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Una proposta per cambiare le leggi europee sull’immigrazione

Migranti - Foto di Roberto Pili

di Internazionale.it

A un anno esatto dal lancio della campagna Ero straniero, l’umanità che fa bene per una legge d’iniziativa popolare di riforma della legge sull’immigrazione in Italia, il 19 aprile a Roma le stesse associazioni hanno lanciato la campagna Welcoming Europe, per un’Europa che accoglie, un’iniziativa di cittadini europei per chiedere alla Commissione europea di scrivere una legge comune europea sull’immigrazione e sull’asilo in particolare su tre punti: la creazione di canali umanitari per i rifugiati attraverso lo strumento della sponsorship, la protezione delle vittime di sfruttamento lavorativo e di violenze e la depenalizzazione del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per le organizzazioni umanitarie che aiutano i migranti non a scopo di lucro.

L’obiettivo è raccogliere un milione di firme in un anno in almeno sette paesi europei. La proposta è stata registrata alla Commissione europea nel dicembre 2017 ed è stata approvata il 14 febbraio 2018. Tra i promotori dell’iniziativa ci sono: Radicali italiani, Arci, Asgi, Arci, Action Aid, A buon diritto, Cild, Oxfam, Fcei, Casa della carità, Cnca, Agenzia scalabriniana per la cooperazione e lo sviluppo, Legambiente, Baobab experience.

Oltre che in Italia, si sono costituiti comitati promotori in Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria.

Come sarà l’Italia in mano ai razzisti

di Guido Viale

Come sarà l’Italia in mano a partiti razzisti? Bisogna cominciare a chiederselo. Combattere la solidarietà verso profughi e “stranieri” non la rafforza tra i “nativi”, ma distrugge anche quella: promuove il sospetto, l’invidia, l’insensibilità per le sofferenze altrui, la crudeltà.

E affida “pieni poteri” a chi governa: non solo per reprimere e tener lontane le persone sgradite, ma anche per giudicare sgradite tutte quelle che non obbediscono. La società che respinge e perseguita gli stranieri non può che essere autoritaria, intollerante, violenta. La storia del secolo scorso ci ha insegnato che questo è un piano inclinato da cui è sempre più difficile risalire.

Ma che risultati possono raggiungere i governi impegnati a fare “piazza pulita” di profughi e migranti? Nessuno. La pressione dei profughi sull’Europa continuerà, perché continueranno a peggiorare le condizioni ambientali dei paesi da cui centinaia di migliaia di esseri umani sono costretti a fuggire a causa del saccheggio delle loro risorse e dei cambiamenti climatici che colpiscono soprattutto i loro territori.

La frontiera dove l’Europa ha perso l’anima

di Marco Revelli

Colle del Monginevro, 1.900 metri di quota, a metà strada tra Briançon e Bardonecchia. È su questa linea di frontiera che oggi batte il cuore nero d’Europa. È qui che la Francia di Emmanuel Macron ha perso il suo onore, e l’Europa di Junker e di Merkel la sua anima (quel poco che ne rimaneva). In un paio di mesi, in un crescendo di arroganza e disumanità, i gendarmi francesi che sigillano il confine hanno messo in scena uno spettacolo che per crudeltà ricorda altri tempi e altri luoghi.

È appunto a Bardonecchia che si è verificata l’irruzione di cinque agenti armati della polizia di dogana francese nei locali destinati all’accoglienza e al sostegno ai migranti gestiti dall’associazione Rainbow4Africa, per imporre con la forza a un giovane nero con regolare permesso in transito da Parigi a Roma di sottoporsi a un umiliante esame delle urine, dopo aver spadroneggiato, minacciato e umiliato i presenti.

Davanti a quello stesso locale, a febbraio, ancora loro, gli agenti di dogana francesi, avevano scaricato come fosse spazzatura il corpo di Beauty, trent’anni, incinta di sette mesi e un linfoma allo stadio terminale che le impediva il respiro. Aveva i documenti in regola, lei, ma non Destiny, il marito, così l’implacabile pattuglia l’aveva fatta scendere dal pullman che da Clavier Oulx porta alla terra promessa, quella dove lo jus soli avrebbe permesso al loro figlio di nascere europeo, e incurante delle condizioni disperate l’aveva abbandonata a terra, al gelo.

Migranti: sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi

di Alex Zanotelli

Sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi verso i migranti, nell’indifferenza generale. Stiamo assistendo a gesti e a situazioni inaccettabili sia a livello giuridico, etico ed umano. È bestiale che Destinity, donna nigeriana incinta, sia stata respinta dalla gendarmeria francese. Lasciata alla stazione di Bardonecchio, nella notte, nonostante il pancione di sei mesi e nonostante non riuscisse quasi a respirare perché affetta da linfoma. È morta in ospedale dopo aver partorito il bimbo:un raggio di luce di appena 700 grammi!

È inammissibile che la Procura di Ragusa abbia messo sotto sequestro la nave spagnola Open Arms per aver soccorso dei migranti in acque internazionali, rifiutandosi di consegnarli ai libici che li avrebbero riportati nell’inferno della Libia.

È disumano vedere arrivare a Pozzallo sempre sulla nave Open Arms Resen, un eritreo di 22 anni che pesava 35 kg, ridotto alla fame in Libia, morto poche ore dopo in ospedale. Il sindaco che lo ha accolto fra le sue braccia , inorridito ha detto :”Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti”.

È criminale quello che sta avvenendo in Libia, dove sono rimasti quasi un milione di rifugiati che sono sottoposti – secondo il il Rapporto del segretario generale dell’ONU ,A. Guterres – a “detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale , a lavori forzati e uccisioni illegali”. E nel Rapporto si condanna anche “la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia Costiera libica nei salvataggi e intercettazioni in mare”.

Migranti, incriminato per aver salvato una donna incinta? Il solo reato è voltarsi dall’altra parte

di Damiano Rizzi

Ho edificato la mia vita, ogni giorno della mia vita, per cercare di essere utile al prossimo. Perché credo che salvare una vita umana valga la mia stessa vita. Qualsiasi sia questa vita umana. Di una persona famigliare o di uno sconosciuto. Non credo faccia, in fondo, molta differenza.

Mi sento in grande difficoltà nel leggere che chi salva una vita umana a 1.900 metri di altezza (così come quando accade al livello del mare) possa essere incriminato per traffico di essere umani. Se mi ascolto bene, la mia risposta è facile. Davanti a una persona che rischia di morire il solo vero reato è voltarsi dall’altra parte. Credo, inoltre, che in alcune situazioni vi sia poco da decidere. Davanti ad un bambino che rischia la morte, ad una donna migrante incinta in mezzo alla neve, l’istinto umano dovrebbe portare a offrire il proprio aiuto. O, alla fuga, appunto.

Mi piace pensare che la gran parte delle persone, nella stessa situazione, avrebbe fatto lo stesso. Cioè avrebbe cercato di salvare la donna e il suo bambino. Quando si prova a salvare un’altra persona è perché, forse, in fondo si sente che apparteniamo alla stessa famiglia umana. Che quindi in quel modo salviamo anche noi stessi. Salvare una vita è in fondo un gesto semplice. Quando riesce è la più grande gioia che una persona possa provare nella sua esistenza.

La deriva a destra sui migranti

di Tomaso Montanari

«Quando penso alle province del Lazio e ai suoi borghi, penso ad accogliere più turismo, che rilanci l’economia locale, e meno migranti, che invece pesano sull’economia locale. Non è questione di destra o di sinistra, ma di #buonsenso».

Questa dichiarazione di Roberta Lombardi, candidata 5 Stelle alla presidenza del Lazio, è un sintomo da non trascurare. Di quale “buon senso” si parla? Di quel senso comune, per nulla buono, per cui dei migranti non si ragiona come di esseri umani, ma come di numeri o come di minacce (la “bomba sociale”). Lo stesso “buon senso” per cui bisognerebbe «aiutarli a casa loro» (e questo l’ha scritto Matteo Renzi, dimenticando l’articolo 10 della Costituzione, che dice che l’Italia è casa di tutti coloro che non hanno i nostri stessi diritti), o sostenere mamme e famiglie italiane, «se uno vuole continuare la nostra razza» (Patrizia Prestipino, Pd).

Non cito le innumerevoli frasi di esponenti della Lega, Fratelli d’Italia e organizzazioni fasciste perché ciò che mi interessa stigmatizzare è la penetrazione di idee di fatto razziste in quello che appunto si presenta come il senso comune. È lo slittamento generale a destra, addirittura l’egemonia di questo non-pensiero, il principale avversario di ogni prospettiva democratica. Luigi Manconi e Federica Resta hanno recentemente argomentato (nel libro Non sono razzista, ma…, Feltrinelli 2017) circa i nessi tra questa indifferenza morale verso i migranti e quella verso gli ebrei, al tempo dell’Olocausto: «L’indifferenza della vita di ogni singolo in un mondo la cui legge era disinteresse per l’altro e vantaggio individuale universale» (T. Adorno).

Bologna: il centro per i rimpatri e lo strabismo del sindaco

di Emily Clancy e Federico Martelloni, Coalizione Civica per Bologna

Sulle strutture per il rimpatrio ricordiamo perfettamente ciò che il sindaco disse un anno fa manifestando la propria contrarietà a ospitare nuovamente a Bologna un Cie. Ricordiamo perfettamente anche come l’argomento sia stato usato per “corteggiamenti” a sinistra durante la campagna elettorale. L’anno scorso, quando si parlava della riapertura di una struttura simile, Merola disse “Non passa. C’è incompatibilità ambientale”.

Per il sindaco era infatti “inutile inseguire un clima di allarme, vogliamo far passare l’idea che, in quanto immigrati irregolari, siano delinquenti? Non è assolutamente così”. E ancora, se il ritorno del Cie è di per sé “sbagliato”, sosteneva, lo è “ancora di più perché si dà la stura agli opposti estremismi, come si diceva una volta”.

Ora il sindaco ha radicalmente cambiato idea e invoca la presenza sul nostro territorio di un Centro per i rimpatri, ma solo per chi ha commesso reati e solo se straniero naturalmente. Un bello spot elettorale che strizza l’occhio alla destra (come se non bastassero le candidature del Partito Democratico). Non è dato sapere se gli “stranieri delinquenti” che Merola vorrebbe recludere siano già stati giudicati, in attesa di processo, a pena già scontata… ma si sa: realtà, dati e propaganda non vanno d’accordo.

Bologna, centro per i rimpatri: il sindaco Merola propone una falsa soluzione

di Coalizione Civica per Bologna

Su un eventuale “centro rimpatri per stranieri che hanno commesso reati” il Sindaco Merola parla a vanvera, fingendo di ignorare, come sa invece benissimo e come chiunque può leggere nei rapporti parlamentare sui CIE, che la stragrande maggioranza dei trattenuti nei Cie sono sempre stati ex detenuti, sottoposti ad una pena aggiuntiva in vista di un rimpatrio quasi mai effettivamente avvenuto.

Senza contare che esistono varie previsioni di legge che consentono a certe condizioni l’espulsione a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione o il trasferimento dei detenuti nei Paesi d’origine ai fini dell’espiazione della pena in patria, fino all’ultima norma che prevede l’avvio delle procedure di identificazione all’ingresso in carcere.

Nonostante questo, i dati reali delle espulsioni di detenuti sono talmente risibili che il Governo fatica a fornirli. Se il periodo detentivo e tutte le previsioni di legge non sono sufficienti all’identificazione e all’espulsione, a cosa potrà mai servire la proposta di Merola (subito sostenuto dal segretario PD Critelli)? In quella dimensione che noi ci ostiniamo a chiamare realtà: a nulla. Forse l’ennesima sparata del Sindaco è utile solo a fare politica nel modo peggiore, parlando il linguaggio della destra populista e razzista.

La preziosa “dote” dei migranti

di Guido Viale

Accogliere è una parola che viene dal latino: ad-cum-ligare, legare insieme. Ma più che cercare il suo significato nel passato, dobbiamo costruirne uno nuovo, adatto ai tempi in cui viviamo, ai problemi con cui ci confrontiamo, alle persone che oggi sono al centro dello scontro politico e sociale: i profughi.

Innanzitutto accogliere non ha niente a che fare con le «rilocalizzazioni» pretese e non realizzate dalla Commissione europea che trattano i profughi come «pezzi» (Stücke, una parola che richiama ricordi atroci) da smistare. E con ciò, a prescindere dalla «selezione» (Selektion, altro termine dai rimandi atroci) con cui l’Unione europea pretende di accettarne alcuni e di scartare gli altri, attacca loro l’etichetta di «ingombri», problemi. Questo produce insofferenza, rancore e razzismo e spinge i Governi a inseguire le parole d’ordine delle destre.

Al di là delle false professioni di spirito umanitario, con i migranti la Commissione europea è più feroce di Trump. Inserita in questa cornice, anche la migliore «accoglienza» riservata a persone trattate come ingombri umilia sia loro che noi: sono esseri (umani?) di cui «non si sa che cosa fare»; Untermenschen di cui sbarazzarsi.

L’ospitalità, che un tempo era sacra, ci può indicare un’altra strada: l’ospite, lo «straniero», veniva trattato come un membro della famiglia (come il naufrago Ulisse nell’isola dei Feaci); poi veniva preparato e attrezzato per continuare il suo viaggio. E qual è la meta del viaggio dei profughi del nostro tempo?

Aprire i confini dell’Europa

di Guido Viale

A seguito delle decisioni prese al vertice di Abidjan, nei prossimi mesi l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, agenzia dell’Onu, evacuerà (se ci riesce) circa 15mila profughi detenuti nella Libia di Serraje. Costo previsto, 80 milioni: 5.300 euro a testa. L’Oim calcola che imbottigliati o imprigionati in Libia ci siano da 700mila a un milione di migranti. Evacuarli tutti costerebbe dunque da 37 a 50 miliardi. Più dei fondi, pubblici e privati, che l’Europa ha promesso di mobilitare per il cosiddetto piano Marshall per l’Africa; solo l’evacuazione li assorbirebbe tutti.

Ma a quei profughi il viaggio fin lì è costato spesso anche di più, senza contare i riscatti pagati dalle famiglie per salvare quelli di loro sotto tortura; il che, aggiungendovi i 660mila profughi sbarcati in Italia dal 2013, ci dà la misura del drenaggio dai paesi di origine, non solo di uomini e donne nel pieno dell’età e del vigore, ma anche di denaro: a beneficio di mafie e bande armate. Ma per raggiungere e rimpatriare tutti quei prigionieri bisognerebbe fare un’altra guerra: contro le centinaia di bande che li tengono prigionieri e a cui la precedente guerra contro Gheddafi ha consegnato il paese…