di Luigi Ambrosio

Il sindaco di Riace, Domenico Lucano, non è mai stato tipo che si nasconde. Ha sempre svolto il suo lavoro alla luce del sole e anche le intercettazioni telefoniche che sono utilizzate come elemento di accusa nei suoi confronti lo dimostrano. Nelle conversazioni, il sindaco spiega che una donna di nazionalità nigeriana occorre che si sposi per poter ottenere i documenti necessari per il permesso di soggiorno. Altrimenti, data la sua condizione, verrebbe espulsa. Il sindaco aggiunge che in caso di matrimonio lui si sarebbe fatto carico di produrre tutti i documenti necessari consentirle di rimanere in Italia.

Secondo il procuratore di Locri, Luigi D’Alessio, il sindaco si sarebbe più volte e in modo inequivocabile adoperato per organizzare matrimoni di comodo. Con una “spigliatezza disarmante” dice il procuratore. Stabilirà la magistratura se i reati siano effettivamente stati commessi. A Salvini, che ha esultato per l’arresto, ha risposto Emma Bonino ricordando l’importanza di essere garantisti, sempre. “Ancora una volta una vicenda tutta da chiarire nei suoi aspetti giudiziari è trasformata in un’arma di propaganda e gettata nel tritacarne mediatico e social da un ministro della Repubblica italiana” ha scritto Bonino.

È significativo che sia stata proprio lei a esprimersi. Emma Bonino è stata tra le principali protagoniste di battaglie che si sono basate anche disobbedienza civile. Nel caso di Riace, la disobbedienza civile è uno strumento di azione risposta politica contro comportamenti sempre più punitivi nei confronti dei migranti da parte del Governo. Questo, al netto dell’esito della vicenda giudiziaria su cui, come ricorda Bonino, occorre essere garantisti.

Mimmo Lucano: violare la legge per rispettarne una umana e morale è una scelta disperata

di Andrea Taffi

Quella del sindaco di Riace è (secondo me) una scelta disperata: la consapevole violazione della legge per il rispetto di un’altra legge, umana e morale, fatta esclusivamente di solidarietà. Se le accuse saranno dimostrate, il sindaco di Riace sarà condannato, e io non voglio certo qui giustificare il suo comportamento: c’è una legge e, per quanto sbagliata possa essere o possa sembrarci, la si deve rispettare. Eppure io credo che questa storia, comunque vada a finire, ci insegni che una legge, oltre che rispettata, debba anche essere valutata in termini di efficacia alla luce delle sue violazioni, soprattutto quando queste sono consapevoli e mosse da impulsi ed esigenze morali, che se non possono mai giustificare un illecito, certo, ma che sono comunque in grado di farcelo comprendere, di farci capire, cioè, perché quell’illecito è stato compiuto.

Il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, è agli arresti domiciliari con l’accusa, tra le altre, di aver favorito l’immigrazione clandestina. Quello del sindaco Lucano sembrava un modello ideale di approccio all’accoglienza verso i migranti, un tentativo istituzionale di integrazione, di rispetto, di solidarietà e di speranza. La Procura della Repubblica di Locri ha detto che non è così, e io non voglio certo mettermi a sindacare su ipotesi di reato che altri magistrati (quelli giudicanti) saranno eventualmente chiamati a valutare in sede dibattimentale. Quello che, in questa vicenda, ha colpito la mia attenzione è il contenuto delle intercettazioni sulle quali si basa l’accusa, delle parole cioè che il sindaco di Riace dice al telefono alla sua compagna, anche lei destinataria di un provvedimento restrittivo.

L’odio verso gli stranieri: il capro espiatorio e l’attacco alla democrazia

di Chiara Saraceno

L’Italia sembra avvitata in una sorta di spirale viziosa, ove l’impossibilità – per motivi di compatibilità economica, ma anche per contraddittorietà degli obiettivi – di mantenere tutte le promesse contenute nel contratto di governo, unita alla competizione tra i “contraenti”, spinge ossessivamente alla ricerca di capri espiatori da indicare come i colpevoli di questa impossibilità: non solo i governi passati, ma gli immigrati, l’Unione Europea, la Germania, la Francia di Macron, le agenzie di rating. Ciò a sua volta provoca sfiducia e isolamento da parte degli investitori e dei (ex?) partner europei, riducendo ulteriormente i margini di manovra e allo stesso tempo confermando la sindrome dell’accerchiamento e del vittimismo. “Prima gli italiani”, non solo dei migranti, ma anche del patto europeo di stabilità e dei vincoli di bilancio, suonerebbe accattivante e sensato, se non fosse che l’insostenibilità del debito pubblico rischia di ridurre non solo il bilancio pubblico, ma anche quelli privati, oltre a mettere una pesante ipoteca sulle generazioni future.

Questo circolo vizioso è per ora vincente sul piano politico, consolidando la leadership di chi è più bravo (e con meno remore morali) nella costruzione della dicotomia noi-loro, amico-nemico e nello spostare progressivamente i limiti di ciò che è ritenuto moralmente e civilmente intollerabile, nelle parole ma anche nei fatti. Tra “la pacchia è finita”, i migranti come “croceristi” a sbafo, fino al sequestro per giorni di 170 migranti su una nave italiana, il ministro degli interni Matteo Salvini ha visto sistematicamente aumentare la propria popolarità e il consenso al suo partito. Ha visto anche aumentare la percentuale di chi lascerebbe in mare al proprio destino coloro che si ostinano a cercare in Europa, via Italia, una vita migliore, o a fuggire da quella intollerabile nel loro paese.

Immigrazione e sicurezza: cosa prevede il decreto Salvini

di Annalisa Camilli

Il 24 settembre il consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto Salvini su immigrazione e sicurezza. Il decreto si compone di tre titoli: il primo si occupa di riforma del diritto d’asilo e della cittadinanza, il secondo di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata; e l’ultimo di amministrazione e gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia.

Nei giorni precedenti all’approvazione si erano diffuse delle voci su possibili dissidi tra i due partiti di maggioranza, Lega e Movimento 5 stelle, ma il ministro dell’interno Matteo Salvini durante la conferenza stampa a palazzo Chigi ha voluto sottolineare che i cinquestelle hanno approvato senza riserve il suo progetto di riforma.

All’inizio i decreti avrebbero dovuto essere due: il primo sull’immigrazione e il secondo sulla sicurezza e sui beni confiscati alle mafie, poi nel corso dell’ultima settimana sono state fatte delle “limature” e i due decreti sono stati accorpati in un unico provvedimento. Il decreto dovrà ora essere inviato al presidente della repubblica Sergio Mattarella che a sua volta deve autorizzare che la norma sia presentata alle camere. Ecco in sintesi cosa prevede.

Duemila Diciotti: anatomia di un Paese razzista

di Alessandra Daniele

Dopo aver ossequiato le peggiori dittature, e spacciato le peggiori razzie neocoloniali per missioni umanitarie, l’ONU è un pessimo pulpito dal quale predicare. E l’Unione Europea non è certo migliore. L’Italia però è davvero un paese razzista. Abbastanza da tributare il 33% delle intenzioni di voto a un ministro dell’Interno che finora non ha fatto nient’altro che declamare proclami razzisti al suo smartphone.

Dopo la copertina di Time e l’intervista della BBC, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti quanto Matteo Salvini stia a cuore ai media che lo hanno creato, anche perché oggi è esattamente quello che serve all’establishment come spauracchio contro cui cercare di mobilitare un Fronte Europeista in realtà non migliore di lui.

In Italia da anni praticamente tutti i media e tutti i partiti, compresi quelli che adesso si fingono scandalizzati, ripetono ossessivamente agli italiani che il loro paese sarebbe più sicuro, più ricco, più civile senza immigrati, dando a loro – il 7% della popolazione – la colpa di tutto, persino del crollo dei ponti, delle sconfitte della Nazionale di calcio, delle malattie trasmesse dall’aria condizionata.

Sfruttando il degrado delle periferie-ghetto causato da un modello di “accoglienza” classista e criminogeno, e facendo leva sui peggiori istinti atavici del paese che ha inventato il Fascismo, la propaganda ha avuto ancora una volta pieno successo nel dirottare sul capro espiatorio di turno tutta la rabbia popolare causata dalla finanza globalista che continua a depredare sistematicamente le classi più deboli.