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Migranti, chi infligge colpi mortali al codice morale

di Marco Revelli

Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’«inumano» è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico. E per questa via ha inferto un colpo mortale al nostro senso morale.

L’«inumano», è bene chiarirlo, non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana. Non è il «mostruoso» che appare a prima vista estraneo all’uomo. Al contrario è un atteggiamento propriamente umano: l’«inumano» – come ha scritto Carlo Galli – «è piuttosto il presentarsi attuale della possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo».

Che l’Altro sia ridotto a Cosa, indifferente, sacrificabile, o semplicemente ignorabile. Che la vita dell’altro sia destituita di valore primario e ridotta a oggetto di calcolo. Ed è esattamente quanto, sotto gli occhi di tutti, hanno fatto il nostro governo – in primis il suo ministro di polizia Marco Minniti – e la maggior parte dei nostri commentatori politici, in prima pagina e a reti unificate. Cos’è se non questo – se non, appunto, trionfo dell’inumano – la campagna di ostilità e diffidenza mossa contro le Ong, unici soggetti all’opera nel tentativo prioritario di salvare vite umane, e per questo messe sotto accusa da un’occhiuta «ragion di stato».

La Libia, le Ong, la politica del caos nel Mediterraneo

Intervento militare in Libia

di Barbara Spinelli [*]

Il Parlamento italiano ha autorizzato l’invio di navi da guerra nelle acque territoriali libiche con il compito di sostenere la guardia costiera di Tripoli nel contrasto ai trafficanti di uomini e nel rimpatrio di migranti e richiedenti asilo in fuga dalla Libia. La risoluzione, affiancata al tentativo di ridurre le attività di ricerca e soccorso di una serie di Ong, è discutibile e solleva almeno sei interrogativi:

  • 1) Come può la Libia, la cui sovranità sarà, secondo il governo italiano, integralmente garantita, «controllare i punti di imbarco nel pieno rispetto dei diritti umani», quando non è firmataria della Convenzione di Ginevra, dunque non è imputabile se la viola?
  • 2) Come può dirsi rispettata la sovranità in questione, quando di fatto quest’ultima non esiste? È infatti evidente che il governo di Fayez al-Sarraj non esercita alcun monopolio della violenza legittima – presupposto di ogni autentica sovranità – come si evince dalla condanna dell’operazione militare italiana ed europea da parte delle forze politiche e militari che fanno capo al generale Khalifa Haftar.
  • 3) Come può esser garantito il pieno “controllo” dell’Unhcr e dell’Oim sugli hotspot da costruire in Libia, e rendere tale controllo compatibile con la sovranità territoriale libica affermata nella risoluzione parlamentare? E come possono Unhcr e Oim gestire “centri di protezione e assistenza” in un Paese in cui, stando a quanto dichiarato il 16 maggio dallo stesso direttore operativo di Frontex, Fabrice Leggeri, «è impossibile effettuare rimpatri», visto che «la situazione è tale da non permettere di considerare la Libia un Paese sicuro»?

Ong: in difesa dei giusti

di Guido Viale

Coloro che dalle coste della Libia si imbarcano su un gommone o una carretta del mare sono esseri umani in fuga da un paese dove per mesi o anni sono stati imprigionati in condizioni disumane, violati, comprati e venduti, torturati per estorcere riscatti dalle loro famiglie, aggrediti da scabbia e malattie; e dove hanno rischiato fino all’ultimo istante di venir uccisi. Molti di loro non hanno mai visto il mare e non hanno idea di che cosa li aspetti, ma sanno benissimo che in quel viaggio stanno rischiando ancora una volta la vita.

Chi fugge da un paese del genere avrebbe diritto alla protezione internazionale garantita dalla convenzione di Ginevra, ma solo se è “cittadino” di quel paese. Quei profughi non lo sono; sono arrivati lì da altre terre. Ma fermarli in mare e riportarli in Libia è un vero e proprio respingimento (refoulement, proibito dalla convenzione di Ginevra) di persone perseguitate, anche se materialmente a farlo è la Guardia costiera libica. Una volta riportati in Libia verranno di nuovo imprigionati in una delle galere da cui sono appena usciti, subiranno le stesse torture, gli stessi ricatti, le stesse violenze, le stesse rapine a cui avevano appena cercato di sfuggire, fino a che non riusciranno a riprendere la via del mare.

“Solo sugli uomini affratellati dall’amore potrà risplendere il sole della giustizia”

di Sergio Sinigaglia

I nostri territori sono depositari di storie spesso dimenticate o rimosse. Vicende apparentemente marginali viceversa emblematiche dell’epoca durante la quale sono accadute. Questi luoghi si caratterizzano come “microcosmi”, per dirla con Claudio Magris, che vent’anni fa ci propose un viaggio in angoli depositari di eventi scivolati nell’oblio (“Microcosmi”, Ed. Garzanti).

La storia che vi stiamo per raccontare rientra a tutti gli effetti in questa tipologia. A farla emergere dalle nebbie della storia è stato un incontro fortuito che ha visto protagonista il senigalliese Francesco Fanesi. Da anni impegnato nel circuito dei centri sociali e dei movimenti di base, Fanesi è appassionato di storia ( e storie) anche perché a suo tempo ha conseguito la laurea in questo ambito accademico.

Nel gennaio del 2015 durante una visita al cimitero delle Grazie di Senigallia, nota una tomba che si contraddistingue dalle altre: non più alta di trenta centimetri dal suolo, ha quattro colonnine tortili sistemate alle quattro estremità che delimitano un piccolo recinto a protezione, all’interno una lapide senza simboli religiosi, ma contrassegnata da un sole, simile a quello socialista “dell’avvenir” e sotto si può leggere “Gervasi Pietro n.11 agosto 1856 m. 13 gennaio 1907 riunito all’adorato figlio Aldo nato a Senigallia il 27 dicembre 1886 strappato violentemente all’affetto dei suoi il 21 agosto 1910/ ammonisce che l’odio fra i lavoratori semina morte, che solo su gli uomini affratellati dall’amore potrà risplendere il sole della giustizia”.

Appello ai giornalisti: rompiamo il silenzio sull’Africa

di Alex Zanotelli [*]

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri e emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.

Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa (sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo).

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

Napoli, la verità sulla morte di Ibrahim Manneh

di Novella Formisani

È dal 10 luglio che Napoli vive una costante e crescente mobilitazione, un grido di dolore e di rabbia che stenta a raggiungere il resto del paese, silenziato dai media nazionali, perché è evidentemente intollerabile o pericoloso che anche i dannati della terra, anche gli “ultimi” di questa società, alzino la testa e chiedano diritti, giustizia, uguaglianza. Non è un paese civile quello che accetta che razzismo e malasanità possano mietere vittime impunemente. Un appello da firmare.

Ibrahim aveva 24 anni, era nato in Costa d’Avorio, cresciuto in Gambia e da 10 anni viveva in Italia. Ibrahim è morto nella notte tra il 9 e il 10 Luglio di malasanità e di razzismo. I suoi amici, i suoi familiari, i suoi compagni, non sanno ancora come sia stato possibile morire così. Eppure, ciò che ha ucciso Ibrahim non è frutto del caso: il semplice racconto delle sue ultime 24 ore di vita è esemplare dello stato attuale di questo Paese, del clima di odio e di indifferenza all’interno del quale vogliono gettarci, di un sistema ingiusto e spietato dove i diritti più elementari vengono negati.

Ibrahim se n’è andato tra sofferenze indicibili. Il suo calvario è iniziato la mattina del 9 luglio, quando ha cominciato ad accusare forti dolori addominali e si è recato all’ospedale Loreto Mare di Napoli. In Pronto Soccorso ha ricevuto una semplice iniezione e senza alcun accertamento diagnostico, senza una visita medica, è stato rimandato a casa. Immediatamente dopo essere uscito, le condizioni di Ibrahim sono peggiorate.

Dov’è quel paese che ha fatto cose bellissime?

di Leonardo Tancredi, responsabile Gruppo Welfare Coalizione Civica

All’inizio degli anni Cinquanta la polizia del ministro degli Interni Scelba uccise, picchiò e mandò in galera migliaia di contadini pugliesi che si erano rivoltati contro condizioni di lavoro disumane nelle campagne di San Severo, Torremaggiore, di tutta la Capitanata. A causa di questo e dei bombardamenti della guerra appena conclusa migliaia di bambini si ritrovarono orfani.

Grazie all’impegno del Pci e dell’Udi 70 mila bambini vennero ospitati da famiglie dell’Emilia Romagna. Una storia incredibile raccontata in un bel libro di Giovanni Rinaldi, I treni della felicità che ha rappresentato la genesi del film documentario Pasta Nera, di Alessandro Piva.

Dopo circa 70 anni, in quella stessa terra che aveva saputo essere tanto solidale, i nipoti di quelle donne e quegli uomini valorosi stanno facendo barricate per impedire l’arrivo di 10, ripeto 10, minorenni richiedenti asilo che alle spalle hanno le stesse miserie, le stesse sofferenze, la stessa guerra che avevano i bambini pugliesi del dopoguerra.

Vorrei non essere più straniera a casa mia

Foto di Dietrich Steinmetz

di Amal El Ghifari

La mia storia inizia quando un giovane di vent’anni partì dal Marocco attraversando la Tunisia, verso l’Italia, alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore, come fanno oggi tanti giovani nel mondo. Quel giovane era mio padre.

Ho vissuto i miei primi 14 anni in Marocco. Io e i miei fratelli vedevamo pochissimo il nostro papà ma, insieme con nostra madre, attendevamo con ansia il giorno che avremo vissuto tutti insieme sotto lo stesso tetto. Nel 2005 è pronto il nostro visto, così arriva anche per noi il momento di partire. Dopo qualche anno di permanenza ho iniziato a sentirmi parte integrante di questa comunità, fino ad arrivare a sentire la Sardegna come la mia casa, il luogo in cui mi sento me stessa.

Oggi si discute di ius soli e ius culture. Le opinioni sono varie al riguardo ma volevo giusto rispondere ad alcune affermazioni che spesso capita di leggere o sentire sul tema della cittadinanza. La prima è: “non possono aspettare ai 18 anni a chiederla? non hanno nessun diritto in meno rispetto ai bambini o giovani italiani”. Su questa affermazione mi sorgono delle domande: per i caso i figli nati da genitori italiani sono soggetti a rilasciare le proprie impronte digitali? Mi chiedo se tutti i genitori di origine straniera siano portatori di una tendenza a delinquere, altrimenti non mi spiego perché io e i miei fratelli piccoli l’abbiamo dovuto fare.

Il Movimento 5 Stelle pencola a destra: “svolta” o continuità?

di Annamaria Rivera

Non sempre è vero che repetita iuvant. E’ da più di un decennio, cioè dagli esordi degli Amici di Beppe Grillo, che andiamo analizzando gli enunciati razzisti del meta-comico e di non pochi suoi sodali, nonché le loro conseguenti prese di posizione politica. Almeno da quando (11 febbraio 2006) Grillo riportava nel proprio blog un ampio passo dal Mein Kampf contro “i giullari del parlamentarismo”, corredato da un ritratto del Führer.

Sei mesi dopo (20 agosto 2006), com’è ben noto, accusava di demagogia l’allora ministro Paolo Ferrero, usando lessico e argomentazioni grossolane di puro stampo leghista, compresa una parafrasi del tipico “Se gli piacciono tanto gli immigrati, se li porti a casa sua”.

Per fare un esempio più recente, il 20 ottobre 2014, parlando a casaccio di Ebola, Isis, “clandestini” e “buonismo”, Beppe Grillo -subito sostenuto dal vice-presidente della Camera, il fine pensatore Luigi Di Maio – tratteggiava il suo programma sull’immigrazione: a tal punto rozzo e reazionario che Francesco Storace, in un tweet, avrebbe commentato che “Grillo sta saccheggiando tutte le proposte de La Destra”.

Ius soli: la prevedibile convergenza dei Cinquestelle con la Lega

di Eva Garau

A poche ore dall’arrivo in Senato della riforma sulla cittadinanza le prime pagine dei quotidiani nazionali somigliano più a un bollettino medico che alla cronaca politica. Inevitabile, considerata la zuffa andata in scena tra i banchi dell’aula tra spintoni, corse in infermeria e cerotti, attori principali i rappresentanti della Lega Nord. Ma ad alimentare la polemica è soprattutto la posizione del Movimento 5 Stelle, un’astensione che, di fatto, è un voto contrario senza l’effetto collaterale di una parziale perdita di consenso tra gli italianissimi iscritti (tra i requisiti per il tesseramento, infatti, la cittadinanza italiana è indispensabile).

Il punto di vista del M5S sullo ius soli e, in generale sull’immigrazione, non deve sorprendere. Se è vero che l’abolizione del reato di clandestinità è stata proposta nel 2013 da due senatori pentastellati, Maurizio Cioffi e Andrea Buccarella, e poi passata grazie ai voti del PD (332 favorevoli, 124 contrari) già allora Grillo si era espresso sul blog. Il post firmato con Casaleggio sottolineava la distanza del movimento da un’iniziativa personale e “non autorizzata” di due “dottor Stranamore fuori controllo”.

Non si era fatto mistero, allora, del fatto che se inserita nel manifesto programmatico del movimento un’apertura del genere avrebbe avuto conseguenze drammatiche in termini elettorali, dal momento che ancora l’umore della base non si era manifestato in maniera chiara. L’abolizione del reato di clandestinità non è stato accompagnato da un discorso politico che ne mettesse in evidenza il significato.