Cinecittà, la tattica dei signori degli “Studios”

di Vincenzo Vita

E due. Secondo annuncio da parte del ministro Franceschini e del presidente dell’Istituto Luce Roberto Cicutto sul ritorno nella sfera pubblica degli Studios di Cinecittà. La scorsa settimana ulteriore conferenza stampa, dopo quella tenutasi prima dell’estate. È vero che nell’ultima circostanza sono state aggiunte ulteriori notizie: dalle mostre su Federico Fellini e Monica Vitti, al lancio del Museo italiano del cinema e dell’audiovisivo.

Tuttavia, il completo ritorno nella casa dello stato della società frettolosamente privatizzata vent’anni fa richiedeva qualche spiegazione in più. Vale a dire, chi e perché ha fallito. La cordata degli imprenditori, da Abete a De Laurentis, non ce l’ha fatta, ma l’insuccesso non è stato innocente o figlio del destino. Si è perseguita una linea assurda e destinata (ma chi lo disse o scrisse in tempi non sospetti fu tacitato) ad un prevedibile flop.

Non solo. Deboli con i competitori internazionali, i signori degli Studios esibirono la loro volontà di potenza con lavoratrici e lavoratori: cassa integrazione, ricorso alla mobilità, cessione di rami di azienda. Fu necessaria una lunga occupazione simbolica nel 2012 per bloccare la destrutturazione e per debellare il morbo antico della speculazione edilizia sui e dei terreni.
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