Lavoro, sindacato e politica: c’è bisogno di un nuovo partito / 3

Lavoro - Foto di Daniela
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di Raniero La Valle

(Prima e seconda parte) La nuova macchina del potere

Come si presenta la nuova macchina del potere? È una macchina che secondo i tempi di Renzi dovrebbe essere messa a punto entro i prossimi mille giorni e dovrebbe funzionare nel seguente modo:

  • 1) un solo uomo al comando, cioè una stessa persona come capo del governo e capo del partito (e questo è già in atto: secondo Ceccanti è stata la scelta geniale che in un colpo solo avrebbe permesso di avviare a conclusione la transizione italiana) .
  • 2) una sola Camera da cui il governo deve avere la fiducia (con la messa fuori gioco del Senato).
  • 3) un solo partito, non una coalizione, a cui sarà assicurata per legge la maggioranza assoluta nell’unica Camera residua. Che un solo partito abbia l’intera responsabilità del governo viene spiegato col fatto che esso sarebbe il partito della Nazione. E qui c’è un errore radicale, perché la Nazione non è un corpo organico che possa avere un’unica rappresentanza, che si tratti di un uomo o di un partito. Una collettività umana come corpo organico non esiste in natura; in natura esistono i cittadini e i corpi intermedi, non esiste un corpo totale; tanto è vero che quando i cristiani parlano dei fedeli come di un corpo, lo smaterializzano e lo chiamano “Corpo Mistico”.
  • 4) Quanto resta della rappresentanza parlamentare sarebbe formato nella sua maggioranza ancora da parlamentari non eletti ma nominati.
  • Nominati sarebbero i 95 senatori espressi dai Consigli regionali, nominati i 300 capilista dei tre maggiori partiti designati nei 100 collegi elettorali previsti, nominati i capilista dei piccoli partiti nei collegi in cui prendessero seggi.

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Lavoro, sindacato e politica: c’è bisogno di un nuovo partito / 2

Lavoro - Foto di Daniela
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di Raniero La Valle

(Prima parte) Le conseguenze della concezione del lavoro come male

Invece occorre vedere quali conseguenze devastanti ha portato nella storia della civiltà l’idea del lavoro inteso come maledizione e come pena. Prima di tutto ha portato a una società divisa in servi e signori. Perché il lavoro ci vuole, altrimenti la società non potrebbe vivere. Esso deve soddisfare alle esigenze della vita fisica, e dunque è legato alla materia Ma se il lavoro è afflittivo, se il lavoro è una pena, se è legato alla materia, esso ostacola lo sviluppo delle facoltà superiori dell’uomo, impedisce all’uomo di realizzare se stesso.

Nella concezione antica la pienezza dell’umanità si raggiunge infatti nell’esplicazione delle attività razionali, spirituali, nella contemplazione. Questa è la tesi di Aristotele. E questo è il problema della società greca: se tutti lavorano, l’uomo non si realizza. La soluzione viene trovata addossando il lavoro in modo esclusivo ad una categoria di persone, i servi, e salvaguardando dal lavoro un’altra classe di persone, i signori. La società non è una società di eguali, è una società di signori e servi. I servi sono inferiori in tutto ai signori, perfino nel fisico se ne differenziano perché devono essere adatti alla fatica. Sono paragonabili agli animali da lavoro.

Aristotele dice che se uno non è abbastanza ricco da permettersi un servo, può servirsi di un bue. Sono sullo stesso piano. I servi non hanno accesso all’assoluto, non possono dedicarsi alla contemplazione; del resto, esauriti nella fatica fisica non ne avrebbero la forza. Il lavoro staccato dalla contemplazione, privato dello spirito, aliena l’uomo, lo riduce a cosa (e questo lo dirà Marx).
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Lavoro, sindacato e politica: c’è bisogno di un nuovo partito / 1

di Raniero La Valle

Ci vuole del coraggio ad assumere come tema di questo convegno il lavoro, nel momento della sua massima crisi. Le riflessioni svolte fin qui hanno mostrato come il lavoro non sia un tema circoscritto, un segmento dell’esperienza umana, ma investa l’intera esistenza, l’intera concezione e l’intero destino umano, sia che lo si discuta in sede teorica, sia che lo si canti nelle canzoni di dolore e di protesta, sia che sia oggetto dello scontro sindacale e politico. Come ha detto il vice-sindaco di Messina nel suo intervento di saluto, il fallimento del lavoro, di un lavoro, è il possibile fallimento dell’esperienza umana.

Pertanto si può stabilire un rapporto tra lavoro e civiltà, prendere il lavoro come misura della civiltà, e identificare la storia del lavoro con la storia della civiltà. E in questo quadro noi possiamo fissare un giorno preciso in cui la civiltà ha raggiunto il suo culmine: ed è stato nella seconda metà del ‘900 quando in Italia, il 20 maggio 1970, è stato promulgato lo Statuto dei diritti dei lavoratori; da lì poi è cominciato il declino, una discesa che ora sta diventando un precipizio.

Ma è molto significativo che quando nel Novecento il lavoro ha raggiunto la sua massima forza e il più alto riconoscimento della sua dignità, esso non è giunto a questo approdo da solo, ma insieme a molte altre istanze sociali e ad altre conquiste. Lo Statuto dei diritti dei lavoratori è arrivato infatti, tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, con molte altre cose grandi e preziose.
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