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Matera 2019: primo, liquidare le “sottoculture” sudiste qui e in tutto il sud

di Michele Fumagallo

Prima di addentrarci nel “caso Matera”, analizzando pezzo per pezzo le sue strutture culturali e l’impatto che quest’anno di “capitale europea della cultura” può avere anche sugli altri impianti del vivere civile (la cultura non è mai separata dal resto) e prima di vedere cosa fanno quelli che per me (questa rubrica è un piccolo diario di un comunista) sono i due soggetti forti del cambiamento egualitario, cioè il mondo del lavoro dipendente e sfruttato e il mondo femminile, proseguiamo il nostro cammino prendendola un po’ alla larga.

Nella precedente puntata abbiamo parlato dell’imprescindibile (nuova) autonomia municipale se si vuole costruire, a Matera e altrove, la “nuova” (e democratica) Europa. Oggi dedichiamo questo spazio al sudismo (con annesso neo borbonismo), la micidiale sottocultura che ha imperversato al Sud negli ultimi decenni e che è la causa culturale “locale” dell’emarginazione meridionale.

Noi non dovremmo più discutere, se non in sede storica, dell’Unità d’Italia. Ma, complice la Lega Nord di tempo fa, oggi tramutata in Lega nazionale ancor più insidiosa perché cerca di far passare dalla finestra ciò che non le è riuscito a far passare dalla porta (una secessione di fatto), la problematica del Meridione è precipitata in un cul di sacco. La risposta alle scelte politiche ed economiche dei governi nazionali, sovente indirizzati da interessi della parte più sviluppata del paese, è stata una riscoperta dei peggiori istinti conservatori delle popolazioni meridionali.

Dell’austerity e di altri falsi miti

di Guglielmo Forges Davanzati

Il combinato di politiche di austerità (ridenominate misure di “consolidamento fiscale”) e precarizzazione del lavoro, secondo la Commissione europea e i Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, dovrebbe garantire la ripresa della crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni. Il consolidamento fiscale viene perseguito con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, mentre la precarizzazione del lavoro viene attuata con l’obiettivo dichiarato di accrescere l’occupazione. Le due misure – ci si aspetta – dovrebbero inoltre migliorare il saldo delle partite correnti, mediante maggiore competitività delle esportazioni italiane.

Si ipotizza, cioè, che la moderazione salariale, derivante da minore spesa pubblica e maggiore precarietà del lavoro, riducendo i costi di produzione, ponga le imprese italiane nella condizione di essere più competitive (ovvero di poter vendere a prezzi più bassi) nei mercati internazionali. Anche le misure di defiscalizzazione rientrano in questa logica, dal momento che ci si attende che minori tasse sui profitti implichino minori costi per le imprese e, dunque, maggiore competitività nei mercati internazionali.

Si tratta di un’impostazione che si è rivelata del tutto fallimentare e che, a meno di non pensare che dia i suoi risultati nel lunghissimo periodo, andrebbe completamente ribaltata. Le basi teoriche sulle quali poggiano queste politiche sono estremamente fragili, per i seguenti motivi.

1 maggio: l’Italia in coda alle classifiche europee sul lavoro

Sinistra

della Cgia Mestre

A festeggiare il 1° maggio saranno circa 22 milioni e 500 mila italiani (lavoratori dipendenti più autonomi) e sebbene gli ultimi dati presentati ieri sulla disoccupazione dall’Istat ci dicono che le cose stanno migliorando, il nostro paese continua a registrare dei ritardi occupazionali molto preoccupanti.

Tra i 28 paesi dell’Unione europea solo la Croazia (55,8 per cento) e la Grecia (50,8 per cento) presentano un tasso di occupazione più basso del nostro (56,3 per cento). Questo tasso è ottenuto rapportando il numero degli occupati presenti in un determinato territorio e la popolazione in età lavorativa tra i 15 e i 64 anni. In buona sostanza, questo indice con sente di misurare il livello di occupazione presente in una nazione.

Al netto di disoccupati, scoraggiati e inattivi emerge che in Italia la platea degli occupati registra un gap di 17,7 punti percentuali con la Germania, di 16,4 punti con il Regno Unito e di 7,9 punti con la Francia. “Quando analizziamo i dati riferiti al mercato del lavoro -esordisce il coordinatore dell’ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – l’attenzione è quasi sempre rivolta all’andamento del tasso di disoccupazione. In realtà il tasso di occupazione è più importante, perché lega questo indice a doppio filo con il livello di produzione di ricchezza di un’area. In altre parole, tra il numero di occupati e la ricchezza prodotta in un determinato territorio c’è un rapporto diretto. Al crescere dell’uno, aumenta anche l’altra”.

Economia reale e cittadini: la deprivazione del Mezzogiorno

Sciopero generale - Foto di Roberto Giannotti

di Margherita Billeri, Mario Centorrino e Pietro David

Un articolo di Claudio Gnesutta [1] ha analizzato i dati relativi al crollo dei consumi in Italia nel 2012, elaborati dal Rapporto Annuale dell’Istat e da un report (5 luglio 2013), sempre dell’Istat, dedicato ai consumi delle famiglie. Ne viene fuori, sostiene l’autore, la fotografia di una fase di transizione verso un modello sociale nel quale, senza interventi correttivi di tipo strutturale, la divaricazione tra settori sociali favoriti e le famiglie in condizioni più disagiate è destinata ad allargarsi.

Il crollo dei consumi in Italia, lo conferma uno studio commissionato dall’Unione Europea (Gini-Growing inequality impact), citato da G. Ruffolo e S. Sylos Labini [2], ha messo in evidenza come l’Italia sia tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi e che, nel suo caso, la diminuzione dei consumi si è associata ad un divario nella distribuzione della ricchezza accentuatosi durante la crisi: oggi circa la metà del reddito totale in Italia è in mano al 10% delle famiglie mentre il 90% deve dividersi l’altra metà.

In un ideale album della crisi, alla fotografia di Gnesutta vorremmo aggiungere un’altra istantanea: il divario dei consumi nel Mezzogiorno, penalizzato peraltro dalla presenza di più alti indici di povertà, rispetto alle altre grandi aree del paese. Cominciamo dalla ricognizione di quest’ultimi.