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Alcune riflessioni sulla Next Generation: appunti da un festival

di Silvia Napoli

La passata legislatura si è chiusa con un pesante smacco rispetto alle questioni inerenti i diritti civili, stante la mancata approvazione di una legge sullo ius soli. La nuova si presenta come ritorno ad un futuro fatto di discriminazioni, luoghi comuni pregiudiziali e passatisti, nella migliore delle ipotesi, quando non si vagheggi apertamente una sorta di far west urbano.

A Bologna, la rete Non one is illegal, composta in larga parte da operatori del sociale che lavorano a stretto contatto con i migranti e che fa capo al centro sociale TPO, da tempo ribatte colpo su colpo all’ondata di diffuso razzismo strisciante tramite molteplici mobilitazioni e azioni di vigilanza culturale. Iniziative concepite al suo interno o anche entro altre realtà aggregative strutturate o in divenire, cui fa da cassa di risonanza e contenitore.

Questo è stato il caso del festival dedicato alle nuove generazioni italiane, che abitualmente vengono definite invece come seconde o terze rispetto all’ondata migratoria della propria etnia, che si è svolto nel pomeriggio-serata del 17 novembre scorso presso i locali di via Casarini, presentando un programma nutrito e variegato in grado di richiamare una folta partecipazione giovanile estremamente eterogenea.

Il decreto sicurezza e il destino dei migranti

di Chiara Saraceno

Senza diritti, al di fuori della protezione delle convenzioni internazionali sui diritti dei bambini e ragazzi che pure l’Italia ha sottoscritto. Dopo l’approvazione della nuova legge sulla sicurezza i figli di coloro che hanno ottenuto protezione umanitaria dovranno seguire il destino dei genitori, obbligati, spesso con il preavviso di pochi giorni, a lasciare i luoghi in cui avevano trovato accoglienza e progetti di inserimento.

La nuova legge, infatti, esclude i titolari di protezione umanitaria da ogni progetto di inserimento, consentendo solo di portare a termine quelli già iniziati. Zelanti prefetti hanno deciso tuttavia di accelerare i tempi, togliendo ogni tipo di sostegno economico per queste persone, inclusa la semplice ospitalità.

La loro permanenza sarà quindi affidata solo alla buona volontà, e alle risorse (per altro fortemente ridotte anche per chi avrà titolo a rimanere), delle associazioni e dei comuni che li ospitano. Anche i bambini e i ragazzi, dunque, rimarranno, come i loro genitori, senza casa, senza diritto a prendere una residenza temporanea e probabilmente anche senza scuola. Non solo, infatti, sarà difficile per loro andare a scuola se dovranno vagare alla ricerca di ricoveri più o meno di fortuna e magari anche essere costretti all’accattonaggio.

Migranti: storia di un fenomeno rimosso

di Luca Cangianti

Accanto ai grafici, alle percentuali, ai titoli di giornale, ai testi di legge e alle circolari ministeriali che affrontano il fenomeno dell’immigrazione straniera in Italia, se guardiamo bene, in trasparenza vediamo il volto di un uomo. Ha trent’anni, il capo appoggiato su una mano e il sorriso malinconico. Il suo nome è Jerry Masslo. Suo padre fu ucciso dal Sudafrica dell’apartheid e così sua figlia di sette anni.

Arrivato in Italia gli fu negato l’asilo politico confinandolo in un limbo giuridico di estrema vulnerabilità: al tempo questo diritto era riservato solo a chi fuggiva dai paesi realsocialisti. Il 24 agosto 1989 quattro rapinatori italiani fecero irruzione nella baracca dove alloggiava insieme ad altri lavoratori agricoli. Volevano i soldi che avevano guadagnato con la raccolta dei pomodori. Spararono e uccisero Jerry Masslo.

La Storia dell’immigrazione straniera in Italia di Michele Colucci è un libro che rispetta nell’estetica e nella sostanza gli ideali scientifici dando conto dettagliatamente di fonti e rimandi bibliografici. Tuttavia, a differenza di molti altri studi analoghi, può esser letto con piacere anche da chi non sia obbligato a navigare nel gorgo accademico del publish or perish. L’oggetto dello studio è indagato con empatia, senza nulla togliere alla rigorosità dell’analisi.

Migranti, disobbedienza civile e confini

di Nadia Urbinati

La disobbedienza civile, che sembra avere acquistato un interesse pubblico dopo l’intervento di Gustavo Zagrebelsky su Repubblica, è un oggetto strano e difficile da maneggiare, le cui implicazioni sono imprevedibili, e con il fascino proprio delle imprese radicali. Per alcuni (i realisti sovranisti), non è che una forma di ricatto che non può aver legittimità nelle democrazie costituzionali. Per altri (i radicali antagonisti) è una protesta innocua ed essenzialmente “borghese” che non sfida lo status quo, anzi lo riconferma proprio perché si appella ai fondamenti dell’ordine costituito.

La disobbedienza civile nelle democrazie costituzionali dove la legge, non la volontà del popolo, è sovrana, è esposta a una panoplia di problemi e aporie, come ci ha spiegato Roberto Esposito su Repubblica riproponendo alcuni argomenti di Hannah Arendt e di John Rawls. Un’aporia fra tutte: il disobbediente civile informa le autorità della sua decisione di violare la legge? Rendere pubblica l’intenzione di violare la legge è essenziale affinché la disobbedienza non diventi complotto o trama segreta e clandestina: la democrazia è politica fatta in pubblico, in totale rottura con l’arcano. Eppure, per avere successo, un’azione di disobbedienza deve essere pianificata senza essere pubblicizzata, a questa condizione può diventare un evento efficace. E la sorpresa è un’ingrediente dell’efficacia nell’opinione pubblica, con sperati effetti sulla capacità di mobilitare molti cittadini a sfidare una maggioranza o una legge reputata ingiusta.

Riace, una periferia al centro del mondo

di Nicola Fiorita

La vicenda giudiziaria che riguarda Mimmo Lucano ha compiuto un piccolo passo in avanti con la decisione del Tribunale del Riesame che ne ha revocato gli arresti domiciliari e ha disposto, come è noto, il divieto di dimora a Riace. In attesa di leggere le motivazioni del provvedimento, si possono solo fissare degli appunti a margine, utili più come griglie di lettura che come veri e propri elementi di valutazione sul terreno processuale.

Il ridimensionamento dell’impianto accusatorio iniziale, già ampiamente segnalato da molti commentatori, è evidentemente confermato da questo secondo provvedimento. Già prima, l’ordinanza del Gip di Locri lasciava sul terreno solo due delle numerose accuse rivolte a Lucano. Quella di favoreggiamento dell’immigrazione, inevitabilmente destinata a sgonfiarsi, riguardando solo un matrimonio suggerito e nemmeno celebrato, e quella più seria relativa all’affidamento del servizio di raccolta differenziata a due cooperative in ipotesi prive dei requisiti richiesti.

Se certamente tale servizio deve essere ricondotto alle proporzioni proprie di un piccolo paese della Locride e se altrettanto certamente potrebbe notarsi che le indagini compiute – per impiego di risorse, personale e per la loro lunghezza – appaiono del tutto sproporzionate al tipo di reato contestato, quello che ora più colpisce è la “fuga” dall’inchiesta del Procuratore capo di Locri, il quale dopo aver annunciato con un lungo comunicato stampa l’arresto del sindaco di Riace si è progressivamente smarcato dal suo ruolo di protagonista e ha affidato a un giovanissimo pubblico ministero, di prima nomina e da poco a Locri, il compito di rappresentare l’accusa davanti al Tribunale del Riesame.

La carovana dei migranti che va avanti e insegue un miracolo

di Sebastián Escalón, traduzione di Stefania Mascetti

Sono tremila, quattromila, seimila honduregni. Forse di più: nessuno può più contarli. Sul cammino si sono aggiunti alcuni guatemaltechi e salvadoregni. La settimana scorsa, in risposta a un messaggio lanciato sui social network, hanno deciso di lasciare tutto per formare una carovana partita da San Pedro Sula e diretta verso gli Stati Uniti.

Insieme formano un esercito in assetto di guerra. Marciano verso una terra promessa, una terra di mitica abbondanza dove c’è lavoro e sicurezza per tutti. Cantano inni, sventolano bandiere, gridano slogan. Credono nella forza della massa. “Si può fare”.

Ma sono allo stesso tempo un esercito allo sbando, sfinito, sconfitto, ostacolato su tutti i fronti, in cui ciascuno fugge per salvare l’ultima cosa che ha: la vita. È composto da umiliati, espulsi, scacciati che non possono tornare al loro luogo d’origine. Più che migranti, sono profughi. Le interviste che hanno rilasciato ai vari mezzi d’informazione rivelano le loro tragedie: nonne che camminano con le loro nipoti, persone sulla sedia a rotelle, adolescenti fuggiti da casa.

La via di Terra, contro i muri e i porti chiusi

di Anna Bredice

Il rimorchiatore battente bandiera italiana “Mare Jonio” continua la sua missione, cioè illuminare quel tratto del Mediterraneo percorso dai trafficanti di esseri umani, togliendolo dal buio nel quale il governo italiano preferisce lasciarlo, perché è più facile dimenticare i migranti che continuano a morire in mare, e farlo diventare un cimitero senza nome.

Alla missione Mediterranea in mare ora si affianca anche una “in terra”, fatta da scrittori, artisti, attori, intellettuali, che si propone di non lasciare sola e lontana la nave, sostenerla e tenerla legata al continente attraverso manifestazioni di piazza che si svolgeranno dal 24 al 30 ottobre in nove città italiane. “Per gli indifferenti non rispondiamo”, la scrittrice Michela Murgia spiega così il motivo della sua adesione, “rispondiamo a chi cerca un’opportunità per creare un atto contrario alla politica dei respingimenti”.

E in “terra” sembra che ci sia molto da fare, perché il risultato di una certa politica non si ferma alla chiusura dei porti, ai respingimenti, ai rimpatri, al decreto sicurezza che ridimensiona la portata del diritto umanitario, la politica di Salvini, supportata dal silenzio e dalla complicità dei Cinque Stelle, si estende anche più lontano, alle politiche dei sindaci che discriminano i bambini lasciandoli mangiare un panino lontani dai compagni di classe fino ai gesti quotidiani, lo sdoganamento di atti di razzismo e di discriminazione che portano una donna a chiedere ad una ragazza indiana di alzarsi dal sedile del treno e allontanarsi.

Per mare e per terra migrare è un diritto, non un reato

di Enrica Rigo e Alberto di Martino

Il diritto di migrare (anche fuggendo) – ovvero, «il diritto di lasciare qualunque paese, incluso il proprio», come recita la Dichiarazione del 1948 – è stato la formula di garanzia che il diritto internazionale post-bellico aveva trovato come antidoto agli orrori che avevano portato alla seconda guerra mondiale e ai suoi lasciti. Anche attorno a quel diritto, (…) l’Occidente ha costruito la differenza tra i regimi liberticidi e le democrazie baciate dai lumi del diritto e della libertà.

Quell’assetto è evidentemente saltato. Non solo perché l’immigrazione irregolare è criminalizzata (fatto che si considera ormai dato per scontato e casomai soltanto da ‘governare’ con gli strumenti dello stato di diritto); ma – proprio in questi giorni – perché sul mare sono state messe in atto condotte che potremmo dire di ‘polizia bellica’. È di ieri la notizia che la marina militare del Marocco ha aperto il fuoco su una barca di migranti, ferendo un ragazzo di 16 anni, mentre solo pochi giorni fa, in un episodio analogo, era morta una ragazza e altri tre migranti erano rimasti feriti.

Meno eco ha avuto, nei giorni della Diciotti, la notizia di un violento scontro, il 17 agosto, tra la guardia costiera tunisina e un gruppo di migranti che tentava di prendere il mare verso l’Italia. Nei giorni successivi, solo qualche sito specializzato ha chiarito la dinamica dei fatti, riferendo che il numero delle vittime tra i migranti era salito a 8. La nave Mare Jonio, dell’operazione Mediterranea, ha riacceso i riflettori in questi giorni sulle intercettazioni dei migranti da parte delle motovedette fornite dall’Italia alla guardia costiera libica; dotazioni che ci rendono complici, se non di fatti violenti in sé, certamente del fatto di impedire, anche in questo caso, la fuga verso l’Europa.

Una, 10, 100, 1000 Riace: perché oggi è importante sostenere la convivenza pacifica

di Valerio Romitelli

Minniti, lo sappiamo, è stato lui lo a iniziare le danze macabre attorno a Riace. Ma lo ha fatto in modo ipocrita, presentandosi come antidoto a supposte irregolarità, comunque sempre più o meno ossequioso nei confronti dei tanto decantati ideali umanitari. E ora Salvini? Sarebbe sbagliato credere che faccia esattamente la stessa cosa. Certo ne continua e tenta di completarne l’opera, ma lo fa con una differenza non trascurabile.

Dalla sua loquela è infatti bandita ogni ipocrisia umanitaria, nel suo lessico crudo e dozzinale le inflessioni patetiche sono riservate solo per le famiglie e i “cittadini onesti”, i “papà” come lui, che possono votarlo. Il cosiddetto “capitano” non ama le perifrasi, tira ad andare sempre dritto al punto, propagandando in ogni modo e con ogni mezzo che Riace deve sparire come pure devono sparire tutte le realtà di convivenza pacifica e produttiva tra autoctoni e stranieri. L’imperativo di questo ministro degli interni che come tale dà la linea a tutti gli altri ministeri non lascia dubbi: ciò che vuole come assoluta priorità politica, prima di ogni questione economica e finanziaria, non è altro che blindare le frontiere italiane, seminare un’illegalità sempre più diffusa tra gli “immigrati”, alimentare discordie e scontri, favorire ronde di provocatori, sguinzagliare forze del (dis)ordine dappertutto.

Perché tutto questo? Perché siamo giunti a questo punto? Non si tratta di una domanda retorica. Da come le si risponde dipendono le capacità di sottrarsi al vicolo cieco dove ci vogliono cacciare questi governanti giallo-verdi. Certo è che se Salvini e il suo governo vogliono il peggio per gli “immigrati” è perché puntano a far leva sui sentimenti più grezzi dei votanti in Italia: sulla diffidenza,sulla paura e l’odio nei confronti del diverso, dell’estraneo, del più povero e dello straniero, il tutto per favorire forme di schiavismo e ricavarne consensi ai fini di un potere del tutto personale.

Il caso Riace: un appello internazionale per la libertà immediata di Mimmo Lucano

di Angelo d’Orsi

Il caso Lucano come specchio di un’Italia spaccata, anzi frantumata. Se l’arresto del sindaco di Riace suscita indignazione tra le persone oneste, gli italiani perbene, a prescindere dalla loro appartenenza politica, nel contempo eccita l’iroso gaudio di quella parte d’Italia (forse maggioritaria) che si è lasciata persuadere che i migranti costituiscano il problema del nostro presente (e del nostro futuro). V’è pure, minoritario, un “terzo partito”, a cui ha dato voce Marco Travaglio, sul “Fatto Quotidiano”, con un articolo stizzosamente in punta di diritto, che però manca la questione principale, o piuttosto finge di non capirla: la questione è che oggi, lo schieramento pro o contra Mimmo Lucano è non soltanto inevitabile, ma necessario.

La questione principale è che, da prima dell’insediamento di questo governo per il quale i flussi migratori sembrano rappresentare l’unica (in realtà fittizia) preoccupazione, grazie a una serie di atti di legge a dir poco discutibili (Turco/Napolitano, Bossi/Fini…), e all’ascesa al ministero di polizia di Marco Minniti, Lucano è entrato nell’obiettivo di quella parte d’Italia che, subornata da una martellante campagna mediatica e politica, ha accettato l’equazione migrante=pericolo.

Ci rubano il lavoro, sono troppi, delinquono, offendono il decoro delle nostre città… Tre giorni fa il renzianissimo sindaco di Firenze, Nardella, ha twittato complimentandosi con gli agenti di polizia che avevano bloccato e segnalato per il rimpatrio due ragazze che esercitavano lo scandaloso mestiere di mimi da strada, “molestando” perciò stesso, i turisti che hanno ben altro per la mente: le borse di Ferragamo, ad esempio, a cui Firenze ha dedicato un lussuoso museo nel cuore della città.